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	<title>Giappone in Italia &#187; Cerimonia del tè</title>
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		<title>La cerimonia del tè, come esperienza sensoriale</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 08:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Minna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#160; La cerimonia del tè giapponese si svolge fondamentalmente in silenzio. Gli unici scambi di parole che...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/la-cerimonia-del-te-come-esperienza-sensoriale/">La cerimonia del tè, come esperienza sensoriale</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>La cerimonia del tè giapponese si svolge fondamentalmente in silenzio. Gli unici scambi di parole che avvengono tra il padrone di casa e l&#8217;ospite sono strettamente legati alle varie fasi della cerimonia e non dovrebbero turbare in qualunque modo lo stato d&#8217;animo delle persone presenti. I momenti di silenzio, oltre a favorire la concentrazione dei partecipanti, riescono ad amplificare, in particolar modo quando si pratica in mezzo alla natura, i suoni esterni ma anche gli interni come il bollire dell&#8217;acqua alla giusta temperatura che per i giapponesi ha un suono profondamente evocativo molto simile al vento tra i pini, matsukaze. Si puo inoltre notare che i suoni dell&#8217;acqua versata nella tazza da un mestolo chiamato hishaku cambiano in base alla temperatura dell&#8217;acqua.</p>
<p>Tutte queste piccole esperienze sensoriali non sarebbero possibili se non ci fosse la concentrazione favorita dal silenzio. Il silenzio come vuoto che riempie lo spazio di suoni che, diversamente, risulterebbero impercettibili dove regnasse il pieno, inteso come insieme di rumori. Oppure si puo affermare che alla riduzione al minimo delle sollecitazioni sensoriali corrisponda un affinamento dell&#8217;attività della coscienza. Il minimalismo sensoriale amplifica la percezione della nostra coscienza riguardo a ciò che accade e gli dà profondita di significato.<br />
Nello svuotamento della mente è piu semplice raggiungere quella condizione di unitarietà tra corpo e spirito. In uno stato in cui  la parola è ridotta al minimo, la forma di comunicazione principale è affidata al corpo che, attraverso una corretta respirazione e l&#8217;assenza di tensione, trasmette quella serenità cosi importante nell&#8217;offrire una tazza di tè.</p>
<p>Questo costante affinamento del nostro spirito praticato in un ambiente propizio ha senso se viene poi condiviso con il nostro prossimo, nella vita di tutti i giorni, dove le costanti sollecitazioni rischiano di sopraffarci. Lo spirito che anima lo studio della cerimonia del tè corrisponde esattamente a quello di chi pratica lo Zen.<br />
I movimenti della cerimonia del tè, codificati in base a un senso e a un&#8217;utilità, non risultano mai gratuiti e soprattutto non ricercano mai la bellezza fine a se stessa. Tutti i movimenti del corpo sono definiti in Giappone kata, che significa forme. Quando, dopo una costante ripetizione di queste forme, esse diventano parte di noi e quindi non le sentiamo più estranee,  sono definite katachi. In Giappone l&#8217;aver acquisito questa condizione, significa aver raggiunto la massima naturalezza.  Non sono quindi più io che cerco di regolare i miei movimenti secondo un certo modello in quanto quel modello è diventato parte di me.</p>
<p>Durante tutte le fasi della cerimonia, il ritmo dei movimenti deve armonizzarsi con la respirazione. Bisogna imparare a muoversi con velocità ma senza affanno, ciò è molto difficile. La mia maestra di cerimonia del tè, Michiko Nojiri, mi dice sempre che, quando offro una tazza di tè, se non sono in grado di mantenere una respirazione lenta e profonda nel muovermi velocemente, è meglio che rallenti il ritmo dei miei movimenti.</p>
<p>Tra le varie tazze utilizzate nella cerimonia del tè, la tazza raku è sicuramente una di quelle che maggiormente incarnano i principi estetici della via del tè. Queste tazze hanno la particolarita di essere estratte dal forno quando sono incandescenti. Il vuoto, nelle tazze, corrisponde a quelle irregolarita nella forma, quelle piccole rientranze che rendono ogni tazza unica e irripetibile. A ogni tazza viene inoltre attribuita una faccia o fronte, su cui  solitamente si trova un&#8217;irregolarità nella forma o una sbavatura di colore. Quello, che agli occhi degli occidentali potrebbe sembrare un difetto, diventa invece motivo di interesse.  Le irregolarità dovrebbero comunque essere provocate da eventi esterni e non essere deliberatamente ricercate dal proprio creatore. In ciò risiede il fascino dell&#8217;imprevisto. Se diversamente questi effetti fossero ricercati dal ceramista, risulterebbero solamente prodotti da un manierismo autoreferenziale. Anche nelle fasi di produzione della tazza, il vuoto è importante. Infatti quando la tazza viene presa dal forno, le viene tolta una certa quantita di ossigeno, inserendola in un contenitore ricolmo di foglie e segatura. Questo vuoto d&#8217;ossigeno ha un effetto molto evidente sullo smalto della tazza.</p>
<p>Nel 1999 andai in Giappone con la mia maestra e un gruppo di praticanti provenienti da tutta Europa. Un giorno avemmo la fortuna di essere invitati dall&#8217;attuale erede della dinastia Raku nella sua stanza del tè, adiacente al museo omonimo di Kyoto. Come segno d&#8217;amicizia verso la mia maestra, volle personalmente offrire a tutti noi una tazza di tè utilizzando sia oggetti creati da lui che altri piu antichi realizzati dai suoi avi. La stanza del tè, come tradizione vuole, non era particolarmente illuminata e quindi potei in quel frangente imparare che le tazze non si apprezzano unicamente attraverso la vista ma anche attraverso il tatto. La condizione di semioscurità mi diede quindi la possibilità di sperimentare attraverso le mie mani un&#8217;altra forma di percezione, molto piu profonda del solito. Tenere quella tazza nelle mie mani mi ha trasmesso un senso di maggiore vicinanza e intimità con essa come se si fosse trattato di qualcosa di vivente. Questa esperienza mi ha arricchito interiormente ed è rimasta viva fino a oggi nella mia coscienza.</p>
