10 Dance: il film giapponese come Dirty Dancing
C'è qualcosa nelle produzioni asiatiche che affascina il pubblico e attira folle di nuovi e vecchi fan. Tanto che, nonostante il successo globale di Squid Game con la sua storia enigmatica e avvincente, sono altri i generi di film e serie a promuovere il gusto per il cinema e la televisione asiatici. Tra questi, Quando la vita ti dà mandarini, Atelier e persino Weak Hero: titoli che ci stanno aiutando a scoprire di più sulla cultura, la cucina e l'abilità dei loro sceneggiatori e registi asiatici.
E se ci concentriamo su opere di un singolo Paese, sebbene il 2025 sia stato uno degli anni migliori per le produzioni sudcoreane, vale la pena ricordare che anche il Giappone esporta prodotti di ottima fattura in termini di estetica e dialoghi, soddisfacendo i più alti standard che meritiamo come pubblico. Dal thriller I Saw the Devil (2010) a opere più romantiche come First Love (2022), ci sono molte opzioni sulle nostre piattaforme di streaming per godersi una bella serata in casa con un po' di popcorn.
Sull'onda del successo di film e serie giapponesi, abbiamo in questo film una nuova storia LGBTQ+ incredibilmente deliziosa, arrivata su Netflix pochi giorni prima della fine dell'anno. Si intitola 10Dance, un dramma romantico che racconta la storia di due ballerini con stili completamente opposti, Ryoma Takeuchi nei panni di Shinya Suzuki e Keita Machida nei panni di Shinya Sugiki, che devono unire le forze e ballare insieme per competere in un campionato multidisciplinare. La storia d'amore è ispirata a un manga BL (Boys' Love), che si concentra sulla forte rivalità tra i due, esplorando passione e romanticismo nel trend enemies to lovers (da nemici ad amanti).
Gli attori principali di questo film, già acclamato come una nuova fonte d'ispirazione per il cinema inclusivo con un importante messaggio di libertà, hanno parlato in diverse interviste della loro alchimia sullo schermo e di come si sono preparati per i loro ruoli. Machida, in un'intervista u Elle Japan, ha raccontato come una scena con la sua co-protagonista gli sia rimasta impressa per tutta la durata delle riprese: «Ho quasi pianto quando ho visto il personaggio di Ryoma ballare. Ero così commosso che tremavo dall'emozione. Quella sensazione mi è rimasta dentro da allora, quindi è stato facile immergermi nelle scene di flashback». Takeuchi, da parte sua, ha commentato come sia riuscito a trasmettere ciò che volevano nelle loro scene di danza: «Eravamo così assorti durante le riprese che non riuscivamo nemmeno a pensare lucidamente. Ma credo che sia stato proprio perché l'abbiamo affrontata di petto, pienamente consapevoli dei rischi, che il pubblico ha percepito la sensualità del film».
Indubbiamente, la trama avvincente di 10 Dance ci ha ricordato la storia di Frances "Baby" Houseman e Johnny Castle, i protagonisti dell'iconico film Dirty Dancing, diretto da Emile Ardolino e interpretato da Jennifer Grey e Patrick Swayze, non solo per i temi di danza e musicali, ma anche perché in entrambi i film vediamo come il risveglio sessuale e la tensione emotiva irrisolta permeano i dialoghi. Ciononostante, il fatto che utilizzino due personaggi maschili conferisce al film un tocco più interessante e sorprendente rispetto ad altre produzioni che hanno tentato, senza successo, di copiare la premessa del film di Ardolino.
Il prisma dell'amore: il nuovo anime di Netflix
Sta per arrivare su Netflix la nuova serie anime "Il prisma dell’amore": una storia all'insegna del romanticismo e dell'arte, narrata con suggestioni storiche in un racconto dal respiro internazionale. Firmata da Yoko Kamio, apprezzato autrice di "Boys Over Flowers", e prodotta da Wit Studio, la serie si inserisce nel solco delle storie di crescita personale, ma lo fa con un’ambientazione insolita e affascinante: la Londra dei primi del Novecento. Si parla di ambizione, talento e sentimenti, attraverso il racconto di un’età in cui tutto sembra possibile e labile allo stesso tempo.
