ANIME – Guida al cinema d'animazione giapponese

 

Ormai è storia: Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese è stato il primo libro di natura enciclopedica in Occidente a raccontare le produzioni del Sol Levante attraverso una lente matura, utile per attenuare gli allarmismi di chi le vedeva come un pericolo per le nuove generazioni, e capace di portare informazione a chi ne era appassionato ma si trovava senza fonti di consultazione.

Ebbene, sappiate che questo libro non è lo stesso pubblicato nei primi anni Novanta da Granata Press.
Di quel libro Kappalab ha voluto mantenere lo spirito, l’aspetto generale e il titolo, ma tutto ciò che trovate al suo interno è nuovo di zecca.
 
Verrebbe da dire “riveduto, corretto e aggiornato”, ma – come potrà verificare chiunque abbia l’edizione del 1991 – in verità è stato interamente riscritto e abbondantemente ampliato, grazie all’aggiunta di cortometraggifilm pilotaspeciali televisivi e da festival, progetti rimasti nel limbo, coproduzioni con compagnie straniere, dati dettagliatitrame consistentiretroscena e curiosità di ciascun film o serie animata.
Basti pensare che il testo contenuto in questo volume di 264 pagine, all’epoca ne occupava a malapena una quarantina.
 
Ovviamente c’è più di una ragione del perché la prima edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese avesse tante lacune e del perché oggi si è reso necessario riscriverlo daccapo, partendo da questa prima parte dedicata agli anni Sessanta.
Quando la redazione di Kappalab iniziò a scrivere la prima edizione del libro, alla fine degli anni Ottanta, non aveva ben chiaro in quale ginepraio stavamo per addentrarci. In quel periodo non era per nulla facile reperire materiale da visionare, e quel poco, pochissimo che era disponibile si trovava esclusivamente su nastro magnetico – le ingombranti videocassette VHS che avevano dato il via all’home video negli anni Ottanta – o addirittura in pellicola Super 8 (brevi filmini realizzati quando l’home video non esisteva) grazie ai quali ci si doveva accontentare di qualche sequenza di recupero o film accorciati di molti minuti per la proiezione casalinga. Per quanto riguardava le videocassette, si trattava per lo più di sporadiche registrazioni televisive effettuate negli anni precedenti, da quando il videoregistratore era magicamente apparso nelle nostre abitazioni, e che potevano sopperire solo in parte alle lacune della memoria, non essendo disponibili né testi scritti né ancora Internet, con la sua possibilità di contattare direttamente le case di produzione per chiedere informazioni dettagliate.
Sì, perché l’animazione giapponese era arrivata in Italia già negli anni Settanta in dose massiccia (ma aveva già fatto timidamente capolino anche nei due decenni precedenti) e noi ne avevamo assorbita parecchia attraverso la TV e quel poco che arrivava nelle sale cinematografiche. Era praticamente impossibile recuperare quei film, intravisti per miracolo in qualche cinema durante le matinée per ragazzi, e si doveva sempre aspettare il periodo natalizio perché le poche reti televisive decidessero di trasmettere, senza preavviso e senza informazioni, qualche lungometraggio d’animazione che ci lasciava inevitabilmente a bocca aperta. Di serie televisive giapponesi animate ne erano passate davvero tante in televisione, dopo il successo di Heidi e Atlas Ufo Robot (Goldrake), ma dopo un periodo di inevitabile sovraffollamento catodico, per un lungo periodo la diffusione dell’animazione giapponese in Italia subì un’inevitabile contrazione, dovuta all’eccesso di proposte e all’arrivo di prodotti non sempre all’altezza delle aspettative.
Nell’arco di un decennio in Italia a Kappalab avevano rivisto il corrispettivo di quasi trent’anni di animazione giapponese, e questo aveva un po’ stordito il giovane pubblico e irritato gli adulti. Gli studi d’animazione italiani subirono un durissimo colpo a causa della mole di anime importati dal Sol Levante, e una parte di essi fu costretta a chiudere i battenti per la scarsa sensibilità dei curatori di palinsesti TV dell’epoca per il prodotto nazionale: potendo attingere al vastissimo serbatoio orientale già esistente (serie televisive con decine e decine di episodi già pronti e testati su un pubblico), quasi nessuno sembrava avere più bisogno di creare appositamente cartoni animati nel nostro Paese. Nacquero malumori anche perché quei serial giapponesi portavano argomenti, ambientazioni e temi che fino ad allora non erano mai apparsi nei cartoni animati, da sempre ritenuti prodotti per un pubblico esclusivamente infantile. E pensare che l’animazione italiana era già adulta: basti pensare a quanto creato fino a quel momento da Bruno Bozzetto, Guido Manuli, Osvaldo Cavandoli, la famiglia Pagot, Gianini & Luzzati e decine di altri, per renderci conto che la differenza era solo nella testa di chi aveva preconcetti. Fatto sta che le battaglie dei travagliati guerrieri spaziali e le avventure di lacrimanti ma intrepide orfanelle urtarono la sensibilità di quei genitori costretti a lasciare la prole davanti al teleschermo, e ci furono proteste, petizioni, denunce e addirittura interpellanze parlamentari per eliminare i nocivi cartoni giapponesi dai palinsesti.
 
Dunque, realizzare una guida sull’argomento tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta poteva risultare un’impresa spaventosa, se solo ci avessero pensato su un attimo.
 
Ma loro non ci pensarono su, lo fecero e basta.
 
Come accade quando si è giovani e inesperti, le grandi imprese si prendono di petto e non ci si preoccupa se si è partiti per una grande scalata con appena un paio di sandali, un sacchetto di patatine e una mezza lattina di qualche bibita: l’importante è gettarsi nell’impresa.
 