<p>Alberto Moro</p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/3159042?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" height="300" width="400" frameborder="0"></iframe></p>
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		<title>Sukiya, Dimora del Vuoto</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 08:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Minna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Tai-an (待庵) Tempio di Miyokyan Il grande maestro del tè Sen Rikyu (1522-1591), vissuto in Giappone nel...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/sukiya-dimora-del-vuoto/">Sukiya, Dimora del Vuoto</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<p><a href="http://www.giapponeinitalia.org/cerimonia-del-te/sukiya-dimora-del-vuoto/attachment/tai-han" rel="attachment wp-att-5650"><img class="alignnone size-medium wp-image-5650" title="tai-han" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2012/02/tai-han-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a></p>
<p>Tai-an (待庵) Tempio di Miyokyan</p>
<p>Il grande maestro del tè Sen Rikyu (1522-1591), vissuto in Giappone nel XVI secolo, diceva che la stanza del tè doveva essere simile a una capanna di paglia, rappresentare semplicemente un riparo dagli eventi naturali e, nello stesso tempo, conferire un senso di vicinanza alla natura. La stanza del tè doveva essere progettata con il preciso scopo di favorire l’elevazione spirituale di chi la frequentava.<br />
Il termine <strong>sukiya</strong> era soprattutto usato all’epoca del maestro Rikyu, quindi durante il periodo Momoyama (1573-1603).<br />
Oggi quando si parla di una stanza per la cerimonia del tè, si utilizza la parola <strong>chashitsu</strong>, termine che iniziò ad essere adottato a partire dal 1600. Il tipo di stanza amata da Sen Rikyu era in stile <strong>soan</strong>. Questa tipologia si ispirava alle case rustiche in cui gli aristocratici organizzavano incontri di poesia, lontani dalle turbolenze cittadine. Il modello estetico di riferimento era quello dei rifugi montani. La stanza del tè era tradizionalmente in legno e in particolare veniva apprezzato l’utilizzo del cipresso (<strong>sugi</strong>), del pino giapponese (<strong>matsu</strong>) e dell’abete giapponese (<strong>tsuga</strong>).<br />
Per accedere alla stanza del tè bisogna camminare per un sentiero chiamato <strong>roji</strong>, come fosse un percorso di purificazione. Tutte le pietre sulle quali si cammina sono di forme diverse e distanziate in modo differente e obbligano ad osservare attentamente la direzione dei propri passi. Al termine del breve tragitto, gli ospiti sostano sotto un porticato fino a quando il padrone di casa non li invita ad entrare nella stanza del tè. Prima di entrare nella stanza del tè, tutti gli ospiti devono purificare se stessi con dell’acqua versata da un mestolo. Prima si sciacquano le mani e poi si purificano la bocca.<br />
Dopodiché gli ospiti entrano nella stanza attraverso una porta di legno molto stretta, che misura tradizionalmente 78,8 cm di altezza e 71,5 cm di larghezza chiamata <strong>nijiriguchi</strong>. L’utilizzo di questo tipo di entrata venne introdotto dal maestro Sen Rikyu che si ispirò alla porta di una casa galleggiante di un pescatore. Per entrare nella stanza bisogna inginocchiarsi e abbassare la propria testa e il proprio corpo. Questo movimento dovrebbe predisporre l’animo dell’ospite a un approccio umile nei confronti di questa esperienza oltre a influenzare la percezione dello spazio interno della stanza, così da farlo sembrare più ampio. I samurai che desideravano entrare nella stanza del tè dovevano abbandonare le lunghe spade all’esterno, in quanto l’ingresso era così angusto da non permettere  loro di portarle con sé.<br />
Una volta entrato nella stanza, l’ospite trova davanti a sé un ambiente spoglio. L’unico elemento architettonico è il <strong>tokonoma</strong>, una sorta di nicchia, vicino alla quale si siede il primo ospite e al cui interno è appesa un’opera d’arte in forma di rotolo verticale detta <strong>kakemono</strong>. Questo oggetto può essere una calligrafia realizzata ad inchiostro da un maestro Zen o da un praticante del tè oppure un dipinto, accuratamente scelti dal padrone di casa per esprimere lo spirito che lui desidera infondere all’incontro. La calligrafia deve essere fatta da un maestro Zen o da un praticante del tè in quanto la forza e l’autenticità dell’opera stessa sta nella perfetta coerenza tra forma e contenuto. Il kakemono è senza dubbio l’oggetto più importante presente nella stanza. In passato si costruivano le stanze per adattarle a un’importante calligrafia che si possedeva e non viceversa. Nel tokonoma, si trova inoltre una composizione floreale che, secondo l’estetica della Via del Tè, deve esprimere la semplicità dei fiori di campo. Fiori che solitamente le persone non si soffermano a osservare ma che nel vuoto della stanza del tè possono ritrovare la loro profonda bellezza e dignità.<br />
Il pavimento della stanza è ricoperto da stuoie di paglia di riso, solitamente bordate di tessuto, meglio conosciute con il nome di <strong>tatami</strong> (il modulo più comune è quello di Kyoto di 1,91 x 95,5). La misura classica della stanza del tè è i 4 tatami e mezzo. Il termine che definisce questo tipo di stanza in Giappone è <strong>yojohan</strong>. La scelta di queste dimensioni è fatta risalire a <strong>Vimalakirti</strong>, un buddista laico indiano che viveva in una stanza di circa 9 mq e si dice tradizionalmente che anche in questo piccolo spazio riuscì ad ospitare il santo <strong>Manju</strong> insieme a 84.000 discepoli del Buddha, segno che per una persona illuminata non esistono limiti dimensionali.<br />
Le pareti sono spoglie. Solitamente i muri sono realizzati con fango misto a fili di paglia come leganti di circa 15-20 cm che non venivano ricoperti così che potessero risplendere nell’oscurità della stanza. Questa tecnica di trattare le pareti si chiama <strong>arakabe</strong> e conferisce all’ambiente un aspetto rustico.<br />