La trama
La protagonista è Lili Ichijoin, giovane pittrice giapponese che lascia il suo Paese per studiare alla prestigiosa Saint Thomas Art Academy di Londra. Il trasferimento non è solo un sogno, ma anche una scommessa: i genitori le impongono di diventare la migliore studentessa entro sei mesi, altrimenti dovrà tornare a casa e rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. In questo contesto competitivo e stimolante, la giovane si trova ad affrontare un ambiente nuovo, una cultura diversa e la pressione costante del fallimento. Un giorno incontra Kit Church, brillante studente inglese, erede di una famiglia aristocratica e già considerato un genio della pittura. Sicuro del proprio talento ma emotivamente distante, Kit diventa per Lili al tempo stesso un avversario e un punto di riferimento. La loro rivalità inaugura una sfida fatta di pennelli, idee e visioni del mondo opposte. Ma dietro il confronto artistico prende forma qualcosa di più profondo: la determinazione e la sincerità di Lili iniziano a scalfire le difese di Kit, dando vita a un legame che cresce tra insicurezze, slanci romantici e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.
"Il prisma dell’amore" racconta così un percorso di formazione in cui l’arte diventa linguaggio dei sentimenti e lo sfondo storico amplifica il senso di scoperta. La serie segna un nuovo capitolo nella carriera di Yoko Kamio, autrice che ha fatto la storia dello shōjo manga con "Boys Over Flowers", opera da record per diffusione mondiale e adattamenti in numerosi Paesi. Non a caso, Kamio ha dichiarato di voler raccontare una storia capace di restituire luce e speranza in un’epoca in cui sogni e ideali sembrano sempre più difficili da difendere
Il cast tecnico e vocale
La serie nasce dalla mente di Yoko Kamio, responsabile della creazione e della sceneggiatura insieme a Saki Fujii. La produzione è affidata a Wit Studio, già noto per titoli di grande impatto come Attack on Titan e B: The Beginning. Alla regia troviamo un team di grande esperienza composto da Kazuto Nakazawa, Tetsuya Takahashi e Saki Fujii. Nakazawa ha, in passato, lavorato anche alle sequenze animate di Kill Bill: Volume 1. Le musiche sono curate di Naoki "naotyu" Chiba, mentre il tema principale è interpretato dai Chilli Beans. I character design originali sono firmati da Kamio e adattati per l’animazione da Yasuko Takahashi. Nel cast vocale originale spiccano Atsumi Tanezaki nel ruolo di Lili Ichijoin e Koki Uchiyama in quello di Kit Church.
Il cast tecnico e vocale
Netflix rilascia "Il prisma dell’amore" il 15 gennaio 2026, in esclusiva sulla piattaforma. La serie è composta da 20 episodi. Pochi giorni prima, l’8 gennaio 2026, debutta anche l’adattamento manga disegnato da Maki Minami sulla piattaforma Shōnen Jump+.
Recensione "Libro delle Ombre. Hiroshima, 80 anni dopo" di Giuseppe Carrieri
Libro delle Ombre
Un documentario di Giuseppe Carrieri per l’ottantesimo anniversario di Hiroshima
A ottant’anni dal 6 agosto 1945, giorno in cui la prima bomba atomica fu sganciata sulla città di Hiroshima, il documentario Libro delle Ombre, diretto da Giuseppe Carrieri, sceglie con coraggio di non concentrarsi sulla guerra, bensì sulla pace. Ed è proprio questa parola - “pace” - a risuonare più frequentemente nel racconto, ancor più della parola “guerra”: una scelta non solo lessicale, ma anche profondamente politica e poetica.
Carrieri, regista e documentarista napoletano da anni attivo nel panorama del cinema del reale, firma un’opera di rara delicatezza visiva e spirituale, capace di trasformare il linguaggio documentaristico in una riflessione poetica sul trauma, la memoria e la possibilità di rinascita.
Come assenza non solo di conflitto, ma anche di discriminazione: così viene definita la pace da alcuni hibakusha (sopravvissuti alla bomba atomica, oggi membri dell’organizzazione Nihon Hidankyō, insignita del Premio Nobel per la Pace 2024), quando viene chiesto loro che significato abbia davvero questa parola. È commovente constatare come i testimoni non si richiudano mai su un dolore nazionale, ma si aprano invece a un respiro universale, non mancando di rivolgere un pensiero anche a chi, ancora oggi, si trova a vivere nel mezzo di una guerra.
Carrieri intreccia un delicatissimo poema in prosa con testimonianze orali, immagini dei giorni immediatamente successivi al disastro, disegni essenziali e intensamente evocativi e scorci della Hiroshima di oggi. Il bianco torna più volte a occupare lo schermo, dapprima come luce accecante e assordante, che richiama l’istante della deflagrazione, poi come velo in sovrimpressione durante le testimonianze, a suggerire come l’onda d’urto della bomba abbia continuato a propagarsi nel tempo, lasciando una traccia profonda ben oltre l’impatto iniziale.