Fu così che scoprirono – cercando febbrilmente su vecchie riviste d’animazione giapponesi e consunti cataloghi delle case di produzione – che molti film o serial televisivi non erano mai arrivati in Italia. Solo attraverso amici sparsi in mezzo mondo era possibile rintracciare, per esempio, usurate videocassette doppiate in qualche lingua straniera, spesso non quella originale. Senza internet, all’epoca i rapporti diretti e veloci col Giappone erano pressoché impossibili, per cui chi era grafomane e aveva “amici di penna” all’estero si faceva spedire materiale in lingua originale, che però poteva essere visionato solo (a) noleggiando/acquistando costosi videoregistratori NTSC, dato che i nostri leggevano solo il PAL, o (b) in compagnia di qualcuno che masticasse qualche parola di giapponese, la cui disponibilità sulla piazza era pari a quella degli unicorni.
Si distribuirono le ricerche e andarono a racimolare informazioni ovunque fosse possibile: dai retro delle videocassette, dai titoli di coda dei film (dove perfino i nomi di autori e registi erano sbagliati per errori di traduzione degli importatori, quando non addirittura completamente inventati o anglicizzati), presso colleghi stranieri, ma soprattutto sulle riviste giapponesi dedicate all’animazione a cui fortunatamente erano abbonati da qualche anno e che trattavano spesso anche le vecchie glorie in qualche sperduto articoletto. Tradurre quei dati era poi un altro paio di maniche. Lo studio della lingua giapponese non era diffuso come oggi e, dato che gli interpreti professionisti avrebbero mandato fuori budget il libro, impiegarono studenti giapponesi madrelingua che frequentavano l’università in Italia. Benché fossero ovviamente ferratissimi nella loro lingua madre, questi ragazzi avevano però ancora qualche problema con la nostra, così spesso era necessario interpretare le traduzioni per dare loro un senso compiuto: questo li convinse a iscriverci a corsi privati e universitari di lingua giapponese per poter compiere l’impresa (anche) grazie a un minimo di conoscenza diretta e a un buon dizionario nippo-italiano. Il vero dramma era riuscire a interpretare i nomi e i cognomi di registi e animatori, perché gli ideogrammi possono essere letti in più modi, e il rischio di strafalcioni era davvero alto. Basti pensare che, ancora oggi, le stesse case di produzione non conoscono la pronuncia di alcuni nomi di collaboratori degli anni Cinquanta e Sessanta, per cui ne riportano solo la versione in ideogrammi.
 
Un’altra fondamentale risorsa per le ricerche erano i manga, da cui in gran parte gli anime erano tratti. I manga erano per noi la Stele di Rosetta, una cartina tornasole per capire meglio la storia (i testi scritti erano traducibili con maggior facilità rispetto a dialoghi orali), scoprire dettagli sull’autore originale e il suo stile, i nomi dei personaggi e tutto ciò che ne faceva parte.
Un miliardo di tessere da cucire insieme, che a volte lasciavano emergere ulteriori dati da inserire nel libro (“questo regista faceva l’animatore in quell’altro film!”, “i personaggi di queste due serie hanno nomi diversi in Italia ma sono gli stessi!”, e via così), generando un lavoro entusiastico e febbrile come quello dei paleontologi che, radunando in maniera logica ossa fossili, riescono a ricostruire l’aspetto di una nuova specie di dinosauro.
 
Quando il libro fu pressoché pronto, nell’estate del 1991 il primo agognato viaggio in Giappone permise di andare dritti alla fonte. Visitarono la storica casa di produzione Toei, grazie alla quale recuperarono informazioni anche sulle produzioni più datate, furono in grado di acquistare decine e decine di film in videocassetta per visionarli e completare diversi vuoti del libro, e infine incontrare responsabili di case editrici come Kodansha, Shogakukan e Shueisha (grazie ai quali avevano iniziato a pubblicare i manga in Italia), che fornirono ulteriori dettagli e curiosità in materia.
Al rientro in Italia, redigere il libro nella sua fase finale fu per loro un vero incubo. Per fare un solo esempio, sorsero svariati dubbi sulla traslitterazione di titoli e nomi occidentaleggianti di alcune produzioni: ci furono discussioni in redazione per decidere se rimanere fedeli alla fonetica giapponese alla lettera, o se invece tradurli per restituirne l’effettivo significato: tanto per fare qualche esempio, in Giappone nomi come DevilmanLupin e Gundam si pronunciano (e si scrivono) DebirumanRupan, e Gandamu; oppure quale sistema di traslitterazione adottare fra l’Hepburn e il Kunrei (con le conseguenti modifiche all’ordine alfabetico dell’indice); la decisione di creare più indici, per facilitare sia la ricerca dei titoli originali giapponesi sia degli adattamenti con cui erano giunti in Italia; decidere se strutturare il libro in ordine cronologico assoluto per produzione o se invece separare i film dalle serie televisive e dall’home video. E questi sono solo alcuni esempi.
Con ovvie lacune e inevitabili sviste, l’edizione storica di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese raggiunse le librerie nell’autunno del 1991 con la prefazione di Go Nagai (il creatore di Goldrake e Mazinga) sotto il marchio Granata Press, casa editrice bolognese attraverso la quale stavano portando in Italia i primi manga, dopo averli promossi per anni sulle loro pubblicazioni indipendenti come la ben nota prozine “MangaZine”, che di lì a poco sarebbe divenuta la prima rivista da edicola dedicata ad anime e manga, seguita dalla longeva “Kappa Magazine” nel 1992. Presentarono Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese in anteprima in una fumetteria di Roma, una delle prime (pochissime, allora) esistenti in tutta Italia, e con enorme sorpresa la partecipazione del pubblico fu grande e calorosa. Non credettero ai loro occhi: decine e decine di persone ammassate fuori dalla libreria per procurarsi una copia di quel libro che era unico nel suo genere al mondo. E che, proprio per questo, fu tradotto in diverse lingue.
 
Da allora il mondo è cambiato un bel po’.
 
All’epoca si parlava di anime solo all’interno di ristrette cerchie di super-appassionati, con riunioni e pubblicazioni pressoché massoniche, perché chiunque avesse più di dieci anni e dichiarasse pubblicamente di essere interessato ai cartoni animati giapponesi rischiava di essere collocato socialmente fra gli stramboidi da non frequentare. Oggi, invece, l’argomento è assolutamente mainstream, accettato più o meno da tutti, e la produzione nipponica animata è parte integrante della fictioninternazionale: un po’ grazie all’impegno di tutti gli operatori del settore, un po’ grazie alle nuove generazioni.
 
