Teatro Kabuki

La parola “Kabuki”, si riferisce a una forma tradizionale di teatro giapponese, ed è formata dalla somma di tre kanji: Ka (canto), Bu (danza), e Ki (abilità). Nelle opere teatrali, ricche di elementi drammatici, troviamo uno stretto rapporto tra recitazione e danza, oltre che l’impiego di canti e strumenti musicali (tamburi, flauti e shamisen a tre corde).

Il teatro Kabuki venne rappresentato per la prima volta  a Kyoto nel 1596, seppur fu nel corso del periodo Edo (1603-1868) che assunse la sua forma caratteristica. Alla fine del XVII secolo infatti il Kabuki fu patrocinato da ricchi mercanti, e ciò avvenne in concomitanza con l’impoverimento e il graduale declino della casta dei guerrieri. Sviluppatosi specialmente per il divertimento del popolo, il Kabuki aiutò quest’ultimo a intraprendere la strada dell’emancipazione culturale.

Le origini del Kabuki sono intrecciate con le prime apparizioni di Okuni, una danzatrice itinerante che vantava un legame personale col santuario di Izumo. Essa era stata forse una Miko (giovane assistente) oppure una vergine del grande santuario di Izumo. La compagnia di Okuni divenne presto famosa anche per via delle esibizioni provocanti delle sue danzatrici e da conseguenti fenomeni di prostituzione. Con l’improvvisa morte di Okuni, si formarono spontaneamente altre compagnie femminili (Onna Kabuki) con le stesse caratteristiche licenziose, fino a ché però nel 1629 lo Shogunato non vietò alle donne di esibirsi, facendole rimpiazzare da giovani attori (Wakashu). Ciononostante, i problemi legati alla moralità persisterono, e non si attenuarono fino al momento in cui il governo decise di far salire sul palco solo uomini già avanti con l’età. Tale tradizione si è così conservata sino ai giorni nostri.

Nel teatro Kabuki, il palco principale in legno (Hon Butai) è leggermente decentrato sulla destra degli spettatori, mentre alla sinistra del pubblico troviamo una passerella (Hashigakari) collegata ai camerini degli attori. “Hanamichi” invece è il nome del camminamento rialzato che permette agli attori di uscire di scena.

Le opere kabuki si possono raggruppare in tre tipi: Jidaimono (opere storiche); Sewamono (opere contemporanee); e Shosagoto (opere di danza). Le prime trattano spesso delle vicende legate a guerrieri e aristocratici dei periodo precedenti a quello Tokugawa. Tra gli spettacoli di vita contemporanea invece, sono famose le rappresentazioni teatrali delle opere di Chikamatsu Monzaemon, specialmente quelle storie amorose che si concludono con un doppio suicidio.

Nel kabuki troviamo generalmente due stili di recitazione, il magniloquente Aragoto di Edo e quello più delicato, Wagoto, formatosi nell’area Kamigata (Kyoto/Osaka). Lo stile Aragoto venne introdotto verso la fine del XVII sec. dal primo Ichikawa Danjuro (1660-1704). Esso è un modo di recitare volutamente esagerato, dove le pose dei personaggi sono ispirate a rappresentazioni di divinità buddhiste dall’aspetto inquietante, come quella di Fudoomyoo. A questi personaggi, eroi chiamati a fronteggiare nemici malvagi, vengono pitturati i volti per enfatizzarne le espressioni, utilizzando una tecnica di trucco chiamato Kumadori. “Shibaraku” è considerata una delle più grandi opere in stile Aragoto.

Pioniere del più realistico e raffinato stile Wagoto fu invece Sakata Toojuroo I (1647-1709). Le tematiche trattano spesso delle travagliate vicende amorose di giovani amanti. Particolare l’opera “La vendetta dei Soga”, dove uno dei due fratelli, Goro è recitato in Aragoto, mentre l’altro, Juro, in Wagoto.

Altra carattesristica del kabuki sono le parrucche e i costumi sgargianti indossati dai personaggi. Questi ultimi sono tanto appariscenti quanto più è alto lo status sociale di chi li indossa.

 


Lo Shintō - La religione autoctona del Giappone

Le origini dello Shintō

Considerata la religione nativa del Giappone, le origini dello Shintō si sono perse nel tempo. Sviluppatosi parallelamente al Buddhismo, una netta divisione tra i due fu data solo in epoca Meiji (1868), quando fu dichiarato religione di stato.
Lo Shintō ha un ruolo chiave all’interno dell’istituzione imperiale, come anche confermato dai classici della letteratura giapponese Kojiki (712) e Nihon Shoki (720), i quali identificano Jinmu (discendente della dea del sole Amaterasu) come il primo imperatore della nazione.    
I santuari (jinja) sono i luoghi-simbolo dello Shintō e condividono caratteristiche comuni, quali avere dei portali (torii) al suo ingresso e delle corde (shimenawa) adiacenti al luogo di culto, quest’ultimo spesso circondato da un recinto di legno. Spesso i santuari si trovano al centro di ambienti naturali, come anche ai piedi o sulla cima di un monte, vicino a foreste o a cascate: questi infatti sono ritenuti essere la dimora naturale dei kami, le divinità.

In Giappone esistono circa 100,000 santuari, la maggior parte appartenenti al Jinja Honchō, un’organizzazione caritatevole con base a Tōkyō, mentre il resto sono dedicati a Inari, dio del riso, e fanno capo al santuario Fushimi Inari di Kyoto. Data la sua lunga storia, in Giappone è possibile trovare costruzioni shintoiste di epoche molte diverse tra loro: antiche come quelle di Ise e Izumo, o moderne come i santuari Meiji e Yasukuni di Tōkyō. I sacerdoti shintoisti si riconoscono per il caratteristico copricapo nero (eboshi), per gli abiti di seta bianca e per lo shaku, uno strumento in legno usato nelle cerimonie.
Sebbene quello giapponese sia un popolo che difficilmente può essere considerato “religioso” come noi intendiamo, la maggioranza di esso partecipa regolarmente agli eventi dei santuari. La credenza fondamentale è che il kami, richiamato per mezzo della corretta procedura, possa garantire i suoi favori al praticante a prescindere dalla particolare identità o provenienza di quest’ultimo. Le richieste alle divinità spaziano dall’aver successo negli esami, alla guarigione da malattie, alla longevità, alla prosperità di un’attività commerciale, ad un felice matrimonio ecc.
Ogni santuario ha i suoi giorni di festa (matsuri) ma certi eventi, a cui ogni anno moltissimi giapponesi prendono parte, accomunano il calendario rituale shintoista: l’inizio del nuovo anno; la festa delle bambole (hinomatsuri) il 5 Marzo; il giorno dei bambini (tango no sekku) il 5 Maggio; le feste Tanabata e Bon a Luglio e il festival del raccolto autunnale. Allo stesso modo, la venuta al mondo di un neonato, le speciali cerimonie di Novembre per i bambini di tre, cinque e sette anni, come anche la festa per la maggiore età (seijin no hi) e i matrimoni, offrono altre occasioni per praticare lo Shinto.

Nell’entrare in un santuario shintoista ci si attiene a un certo rituale di purificazione psico-fisica che comincia dal padiglione dell’acqua (temizuya). Simbolicamente, ci si lavano le mani e la bocca prima di accedere all’altare. Quì ci si inchina, si battono le mani e si prega, dopodiché si procede col fare un’offerta e suonare la campana (suzu) per richiamare su di sé l’attenzione della divinità.