Il Giappone invisibile: quando il quotidiano diventa arte
Nell’universo spazio-temporale del Giappone, c’è un momento che non è possibile reperire nelle guide turistiche e nell’eterogenità di grandi gruppi di turisti curiosi di “vedere”.
Non è indicato da alcuna freccia gialla, non compare nelle mappe dei tour-operator o agenzie turistiche, non si prenota online.
Eppure è forse il più autentico dei momenti possibili in un viaggio: il momento in cui ci si accorge che quello a cui si sta assistendo non è un gesto qualunque, ma il compimento di una forma.
Il tè viene versato in silenzio. I polsi ruotano con una precisione che non appartiene all’abitudine ma all’intenzione in cui ogni movimento è stato appreso, corretto, rifatto migliaia di volte fino a diventare qualcosa che assomiglia alla grazia divenendo parte intrinseca della persona. La cerimonia del tè —chanoyu— non è semplicemente un modo di bere, è una filosofia dell’attenzione, codificata nel XVI secolo dal maestro Sen no Rikyū e rimasta, nei suoi fondamenti, sostanzialmente intatta. I quattro principi la governano sono: armonia (wa), rispetto (kei), purezza (sei), tranquillità (jaku). Quattro parole che in Occidente definiremmo concetti prevalentemente estetici e che in Giappone sono invece istruzioni pratiche per stare nel mondo.
Ed è precisamente davanti a uno di questi oggetti —una ciotola, una pietra, un ramo storto— che il visitatore straniero si trova spesso a fermarsi, sorpreso da qualcosa che non riesce a nominare del tutto. Quella sensazione ha un nome giapponese: wabi-sabi. È l’estetica dell’imperfezione, dell’incompiutezza, del transitorio, del fragile e momentaneo. Una ciotola raku con le sue irregolarità è più bella, non meno bella, di una perfettamente simmetrica. Un giardino che mostra i segni del tempo —il muschio che avanza, il lichene che colonizza le pietre— è più eloquente di uno appena potato. Il wabi-sabi non è una rassegnazione alla decadenza, bensì è il riconoscimento che la bellezza abita il processo, non il risultato.
I giardini giapponesi meritano un capitolo a parte. Quelli delle grandi ville di Kyoto —il Katsura Rikyū, il Shinjuku Gyoen, i giardini del tempio Ryōan-ji con il celebre karesansui, il giardino di rocce e ghiaia rastrellata— sono ecosistemi progettati per essere percepiti in movimento, passo dopo passo, come si legge una poesia, con calma e sincerità. Nulla è casuale; l’angolo da cui appare una lanterna di pietra tra i pini è calcolato; il suono dell’acqua in certi punti ed il silenzio in altri sono pianificati. Qualcuno cura questi luoghi da secoli. Il giardiniere che rastrella la ghiaia all’alba non sta lavorando ma sta componendo.
Il Giappone, in fondo, è un paese che ha risposto alla domanda fondamentale dell’estetica —perché alcune cose ci sembrano belle— con una pratica invece che con una teoria. Non ha cercato di definire il bello in astratto, ha semplicemente continuato a fare le cose bene, con attenzione, per generazioni. Ed in quella continuità ostinata, pervicacia silenziosa, ha trasformato il vivere quotidiano in una delle grandi arti del mondo.