Colui che organizza una cerimonia del tè dovrebbe ricercare con molta attenzione di mantenere, per tutti i vari momenti che la caratterizzano, dal percorso degli ospiti attraverso il giardino che porta alla stanza, alla loro permanenza fino alla partenza dopo la conclusione dell’incontro, una condizione di quiete in cui lo spirito dei partecipanti non sia turbato da inutili stimolazioni sensoriali, ma sia facilitato nel mantenere una giusta attenzione verso ciò che li circonda. Anche la gradazione luminosa nella stanza, fortemente smorzata, dovrebbe contribuire a favorire uno stato d’animo meditativo.<br />
Takeno Joo (1502-1555), un grande maestro del tè che precedette Sen Rikyu, rivolse il chashitsu, che aveva le pareti ricoperte da una carta bianca spessa e levigata (<strong>torinoko</strong>) verso nord, in modo che non risultasse troppo luminoso e che riuscisse a evidenziare la bellezza rustica degli oggetti utilizzati durante la cerimonia. Il maestro Rikyu invece era solito posizionare il chashitsu verso sud o est, in quanto ciò gli permetteva di giocare artisticamente con la mutevolezza della luce.<br />
Rikyu riteneva inoltre che le finestre dovessero essere funzionali al dosaggio della luce e non dovessero essere concepite per veicolare lo sguardo verso l’esterno. Non utilizzò quindi nelle sue stanze una sorta di lucernario (<strong>tsukiage)</strong>, amato da altri maestri, che dava la possibilità stando seduti sul tatami di ammirare la luna. Bisognava infatti per Rikyu evitare di eccitare i sensi, così da favorire una condizione meditativa come quella dello zazen, dove si raccomanda ai praticanti di tenere sempre gli occhi semiaperti, così da non focalizzare lo sguardo su alcunché. Le finestre possono essere a listelli di bambù (<strong>renjimado</strong>) e/o fatte con una sorta di reticolato (<strong>shitajimado</strong>) e la luce viene filtrata attraverso un’intelaiatura di bambù ricoperta da carta di riso non trasparente. Sia le imposte sulle finestre che gli <strong>shoji</strong>, pannelli scorrevoli interni alla stanza, potevano scorrere o essere rimossi completamente. Le imposte erano comunque utilizzate come protezione dagli eventi atmosferici.</p>
<p>Alberto Moro</p>
<p><object style="height: 390px; width: 640px;" width="640" height="360" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/imqOESt_ltM?version=3&amp;feature=player_detailpage" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed style="height: 390px; width: 640px;" width="640" height="360" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/imqOESt_ltM?version=3&amp;feature=player_detailpage" allowFullScreen="true" allowScriptAccess="always" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" /></object></p>
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		<title>Affrontare me stessa</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 07:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Minna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ogni volta che entro nella stanza del tè, ho l’opportunità di affrontare me stessa. Amo la via...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/affrontare-me-stessa/">Affrontare me stessa</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/12/IMG_5986.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10321" title="Chanoyu" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/12/IMG_5986-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Ogni volta che entro nella stanza del tè, ho l’opportunità di affrontare me stessa. Amo la via del tè e voglio farla bene. Le procedure per preparare e servire il tè sfidano la mia mente vagabonda nel rivolgere l’attenzione. Sembra che ogni volta che faccio il tè, faccio spesso qualche errore e devo immaginare come recuperare da quell’errore e continuare. Cerco  di tenere a mente i principi dell’armonia, del rispetto, della purezza e della tranquillità e manifestarli con i miei ospiti, mentre al tempo stesso mi assicuro che i miei ospiti si sentano a proprio agio e sappiano quello che sta accadendo. Che cosa succede se non vado d’accordo con qualcuno che è nella stanza del tè? Che cosa succede se noto che qualcuno non sta facendo qualcosa di rigorosamente corretto? Come mi trattengo dal vantarmi di quanto so e dal correggere gli altri? Quanto mi conformo a quello che tutti gli altri fanno per amore dell’armonia? Nessuno può prendere queste decisioni al mio posto. Solo io posso scegliere come rispondere a come mi sento e a quello che accade nella stanza del tè.</p>
<p>Di recente ho avviato una nuova classe di studenti del tè. Spesso mentre ci inoltriamo nella lezione di introduzione, ci sono le stesse domande che altri hanno chiesto prima ma ci sono sempre anche nuove domande e sfide che sono uniche di questi studenti particolari perché tutti portano se stessi nella stanza del tè. Quando ti porti in una stanza del tè, inevitabilmente devi affrontare te stesso. Come disse Buck Rogers: “Non importa dove tu vada, lì ci sei tu”.</p>
<p>Tradotto da Mariella Minna dal sito SweetPersimmon</p>
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		<title>Il tè e il kimono</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Minna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#160; Dalla prima volta che ho visto una presentazione del Tè, sono stata sicura che il kimono...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/il-te-e-il-kimono/">Il tè e il kimono</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong><a href="http://www.giapponeinitalia.org/cerimonia-del-te/il-te-e-il-kimono/attachment/il-kimono-e-il-te" rel="attachment wp-att-4087"><img class="alignnone size-medium wp-image-4087" title="il kimono e il tè" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/11/il-kimono-e-il-tè-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a></p>
<p>Dalla prima volta che ho visto una presentazione del Tè, sono stata sicura che il kimono ne facesse parte. Il bel tessuto, l’intricato obi e le maniche fluttuanti hanno contribuito alla mia prima esperienza del Tè. Quando ho iniziato a prendere lezioni di Tè, ho chiesto alla mia insegnante alla prima lezione quando avrei indossato il kimono. Lei mi ha inizialmente vestito con lo yukata e con un semplice obi. Poi mi ha vestito con un kimono più formale per il mio primo Hatsugama e mi sono sentita davvero bella ma avevo paura di muovermi o di respirare.</p>
