Il Bunraku

Il bunraku (文楽) è un tipico spettacolo di burattini nato in Giappone alla fine del XVI secolo e caratterizzato dalla combinazione di tre arti già presenti nel Paese: la manipolazione dei burattini, l’accompagnamento dello shamisen, uno strumento musicale giapponese a tre corde della famiglia dei liuti,  e la forma di recitazione detta joruri (teatro dei burattini). Il bunraku è nato con il termine di ningyo jōruri (人形浄瑠璃) e nel 2003 è stato dichiarato parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO.

Le origini e la storia del Bunraku

Inizialmente il bunraku era composto dal joruri e dalla manipolazione dei burattini, mentre successivamente venne aggiunto l’elemento musicale.

La forma più antica del joruri risale ai tempi della nascita della civiltà giapponese, quando giovani donne recitavano preghiere nei santuari shintoisti animando bambole rudimentali. Nel VII secolo arrivarono in Giappone molti burattinai provenienti dall’Asia, chiamati kairaishi o kugutsumawashi, i quali secoli più tardi si stabilirono in alcuni luoghi che divennero memorabili per il joruri: il villaggio di Sanjo, sull’isola Awaji, e la città di Nishinomiya, situate entrambe nella prefettura di Hyogo.

L’isola di Awaji è definita dai giapponesi come la culla del teatro dei burattini e i suoi abitanti ne sono ancora altamente orgogliosi. Qui sono presenti quattro compagnie di burattinai, i cui membri sono semplici commercianti, contadini e pescatori. La compagnia più nota è guidata da un’anziana donna conosciuta con il nome d’arte di Ichimura Rokunojo. A Nishinomiya, invece, è possibile visitare un piccolo santuario dedicato alla divinità dei burattini: Dokumbo Hyakudayu.

La recitazione del joruri nel XV secolo

La recitazione del joruri era già presente nel Giappone del XV secolo, quando musicisti e menestrelli intrattenevano il pubblico narrando racconti di vario genere. Il più rappresentativo era il Joruri junidan zoshi (la cui suddivisione in dodici sezioni dà il titolo all’opera), scritto da Otsu Ono: è la storia d’amore tra Minamoto no Yoshitsune e la bellissima principessa Joruri.

Dal 1590 il Joruri junidan zoshi divenne sempre più famoso tra i repertori dei narratori di Kyoto, i quali incominciarono ad accompagnare la recitazione con uno strumento musicale denominato biwa (琵琶), un liuto piriforme a manico corto. Il termine joruri non si riferì più solamente alla principessa della storia, ma divenne rappresentativo di questa originale forma di declamazione.

Durante il XV secolo, inoltre, l’imperatore in ritiro Go-Yozei invitò i burattinai di Awaji e di Nishinomiya a Kyoto per rappresentare i testi del joruri attraverso il teatro dei burattini. Da grande appassionato di arte, suggerì che non ci sarebbe stato modo migliore che combinare le due arti per esprimere appieno i sentimenti del joruri. In seguito alla sostituzione del biwa con lo shamisen, uno strumento musicale a tre corde, le tre arti vennero finalmente combinate e nacque il bunraku così come lo conosciamo oggi.

La fondazione del Toyotake-za e la competizione con il Takemoto-za

Nel luglio dello stesso anno, Toyotake Wakatayu (discepolo di Gidayu) fondò un nuovo teatro, il Toyotake-za, il quale divenne un potente rivale del Takemoto-za. La competizione portò all’introduzione di molteplici innovazioni e miglioramenti nel teatro dei burattini, tra cui l’uso di tre manovratori per un solo fantoccio di dimensioni più grandi. Anche il pubblico divenne sempre più esigente, richiedendo che venissero utilizzati dei burattini più convincenti.Il drammaturgo Chikamatsu si dedicò soprattutto alla stesura di opere per il joruri, ma molte di queste vennero riadattate per il kabuki che le rese nettamente più famose. Gli spettatori, infatti, furono rapiti dalle nuove tecniche e dai nuovi costumi messi in atto dal kabuki, al punto tale che si arrivò a un declino del joruri, al fallimento delle due principali compagnie e alla chiusura dei rispettivi teatri.

L’influenza del Bunraku-za

Nei primi anni del XIX secolo, Uemura Bunrakuken, originario dell’isola di Awaji, riuscì a destare nuovamente l’interesse del pubblico nipponico verso il joruri grazie alla fondazione di un nuovo teatro a Osaka. Anche dopo la sua morte, nel 1810, l’arte e le tradizioni di Bunrakuken continuarono a essere tramandate dal figlio adottivo e dai suoi discendenti. Nel 1811 il teatro fu riposizionato vicino al santuario di Inari a Osaka e nel 1872 venne nuovamente spostato a Matsushima, la zona più occidentale di Osaka. Da allora venne denominato Bunraku-za e il termine bunraku cominciò a rappresentare la varietà di intrattenimento tipica di Bunrakuken.