La fotografia di Emanuele Stalla restituisce con delicatezza questo doppio livello temporale: da un lato, i frammenti delle vite conclusesi quel 6 agosto, conservati all’interno del Museo della Pace; dall’altro, i viali alberati, le acque limpide, le aiuole fiorite simbolo di una Hiroshima rinata.
Fin dalle prime scene, il documentario costruisce un parallelismo simbolico tra la luce degli hanabi, i fuochi d’artificio estivi che sbocciano come peonie nel cielo notturno, e quella del fungo atomico. L’intero film si muove poi sul contrasto tra luce e ombra: paradossalmente, è la luce ad apparire distruttiva, mentre l’ombra - della montagna, dei palazzi, dei luoghi riparati - si rivela salvifica, in grado di proteggere dalla deflagrazione.
Le ombre, nel Libro delle Ombre, non rappresentano il buio, ma il rifugio. Non l’oblio, ma la sopravvivenza. È grazie a esse, ci ricordano gli hibakusha, se qualcuno ha potuto continuare a vedere la luce. E finché possediamo un’ombra, fino a quel momento siamo vivi.
A tessere il filo di questo racconto è la voce narrante di Mayu Seto, dolce e colma di speranza, che guida lo spettatore attraverso un’intima meditazione sull’eternità e sull’impermanenza, due concetti profondamente radicati nella sensibilità giapponese. Fin dall’epoca dello Heike Monogatari, capolavoro dell’epica giapponese, la cultura nipponica contempla il ciclo di splendore e caduta, interrogandosi sulla fugacità dell’esistenza e sulla fragilità della gloria umana. Celebre è il prologo dell’opera, che così recita: “Il suono del campanile del Gion Shōja riecheggia l’impermanenza di tutte le cose. I fiori di ciliegio, tanto amati, rivelano il destino dei potenti: la loro caduta, rapida come un sogno di primavera. Le loro gesta, infine, si disperdono come polvere al vento.”
Eppure, nonostante l’evidenza della caducità della vita umana, gli hibakusha - o forse, più in generale, l’essere umano - continuano a sperare, in qualche forma, di poter sfiorare un’idea di eternità. C’è chi la cerca raccogliendosi davanti al proprio altare di famiglia, piangendo i volti amati che non ci sono più, spesso accompagnato dal silenzioso fardello del senso di colpa dei sopravvissuti; chi la invoca rivolgendosi ai kami del santuario; e chi, infine, la coltiva nel silenzio più profondo, custodendo dentro di sé la memoria dell’atomica come una fiamma che continua a bruciare.
Sofia Dagradi, studentessa
Cinema: Spirit World - La festa delle lanterne
Spirit World – La festa delle lanterne
Regia: Eric Khoo
Sceneggiatura: Edward Khoo
Cast: Catherine Deneuve (Claire Emery), Masaaki Sakai (Yuzo), Yutaka Takenouchi (Hayato), Jun Fubuki, Denden
Produzione: Francia, Giappone, Singapore (2024)
Durata: 105 minuti
Distribuzione: Europictures
Uscita in Italia: 26 giugno 2025
Sinossi
Claire Emery (Catherine Deneuve), cantante francese un tempo celebre in Giappone, torna a Tokyo per un ultimo concerto, nonostante la sofferenza per la recente perdita della figlia e la voce ormai affievolita. Dopo il live, in un bar sui generis, incontra Yuzo (Masaaki Sakai), un suo anziano e devoto fan, appassionato di tradizioni nipponiche. Tra un bicchiere di sake e un altro, Yuzo le racconta dell’Obon, la festa delle lanterne in cui, secondo la tradizione buddhista, i morti possono tornare tra i vivi per pochi giorni estivi.
Da quel momento, il film si trasforma in un viaggio sospeso tra realtà e soprannaturale. Claire e Yuzo, ormai defunti, diventano guide l’uno per l’altro, attraversano paesaggi urbani e costieri, dipingendo un’odissea esistenziale dove i confini fra vita e morte, passato e presente, si confondono.
Tematiche e stile narrativo
Il regista Eric Khoo esplora il tema del lutto e della memoria con uno stile asciutto e meditativo, improntato a una poetica minimalista.
Catherine Deneuve è al centro di un racconto lento ma evocativo: la sua presenza funge da ponte tra musica e spiritualità, offrendo suggestioni che dialogano con la dimensione ultraterrena. La musica diventa metafora della connessione tra anime, di colori e fragilità, un filo di speranza contro l’oblio.