<p>Un giorno mi disse che era arrivato il momento di vestirmi da sola. Appoggiò tutto sul letto nella camera in cui ci si cambiava. Lottai con esso. Anche appoggiare il rigido tabi ai miei piedi ci fece lottare e sudare. Non ricordavo cosa legare dove e c’erano più strati di biancheria intima, tutti avvolti e legati. Desiderai aver prestato maggiore attenzione quando la mia insegnante mi vestiva. Indossare l’obi fu così difficile. Mi sentivo un tacchino legato. Non potevo respirare perché avevo legato tutto troppo stretto e non riuscivo a vedere né a raggiungere con le mani per far fare all’obi quello che volevo. Mi ci vollero 3 ore e mezza ma alla fine camminai fuori dalla stanza e la mia insegnante non disse nulla. Mi disse soltanto che la lezione stava finendo e di togliermi di nuovo tutto.<span id="more-4086"></span></p>
<p>Ho studiato per un anno in Giappone nella sede centrale dell’Urasenke e ci era richiesto di indossare il kimono ogni giorno per praticare il tè, vestivo in kimono tutto il giorno in modo da imparare a sentirmi a mio agio facendo qualsiasi cosa in kimono. Ho frequentato le lezioni in kimono, ho fatto del giardinaggio in kimono, ho pulito le toilette in kimono. Ora, dato che ho praticato nel vestirmi e indossare il kimono, non è una cosa così terribile da indossare. Mi sento a mio agio nel kimono. Cammino in maniera differente, mi siedo in maniera differente, la mia postura è migliore e sembra che riesco a concentrarmi meglio nella stanza del Tè se indosso un kimono. Ho scoperto anche che se non sono in kimono per la pratica del Tè, spesso non c’è un posto dove mettere le cose. I kimono hanno molti posti in cui mettere le cose del tè mentre i vestiti e le tasche degli occidentali non sono adatti.</p>
<p>Per me indossare il kimono è assolutamente importante per il mio studio del Tè. Come ho detto in precedenza, mi sento diversa in kimono. Inoltre, quando ho raggiunto un livello avanzato di pratica, la mia insegnante disse che era ora che mi vestissi in kimono adeguatamente per il Tè. Disse che se non ero in kimono, non avevo un atteggiamento serio nei confronti degli studi superiori. Mi avrebbe lasciato fare l’ospite ma, se volevo fare il padrone di casa, avrei dovuto vestirmi in kimono. Quindi parte dell’importanza di indossare il kimono per il Tè è dimostrare che ho un atteggiamento serio nei confronti dello studio del Tè. Ma anche per me, la disciplina di indossare il kimono mi aiuta a mantenere adeguati i movimenti (camminare, postura, sedersi). Mi aiuta a ricordare come devo tenere le braccia, mantenere la testa alta e la schiena dritta.</p>
<p>Cerco di indossare il kimono tutte le volte che sono nella stanza del Tè, non importa che sia un evento formale, una dimostrazione pubblica o una classe per il tè. Non indosso più il kimono se devo fare le pulizie o dedicarmi al giardinaggio. Gli studenti più anziani della sede centrale in Giappone mi hanno detto una volta che, ogni volta che preparo il Tè, non importa quale sia la circostanza, è il vero Tè; di metterci il cuore e di dedicarmi a servire l’ospite con ogni parte del mio addestramento. Per le mie lezioni settimanali indosso il kimono così che mentre lo indosso nella stanza in cui ci si cambia o a casa prima di guidare verso la classe, mi stessi preparando a essere seria riguardo alla lezione imminente e a servire il mio ospite con tutto il mio addestramento. Indosso il kimono nelle presentazioni pubbliche perché voglio essere al meglio. Se mostro loro qualcosa che riguarda il Tè che sia interessante, potrebbero scoprire di aver voglia di sapere di più di questa meravigliosa pratica. Indosso il kimono agli eventi per rispetto nei confronti del padrone di casa e tutto il lavoro che mettono nel preparare un evento del Tè, voglio essere vestita adeguatamente.</p>
<p>Quando facciamo le preparazioni pubbliche del Tè, penso che il pubblico si aspetti che i partecipanti siano vestiti in kimono. Molti cercano un’esperienza esotica, come me quando vidi la mia prima presentazione. Molte persone sono attratte inizialmente verso il Tè da molte cose. Possono essere i dolci, i kimono, l’atmosfera tranquilla o i principi buddisti. Sono felice di offrire qualsiasi cosa attragga queste persone affinché ricerchino ulteriormente perché il Tè è così ricco e nessuno sa quando il suo cuore sarà realmente rubato dal Tè, non importa in che modo sia stato attratto inizialmente.</p>
<p><em>Marjorie Yap</em></p>
<p>Tradotto da Mariella Minna dal sito di Issoantea</p>
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		<title>Eido Roshi sullo Zen nei kakejiku</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 07:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admingi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Lo scorso mese alla riunione degli Amici nel Tè, Eido Roshi, il responsabile del Daibosatsu, ha tenuto...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/eido-roshi-sullo-zen-nei-kakejiku/">Eido Roshi sullo Zen nei kakejiku</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/kakejiku2jpg.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-3583" title="kakejiku2jpg" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/kakejiku2jpg-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Lo scorso mese alla riunione degli Amici nel Tè, Eido Roshi, il responsabile del Daibosatsu, ha tenuto un discorso commentando il significato di alcune famose massime Zen che sono utilizzate spesso sui kakejiku per il tè. Volevo condividere qui qualcuna delle cose che sono state dette. Ho fatto del mio meglio nel prendere appunti nella maniera più accurata possibile ma so che ci sono delle cose che mancano ed è per questo che mi scuso.</p>
<p><strong>Ichigo ichie</strong></p>