Durante il periodo Meiji (1868 – 1912) il bunraku visse un periodo di grande prosperità grazie agli eredi di Bunrakuken. Tuttavia, nel 1909 iniziò nuovamente un lento declino, quando Uemura Daisuke, ultimo proprietario del Bunraku-za, perse il suo capitale e fu costretto a vendere il teatro alla Compagnia Shochiku.

Nonostante la nuova Compagnia, che prese le redini del Bunraku-za, vantasse anche artisti di un certo calibro, si vociferava che ormai il bunraku avesse i giorni contati. Fu così che, nel 1933, la Dieta nazionale del Giappone riconobbe il bunraku come tesoro culturale nazionale, nel tentativo di nobilitare quest’arte.

Durante la seconda guerra mondiale (1945) il joruri subì un altro grave danno, quando i raid aerei distrussero quasi completamente ciò che restava del Bunraku-za e dei suoi preziosi burattini. La sua ricostruzione avvenne nel 1956 nel distretto di Dotonbori.

Il Bunraku dopo la seconda guerra mondiale

Dopo la guerra il bunraku attirò l’interesse del pubblico occidentale, tanto che nel 1962 una troupe di ventotto membri si esibì a Seattle, Vancouver e Los Angeles. Gli spettacoli, però, attiravano ancora poche persone, probabilmente perché veniva utilizzata una lingua antica da più di duecento anni. Nel 1963 la Compagnia Shochiku venne sostituita da una nuova associazione non-profit, la Bunraku Kyokai. Per cercare di attirare più sguardi sul bunraku, la Bunraku Kyokai introdusse una serie di novità, come gli adattamenti di opere occidentali e di teatro no e kabuki, ma nessuna venne introdotta ufficialmente nel repertorio e il pubblico continuò a preferire le opere tradizionali.

Tuttavia, nonostante nel 1900 il bunraku abbia dovuto subire numerose difficoltà, è sempre rimasto parte integrante della cultura del popolo giapponese.

Il Bunraku oggi

Oggi l’interesse del pubblico verso il bunraku non è più tale da permettere agli artisti di guadagnarsi da vivere solo attraverso quest’arte, costringendoli a dedicarvisi solo saltuariamente o come passatempo. In un mondo in costante cambiamento e in cui la tecnologia ha preso il sopravvento, ci sarà un futuro per il teatro giapponese dei burattini? Ormai gli artisti di grande fama stanno invecchiando e le nuove generazioni non sono molto disposte a seguire una dura disciplina di trent’anni di apprendistato e le difficoltà economiche all’orizzonte. Finora il bunraku è riuscito a mantenere viva la sua tradizione, ma se i giovani d’oggi scoprissero la vera magia che si cela dietro quest’arte, se ne potrebbe inaugurare una nuova florida epoca.

Le caratteristiche dei burattini

I burattini (kugutsu傀儡) hanno una grandezza quasi umana: sono alti circa 120-150 cm e pesano fino a oltre 10 kg. Sono formati da un corpo principale (un’asse di legno con una fessura per mantenere la testa) sul quale sono applicate delle cinghie di stoffa per creare la forma delle spalle e per attaccare le braccia e le gambe. La testa e gli arti superiori e inferiori sono separati dal busto e possono essere facilmente sostituiti.

La testa

La testa (kashira頭) viene costruita con il legno di cipresso dell’area di Nagoya, ideale perché leggero ma robusto. Al suo interno sono presenti vari meccanismi che permettono di muovere le sopracciglia, gli occhi e la bocca e, in alcuni cas, di trasformare completamente il volto (ad esempio da donna a demone). È per questo che la testa è la parte più espressiva di un burattino! Quelle di uso più comune sono 45 e vengono classificate in base al sesso, l’età, la classe sociale, i ruoli e le personalità rappresentate, tra cui:

  • keisei, una cortigiana di alto rango, sensuale, colta e coraggiosa;
  • yokanbei, un uomo poco raccomandabile;
  • La costruzione della testa non è semplice come si potrebbe pensare: creare un’espressione facciale che riesca a far trasparire i vari stati d’animo è uno degli aspetti più difficili nella creazione di un burattino. Per le teste dei burattini femminili, per esempio, si predilige un espressione triste, dato che si trovano spesso in situazioni che recano loro sofferenza anziché gioia.
  • waka otoko, un giovane affascinante.