Contesto di produzione
Prodotto da Francia, Giappone e Singapore e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2024, il film rappresenta un ponte tra culture. Khoo - regista singaporiano con una filmografia ricca di contaminazioni - firma qui un’opera di respiro internazionale, capace di fondere sensibilità occidentali e suggestioni spirituali nipponiche.
Gli eventi si svolgono tra Tokyo metropolitana, coste silenziose e campagne sospese, in un’atmosfera che oscilla tra dolore, attesa e redenzione.
"La luna vista dai maestri della stampa giapponese" in libreria
È disponibile da qualche giorno in libreria il cofanetto "La luna vista dai maestri della stampa giapponese", un volume che offre una selezione di opere dei grandi maestri di arte Ukiyo-e con la luna come figura di rilievo.
All'interno della cultura nipponica, la luna ha sempre avuto un ruolo centrale nell'immaginario collettivo, venendo celebrata da feste e rituali a lei dedicati, e rappresentando un’importante fonte di ispirazione per artisti e poeti. La sua presenza nel cielo notturno scandisce il passaggio dei mesi, e trasforma al tempo stesso l'aspetto dei paesaggi che illumina con luce candida. Tale rilevanza culturale e visiva si riflette potentemente in molti lavori letterari e artistici realizzati in Giappone nel corso dei secoli.
La raccolta include un gran numero di artisti, tra cui Utagawa Hiroshige, Katsushika Hokusai e Utagawa Kunisada.
Il nuovo progetto editoriale de L’Ippocampo si compone di oltre cento pagine rilegate in un libretto "a fisarmonica", ideale per presentare in modo elegante e accessibile tutte le immagini del volume. L’opera è poi introdotta da un’accurata prefazione, che delinea un profilo della storia della luna nella cultura giapponese, dal X secolo alla prima metà del Novecento.
Le riproduzioni raccolte nel cofanetto offrono così una testimonianza preziosa in merito all'abilità unica dei grandi maestri dell’arte della stampa ukiyo-e: la loro capacità di raffigurare un simbolo poliedrico come la luna all’interno di composizioni visive sempre equilibrate e suggestive.

Cinema: “L'innocenza” di Kore-eda disponibile in streaming su NOW
Il film "L'innocenza" del regista giapponese Kore-eda Hirokazu, premiato con la Queer Palm e il premio per la migliore sceneggiatura durante la 76esima edizione del Festival di Cannes è ora disponibile in streaming su NOW per coloro che hanno perso la prima TV su Sky Cinema Due.
Il film racconta la storia di Minato, un bambino di undici anni che comincia a comportarsi in un modo bizzarro agli occhi della madre, una donna vedova costretta a confrontarsi con la dura realtà. Saoir è da sola nella crescita di suo figlio e, dopo aver scoperto che dietro il comportamento bizzarro del bambino si nasconde in realtà il suo insegnante e l’amico Yori, la donna piomba a scuola e pretende di capire dai diretti interessati cosa sta succedendo e perché suo figlio è così strano. La storia si racconta attraverso i punti di vista della madre, del bambino e dell’insegnante e man mano che i dettagli vengono a galla, anche la verità emerge in tutta la sua forza. Come spesso accade nei film del regista, la verità si rivelerà essere ben diversa da quella che Saori credeva.

FEFF 27: La celebrity giapponese Megumi tra i giudici

Due film per ricordare Masahiro Shinoda: Under The Blossoming Cherry Trees (1975) e Demon Pond (1979)
di Marcella Leonardi
Lo scorso 25 Marzo ci ha lasciati il regista e sceneggiatore giapponese Masahiro Shinoda, tra i più grandi autori - insieme a Nagisa Ōshima, Seijun Suzuki e Shōhei Imamura, tra gli altri - della Nūberu bāgu (Nouvelle Vague) giapponese. Lo ricordiamo con due tra i suoi titoli più affascinanti.
Le recensioni sono tratte dal blog di cinema giapponese classico e contemporaneo NUBI FLUTTUANTI
UNDER THE BLOSSOMING CHERRY TREES (Sakura no mori no mankai no shita, 1975)

Un rozzo montanaro uccide le sue sei mogli per assecondare una donna affascinante che ha catturato. Man mano che il tempo passa, l’uomo si spinge a compiere crimini sempre più efferati per compiacere la sua nuova moglie, creatura sadica e necrofila.