<p>“Questa espressione è così  immensa che non c’è bisogno che dica niente… È tradotta spesso con “una volta, un incontro”. Letteralmente questa traduzione è inaccurata ma la mia interpretazione è “senza precedenti e irripetibile”. Non ci siamo mai incontrati qui – senza precedenti. Molto probabilmente, fra sei anni, ci saranno volti nuovi. Quindi, irripetibile.<span id="more-3582"></span></p>
<p><strong>Wa Kei Sei Jaku</strong></p>
<p>[Tradotto di solito con “armonia, rispetto, purezza, tranquillità.” Roshi traduce il secondo ideogramma con “riverenza” e l’ultimo con “estinzione”.]</p>
<p>“Wa, kei, sei, jaku è una bella espressione ma quest’ordine è sbagliato. Jaku è un altro modo di dire ‘Nirvana’, che in inglese significa ‘annientamento’… Abbiamo molti inganni, delusioni, illusioni e anche idee preconcette subconsce. È forse troppo idealistico pensare che spariranno tutti. Se ciò accade, allora se ne andranno anche il wa, kei e sei. Ma presupponiamo che queste idee preconcette si estinguano [jaku], allora si realizzeranno il wa, kei e sei.</p>
<p>“Alcune persone traducono ‘jaku’ con ‘tranquillità’ ma la tranquillità è temporanea. Ovviamente, tutto è temporaneo ma la tranquillità lo è particolarmente. Dovrebbe essere tradotto con ‘estinzione’”</p>
<p><strong>Enso</strong></p>
<p>[Questa non è una parola ma semplicemente un cerchio disegnato con un unico tratto.]</p>
<p>“Esistono molti modi di scriverlo ma [è importante] farlo con un unico respiro – nessuna inalazione, nessuna esalazione. Quanto più è veloce tanto meglio, più di buon gusto.”</p>
<p>L’enso è scritto spesso con un “san”, una poesia o un cappello che accompagnano l’immagine.  Di solito la persona che realizza l’immagine e quella che scrive il cappello sono diverse. Tre san comuni che sono spesso scritti con l’enso sono:</p>
<p><em>Tsuki ka dango ka oke no wa ka </em>(é una luna o mochi rotondo o l’anello di un secchio di legno?) – “Potete scrivere qualsiasi cosa qui. È una ciambella, un krapfen o una conchiglia?”</p>
<p><em>Nore ni te yoshi </em>(Va bene com’è) – “Va bene com’è, sia che sia un cerchio spezzato o perfetto. Un cerchio perfetto non è altrettanto gustoso di uno spezzato.”</p>
<p><em>Kore nanzo!</em> (Che cos’è!)</p>
<p>Un maestro Rinzai Zen chiedeva costantemente ai propri studenti: ‘Chi è che ascolta? Chi è che gusta?’… L’altro giorno ho visto una foto in un giornale di un dipinto del Boston Museum. Il titolo era: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove stiamo andando?’ Da un lato c’era un neonato, nel mezzo un uomo giovane e forte e alla fine c’era una donna anziana accoccolata. Questa è esattamente la domanda: ‘Kore nanzo?’ È indubbiamente la domanda più grande che possiamo porci mentre viviamo in questa incarnazione.”</p>
<p><strong>Nichi Nichi Kore Kojitsu</strong> [Ogni giorno è un buon giorno]</p>
<p><strong>Konnichi Kore Kojitsu</strong> [Oggi è un buon giorno]</p>
<p>“C’era un maestro Zen di nome Unmon che disse ai propri monaci ‘Non chiedo nulla prima del 15mo giorno del mese, ma dirò qualcosa dopo il 15mo giorno.’ E un monaco disse: ‘Nichi nichi kore kojitsu.’ È facilmente frainteso.”</p>
<p><strong>Konnichi Buji </strong>[oggi, nessun evento]</p>
<p>“L’autentico significato di buji è:</p>
<p>bu = no, negazione</p>
<p>ji = avvenimento, questione, accadimento</p>
<p>“Guardando alle nostre vite, la nascita è un evento. Non è una non-questione. Invecchiare è un evento. Anche la malattia e la morte. Dalla mattina al giorno, per tutto il giorno, evento, evento, evento. Fino a questo punto, è facile [da capire].</p>
<p>“Qualche anno fa traducevo il Genzai Roku in inglese. Questo buji è uno dei temi principali del Genzai Roku e io pensai che richiedesse una spiegazione.</p>
<p>“Tendiamo a pensare che realizzando diverse pratiche, possiamo raggiungere un punto in cui sparisce la delusione e pensiamo che non ci sarà nient’altro da fare. Questa visione è un inganno. Come potrebbe la pratica alterare la realtà? Tuttavia, potreste chiedere, se il buji implica il non fare niente, allora perché dobbiamo praticare? Il ‘fare nulla’ nell’usuale senso passivo dell’espressione è abbastanza? Allo stesso tempo, ogni essere non è un ji? E non è il nostro vero e proprio essere la fonte di tutti i problemi che esistono? Possiamo negare o trascendere il nostro essere limitato? Quando comprendiamo completamente l’autentica natura dell’universo, quello che sembra essere ji non è altro che buji. Non importa quello che facciamo, [non è nulla].</p>
<p>“La parola inglese più vicina a ‘buji’ è ‘ora’. Puoi migliorare ora? Ovviamente no. In questo momento, puoi essere diverso o possono esserlo le circostanze? Quando capisci che il momento presente è tutto quello che c’è, non hai altra scelta di giungere a un’accettazione radicale e questa accettazione radicale è la parte più difficile.</p>
<p>“Buji significa ‘uno con talità’ – la natura incondizionale di essere pronti a essere, con niente che si vuole, niente di superfluo.</p>
<p>“Comprendere ciò che ho appena detto non è difficile ma l’accettazione radicale è dura e pertanto abbiamo bisogno della pratica.</p>
<p>“Konnichi buji significa ‘oggi accetto questo per quello che è’. Questo è un dilemma. Noi vogliamo fare progressi e per questo pensiamo, più pratichiamo e meglio staremo. Non possiamo negare ciò. In un migliaio di anni di pratica dello Zen, dieci migliaia di anni di pratica del tè, non ci sarà mai un giorno in cui sei pronto. È sempre non ancora, non ancora, non ancora. Ma oggi, questo è ciò. Quando questi due si mettono insieme – non ancora / questo è – non c’è una parola per quello, quindi dobbiamo dire accettazione radicale.”</p>
<p><strong>Tozan Sui Jo Ko </strong>[La montagna orientale cammina sempre sull’acqua]</p>
<p><strong>Kumpu Minami Yori Kitari </strong>[Il vento fragrante viene dal sud]</p>
<p>“Sanmon chiese a Unmon: ‘Da dove vengono tutti i Buddha e i Bodhisattva?’</p>
<p>Unmon disse: ‘Tozan Sui jo ko.’</p>
<p>Un altro monaco disse: ‘Non avrei detto così, avrei detto Kumpu minami yori kitari,’</p>
<p>Questo lo potete capire anche razionalmente.”</p>
<p><strong>Den Kaku Biryo wo Shozu </strong>[Una leggera brezza pervade la sala del dharma]</p>