Tramite internet, oggi le informazioni sono facilmente reperibili. Recuperare film e serie televisive non è quasi più una caccia al tesoro. Eppure, proprio perché ogni informazione oggi viaggia più velocemente, spesso anche gli errori si propagano con la stessa facilità, tanto che – sembra impossibile – troviamo ancora riprodotti in rete e su carta alcuni nostri errori d’epoca: per molti anni, infatti, gli unici dati circolanti erano quelli ricavati proprio dalla prima edizione della nostra guida.
Il fatto che oggi tutto – dati, cartoni animati, case di produzione, autori, registi – sia raggiungibile piuttosto facilmente, toglie il fascino della scoperta, ovvero quella meravigliosa esperienza che ha vissuto chi doveva letteralmente conquistare la possibilità di vedere un anime, come un esploratore che raggiunge il sito di qualche civiltà leggendaria e ne prova l’esistenza. Dopotutto, come si suole dire, la parte migliore di un viaggio non è (esclusivamente) arrivare a destinazione, bensì il viaggio stesso. Ecco perché oggi, anche se è facile trovare ovunque fredde sequenze di dati su singole produzioni, difficilmente si potrà dire di conoscere veramente quel film o quel serial televisivo, se non lo si è seguito o amato nel momento giusto e nel contesto sociale in cui veniva proiettato, trasmesso o, appunto, conquistato.
Ecco dunque il perché di questa nuovissima edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese, interamente riscritta, ampliata, approfondita e aggiornata dopo più di trent’anni: per aggiungere quello che mancava alla prima edizione, per sopperire alla freddezza di meri elenchi di titoli, dati e trame, per dare un senso compiuto alla visione di decenni di animazione nipponica vista (e vissuta) nel nostro Paese, calandola in un contesto preciso e spiegandone gli eventuali effetti. Basti pensare che il libro d’epoca copriva trent’anni di animazione giapponese (dal 1958 al 1988) in circa trecento pagine, delle quali appena quaranta contenevano tutto il primo decennio: ebbene, se quella minuscola porzione dell’edizione 1991 di Granata Press si è espansa fino a occupare l’intero volume pubblicato oggi sotto il marchio Kappalab, è perché qui c’è davvero tanto materiale in più.
 
Va detto che riscrivere daccapo questo libro, trent’anni anni dopo, ha dato a Kappalab la scusa per riguardare film e serie televisive a cui erano affezionati, ed ha fatto ritrovare vecchi amici sul teleschermo, la cui compagnia ha rinvigorito la loro passione per l’animazione in generale, non solo quella nipponica.
Per realizzare questo libro si sono premurati di guardare gli anime trattati nel corretto ordine cronologico. L’esperienza si è rivelata doppiamente emozionante, perché in questo modo hanno percepito maggiormente il costante sviluppo dello stile e della tecnica, e perché hanno potuto assistere ai primi passi di grandi registi, sceneggiatori e animatori sapendo chi sarebbero diventati in futuro, così come avere la cognizione dei vari cambi generazionali di questi professionisti, dei loro maestri e dei loro allievi, tutti ormai divenuti vere leggende internazionali. Questo libro è strutturato in modo da essere letto nell’ordine preferito – o anche solo per consultare singole schede al bisogno –, ma il consiglio della redazione di Kappaland è quello di ripercorrere il nostro stesso sentiero, lasciandovi guidare attraverso gli anni: appagherà molto più di quanto possiate immaginare. In fondo, la storia dell’animazione giapponese è di per sé un racconto ricco di personaggi, storie, colpi di scena, periodi di disorientamento e momenti di fulgore, tutte cose che andrebbero perdute se raccolte in un freddo ordine alfabetico.

Il metodo adottato nella costruzione di questa nuovissima edizione permetterà inoltre di rimettere ordine nella storia dell’animazione giapponese giunta nel nostro paese, dove film e serie televisive sono stati importati in massa e in modo disordinato per diversi decenni, confondendo il pubblico e creando equivoci sulla qualità di alcune produzioni: è stato per questa ragione che anime d’epoca, creati con mezzi di fortuna, finivano per essere messi a confronto senza alcuna pietà con altri recentissimi e dal florido budget. Scoprire perché un anime appaia di fattura più grezza rispetto a un altro è davvero molto importante per imparare ad apprezzarlo, anche perché in molti casi è proprio grazie all’inventiva degli studi d’animazione più poveri che le tecniche più innovative, sviluppatesi poi nel tempo, hanno trovato un nido in cui nascere.

La cosa che sorprenderà di più consiste nello scoprire l’enorme quantità di anime di questo periodo “classico” divenuti celebri in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta, andando a costituire una sorta di Empireo di personaggi amati ancora oggi ed elencati tra i più famosi di sempre, recuperati in continuazione per sequel, remake e chi più ne ha, più ne metta.

Non è tutto. Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non vuole trattare l’animazione nipponica a compartimenti stagni come se si fosse sviluppata separatamente dalla cinematografia animata del resto del mondo. È molto interessante sapere cosa avveniva altrove negli stessi periodi, scoprire in quale modo l’Occidente ha influenzato e ispirato il Sol Levante e, di conseguenza, come il Giappone sia stato in grado di ricambiare. L’opera è stata concepita per comprendere meglio l’origine dei plot di molti anime, che attingono a piene mani dalla tradizione, da testi letterari e da eventi storici, anche se fin troppo spesso viene ignorato il come e il perché. È pensata inoltre per svelare in che modo diverse produzioni siano talvolta insospettabilmente connesse fra loro. Presenta anche i film pilota di diversi progetti, alcuni mai realizzati, altri arrivati sugli schermi con successo, altri ancora scomparsi dopo la prima presentazione e divenuti quelli che in Giappone sono definiti “anime fantasma”. Si parla anche delle coproduzioni con l’estero, di personaggi occidentali animati nel Sol Levante e di autori provenienti da tutto il mondo che hanno collaborato, nonostante le frontiere, pur di dare origine a vere e proprie meraviglie.

