L'estetica del vuoto

29 aprile 2009

stanza-del-te-2Alla conferenza “Il vuoto, valore estetico nella casa e nella vita del samurai” hanno partecipato il Prof. Marcello Ghilardi dell’Università di Padova, Alberto Moro Presidente di Giappone in Italia e il celebre scultore giapponese Kenjiro Azuma.

 

Il Prof. Ghilardi ha aperto la sua esposizione con un filmato che ritraeva una nota villa imperiale giapponese, Katsura Rikyu. Dalle immagini risultava chiaro come la bellezza per i giapponesi non sia qualcosa di statico, bensì di dinamico. Per apprezzare la bellezza della costruzione e del giardino occorre muoversi e vedere da diverse prospettive. Grazie alle finestre, poi, la natura entrava a far parte della dimora, diventandone un elemento fondamentale. Se la bellezza è dinamica è perché si adatta alla natura: in costante divenire e asimmetrica. Fondamentale differenza rispetto ai giardini italiani, immobili nella loro simmetria. Come il fiore di ciliegio è caduco, così anche l’esistenza degli esseri viventi è impermanente. Anche il corpo di un anziano, fiaccato dall’età, possiede una propria bellezza intrinseca che corrisponde al passaggio del tempo che lo ha profondamente segnato.

 

Alberto Moro, invece, si è soffermato sull’architettura della stanza del tè, il chashitsu. La casa del tè, sukiya, è nata grazie all’apporto fondamentale del grande maestro del tè Sen Rikyu (1522-1591). La stanza del tè da lui disegnata è spoglia, incarna lo stile soan. Le pareti sono costruite con terra e fili di paglia, utilizzati come leganti, lasciati a vista per aumentare la rusticità dell’ambiente. Le finestre sono a listelli e/o costituite da una sorta di reticolato. L’unico elemento architettonico decorativo è il tokonoma, sorta di nicchia a cui è appeso il kakemono. Il kakemono è l’autentica attrazione della stanza del tè: un rotolo su cui è riprodotta una calligrafia opera di un maestro Zen o di un praticante del tè. Il quasi assoluto silenzio in cui si svolge la cerimonia e l’austerità dell’ambiente circostante consentono alla coscienza di ampliarsi e di cogliere anche le più minime esperienze sensoriali.

 

L’intervento dello scultore Kenjiro Azuma, di cui è esposta in questi giorni un’opera in Piazza della Scala, è stato sicuramente il più personale. Come un fiume in piena, Azuma ha raccontato la propria esperienza di vita, in relazione al vuoto. Il vuoto, ad esempio, che ha vissuto alla fine della seconda guerra mondiale quando è venuto a conoscenza della natura umana e non divina dell’Imperatore. Il vuoto delle difficoltà economiche dei primi anni a Milano, quando frequentava l’Accademia di Brera. L’incontro fondamentale con Marino Marini, di cui all’inizio cercava di imitare le forme. Sino a quando il maestro, che ha definito un maestro Zen italiano, è riuscito a trasmettergli in maniera indiretta la sua verità: la ricerca delle proprie radici è fondamentale per l’artista. Ed è così che Azuma ha incominciato a rappresentare il vuoto, diventando il celebre scultore che è oggi.

 

Mariella Minna

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