<p>“Quando entri nella stanza del tè, la prima cosa che vedi è il tokonoma e quello che il kakejiku dice determina il tema fondamentale della cerimonia. Nel chakai di stamattina, c’era un kakejiku con scritto ‘Sei gin no yo cha o niru’, ‘Recitando poesia di notte, bollendo il tè’. Oggigiorno nella società moderna non possiamo apprezzare una scena del genere.  Nella storia occidentale, il periodo antico termina all’incirca nel V secolo, quando finì l’Impero Romano. Dopo di ciò, per novecento anni siamo nell’Era Buia. Gradualmente il Rinascimento iniziò nel XIV, XV e XVI secolo. Da quel momento in poi, le cose cambiarono. Nel XVIII secolo, la Rivoluzione  Industriale modificò realmente la vita – quanto a lungo viviamo, quanto velocemente viviamo. Dimenticammo il memento mori [ricordati che devi morire]. È lì che iniziò la nostra tragedia. Ci sono miglioramenti – abbiamo la civiltà moderna – ma dobbiamo ricordare anche il memento mori. [Oggi] anche solo la menzione della morte è tabù. Questa è una questione assai seria.</p>
<p>Ok, viviamo nell’era moderna. Accettare, apprezzare. Ma rende le nostre menti artificialmente e meccanicamente innaturali. Rende essenziale venire al Daibosatsu e preparare la stanza del tè, anche se non cantate o recitate la poesia, per realizzare un’immagine di ciò attraverso l’immaginazione, possiamo tornare all’epoca antica. Questo è il punto nella pratica del tè…</p>
<p>In verità di questi tempi, l’Est e l’Ovest non sono più distinguibili. Anche i confini si riducono sempre di più. E per noi, studenti di Zen e del tè, ciò che è realmente necessario è imparare la natura della bellezza e della semplicità.</p>
<p>Per Rikyu, tutto era bellezza. Anche la sua morte era per lui bellezza.</p>
<p>[Roshi ha riferito la poesia sulla morte di Rikyu, il suo san, che è come segue:</p>
<p>Avendo vissuto settant’anni</p>
<p>Ora ho trasceso la mia rabbia [verso Hideyoshi], totsu!</p>
<p>Ho portato la mia preziosa spada tutta la mia vita</p>
<p>Poteva uccidere i Buddha e i patriarchi</p>
<p>Ora è giunto il momento per me di gettarla in cielo!]</p>
<p><strong>Haku Un Onozukara Koraisu </strong>[La nuvola bianca va e viene naturalmente]</p>
<p><strong>Seizan Moto Fudo </strong>[La montagna blu non si muove]</p>
<p>“Qui c’è un contrasto – il bianco e il blu. Potete immaginare le nuvole e la montagna. Ma dovete pensare in un altro modo: non ancora / questo è.</p>
<p>Qual è la montagna? Quale non è ancora? Questo è.”</p>
<p>Tradotto da Mariella Minna dal blog di Philly Tea</p>
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		<title>Dogu &#8211; Oggetti per il chanoyu</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 07:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admingi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#160; Dogu è il termine che indica gli utensili per la preparazione del tè. Mio marito ride...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/oggetti-per-il-chanoyu/">Dogu &#8211; Oggetti per il chanoyu</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/184343_240294536107726_586236587_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10798" title="184343_240294536107726_586236587_n" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/184343_240294536107726_586236587_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Dogu è il termine che indica gli utensili per la preparazione del tè. Mio marito ride di me e li chiama giocattoli per il tè. In effetti, tutto quello di cui si ha bisogno per il chanoyu è chawan (tazza del tè), chasen (frustino per il tè), chakin (panno per asciugare), fukusa (panno per la purificazione), chaki (contenitore del tè) e chashaku (cucchiaio per il tè). Con questi sei utensili, si può praticare il chanoyu dappertutto.</p>
<p>Quando iniziai a studiare il chado, non c’erano molti utensili giapponesi disponibili. Anche se potevo permettermeli, non mi erano accessibili. Incominciai a guardare degli oggetti prontamente disponibili che potessero essere utilizzati per il tè. Ho ancora molti di questi utensili improvvisati: una tazza di ceramica per il kensui, un contenitore dei biscotti come contenitore dell’acqua fredda, contenitori di varie dimensioni e forme per i dolci per il tè.<span id="more-3502"></span></p>
<p>Ora è facile acquisire utensili del tè. In Internet si possono vedere molti dogu in vendita e spendere molti soldi per questi oggetti. Il collezionismo può diventare un’ossessione.  Ma io raccomando agli studenti di fare acquisti con parsimonia. Se hai i sei utensili di base, hai bisogno di avere qualcosa in più?</p>
<p>Molti dogu della mia collezione di utensili sono giunti a me senza che io li chiedessi. Alcuni sono  regali della  mia  sensei e del mio  sempai. Altre cose sono passate da qualcuno che conosceva qualcun altro. Altre cose sono stati utensili improvvisati. Ho qualche utensile presi in prestito da altri insegnanti.</p>
<p>Quando acquisto gli utensili, di solito aspetto un po’ prima di acquistare qualcosa. Di solito è qualcosa che aiuta a facilitare l’insegnamento o da utilizzare come esempio per gli studenti.</p>
<p>Una delle cento poesie di Rikyu dice che: “Il tè non dovrebbe essere un’esibizione di quello che possiede il praticante del tè. Dovrebbe essere invece espressa la sincerità del suo cuore.”</p>
<p>Tradotto da Mariella Minna dal blog di Sweet Persimmon</p>
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		<title>Pulire è purezza</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 07:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admingi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono brava a pulire. Non lo ero. Prima di studiare il chado, ero sciatta. La mia stanza...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/pulire-e-purezza/">Pulire è purezza</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/mizuya.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3459" title="mizuya" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/mizuya.jpg" alt="" width="300" height="241" /></a></p>
<p>Sono brava a pulire. Non lo ero. Prima di studiare il chado, ero sciatta. La mia stanza era un caos, la mia scrivania al lavoro era un caos, in effetti la mia vita era un caos. Una delle prime cose che ho imparato nel tè è stato come pulire.</p>