Per la stessa ragione, è importante ricordare che, dal loro primo arrivo massiccio in Italia alla fine degli anni Settanta, gli anime sono stati uno spartiacque generazionale. Gli adulti sbirciavano inorriditi i cartoni animati dei giovanissimi, pontificando su quanto fossero più belli “quelli di una volta” o, per fare un esempio, “i film di Walt Disney”, senza considerare alcune cose: (a) anche gli anime erano “quelli di una volta”, perché in quel periodo venivano trasmessi in Italia quelli prodotti negli anni Sessanta e nei primi Settanta, e quindi paradossalmente più vicini proprio alla generazione dei genitori; (b) gli anime erano prevalentemente prodotti seriali televisivi, con budget infinitamente più bassi dei lungometraggi cinematografici d’animazione statunitensi; (c) a causa della devastazione portata dalla Seconda Guerra Mondiale e del successivo periodo di assestamento durante l’occupazione americana del suolo giapponese, il Sol Levante poté sviluppare il proprio cinema d’animazione solo diversi decenni dopo rispetto agli Stati Uniti.

L’impatto dell’animazione giapponese nel nostro paese ebbe purtroppo anche effetti molto negativi. Gli studi d’animazione italiani furono letteralmente sterminati dall’arrivo degli anime, a causa dell’importazione indiscriminata e strabordante di prodotti nipponici da parte delle televisioni nazionali. Per la rete pubblica e per i network privati si rivelò più semplice ed economico attingere a un serbatoio contenente un quarto di secolo di materiale già pronto da mandare in onda, piuttosto che ordinare o coprodurre animazione sul suolo nazionale: gli studi italiani non riuscirono a reggere la concorrenza di una tale mole di titoli, specialmente contro serie televisive che contavano mediamente dai venti ai cinquanta episodi ciascuna, e così si verificò il tracollo di una piccola industria nazionale fiorente e innovativa, che fino ad allora godeva di ottima salute, anche grazie al massiccio impiego dei cartoni animati in campo pubblicitario. Il comprensibile astio provato da autori e animatori nei confronti dell’animazione giapponese avrebbe dovuto essere rivolto agli importatori, che costrinsero la maggior parte delle eccellenze nazionali a rivolgersi altrove. Tutto il contrario di quanto accaduto vent’anni prima in Giappone, quando le reti televisive e le case di produzione avevano investito energie e denaro per riemergere dal buio del passato e partecipare alla ricostruzione del Paese, credendo nell’animazione come mezzo espressivo e fonte di guadagno.

L’animazione giapponese era dunque in forte ritardo sulla scena internazionale, se si considera che la Disney aveva già prodotto il suo primo lungometraggio, Biancaneve e i sette nani, nel 1937; eppure recuperò terreno molto velocemente. Ecco perché gli anime propriamente detti esistono solo dal 1958, quando la Toei realizzò il primo lungometraggio animato a colori (Hakuja den), pensando finalmente anche all’esportazione, e iniziò a organizzarsi come vera e propria industria solo a partire dal 1963, grazie al grandissimo successo della prima vera serie televisiva (Tetsuwan Atom). Prima di allora erano stati realizzati innumerevoli cortometraggi e anche qualche mediometraggio, prevalentemente in bianco e nero, spesso muti, musicali o comici — a parte quelli di propaganda bellica, sponsorizzati dal governo e quindi con budget ben più alti — protagonisti di un’altra era in cui venivano tendenzialmente definiti manga eiga (traducibile grossomodo come “film-fumetto”), spesso realizzati da una sola persona o poco più, e dei quali è necessario trattare in separata sede. Benché l’animazione giapponese abbia origine agli albori del Novecento, grazie a maestri di prima grandezza e a diverse opere seminali di squisita fattura, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese deve necessariamente iniziare dagli anni Sessanta, includendo però anche la fine degli anni Cinquanta.

Per rendere la lettura il più scorrevole possibile, è stato scelto l’ordine cronologico. Per renderla più chiara, si è deciso di presentare gli anime con il loro titolo originale giapponese, perché molti di essi non sono mai giunti nel nostro Paese, mentre altri sono stati presentati più volte e con titoli diversi. I titoli italiani sono riportati in coda ai dati di ogni scheda, includendo anche la data della loro prima apparizione in Italia.

Sempre in favore di chiarezza, si è evitato di usare terminologia tecnica giapponese laddove non fosse strettamente necessario. Fanno ovviamente eccezione due parole legate alla natura di questo libro e divenute ormai di uso comune, come manga e anime. Vale tuttavia la pena ricordare che anime è il termine giapponese che indica i cartoni animati in generale, in particolar modo quelli prodotti dal 1958 in poi. Ha origine dalla pronuncia della parola inglese animation, che trascritta con i caratteri sillabici giapponesi diventa a-ni-me-e-shi-yo-n, abbreviata in a-ni-me. Manga è invece la parola giapponese con cui sono indicati i fumetti, anche se prima degli anni Sessanta era sovente usata anche per l’animazione, nei già citati *manga eiga* (al cinema) o nei *tv manga* (sui teleschermi casalinghi), terminologia quest’ultima rimasta in uso alternativamente ad anime fino ai primi anni Settanta.

Detto questo, si augura “buona lettura”, ma con un’avvertenza: come scrisse Luigi Bernardi di Granata Press, editore della primissima versione di questo libro, «il rischio di indigestione è alto». L’invito è comunque a questo buffet, nel quale si scopriranno sicuramente molti piatti sconosciuti, ma in cui sarà possibile ritrovare anche alcune pietanze capaci di riportare nostalgicamente indietro nel tempo.

Buona lettura.

i vostri Kappa
 
 
P.S.: prossimamente arriveranno in libreria anche Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1900 – 1957 e, ovviamente, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1970 – 1974. Ma dovrete pazientare: per fare un buon lavoro ci vuole tempo. Sì, anche nel XXI secolo. 
 
 
ANIME – GUIDA AL CINEMA D’ANIMAZIONE GIAPPONESE: 1958 – 1969
cm 16,5 x 24, 264 pagine, ISBN 9788885457416
Kappalab
 
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10 Dance: il film giapponese come Dirty Dancing

C'è qualcosa nelle produzioni asiatiche che affascina il pubblico e attira folle di nuovi e vecchi fan. Tanto che, nonostante il successo globale di Squid Game con la sua storia enigmatica e avvincente, sono altri i generi di film e serie a promuovere il gusto per il cinema e la televisione asiatici. Tra questi, Quando la vita ti dà mandarini, Atelier e persino Weak Hero: titoli che ci stanno aiutando a scoprire di più sulla cultura, la cucina e l'abilità dei loro sceneggiatori e registi asiatici.