Scritto nel 1947, all’indomani della Seconda guerra mondiale, in un paese prostrato e ridotto a sentimenti primordiali e violenti (scrisse Ozu nel 1951: “Mi dispiace, non riesco più a sentire lo stesso affetto (…). In passato quelle persone non erano senza cuore così come sono oggi”), il racconto di Sakaguchi Ango mette in scena una vicenda agghiacciante, in cui i confini tra sogno e incubo, bellezza e orrore sono labili e sfuggenti come il vento gelido che spira tra i fiori di ciliegio. Petali di sovrumana bellezza si moltiplicano sugli alberi e creano un sovraccarico sensoriale – di colori, profumi, di un delicato stormire tra i rami – che diviene per l’essere umano qualcosa di minaccioso e inspiegabile. Sakaguchi animava le sue foreste di uno spirito malvagio quanto magnifico e vago, simile a una presenza femminile di inusitata crudeltà e leggiadria, capace di liberare un desiderio pulsionale in chiunque la ammirasse. Nel racconto, il rude montanaro protagonista resta schiavo di un incanto che lo trascina nel più profondo abominio: la donna da lui catturata e presa in moglie è seducente come ciliegi in fiore, ma dominata dalla follia. Per lei, il montanaro ucciderà le sue mogli, taglierà teste, si piegherà alla vanità della donna e alle sue voglie perverse.
Masahiro Shinoda, studioso e appassionato di letteratura, profondamente interessato a trasporre forme e strutture letterarie in immagini – alla ricerca di un nuovo emerso dalle ceneri dei linguaggi tradizionali – si avvicina al racconto di Sakaguchi con rispetto, riproducendone la sequenza di eventi così come i dialoghi e le perturbanti atmosfere, frutto della psiche alterata dei protagonisti. Ma là dove Sakaguchi si prodigava in descrizioni minuziose, facendo della parola uno strumento affilato e innocente, usato nella sua nuda evidenza per mettere in scena l’orrore e la malattia insiti nell’esistenza umana, Shinoda consegna all’immagine il carico di significanza delle dense pagine dello scrittore.
Per questo motivo le sue inquadrature sono profonde e stratificate: all’interno dell’immagine lo spettatore può “muoversi” tra molteplici informazioni, soffermarsi su oggetti e indizi in avampiano, lasciar scorrere lo sguardo ai margini (spazio prediletto da Shinoda per collocarvi la presenza umana), fino a cogliere le microstorie sullo sfondo (un gatto, un personaggio, una finestra/palcoscenico sul mondo).
La bellezza della visione di Shinoda risiede in questo atto di trasformazione della pagina in una immagine/microcosmo di qualità tridimensionale. Emerge la sua ammirazione per Orson Welles, che ne influenza la scomposizione dell’inquadratura in una pluriformità esplorata da una regia osservatrice e testimone della degenerazione dell’essere umano.
Occhio voyeuristico, analitico, non di rado morboso, la macchina da presa “emotiva e pensante” di Shinoda si sofferma sul corpo della donna (la musa Shima Iwashita), ne ammira con voluttà la pelle diafana e le labbra carnose. In una scena ne spia i giochi erotici perversi con una passione feticista che è la medesima del protagonista: Shinoda indugia sui seni, sulla bocca, sui piedi pallidi e delicati capaci di scatenare l’irrazionale bramosia del marito. La densa atmosfera erotica che satura le scene è indissolubilmente legata a un sentimento di repulsione e disprezzo e l’inquietudine è accentuata dalle note dissonanti del grande compositore Tōru Takemitsu, che sollecita un continuo ritorno del rimosso sovvertendo canoni tradizionali e melodie, a favore di composizioni disarmoniche e sperimentali.
“Mondo di sofferenza, eppure i ciliegi sono in fiore”: dalle immagini di Shinoda spira la stessa triste e crudele poesia dei versi di Kobayashi Issa (小林一茶, 1763–1828), l’orrore nei confronti di una bellezza corrotta dal male e dagli istinti. Si avverte una riflessione altra, un pensiero per un Paese che fonda la sua cultura su un’estetica squisita, di impalpabile grazia, ma cova un destino di violenza antropologica. La foresta di ciliegi in fiore osserva il male dell’uomo e lo investe del suo potere e del suo monito: la dissoluzione, con i corpi dei due amanti fagocitati in un nulla che diviene petalo soffiato dal vento.
Così come Shinoda, anche Kiyoshi Kurosawa in Charisma o Ryūsuke Hamaguchi in Il male non esiste ci raccontano di una natura aliena e gelida, dotata di un proprio “istinto” e sprezzante delle macabre miserie umane.
DEMON POND (Yasha-ga-ike, 1979)

L’insegnante Yamasawa si reca in un villaggio colpito dalla siccità alla ricerca dell’amico scomparso Hagiwara. Scopre che questi si nasconde lì e ha sposato Yuri, un’affascinante donna locale il cui destino è intrecciato con la campana del villaggio. La leggenda vuole che la campana debba essere suonata tre volte al giorno, altrimenti il Demone Drago si libererà.
