Intervista a Nello Taietti
In una soleggiata mattina di novembre a Milano, arrivo davanti alla Fondazione Luciana Matalon – una bellissima e ampia vetrina che porta all’interno della prima sala, inondata di una forte luce naturale. Dalla strada scorgo una parte delle foto in mostra, e una volta dentro mi torna alla mente il viaggio fatto all’inaugurazione del 6 novembre attraverso l’esposizione; tra le foto la cui divisione tra visione reale e onirica è nebulosamente offuscata da elementi che richiamano l’una piuttosto che l’altra, tra la sala multimediale dedicata a Sisyu, e anche tra le foto del backstage scattate da Gianmarco Taietti.
“Onironautica 3” è, come si evince dal nome, la navigazione tra i sogni di Nello Taietti, curata da Vera Agosti, che travolge lo spettatore e lo porta all’interno della realtà dell’inconscio; attraverso un percorso multimediale emozionale, che, nella sua astrattezza, proietta l’introspezione sì dell’artista, ma anche di chi guarda. Nello Taietti mi riceve subito, nonostante io sia in anticipo: gentile e rispettoso, fin da subito si premura di mettermi a mio agio in sua presenza – seppur mi risulti difficile dare del tu a un artista – e mi offre un grazioso dolcetto, impacchettato per lui da una sua conoscente con due dei colori che principalmente risaltano attraverso l’esposizione, il rosa e il nero. Cordialmente, mi invita a sedermi di fronte a lui, per poter cominciare l’intervista.
Come è nata l’idea di “Onironautica 1”?
L’idea di Onironautica 1 è nata molto prima della sua attuazione nel 2019. Nel 2003 ho seguito un gemellaggio con la cittadina coreana di Daegu, e, date le mie conoscenze, ho messo in scena a Milano l’opera di Puccini “Madama Butterfly”. È stato un grande successo, anche se molto faticoso; le prove sono durate quasi un anno. Abbiamo costituito un’orchestra giovanile con il Conservatorio di Milano dal nome di “Sinfonietta”, con un coro misto giapponese-coreano, il regista e il tecnico luci erano giapponesi, il direttore d’orchestra coreano così come il baritono… Abbiamo messo in scena questa “Madama Butterfly” e da lì ho iniziato ad approfondire il tema oriente, e sostanzialmente ad avere dei sogni, delle visioni, legate al mio innamoramento per la figura di Chōchō-san. Nei miei sogni, infatti, la supplicavo di non innamorarsi di Pinkerton, e le dicevo che invece io sarei stato disponibile! Sogni ricorrenti, alla fine dei quali non succedeva mai nulla. Siccome Puccini aveva previsto che la casa di Chōchō-san fosse proprio a Nagasaki, l’idea di Onironautica 1 finiva proprio con il tradimento dell’occidente nei confronti dell’oriente, con le bombe atomiche. Ma il mio sogno di Nagasaki terminava, come tutti i miei sogni, come quelli di Onironautica 2 e Onironautica 3, con un aspetto positivo, legato alla speranza e al cambiamento per il meglio. Avevo esposto, infatti, in quel caso, delle foto di Shibuya, di giovani, dove però figuravano anche l’alba, il sole che sorge, rappresentativi di un futuro migliore. Perciò le idee di Onironautica 1 sono il frutto di un approfondimento dello studio della mitologia, della filosofia, della storia del Giappone che avviene dal 2003 in avanti, fino alla realizzazione della prima installazione. Da questi approfondimenti è nato poi un legame profondo con il Giappone.
“Onironautica 3” vede la conclusione di questo viaggio con partecipazione e influenza da parte di varie culture orientali, in particolare quella giapponese. Lei si è avvicinato alla cultura giapponese in parte grazie all’opera di Puccini “Madama Butterfly”.
