11 marzo 2009
Adolfo Farsari, avventuriero fotografo… letteralmente un’ emozione venirne a conoscenza!!
Vagando per le vie del centro di Padova mi imbatto nella locandina di una mostra fotografica dal titolo “Un vicentino nel Giappone dell’Ottocento. ADOLFO FARSARI fotografo tra ideali e imprenditoria”… e la curiosità diviene attrazione fatale!
In una saletta mignon al piano interrato della libreria Pangea, famosa per essere specializzata in carte topografiche e geologiche, per la letteratura da viaggio e le guide turistiche, mi trovo di fronte a delle immagini dalla valenza emotiva indescrivibile.
Fotografie dipinte dai colori delicati, evocativi, immagini di un mondo lontano, tradizionale, momenti quotidiani fissati nostalgicamente sulla carta che testimoniano romanticamente il passaggio dal Giappone antico a quello moderno di epoca Meiji.
Ma chi è l’autore di queste tracce di un mondo lontano?
La risposta è Adolfo Farsari. Vicentino nato da famiglia borghese nel 1841 ebbe una vita a dir poco avventurosa, romanzata, quasi incredibile. Le intricate vicende di cui fu protagonista hanno come teatro l’Italia, gli Stati Uniti e il Giappone, dove approdò per dare espressione compiuta alla sua passione per la fotografia. I suoi atelier in Yokohama andarono distrutti per ben tre volte a causa di rovinosi incendi, ma fu sempre pronto a ripartire con la stessa convinzione che l’aveva spinto a intraprendere quella strada; lo ritroviamo tra i soci fondatori della Nihon Shashin Kai, l’associazione fotografica del Giappone, compie diversi “viaggi artistici” a piedi all’interno dello Honshu per fissare chimicamente le proprie emozioni e, a propria detta, è l’unico fotografo in Giappone ad ottenere il permesso di fotografare i giardini imperiali di Tokyo. La vocazione fotografica giunse piuttosto tardi e ciò che è sorprendente fu il modo in cui egli apprese quell’arte, come descrive Farsari stesso nelle sue lettere alla famiglia: “E dove ho imparato? Da me stesso; tutto ho imparato da me stesso. Anche la fotografia.” Studioso instancabile, divoratore di libri che egli stesso definisce i suoi unici amici “I libri sono i miei soli amici. Voglio dire che non passo il tempo che con quelli”.
Le sue intricate e turbinose vicende di vita si snodarono attraverso gli eventi storici più importanti della seconda metà dell’Ottocento, il risorgimento italiano, la guerra civile americana, l’apertura delle frontiere giapponesi agli occidentali; spregiudicato viaggiatore, non si cura per ben vent’anni di aggiornare la famiglia sui propri movimenti, apprende per caso da un amico che i genitori e la sorella sono ancora in vita e riprende con loro la corrispondenza come se niente fosse accaduto. Fiero della propria abilità, fa pagare a caro prezzo le sue opere affermando e facendo appendere all’ esterno del proprio atelier questa frase: “Se non comprendete perché le mie pitture sono di più valore di quelle d’altri, questo non è luogo per voi. Andate a comprarle in altro luogo”.
Morì nel 1898, lasciando in eredità alla sorella tutta la propria biblioteca composta di 232 volumi, tra cui un rifacimento della Keeleng’s Guide to Japan, e A Pocket-Book of Japanese words et phraeses, ad oggi tutti custoditi con cura nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza.
Eleonora Bertin