Regista di punta della Nūberu bāgu, la “nuova onda” rivoluzionaria degli anni ’60, Masahiro Shinoda è ancora molto attivo negli anni ’70, un periodo fertile per la sua ispirazione fuori dal comune. Studioso di teatro classico, attratto dagli stilemi del teatro Kabuki (che così spesso ha incrociato le proprie forme con quelle cinematografiche), il regista porta a compimento, con Demon Pond, una sintesi tra la sua naturale e irriducibile propensione a un cinema “futuro” e la fascinazione nei confronti di miti e leggende tradizionali.
Tratto dall’omonima piéce di Kyōka Izumi (1913), Demon Pond allo stesso tempo esalta e nega la sua origine teatrale: Shinoda ricostruisce boschi, fiori e paesaggi in studio, mentre i cromatismi e l’uso della luce, profondamente anti-naturalistici, concorrono alla creazione di un contesto stilizzato in cui gli attori lavorano sulla gestualità rituale del corpo. Rispettando i severi dettami del Kabuki, Shinoda affida a Bandō Tamasaburō V, tra i più celebri e venerati onnagata (attore kabuki specializzato in personaggi femminili) il ruolo di Yuri/Principessa Sharayuki; e aderisce con serietà allo spirito dell’opera originale, dando vita a un dramma magico e suggestivo, al contempo raffinatissimo e popolare. Scenografie variopinte fanno da sfondo a conflitti di personaggi dal segno emotivo opposto, abbigliati in costumi tradizionali e fantastici; su tutti, trionfa la carismatica presenza di Bandō, nei cui gesti si realizza l’enigma di un femminile idealizzato e spirituale. Demone/donna di grazia irraggiungibile, l’attore materializza carnalmente i volti dipinti dall’arte Ukiyo-e; la macchina da presa lo accarezza delicatamente in primissimi piani soffusi di luce, quasi si accostasse a un mistero divino.
Ma se la messa in scena di Demon Pond è una resa alla bellezza dell’archetipo teatrale, ai suoi fondali dipinti, a uno spazio astratto di intensa sensorialità (ricco di colori, materiali, profumi, elementi primari), la regia cinematografica di Shinoda interviene a scomporne la classicità, all’insegna di una nuova esperienza percettiva.
Con una lucida operazione di distanziamento dai codici, Shinoda spezza la struttura tradizionale e interferisce con soggettive, campi lunghissimi alternati a primi piani, e soprattutto un montaggio irregolare e anti-armonico. I personaggi maschili appaiono sghembi, irrisolti, animati da una modernità che li confonde e li spinge ai margini del “fantastico”, quel regno dell’estraneo e del fiabesco in cui la figura umana è un corpo estraneo. Il bosco, animista e carico di presenze sfuggenti, è folcloristico e “falso” alla maniera di Kinoshita (evidenti i richiami alla messa in scena de La Ballata di Narayama, 1958, con i suoi paesaggi saturi); ma Shinoda esercita uno sperimentalismo profondamente diverso dalla passione di Kinoshita per le possibilità del mezzo-cinema, rivelando un occhio più severo, politico nel rielaborare il passato.
La brutalità dei suoi zoom, la consapevole contrapposizione tra l’immagine e il suo doppio (il riflesso nell’acqua), l’uso espressivo delle dissolvenze incrociate sembrano separare in modo netto il Giappone contemporaneo dalle sue proiezioni fantastiche e immaginarie. Quando il volto della Principessa Shirayuki sparisce “assorbito” dal tronco dell’albero, o ancor di più nella strabiliante sequenza dell’ascensione, in cui Shinoda mette in atto la più sfrenata visionarietà, lo spettatore diviene partecipe di una riflessione estetica non dissimile da quelle espresse da Toshio Matsumoto o Shūji Terayama (originariamente collaboratore di Shinoda). Il regista sollecita, con le sue immagini multisensoriali e stratificate, una sorta di “risveglio surrealista”: Demon Pond è cinema che taglia, scruta, sfiora la materia viva della leggenda, giungendo a interrogarsi su un presente privato del conforto dell’epica.
[Marcella Leonardi è critica cinematografica e docente. Da sempre appassionata di cinema, ha collaborato con varie testate tra cui Sonatine, Cinefilia Ritrovata, Nocturno e Otto e mezzo. Da alcuni anni si dedica prevalentemente al cinema giapponese.]