È stata “Madama Butterfly” a darmi lo spunto. Avevo, una volta, una galleria in Via Solferino; si chiamava Milarte, dove lavoravo con giovani ragazzi sia coreani che giapponesi dell’Accademia di Brera. Avevo però un approccio molto limitato, non di conoscenza. Da lì iniziai ad avere gli spunti per studiare. Ho letto molti libri, ho fatto qualche viaggio in Giappone, in Hokkaido, ci sono stati degli approfondimenti. Poi sono passato a Onironautica 2, che è nata nel 2023, ma è legata al periodo del Covid. Ho assorbito un po’ le situazioni esterne in Onironautica 2: iniziava la guerra in Ucraina, le persone morivano… Mi sono fatto quindi accompagnare in questo viaggio sulla Terra da tre muse, e ho fatto uso della mitologia greca, per arrivare al messaggio positivo del mantenere un’attitudine ottimista. Dopo tutte le morti del viaggio, dopo le fotografie di “corpi” di modelle avvolti nella plastica, come carne senz’anima, rimaneva la speranza di una rinascita, simboleggiata nel mio racconto da un cuore che torna a battere. In Onironautica 3 riprendo invece la mitologia e la storia giapponese, e il racconto si svolge nel Giappone contemporaneo, a Tokyo. La mia difficoltà non è stata nella fotografia o nei testi, che sono stati buttati giù quasi di getto, ma nel mettere insieme il tutto. La musica elettronica, Wagner, Puccini, il ballerino di danza Butoh, la ballerina giapponese di danza classica – mettere insieme questi elementi non è stato facile. Così come legare i simbolismi che ho rappresentato in Onironautica 3: la carpa, monito secondo la mitologia giapponese ad andare avanti seppur controcorrente, che Guido Daniele, bodypainter, ha dipinto sulla modella che rappresenta Ama- No-Uzume, la divinità femminile dello shintoismo che raffigura l’alba e la rinascita; o il ballerino di Butoh che chiamo “Nikutai”, un corpo di carne che racconta le verità dell’umanità e che in sé ha il racconto del mondo, Nikutai che mi accompagna in questo viaggio sulla Terra e che nasce, da un bozzolo, nella rappresentazione teatrale, e con una danza rivolto verso il pubblico osserva e concilia la voce dell’attore che mi rappresenta, Daniele Crasti, che ammonisce il pubblico a non cercare la verità, poiché chi la cerca o chi la trova vive nel tormento – vivete con leggerezza, vivete con amore: è questa la fase finale di Onironautica 3; i riferimenti alle tennyo, le divintà celesti giapponesi; i sinogrammi che abbiamo scelto per la mostra e riportato sulle nostre magliette (白昼夢), letteralmente “sogni bianchi”, sogni lucidi… è tutto un invito a sognare anche di giorno, poiché il sogno è speranza.
Perché, anche lavorando con diversi mezzi, come poesia e scultura, ha deciso che la rappresentazione fotografica e teatrale fossero il giusto veicolo per le idee di Onironautica 3? E, in particolare, perché ha scelto proprio la Danza Butoh?
Beh, la fotografia è l’elemento che mi accompagna in questo viaggio. Io amo la fotografia, ed è perciò un elemento essenziale in tutti i miei sviluppi, pur essendo, nel caso di “Onironautica 3” l’inizio del racconto che si svolge con la pièce teatrale. È il mezzo per arrivarci – ho fotografato i protagonisti della pièce, sostanzialmente. E perché il Butoh? Perché racconta in sé il dramma. Nasce nel 1946, dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, e racchiude in sé il racconto della vita e della morte. L’ho visto bene nel contesto del mio racconto – una morte, ma anche una rinascita. Per il ballerino si apre la vita, ma poi torna nel suo bozzolo, e i movimenti lenti, la mimica grottesca, raccontavano bene la prima parte della storia, che procede poi con fasi drammatiche con danza su Wagner, fino alla leggerezza delle armonie pucciniane come “E lucevan le stelle”, per poi arrivare, alla fine del dramma, al messaggio di speranza. La voce narrante della pièce teatrale è il sognatore, che racconta tutte le fasi del dramma. Oltre alle poesie racconta ciò che accade in scena, un mezzo per rendere fruibile e accessibile il viaggio a tutti gli spettatori.
Quanto la spiritualità ha influenzato le sue visioni oniriche? O i sogni influenzano la sua spiritualità?
Un po’ tutti e due. C’è una frammentazione notevole. Alcune volte la spiritualità, la ricerca dell’anima – che poi è una ricerca della mia anima, del mio io – influenza i sogni. In altri casi, è viceversa. Metto in dubbio l’onnipotente; in Onironautica riscopro la mitologia, gli dèi greci e vado a diminuire il monoteismo, mettendo in risalto queste forme divine. Lì pondero i dubbi, l’essere agnostico… Però la spiritualità c’è, una ricerca profonda dell’anima emerge sempre nei miei lavori, poiché tutto ciò che faccio nasce sempre per me. Sono consapevole che sia nei testi che nelle fotografie ci sono degli errori tecnici, però fortissimamente ho voluto che fosse così, ho voluto realizzare Onironautica con la visione in cui ho creduto e che avevo in mente per me stesso. Una ricerca davvero della spiritualità, dell’universo, di cosa siamo, di cosa saremmo – se ci saremo; ecco, questo.
Da quali motivazioni espressive è stata la scelta di rappresentare in bianco e nero la parte più onirica e invece a colori nella fotografia la parte più reale?
Normalmente io ho sempre prediletto abbinare la fotografia in bianco e nero a quelle a colori. Non tutti i sogni che faccio sono in bianco e nero, o a colori. Quindi la differenziazione dipende sempre dalle visioni che ho avuto. Tendenzialmente il bianco e nero mi avvicina di più al sogno. Però anche nel colore uso molto spesso la nebbiolina, o colori un po’ offuscati: diventa il sogno, rappresenta del sogno. La scelta è sempre dovuta anche alla mia realtà.
Come sono state scelte le opere di Sisyu nel contesto della mostra?