E se ci concentriamo su opere di un singolo Paese, sebbene il 2025 sia stato uno degli anni migliori per le produzioni sudcoreane, vale la pena ricordare che anche il Giappone esporta prodotti di ottima fattura in termini di estetica e dialoghi, soddisfacendo i più alti standard che meritiamo come pubblico. Dal thriller I Saw the Devil (2010) a opere più romantiche come First Love (2022), ci sono molte opzioni sulle nostre piattaforme di streaming per godersi una bella serata in casa con un po' di popcorn.

Sull'onda del successo di film e serie giapponesi, abbiamo in questo film una nuova storia LGBTQ+ incredibilmente deliziosa, arrivata su Netflix pochi giorni prima della fine dell'anno. Si intitola 10Dance, un dramma romantico che racconta la storia di due ballerini con stili completamente opposti, Ryoma Takeuchi nei panni di Shinya Suzuki e Keita Machida nei panni di Shinya Sugiki, che devono unire le forze e ballare insieme per competere in un campionato multidisciplinare. La storia d'amore è ispirata a un manga BL (Boys' Love), che si concentra sulla forte rivalità tra i due, esplorando passione e romanticismo nel trend enemies to lovers (da nemici ad amanti).

Gli attori principali di questo film, già acclamato come una nuova fonte d'ispirazione per il cinema inclusivo con un importante messaggio di libertà, hanno parlato in diverse interviste della loro alchimia sullo schermo e di come si sono preparati per i loro ruoli. Machida, in un'intervista u Elle Japan, ha raccontato come una scena con la sua co-protagonista gli sia rimasta impressa per tutta la durata delle riprese: «Ho quasi pianto quando ho visto il personaggio di Ryoma ballare. Ero così commosso che tremavo dall'emozione. Quella sensazione mi è rimasta dentro da allora, quindi è stato facile immergermi nelle scene di flashback». Takeuchi, da parte sua, ha commentato come sia riuscito a trasmettere ciò che volevano nelle loro scene di danza: «Eravamo così assorti durante le riprese che non riuscivamo nemmeno a pensare lucidamente. Ma credo che sia stato proprio perché l'abbiamo affrontata di petto, pienamente consapevoli dei rischi, che il pubblico ha percepito la sensualità del film».

Indubbiamente, la trama avvincente di 10 Dance ci ha ricordato la storia di Frances "Baby" Houseman e Johnny Castle, i protagonisti dell'iconico film Dirty Dancing, diretto da Emile Ardolino e interpretato da Jennifer Grey e Patrick Swayze, non solo per i temi di danza e musicali, ma anche perché in entrambi i film vediamo come il risveglio sessuale e la tensione emotiva irrisolta permeano i dialoghi. Ciononostante, il fatto che utilizzino due personaggi maschili conferisce al film un tocco più interessante e sorprendente rispetto ad altre produzioni che hanno tentato, senza successo, di copiare la premessa del film di Ardolino.


Il prisma dell'amore: il nuovo anime di Netflix

Sta per arrivare su Netflix la nuova serie anime "Il prisma dell’amore": una storia all'insegna del romanticismo e dell'arte, narrata con suggestioni storiche in un racconto dal respiro internazionale. Firmata da Yoko Kamio, apprezzato autrice di "Boys Over Flowers", e prodotta da Wit Studio, la serie si inserisce nel solco delle storie di crescita personale, ma lo fa con un’ambientazione insolita e affascinante: la Londra dei primi del Novecento. Si parla di ambizione, talento e sentimenti, attraverso il racconto di un’età in cui tutto sembra possibile e labile allo stesso tempo.

La trama

La protagonista è Lili Ichijoin, giovane pittrice giapponese che lascia il suo Paese per studiare alla prestigiosa Saint Thomas Art Academy di Londra. Il trasferimento non è solo un sogno, ma anche una scommessa: i genitori le impongono di diventare la migliore studentessa entro sei mesi, altrimenti dovrà tornare a casa e rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. In questo contesto competitivo e stimolante, la giovane si trova ad affrontare un ambiente nuovo, una cultura diversa e la pressione costante del fallimento. Un giorno incontra Kit Church, brillante studente inglese, erede di una famiglia aristocratica e già considerato un genio della pittura. Sicuro del proprio talento ma emotivamente distante, Kit diventa per Lili al tempo stesso un avversario e un punto di riferimento. La loro rivalità inaugura una sfida fatta di pennelli, idee e visioni del mondo opposte. Ma dietro il confronto artistico prende forma qualcosa di più profondo: la determinazione e la sincerità di Lili iniziano a scalfire le difese di Kit, dando vita a un legame che cresce tra insicurezze, slanci romantici e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.

"Il prisma dell’amore" racconta così un percorso di formazione in cui l’arte diventa linguaggio dei sentimenti e lo sfondo storico amplifica il senso di scoperta. La serie segna un nuovo capitolo nella carriera di Yoko Kamio, autrice che ha fatto la storia dello shōjo manga con "Boys Over Flowers", opera da record per diffusione mondiale e adattamenti in numerosi Paesi. Non a caso, Kamio ha dichiarato di voler raccontare una storia capace di restituire luce e speranza in un’epoca in cui sogni e ideali sembrano sempre più difficili da difendere

Il cast tecnico e vocale

La serie nasce dalla mente di Yoko Kamio, responsabile della creazione e della sceneggiatura insieme a Saki Fujii. La produzione è affidata a Wit Studio, già noto per titoli di grande impatto come Attack on Titan e B: The Beginning. Alla regia troviamo un team di grande esperienza composto da Kazuto Nakazawa, Tetsuya Takahashi e Saki Fujii. Nakazawa ha, in passato, lavorato anche alle sequenze animate di Kill Bill: Volume 1. Le musiche sono curate di Naoki "naotyu" Chiba, mentre il tema principale è interpretato dai Chilli Beans. I character design originali sono firmati da Kamio e adattati per l’animazione da Yasuko Takahashi. Nel cast vocale originale spiccano Atsumi Tanezaki nel ruolo di Lili Ichijoin e Koki Uchiyama in quello di Kit Church.