Anime Cult Speciale sulle Locandine degli Anime
L'articolo è tratto dal sito corriereNERD
Nel mondo dell’animazione giapponese, l’arte delle locandine ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel catturare l’essenza di un film e nel renderlo indimenticabile per i fan. A febbraio 2025, Sprea Edizioni celebra questa tradizione con l’uscita del quinto volume della collana Anime Cult Special, un’edizione che promette di entusiasmare i collezionisti e gli appassionati di anime. Il nuovo volume è interamente dedicato alle “Locandine degli Anime”, raccogliendo quasi 50 locandine originali a grandezza naturale, pronte per essere staccate, incorniciate e conservate.
Questo volume si distingue non solo per la qualità della proposta, ma anche per la varietà e l’importanza delle opere che raccoglie. Tra le locandine, infatti, non mancano i capolavori di Hayao Miyazaki, come Il mio vicino Totoro e La città incantata, che sono diventati veri e propri simboli della cultura popolare giapponese. Accanto a questi, ci sono anche i grandi classici di Leiji Matsumoto, come Capitan Harlock e Galaxy Express 999, che hanno segnato un’epoca e influenzato generazioni di appassionati.
Ma cosa rende questo volume così speciale? Innanzitutto, le locandine presenti non sono semplici riproduzioni, ma veri e propri chirashi a grandezza naturale. I chirashi sono dei piccoli poster distribuiti gratuitamente durante le campagne promozionali dei film o agli eventi, e rappresentano una forma unica di arte pubblicitaria. Questi piccoli gioielli, che spesso riproducono l’immagine del poster del film sul lato anteriore e contengono informazioni varie sul retro, sono una parte fondamentale della cultura giapponese. La loro dimensione ridotta e il loro carattere effimero li hanno resi oggetti da collezione molto ricercati, e il volume di Sprea Edizioni offre ai lettori l’opportunità di ammirarli nella loro forma originale, a grandezza naturale.
La scelta di celebrare le locandine di anime non è casuale: queste opere d’arte hanno avuto un impatto significativo nel definire l’immaginario collettivo legato agli anime. Ogni locandina racconta una storia visiva che, pur nella sua immediatezza, racchiude tutta la magia, l’emozione e la potenza visiva che caratterizzano i film d’animazione giapponesi. Non è solo un oggetto da appendere alla parete, ma una finestra su un mondo ricco di emozioni e di estetica senza tempo.
Questa edizione speciale è disponibile sia in formato cartaceo che digitale, offrendo così a tutti gli appassionati, ovunque si trovino, la possibilità di collezionare e apprezzare queste straordinarie locandine. Con il volume che arriva a febbraio 2025, Anime Cult Speciale: Locandine degli Anime si prepara a diventare un must per ogni amante dell’animazione giapponese e per chiunque voglia approfondire la propria passione per l’arte che ha fatto la storia di tanti titoli leggendari.
In definitiva, il quinto volume di Anime Cult Speciale non solo celebra l’arte delle locandine giapponesi, ma porta con sé un pezzo di storia che ogni vero fan non vorrà lasciarsi sfuggire. Con la possibilità di staccare, incorniciare e conservare queste magnifiche opere, questo volume si propone come un tributo all’iconicità che ha reso immortali i titoli anime che amiamo. Non resta che aspettare l’uscita e prepararsi a rivivere la magia delle locandine degli anime!
IL GIOCO DEL DESTINO E DELLA FANTASIA (Gūzen to sōzō, 2021), Ryūsuke Hamaguchi
di Marcella Leonardi
L'articolo è tratto dal blog di cinema giapponese classico e contemporaneo NUBI FLUTTUANTI
Da tre racconti di Ryūsuke Hamaguchi: Magia (o qualcosa di meno rassicurante) - Porta spalancata - Ancora una volta. Il film è in streaming su Raiplay.
Per chi scrive, Il gioco del destino e della fantasia è forse il più bel film di Hamaguchi. Un’opera che instaura un contatto intimo e intenso con lo spettatore, una “specie di magia”, come vuole il titolo del primo episodio; o una “porta spalancata” sull’animo dei personaggi, le cui vicende ed emozioni si ripercuotono sulla nostra esperienza.