Un’altra particolarità è data dalle parrucche, non interscambiabili da una testa all’altra, create con capelli veri e con più di cinquanta tipi di acconciature.

Le mani

Anche le mani rivestono un ruolo importante nella definizione dei vari personaggi: ne esistono 9 stili classici, classificati in base al colore, e 24 più particolari, per creare effetti scenici. Alcuni burattini sono costruiti in modo tale da poter muovere le dita delle mani attraverso l’uso di un bastoncino; in questo modo i burattinai riusciranno a rappresentare in maniera più realistica azioni come la danza o l’utilizzo di una spada.

I burattini femminili

I burattini femminili sono più piccoli e più leggeri di quelli maschili, e non hanno né mani né piedi. Secondo le autorità giapponesi questa mancanza dona in realtà un certo fascino al personaggio femminile e non è nemmeno così irrealistica come si potrebbe pensare, dato che i kimono più antichi coprivano quasi del tutto i piedi delle donne.

Le gestualità del Bunraku

La gestualità del bunraku riprende quella del kabuki e riveste un ruolo fondamentale nel dare vita ai burattini.  All’interno di questa tradizione esistono due principali tipologie di gesti: il furi, ovvero la riproduzione stilizzata di tutti i movimenti che un essere umano può eseguire; e il kata, che comprende invece gesti simbolici ed espressivi, come l’ushiroburi (“voltarsi all’indietro”) del personaggio femminile. Questi elementi permettono ai burattinai di esprimere emozioni, intenzioni e stati d’animo attraverso un linguaggio scenico altamente codificato. 

Ecco alcuni dei movimenti usati dai burattinai:

Tra i movimenti più utilizzati dai burattinai figurano diverse azioni significative. Quando un burattino feminile compie un passo avanti, ad esempio, posa prima il piede destro, mentre un burattino maschile avanza con il piede sinistro. Per mostrare un moto di indietreggiamento, il burattino femminile inclina la testa all’indietro. Per asciugarsi le lacrime, il burattino femminile muove la testa mentre quello maschile utilizza le mani. Quando un burattino punta la mano al cielo vuol dire che sta chiamando un altro personaggio e quando volta la testa ripetutamente a destra e a sinistra sta esprimendo paura. Inoltre, l’ingresso in scena di un burattino femminile, avviene spesso con un andatura lenta che poi accelera gradualmente. Infine, quando due burattini si incontrano, quello di grado inferiore esegue un inchino silenzioso. Questi dettagli mostrano come il bunraku riesca a mettere in scena, con sorprendente realismo, azioni che gli attori in carne e ossa non potrebbero riprodurre con la stessa precisione. Inizialmente sia i burattini che i loro costumi erano costruiti direttamente dai burattinai, ma via via che il bunraku progredì apparvero anche i primi artigiani e costumisti teatrali.

I burattinai del Bunraku

Nel XVII secolo i burattini venivano manovrati da un solo artista, ma dal 1734 è stato introdotto l’uso di tre manovratori per un solo burattino.

Un aspirante burattinaio iniziava a studiare tra i 6 e i 10 anni per apprendere le capacità necessarie e una buona tecnica di manovrazione. Per eseguire i ruoli principali doveva affrontare un duro apprendistato della durata di trent’anni: dieci per imparare i movimenti dei piedi, dieci per quelli del braccio sinistro, e dieci anni per la testa e il braccio destro. In seguito si specializza in ruoli maschili o femminili. A causa di questi lunghi anni di pratica, spesso i burattinai avevano le dita, le unghie e i palmi delle mani completamente sfigurati, i quali erano però anche segno d’impegno e bravura.

Per i ruoli minori vengono utilizzati burattini più semplici e più piccoli, chiamati tsume, che richiedono un solo manovratore, mentre per quelli principali ne sono necessari tre:

  1. omozukai: il manovratore principale che si occupa del busto, della testa e del braccio destro del burattino.
  2. hidarizukai: muove il braccio sinistro attraverso un bastoncino lungo circa 38 cm attaccato al gomito del burattino. Si occupa anche di prendere gli oggetti di scena che verranno utilizzati dal burattino.
  3. ashizukai: muove le gambe e i piedi dei personaggi maschili e ne simula la presenza in quelli femminili. Inoltre riproduce il suono dei passi del burattino battendo i propri piedi sulle assi del pavimento.

Forse vi starete chiedendo come sia possibile concentrarsi sulla rappresentazione dell’opera quando sono visibili così personaggi sul palcoscenico. Non sarà un po’ troppo confusionario?