Con Sisyu ho un rapporto di amicizia. Ho parecchie sue opere da me a Milano e abbiamo lavorato molte volte insieme. Le opere sono state scelte per creare un ambiente dove si potesse svolgere tranquillamente la pièce teatrale. Ci sono quindi molte opere calligrafiche, ma ci sono anche opere legate allo shunga (i suoi racconti erotici). Ho cercato davvero di identificare delle opere rappresentative, come “Feasting Crow, Feasted Crow”. Il suo Corvo per me è estremamente simbolico, con il becco spezzato e il suo essere in fin di vita – la nascita e la morte. Ho cercato di rappresentare gli elementi che sono nei miei racconti. I kanji, che sono sempre un’invenzione di Sisyu, che vengono proiettati per tutta la durata dello spettacolo portandoci in un ambiente sognante, diverso.
Com’è nata la sua passione per la fotografia?
Nasce tantissimi anni fa. Mio padre non era un fotografo professionista, ma amava la fotografia. Allora c’erano le cineprese di 8 mm, c’erano prove, riprove. Si fotografava la Milano di un tempo. Poi, ho frequentato negli anni 1975-76 dei corsi di fotografia dove ho avuto dei maestri importanti, tra cui anche Berengo Gardin. Lì ho imparato a sviluppare le mie fotografie analogiche. Ho esposto al SICOF – la fiera della fotografia a Milano, un tempo molto importante – e sono stato anche premiato. Ho partecipato inoltre a diversi concorsi; è da lì, quindi, che nasce la mia passione. Inizialmente nel bianco e nero analogico, fin tanto che poi è arrivato il digitale e mi sono convertito; un’altra storia, un’altra vita. Camera oscura, digitale, ho fatto diverse cose. Ho anche fatto mostre legate alle mie prime foto in bianco e nero. Ho esposto in un museo di arte contemporanea a Zavattarello, in provincia di Pavia. Ma ho racconti di questo genere sparsi un po’ in tutta Italia.
Quindi è una passione quasi ereditaria.
Sì, quasi ereditaria. E questa passione l'ho trasmessa anche a mio figlio Gianmarco. Lui è molto più bravo di me nella post-produzione, che io non amo, perciò la faccio il meno possibile. Qualcuno dice, alcune delle mie foto non sono perfette perché, magari, l’immagine non è patinata, non è glamour… ma io, se si parla di visione artistica, devo mettere in risalto anche quelli che sono i difetti, il prodotto deve essere un’immagine che racconta. Seguendo questo concetto ho mappato, fotografando giovani e anziani, un paesino della Barbagia, Lula. Ho scelto di raccontare la storia di questa gente, con la fotografia in bianco e nero o con colori chiari, pur non essendo in sogno. Perché anche altri aspetti della mia arte, non necessariamente legati ad Onironautica, li vedo attraverso una lente sognante. Vivo male le pieghe prese dal mondo contemporaneo, mi angoscio, ma c’è sempre la mia speranza, seppur ridotta, di vedere un mondo diverso. Voglio accendere, con questa mia passione, un lume in maniera che qualcuno lo possa cogliere, e possa portare avanti questi elementi di ottimismo per un cambiamento futuro.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere Onironautica 3 quale sarebbe?
Speranza. La speranza è il sogno, il sogno ci dà speranza. E, occasionalmente, i sogni si realizzano. Sognando, ci si mette in testa di arrivare a una conclusione positiva. E non bisogna fermarsi alla notte: sognare di giorno, una vita diversa, realizzare ciò che porti alla speranza.
Una volta arrivati al termine del nostro dialogo, il signor Taietti mi invita a visionare una delle sue opere che tiene nel suo ufficio: una tela, rappresentativa del dolore causato dalle bombe atomiche, la violenza insensata della guerra sui civili; i kimono originali bruciati e una fotografia che si sbiadisce e brucia con la casa in cui è appesa, evocano le immagini di cui mi ha parlato e che lo seguono nel mondo interiore, sia da sveglio che dormiente. Le riflessioni sulla bomba atomica e, più in generale, sulle guerre, anche quelle che impestano e affliggono il mondo ancora oggi. E sull’arte che ne nasce, da questa sofferenza. Mi mostra inoltre una parte dei libri che ha studiato e letto nel corso degli anni, che lo hanno ispirato nel percorso di Onironautica ma anche della vita; io, per la mia parte, mi segno i titoli con l’obiettivo, un giorno, di avere un simile bagaglio culturale ed esperienziale. Ci salutiamo, infine, camminando insieme verso l’uscita, con una riflessione sul proseguire la vita rincorrendo sempre ciò che vogliamo per noi, aprendo la nostra mente a esperienze sempre nuove e abbandonando i pregiudizi che ci precludono di sognare un mondo migliore, in pace, e dove ognuno di noi ha diritto a esistere ed essere speranzoso. “Onironautica 3” continua fino al 29 novembre 2025. Sabato 22 novembre 2025 andrà in scena l’omonima pièce teatrale, “Onironautica 3”: è il viaggio di Nello Taietti verso la riconquista della propria anima e la luce e la speranza in essa, attraverso la sua visione della spiritualità e del divino, personale e anticonvenzionale.

Beatrice Artico, studentessa