Il primo episodio è focalizzato sulla giovane Meiko e sui sentimenti contrastanti nel confronti dell’ ex Kazu, che ora frequenta la sua migliore amica Tsugumi. Durante una corsa in taxi l’ignara Tsugumi racconta a Meiko dell’incontro; ed è meraviglioso come Hamaguchi trasformi un semplice spostamento in automobile in una discesa nel segreto, quasi un’immersione nella psiche. Mentre le due amiche parlano, la strada scorre illuminata nella notte, si addentra in sottopassi, si attorciglia in infiniti percorsi lungo la città. Le luci si riflettono sui volti delle donne e la conversazione diviene rivelazione profonda. Hamaguchi gioca su un’alternanza di “dentro e fuori”: dentro l’auto, fuori nella città-mappa dell’inconscio, ma anche dentro e fuori l’ufficio dove Meiko confronterà Kazu e infine dentro-fuori il bar. Le dimensioni sono separate da vetrate e finestre, in un indefinito di iridescenze e illusioni; il vetro è anche uno schermo dove la vita proietta l’imprevisto.
C’è un misto di irrazionalità ed entomologia che solo il brano di Schumann, che introduce ed intervalla i tre episodi, riesce a sintetizzare con la sua melodia matematica. Sensuale ma nitida, intima e autunnale ma anche chiara e ben scandita, la partitura di Schumann è la controparte musicale dei dialoghi, delle confessioni a due voci, delle pause e degli “andanti” animosi che si scatenano nella mente.
Il secondo episodio è più malinconico: un destino di solitudine per Nao, che accetta di aiutare il suo giovane amante Sasaki tendendo una trappola al professore universitario che lo ha bocciato. “I nostri corpi sono perfettamente compatibili” dice Sasaki per convincerla. Le inquadrature sembrano dargli ragione: i corpi degli amanti si muovono all’unisono, o si allungano in orizzontale in composizioni armoniche, l’uno lo specchio dell’altro, in una mise-en-abyme del desiderio. Ma se con Sasaki l’intesa è fisica, con il professor Segawa sarà la parola a schiudere un’affinità elettiva, una messa a nudo del cuore. Hamaguchi filma la conversazione tra Nao e Segawa modulando in modo incantevole la luce solare che entra dalla finestra. I raggi aumentano o diminuiscono d’intensità, mentre le emozioni vengono inondate di sole, o si nascondono ritrose nell’ombra. È un
momento magnifico e delicato, che contrasta con la pornografia del romanzo del professore, letto da Nao ad alta voce; eppure, sono proprio quelle volgarità “lette con una voce bellissima” ad avere effetto inebriante. La regia del dialogo attinge esplicitamente alla filosofia di Ozu secondo cui “esiste la sensibilità, non la grammatica (del cinema)”: la codifica relativa al raccordo di sguardo viene completamente disattesa. Nao e Segawa dialogano “guardando in macchina” e lo spettatore incrocia in prima persona i loro occhi. La sensazione è di profonda emozione. È raro e bellissimo che un regista si prodighi per condividere con il suo pubblico un momento cruciale: il cinema di Hamaguchi è un privilegio.
L’ultimo episodio è il più magico e tremulo: un gioco che cambia la realtà e la vita stessa. Ciò che accade tra Natsuko e Aya ha del meraviglioso: da un fraintendimento nasce la possibilità di mettere in scena la vita, mutarla, stabilire un nuovo (lieto) fine. In un certo senso i due gentili, timidi personaggi femminili si appropriano del mestiere del regista e inventano per sé un destino, confondendo realtà e finzione. Le attrici Fusako Urabe e Aoba Kawai sono così brave da farci percepire ogni sfumatura, ogni minimo movimento nell’anima delle due donne; si piange e si ride con loro, mentre Hamaguchi le avvicina sempre più. Con stacchi a 180° intreccia le due esistenze, le mette di fronte a uno specchio in cui finalmente è possibile un riconoscimento.
“A volte mi chiedo perché sono qui. Potevo diventare qualsiasi cosa, ma il tempo è volato via prima che me ne accorgessi.”
L’episodio conquista qualcosa di bello e vero – raggiunge un nucleo di verità, lo sfiora appena lasciandolo intatto in tutta la sua bellezza. Ogni essere umano è fragile. Nulla sembra accadere mentre le parole scorrono come un fiume; ma ogni parola, libera e misteriosa, diventa la sostanza impalpabile in cui il mondo interiore si rivela. Le domande dell’esistenza – i “se”, i “forse” – sembrano approdare a una quiete, forse una temporanea soluzione. E la vita, nonostante tutto, è ancora una volta meravigliosa e degna di essere vissuta.
[Marcella Leonardi è critica cinematografica e docente. Da sempre appassionata di cinema, ha collaborato con varie testate tra cui Sonatine, Cinefilia Ritrovata, Nocturno e Otto e mezzo. Da alcuni anni si dedica prevalentemente al cinema giapponese.]