<p>Così ho pulito. Spesso ero la prima al keiko ed era mio compito pulire i tatami prima della lezione. Pulivo la stanza del tè, quindi pulivo la stanza della preparazione (mizuya). Rimanevo dopo la lezione e pulivo la stanza del tè, mettevo a posto gli utensili e pulivo la mizuya. Quando studiavo in Giappone, uno dei miei compiti era pulire la stanza di 100 tatami. Ciò significa stare in appoggio sulle mani e le ginocchia e spolverare a mano ciascun tatami (3 piedi per 6 piedi), tutti e 100, ogni sera dopo la lezione.<span id="more-3458"></span></p>
<p>Quando vivevo in Giappone, vivevo in una piccola stanza giapponese che era il mio soggiorno, stanza da letto, studio e cabina armadio. Il mio spazio vitale reale diventava sempre più piccolo mano a mano che acquistavo oggetti. Mantenere il mio spazio pulito era necessario per essere in grado di respirare nella mia piccola stanza.</p>
<p>La mia sensei mi disse che  il chado è per l’80% pulire. Uno dei principi del tè è la purezza. Non c’è niente che calmi di più che pulire. Quando pulisci, puoi vedere quello che hai fatto e quello che devi fare. Il pulire è una buona terapia. Va bene anche per chiarire la mente e smussare le emozioni. E quando hai finito, avere uno spazio pulito ti fa sentire bene.</p>
<p>Tradotto da Mariella Minna dal blog di Sweet Persimmon</p>
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		<title>Il Chado nel mondo reale</title>
		<link>http://www.giapponeinitalia.org/il-chado-nel-mondo-reale/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 07:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admingi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Amo entrare nella stanza del tè, vedere il kakemono e i fiori e annusare l’incenso. La stanza...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/il-chado-nel-mondo-reale/">Il Chado nel mondo reale</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/06/cerimonia-del-tè-3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-3350" title="cerimonia del tè 3" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/06/cerimonia-del-tè-3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Amo entrare nella stanza del tè, vedere il kakemono e i fiori e annusare l’incenso. La stanza del tè è un luogo sicuro in cui le regole dell’etichetta garantisce che tutti sappiano quello che accadrà e come comportarsi. Siamo tra persone che condividono gli ideali del wa, kei, sei e jaku. Questo è il mondo del tè.</p>
<p>E tuttavia, c’è questa dualità. La mia vita nel tè, o la mia vita quando non pratico il tè. Qual è il mondo reale? Talvolta sembra che la stanza del tè sia più reale del resto della mia vita quando mi preoccupo dei conti, dei conflitti sul lavoro, della mia famiglia, dello shopping e di molte altre cose. Nella stanza del tè, mi preoccupo soltanto di preparare un buon tè, mi preoccupo dei miei ospiti e di fare del mio meglio.</p>
<p>Per molti anni, ho dovuto guidare attraverso la città dopo il lavoro per frequentare la classe del tè. Nel bel mezzo del traffico più odioso ero sulla circonvallazione e guidavo verso la casa della mia sensei. Talvolta mi ci volevano più di due ore per arrivarci e io avevo il terrore di fare quel viaggio. Quando arrivavo a lezione, ero in ritardo, frustrata e distratta. Una sera notai, tornando a casa, che tutte le volte che andavo a una lezione sul tè, ero molto felice sulla via del ritorno. Il più delle volte, il traffico era molto leggero, ma talvolta era altrettanto pesante dell’andata. Non importava, ero felice di guidare verso casa.<span id="more-3349"></span></p>
<p>La sensei dice “Wa, kei, sei, jaku sono facili nella stanza del tè”. Questo è quello a cui mi stava addestrando. La parte difficile è portare il wa, kei, sei, jaku con sé quando si va via.  Quando iniziamo a prendere seriamente la via del tè, qualcosa cambia nelle nostre vite. Vogliamo condividere l’esperienza che abbiamo nella stanza del tè con gli altri. Ho notato nella mia vita di come iniziai a pulire dopo che ero stata piuttosto sciatta nel periodo della mia crescita. Iniziai a svuotare la casa dalle cose, a parlare a voce più bassa e a perdere meno le staffe. Mio marito ha detto che il tè ha cessato di essere un hobby per me ed è diventato uno stile di vita.</p>
<p>Il Credo Urasenke inizia:</p>
<p>Stiamo sinceramente apprendendo l’essenza del Chado e pratichiamo per applicarlo alle nostre vite quotidiane.  Riflettiamo continuativamente per conseguire questo obiettivo. Nell’accettare una tazza di tè, saremo grati per la gentilezza degli altri e sempre attenti alla reciproca considerazione. Comunicheremo le virtù del Chado con il nostro esempio:</p>
<ol>
<li>Dobbiamo      considerare innanzitutto gli altri.</li>
<li>Siamo una      famiglia e lo Iemoto è un nostro genitore. Tutti quelli che varcano il suo      cancello per imparare il Chado sono fratelli. Dal momento che siamo uno      nello spirito, rispetteremo tutti quelli che incontriamo.</li>
<li>Mano a mano      che avanziamo lungo la Via      del Tè, manterremo sempre lo spirito del principiante.</li>
<li>Con un cuore      sincero e generoso, collaboreremo per coltivarci e illuminare il mondo in      cui viviamo.</li>
</ol>
<p>Tradotto dal blog di Sweet Persimmon da Mariella Minna</p>
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		<title>Come sono arrivata al tè</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 07:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admingi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono molto felice che mi sia stato chiesto di contribuire come ospite a questo blog. Iniziamo dal...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/come-sono-arrivata-al-te/">Come sono arrivata al tè</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/06/cerimonia-del-tè-2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-3326" title="cerimonia del tè 2" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/06/cerimonia-del-tè-2-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p>Sono molto felice che mi sia stato chiesto di contribuire come ospite a questo blog. Iniziamo dal principio, perché come Julie Andrews ha detto in “Tutti insieme appassionatamente”, è un ottimo luogo per iniziare.</p>