Il cast tecnico e vocale

Netflix rilascia "Il prisma dell’amore" il 15 gennaio 2026, in esclusiva sulla piattaforma. La serie è composta da 20 episodi. Pochi giorni prima, l’8 gennaio 2026, debutta anche l’adattamento manga disegnato da Maki Minami sulla piattaforma Shōnen Jump+.


Recensione "Libro delle Ombre. Hiroshima, 80 anni dopo" di Giuseppe Carrieri

Libro delle Ombre
Un documentario di Giuseppe Carrieri per l’ottantesimo anniversario di Hiroshima

A ottant’anni dal 6 agosto 1945, giorno in cui la prima bomba atomica fu sganciata sulla città di Hiroshima, il documentario Libro delle Ombre, diretto da Giuseppe Carrieri, sceglie con coraggio di non concentrarsi sulla guerra, bensì sulla pace. Ed è proprio questa parola - “pace” - a risuonare più frequentemente nel racconto, ancor più della parola “guerra”: una scelta non solo lessicale, ma anche profondamente politica e poetica.

Carrieri, regista e documentarista napoletano da anni attivo nel panorama del cinema del reale, firma un’opera di rara delicatezza visiva e spirituale, capace di trasformare il linguaggio documentaristico in una riflessione poetica sul trauma, la memoria e la possibilità di rinascita.

Come assenza non solo di conflitto, ma anche di discriminazione: così viene definita la pace da alcuni hibakusha (sopravvissuti alla bomba atomica, oggi membri dell’organizzazione Nihon Hidankyō, insignita del Premio Nobel per la Pace 2024), quando viene chiesto loro che significato abbia davvero questa parola. È commovente constatare come i testimoni non si richiudano mai su un dolore nazionale, ma si aprano invece a un respiro universale, non mancando di rivolgere un pensiero anche a chi, ancora oggi, si trova a vivere nel mezzo di una guerra.

Carrieri intreccia un delicatissimo poema in prosa con testimonianze orali, immagini dei giorni immediatamente successivi al disastro, disegni essenziali e intensamente evocativi e scorci della Hiroshima di oggi. Il bianco torna più volte a occupare lo schermo, dapprima come luce accecante e assordante, che richiama l’istante della deflagrazione, poi come velo in sovrimpressione durante le testimonianze, a suggerire come l’onda d’urto della bomba abbia continuato a propagarsi nel tempo, lasciando una traccia profonda ben oltre l’impatto iniziale.

La fotografia di Emanuele Stalla restituisce con delicatezza questo doppio livello temporale: da un lato, i frammenti delle vite conclusesi quel 6 agosto, conservati all’interno del Museo della Pace; dall’altro, i viali alberati, le acque limpide, le aiuole fiorite simbolo di una Hiroshima rinata. 

Fin dalle prime scene, il documentario costruisce un parallelismo simbolico tra la luce degli hanabi, i fuochi d’artificio estivi che sbocciano come peonie nel cielo notturno, e quella del fungo atomico. L’intero film si muove poi sul contrasto tra luce e ombra: paradossalmente, è la luce ad apparire distruttiva, mentre l’ombra - della montagna, dei palazzi, dei luoghi riparati - si rivela salvifica, in grado di proteggere dalla deflagrazione.

Le ombre, nel Libro delle Ombre, non rappresentano il buio, ma il rifugio. Non l’oblio, ma la sopravvivenza. È grazie a esse, ci ricordano gli hibakusha, se qualcuno ha potuto continuare a vedere la luce. E finché possediamo un’ombra, fino a quel momento siamo vivi.

A tessere il filo di questo racconto è la voce narrante di Mayu Seto, dolce e colma di speranza, che guida lo spettatore attraverso un’intima meditazione sull’eternità e sull’impermanenza, due concetti profondamente radicati nella sensibilità giapponese. Fin dall’epoca dello Heike Monogatari, capolavoro dell’epica giapponese, la cultura nipponica contempla il ciclo di splendore e caduta, interrogandosi sulla fugacità dell’esistenza e sulla fragilità della gloria umana. Celebre è il prologo dell’opera, che così recita: “Il suono del campanile del Gion Shōja riecheggia l’impermanenza di tutte le cose. I fiori di ciliegio, tanto amati, rivelano il destino dei potenti: la loro caduta, rapida come un sogno di primavera. Le loro gesta, infine, si disperdono come polvere al vento.”

Eppure, nonostante l’evidenza della caducità della vita umana, gli hibakusha - o forse, più in generale, l’essere umano - continuano a sperare, in qualche forma, di poter sfiorare un’idea di eternità. C’è chi la cerca raccogliendosi davanti al proprio altare di famiglia, piangendo i volti amati che non ci sono più, spesso accompagnato dal silenzioso fardello del senso di colpa dei sopravvissuti; chi la invoca rivolgendosi ai kami del santuario; e chi, infine, la coltiva nel silenzio più profondo, custodendo dentro di sé la memoria dell’atomica come una fiamma che continua a bruciare.

Sofia Dagradi, studentessa


Cinema: Spirit World - La festa delle lanterne

Spirit World – La festa delle lanterne

Regia: Eric Khoo
Sceneggiatura: Edward Khoo
Cast: Catherine Deneuve (Claire Emery), Masaaki Sakai (Yuzo), Yutaka Takenouchi (Hayato), Jun Fubuki, Denden
Produzione: Francia, Giappone, Singapore (2024)
Durata: 105 minuti
Distribuzione: Europictures
Uscita in Italia: 26 giugno 2025 

Sinossi

Claire Emery (Catherine Deneuve), cantante francese un tempo celebre in Giappone, torna a Tokyo per un ultimo concerto, nonostante la sofferenza per la recente perdita della figlia e la voce ormai affievolita. Dopo il live, in un bar sui generis, incontra Yuzo (Masaaki Sakai), un suo anziano e devoto fan, appassionato di tradizioni nipponiche. Tra un bicchiere di sake e un altro, Yuzo le racconta dell’Obon, la festa delle lanterne in cui, secondo la tradizione buddhista, i morti possono tornare tra i vivi per pochi giorni estivi.

Da quel momento, il film si trasforma in un viaggio sospeso tra realtà e soprannaturale. Claire e Yuzo, ormai defunti, diventano guide l’uno per l’altro, attraversano paesaggi urbani e costieri, dipingendo un’odissea esistenziale dove i confini fra vita e morte, passato e presente, si confondono.