Non preoccupatevi, riuscirete subito ad abituarvi anche grazie ai costumi di scena! I burattinai sono vestiti in modo tale da coprire tutto il corpo. L’omozukai indossa l’antico abito cerimoniale dei samurai e i butai geta (zoccoli in legno), con i quali si trova in una posizione sopraelevata rispetto agli altri manovratori. Inoltre è l’unico con il volto scoperto, mentre lo hidarizukai e l’ashizukai coprono il volto con un cappuccio e indossano dei semplici abiti neri. Infine, tutti indossano dei guanti (originariamente bianchi per lo omozukai e neri per lo hidarizukaii e lo ashizukai) per nascondere gli avanbracci.

Il declamatore e il musicista di shamisen

Altri protagonisti del bunraku sono il declamatore e il musicista di shamisen, i quali creano l’atmosfera dell’opera, il cui testo viene per metà parlato e per metà cantato. Il declamatore, chiamato tayu, narra la storia dei burattini e dà voce ai loro pensieri e sentimenti, utilizzando diverse intonazioni e differenziando i personaggi maschili da quelli femminili.

La declamazione ricorda le tecniche dei canti Buddhisti e si basa su tre elementi essenziali:

  • kotoba: il semplice “parlato” che viene usato per monologhi, dialoghi e parti narrative;
  • jiai: il ritmo e la modulazione che si ricavano con l’alternanza di toni forti e deboli, lunghi e corti, alti e bassi;
  • fushi: basato sulla melodia e sul ritmo.

Per potersi esibire il declamatore deve attendere le note dello shamisen. Il ruolo del musicista è di marcare le espressioni del declamatore, regolare il tempo dei gesti dei burattini e fornire effetti sonori, come il suono del vento o della pioggia. Riuscireste mai a immaginare uno spettacolo di bunraku senza questa particolare atmosfera?

Se inizialmente queste figure erano nascoste al pubblico, dal XVIII secolo vennero collocate su una piattaforma al lato destro del palcoscenico. Entrambe indossano gli abiti tradizionali e, mentre il declamatore può seguire lo scritto dell’opera, il musicista deve basarsi unicamente sulla memoria. Inoltre, il declamatore è seduto sui talloni, con gli alluci piegati sotto i piedi: una posizione che gli consente di coinvolgere tutto il corpo nella declamazione e di usare appieno l’energia della voce.

Le opere teatrali più famose del Bunraku

Tra le opere teatrali più famose possiamo ricordare: il Kanadehon Chushingura 仮名手本忠臣蔵 (Chushingura: Il tesoro dei fedeli servitori): è un racconto storico di lealtà e vendetta che si basa sulla crociata dei famosi 47 ronin per vendicare la morte del loro ex signore feudale. L’opera fu scritta da Chikamatsu Monzaemon e poi adattata da Takeda Izumo II, e andò in scena per la prima volta nel 1748 al Takemoto-za. Il Sonezaki Shinjū 曾根崎心中 (Gli amanti suicidi di Sonezaki): capolavoro scritto da Chiakamatsu nel 1703, parla di un doppio suicidio d’amore accaduto davvero poco prima della stesura del testo. L’opera divenne talmente famosa da salvare il Takemoto-za dalla bancarotta, ma ispirò anche centinaia di giovani a replicarne l’atto finale, spingendo il governo a rendere illegali le opere teatrali sui suicidi amorosi. Infine il Kokusen’ya Kassen 国性爺合戦 (Le battaglie di Coxinga): scritta nel 1715, è l’opera più popolare di Chikamatsu e quella che andò in scena per 17 mesi di seguito ad Osaka. La storia narra di Coxinga, una figura storica sino-giapponese che cercò di ripristinare la dinastia cinese Ming.

Dove guardare uno spettacolo di Bunraku

Per vedere uno spettacolo di bunraku potete recarvi al National Bunraku Theatre di Osaka e al National Theatre di Tokyo. Se siete alle prime armi e non avete mai visto una rappresentazione di joruri, vi consiglio di recarvi al National Bunraku Theatre nel mese di giugno e seguire uno dei loro spettacoli in cui vengono fornite spiegazioni per poter seguire meglio la storia. Potreste anche leggere in anticipo il programma dell’opera e lo Yukahonshu, ovvero il testo della narrazione che viene venduto a teatro, oppure affittare delle cuffie per ascoltare la traduzione in inglese. A gennaio, aprile, luglio, agosto e novembre potreste invece assistere alle produzioni più famose. Al National Theatre di Tokyo, invece, è possibile assistere a spettacoli semplificati nel mese di dicembre, mentre le opere principali vengono generalmente messe in scena a febbraio, maggio, settembre e dicembre.

 

                                                                                                                                                                                            Giulia Besana studentessa