<p>Sono arrivata al mondo della cerimonia del tè giapponese attraverso il mio attaccamento per le foglie cadute dagli alberi. Vivevo nell’area di Seattle a quell’epoca e stavo cercando di comprare qualche bustina per il tè con la parte alta aperta da Teavana nel centro commerciale Bellevue. Nel negozio, stavano promuovendo il matcha e i tè verdi e  ho notato un display con un frustino di legno dall’aspetto unico. Avevano un kama di ferro, una lattina di matcha e un libro intitolato “Cerimonia del tè giapponese”. Presi il libro per sfogliarlo e ammirare le belle fotografie. Non capii realmente quello che guardavo ma pensai tra me e me: “Wow, che figata!”</p>
<p>Passò qualche anno in cui non dedicai molti pensieri allo studio del tè. Mi ero trasferita a Portland e stavo visitando il tranquillo Giardino giapponese di Portland per la prima volta. Per caso, mi trovai lì durante una dimostrazione di cerimonia del tè. In quella particolare dimostrazione, chi spiegava richiese a un paio di ospiti di unirsi a lei per bere una tazza di tè nella casa del tè. Fui abbastanza fortunata da essere scelta.<span id="more-3323"></span></p>
<p>Mi sedetti a gambe incrociate e in maniera goffa nella stanza del tè per la prima volta e capii di trovarmi in un luogo speciale. Non sono una persona particolarmente religiosa (mi considero una persona spirituale) e quel giorno fui sorpresa dallo scoprire che essere in una stanza del tè mi dava un’esperienza spirituale. Mi fece sentire piccola e insignificante. So che è un’espressione trita ma mi mancava il fiato al punto da non poterlo ignorare. Era la stessa sensazione che provo quando guardo un cielo stellato senza nuvole. Avvertivo questa spinta spirituale e cercavo solo di prestare attenzione al padrone di casa, ascoltare il discorso di chi spiegava e assorbire quell’opportunità ricca e speciale che mi veniva data.</p>
<p>Quando arrivò il mio turno di bere il tè, fui sorpresa di quanto fosse BUONO! La schiuma scivolava giù e lasciava uscire gli unici aromi del tè. Sapevo che il tè potesse essere buono ma mio dio. Questo era diverso da tutto quello che avevo bevuto prima. A quel punto seppi di volere vedere quello di cui trattava il Chanoyu. Fu quello, amici miei, a portarmi a questo tesoro culturale.</p>
<p>Tradotto dal blog di Sweet Persimmon da Mariella Minna</p>
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		<title>Il cucù estivo</title>
		<link>http://www.giapponeinitalia.org/il-cucu-estivo/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 07:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admingi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cerimonia del tè]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>natsu no yo no fusu ka to sureba hototoguisu naku hitokoe ni akuru shinonome In una notte...</p><p>L'articolo <a href="http://www.giapponeinitalia.org/il-cucu-estivo/">Il cucù estivo</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.giapponeinitalia.org">Giappone in Italia</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/06/hototogisu03THUMB.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3305" title="hototogisu03THUMB" src="http://www.giapponeinitalia.org/wp-content/uploads/2011/06/hototogisu03THUMB.jpg" alt="" width="202" height="258" /></a></p>
<p>natsu no yo no</p>
<p>fusu ka to sureba</p>
<p>hototoguisu</p>
<p>naku hitokoe ni</p>
<p>akuru shinonome</p>
<p>In una notte d’estate,</p>
<p>non appena mi ero distesa</p>
<p>ecco che appare la prima luce</p>
<p>pallida dell’alba – annunciata</p>
<p>da un’unica canzone del cucù.</p>
<p>L’<em>hototogisu</em> è un tipo di cucù giapponese (Cuculus poliocephalus). Il canto dell’hototogisu segnala tradizionalmente l’arrivo dell’estate. In alcuni racconti, il grido funereo di un hototogisu in un bosco solitario era associato al desiderio degli spiriti dei morti di ritornare dai propri amati ancora in vita. L’hototogisu è stato a lungo un tema popolare nella letteratura e nella poesia giapponesi, apparendo sia ne Il racconto di Genji che ne Il libro del cuscino, e comprendendo praticamente un intero genere di haiku dedicati all’hototogisu. È una parola comoda che contiene 5 sillabe e quando si aggiunge yama (montagna), ne comprende 7.<span id="more-3303"></span></p>
<p>Quando il poeta Masaoka Shiki aveva 16 anni, si recò a Tokyo per studiare letteratura nella migliore università del paese. Fu ammesso nel 1890 ma improvvisamente si ammalò all’età di 23 anni. Gli fu diagnosticata una malattia ai polmoni. Quella notte scrisse il seguente haiku:</p>
<p>Mi sembra</p>
<p>Che un piccolo cucù possa essere arrivato volando</p>
<p>Per puntare ai fiori di deuzia</p>
<p>Si diceva che l’hototogisu sputasse sangue quando cinguettava – un sinonimo della tubercolosi. A partire da questa diagnosi, utilizzò il nome della sua penna, Shiki. <em>Shiki</em> è un altro nome per hototogisu e significa “piccolo cucù”. Fondò la rivista letteraria <em>Hototogisu</em> e fece da patron a una quantità di giovani poeti. Shiki giocò un ruolo fondamentale nel revival delle forme tradizionali del waka e haiku. Egli difese uno stile poetico realistico e descrittivo che considerava come lo spirito originale della poesia giapponese e i suoi trattati poetici influenzarono profondamente il mondo letterario nella sua ricerca di definire le modalità espressive giapponesi moderne.</p>
<p>Ci sono almeno nove modi per scrivere “hototogisu” utilizzando i kanji giapponesi, solo alcuni dei quali riflettono realmente l’uccello a cui danno il nome: cucù dei boschi, misurazione dell’uovo (può suggerire la pratica dell’uccello di fare le uova nel nido di altri uccelli), uccello del tempo, senza fissa dimora, spirito di Szechuan, cucù veloce, cucù dei campi di grano, uccello che sta in una mano, tetto dei boschi.</p>
<p>C’è anche un fiore che può essere utilizzato per il chabana chiamato hototogisu. Si suppone abbia questo nome perché i petali screziati ricordano il petto dell’uccello.</p>
<p>Tradotto dal blog di Sweet Persimmon da Mariella Minna</p>
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