Tematiche e stile narrativo

Il regista Eric Khoo esplora il tema del lutto e della memoria con uno stile asciutto e meditativo, improntato a una poetica minimalista.

Catherine Deneuve è al centro di un racconto lento ma evocativo: la sua presenza funge da ponte tra musica e spiritualità, offrendo suggestioni che dialogano con la dimensione ultraterrena. La musica diventa metafora della connessione tra anime, di colori e fragilità, un filo di speranza contro l’oblio.

Contesto di produzione

Prodotto da Francia, Giappone e Singapore e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2024, il film rappresenta un ponte tra culture. Khoo - regista singaporiano con una filmografia ricca di contaminazioni - firma qui un’opera di respiro internazionale, capace di fondere sensibilità occidentali e suggestioni spirituali nipponiche.

Gli eventi si svolgono tra Tokyo metropolitana, coste silenziose e campagne sospese, in un’atmosfera che oscilla tra dolore, attesa e redenzione.

 

 


"La luna vista dai maestri della stampa giapponese" in libreria

È disponibile da qualche giorno in libreria il cofanetto "La luna vista dai maestri della stampa giapponese", un volume che offre una selezione di opere dei grandi maestri di arte Ukiyo-e con la luna come figura di rilievo.

All'interno della cultura nipponica, la luna ha sempre avuto un ruolo centrale nell'immaginario collettivo, venendo celebrata da feste e rituali a lei dedicati, e rappresentando un’importante fonte di ispirazione per artisti e poeti. La sua presenza nel cielo notturno scandisce il passaggio dei mesi, e trasforma al tempo stesso l'aspetto dei paesaggi che illumina con luce candida. Tale rilevanza culturale e visiva si riflette potentemente in molti lavori letterari e artistici realizzati in Giappone nel corso dei secoli.

La raccolta include un gran numero di artisti, tra cui Utagawa Hiroshige, Katsushika Hokusai e Utagawa Kunisada. 

Il nuovo progetto editoriale de L’Ippocampo si compone di oltre cento pagine rilegate in un libretto "a fisarmonica", ideale per presentare in modo elegante e accessibile tutte le immagini del volume. L’opera è poi introdotta da un’accurata prefazione, che delinea un profilo della storia della luna nella cultura giapponese, dal X secolo alla prima metà del Novecento.

Le riproduzioni raccolte nel cofanetto offrono così una testimonianza preziosa in merito all'abilità unica dei grandi maestri dell’arte della stampa ukiyo-e: la loro capacità di raffigurare un simbolo poliedrico come la luna all’interno di composizioni visive sempre equilibrate e suggestive.

 


Cinema: “L'innocenza” di Kore-eda disponibile in streaming su NOW

Il film "L'innocenza" del regista giapponese Kore-eda Hirokazu, premiato con la Queer Palm e il premio per la migliore sceneggiatura durante la 76esima edizione del Festival di Cannes è ora disponibile in streaming su NOW per coloro che hanno perso la prima TV su Sky Cinema Due.

Il film racconta la storia di Minato, un bambino di undici anni che comincia a comportarsi in un modo bizzarro agli occhi della madre, una donna vedova costretta a confrontarsi con la dura realtà. Saoir è da sola nella crescita di suo figlio e, dopo aver scoperto che dietro il comportamento bizzarro del bambino si nasconde in realtà il suo insegnante e l’amico Yori, la donna piomba a scuola e pretende di capire dai diretti interessati cosa sta succedendo e perché suo figlio è così strano. La storia si racconta attraverso i punti di vista della madre, del bambino e dell’insegnante e man mano che i dettagli vengono a galla, anche la verità emerge in tutta la sua forza. Come spesso accade nei film del regista, la verità si rivelerà essere ben diversa da quella che Saori credeva.


FEFF 27: La celebrity giapponese Megumi tra i giudici

Attrice, pop idol, produttrice e imprenditrice di successo, Megumi vanta ben più di settecento mila fan e recentemente ha legato il proprio nome ai fasti della Japan Night dell'ultimo festival di Cannes, evento che verrà portato anche al Far East Film Festival.
«Sono davvero onorata ed entusiasta di far parte della giuria del FEFF - commenta la stessa Megumi - e sono altrettanto entusiasta di portare a Udine, per la prima volta, la mia Japan Night. Cercherò di far conoscere i film e la cultura giapponese a persone di tutto il mondo e, allo stesso tempo, festeggerò la firma di un accordo di coproduzione cinematografica tra Italia e Giappone».

Due film per ricordare Masahiro Shinoda: Under The Blossoming Cherry Trees (1975) e Demon Pond (1979)

di Marcella Leonardi

 

Lo scorso 25 Marzo ci ha lasciati il regista e sceneggiatore giapponese Masahiro Shinoda, tra i più grandi autori - insieme a Nagisa Ōshima, Seijun Suzuki e Shōhei Imamura, tra gli altri - della  Nūberu bāgu (Nouvelle Vague) giapponese. Lo ricordiamo con due tra i suoi titoli più affascinanti.

Le recensioni sono tratte dal blog di cinema giapponese classico e contemporaneo NUBI FLUTTUANTI

 

UNDER THE BLOSSOMING CHERRY TREES (Sakura no mori no mankai no shita, 1975)

Un rozzo montanaro uccide le sue sei mogli per assecondare una donna affascinante che ha catturato. Man mano che il tempo passa, l’uomo si spinge a compiere crimini sempre più efferati per compiacere la sua nuova moglie, creatura sadica e necrofila.

Scritto nel 1947, all’indomani della Seconda guerra mondiale, in un paese prostrato e ridotto a sentimenti primordiali e violenti (scrisse Ozu nel 1951: “Mi dispiace, non riesco più a sentire lo stesso affetto (…). In passato quelle persone non erano senza cuore così come sono oggi”), il racconto di Sakaguchi Ango mette in scena una vicenda agghiacciante, in cui i confini tra sogno e incubo, bellezza e orrore sono labili e sfuggenti come il vento gelido che spira tra i fiori di ciliegio. Petali di sovrumana bellezza si moltiplicano sugli alberi e creano un sovraccarico sensoriale – di colori, profumi, di un delicato stormire tra i rami – che diviene per l’essere umano qualcosa di minaccioso e inspiegabile. Sakaguchi animava le sue foreste di uno spirito malvagio quanto magnifico e vago, simile a una presenza femminile di inusitata crudeltà e leggiadria, capace di liberare un desiderio pulsionale in chiunque la ammirasse. Nel racconto, il rude montanaro protagonista resta schiavo di un incanto che lo trascina nel più profondo abominio: la donna da lui catturata e presa in moglie è seducente come ciliegi in fiore, ma dominata dalla follia. Per lei, il montanaro ucciderà le sue mogli, taglierà teste, si piegherà alla vanità della donna e alle sue voglie perverse.

Masahiro Shinoda, studioso e appassionato di letteratura, profondamente interessato a trasporre forme e strutture letterarie in immagini – alla ricerca di un nuovo emerso dalle ceneri dei linguaggi tradizionali – si avvicina al racconto di Sakaguchi con rispetto, riproducendone la sequenza di eventi così come i dialoghi e le perturbanti atmosfere, frutto della psiche alterata dei protagonisti. Ma là dove Sakaguchi si prodigava in descrizioni minuziose, facendo della parola uno strumento affilato e innocente, usato nella sua nuda evidenza per mettere in scena l’orrore e la malattia insiti nell’esistenza umana, Shinoda consegna all’immagine il carico di significanza delle dense pagine dello scrittore.
Per questo motivo le sue inquadrature sono profonde e stratificate: all’interno dell’immagine lo spettatore può “muoversi” tra molteplici informazioni, soffermarsi su oggetti e indizi in avampiano, lasciar scorrere lo sguardo ai margini (spazio prediletto da Shinoda per collocarvi la presenza umana), fino a cogliere le microstorie sullo sfondo (un gatto, un personaggio, una finestra/palcoscenico sul mondo).

La bellezza della visione di Shinoda risiede in questo atto di trasformazione della pagina in una immagine/microcosmo di qualità tridimensionale. Emerge la sua ammirazione per Orson Welles, che ne influenza la scomposizione dell’inquadratura in una pluriformità esplorata da una regia osservatrice e testimone della degenerazione dell’essere umano.
Occhio voyeuristico, analitico, non di rado morboso, la macchina da presa “emotiva e pensante” di Shinoda si sofferma sul corpo della donna (la musa Shima Iwashita), ne ammira con voluttà la pelle diafana e le labbra carnose. In una scena ne spia i giochi erotici perversi con una passione feticista che è la medesima del protagonista: Shinoda indugia sui seni, sulla bocca, sui piedi pallidi e delicati capaci di scatenare l’irrazionale bramosia del marito. La densa atmosfera erotica che satura le scene è indissolubilmente legata a un sentimento di repulsione e disprezzo e l’inquietudine è accentuata dalle note dissonanti del grande compositore Tōru Takemitsu, che sollecita un continuo ritorno del rimosso sovvertendo canoni tradizionali e melodie, a favore di composizioni disarmoniche e sperimentali.

Mondo di sofferenza, eppure i ciliegi sono in fiore”: dalle immagini di Shinoda spira la stessa triste e crudele poesia dei versi di Kobayashi Issa (小林一茶, 1763–1828), l’orrore nei confronti di una bellezza corrotta dal male e dagli istinti. Si avverte una riflessione altra, un pensiero per un Paese che fonda la sua cultura su un’estetica squisita, di impalpabile grazia, ma cova un destino di violenza antropologica. La foresta di ciliegi in fiore osserva il male dell’uomo e lo investe del suo potere e del suo monito: la dissoluzione, con i corpi dei due amanti fagocitati in un nulla che diviene petalo soffiato dal vento.
Così come Shinoda, anche Kiyoshi Kurosawa in Charisma o Ryūsuke Hamaguchi in Il male non esiste ci raccontano di una natura aliena e gelida, dotata di un proprio “istinto” e sprezzante delle macabre miserie umane.

 

DEMON POND (Yasha-ga-ike, 1979)

L’insegnante Yamasawa si reca in un villaggio colpito dalla siccità alla ricerca dell’amico scomparso Hagiwara. Scopre che questi si nasconde lì e ha sposato Yuri, un’affascinante donna locale il cui destino è intrecciato con la campana del villaggio. La leggenda vuole che la campana debba essere suonata tre volte al giorno, altrimenti il Demone Drago si libererà.

Regista di punta della Nūberu bāgu, la “nuova onda” rivoluzionaria degli anni ’60, Masahiro Shinoda è ancora molto attivo negli anni ’70, un periodo fertile per la sua ispirazione fuori dal comune. Studioso di teatro classico, attratto dagli stilemi del teatro Kabuki (che così spesso ha incrociato le proprie forme con quelle cinematografiche), il regista porta a compimento, con Demon Pond, una sintesi tra la sua naturale e irriducibile propensione a un cinema “futuro” e la fascinazione nei confronti di miti e leggende tradizionali.
Tratto dall’omonima piéce di Kyōka Izumi (1913), Demon Pond allo stesso tempo esalta e nega la sua origine teatrale: Shinoda ricostruisce boschi, fiori e paesaggi in studio, mentre i cromatismi e l’uso della luce, profondamente anti-naturalistici, concorrono alla creazione di un contesto stilizzato in cui gli attori lavorano sulla gestualità rituale del corpo. Rispettando i severi dettami del Kabuki, Shinoda affida a Bandō Tamasaburō V, tra i più celebri e venerati onnagata (attore kabuki specializzato in personaggi femminili) il ruolo di Yuri/Principessa Sharayuki; e aderisce con serietà allo spirito dell’opera originale, dando vita a un dramma magico e suggestivo, al contempo raffinatissimo e popolare. Scenografie variopinte fanno da sfondo a conflitti di personaggi dal segno emotivo opposto, abbigliati in costumi tradizionali e fantastici; su tutti, trionfa la carismatica presenza di Bandō, nei cui gesti si realizza l’enigma di un femminile idealizzato e spirituale. Demone/donna di grazia irraggiungibile, l’attore materializza carnalmente i volti dipinti dall’arte Ukiyo-e; la macchina da presa lo accarezza delicatamente in primissimi piani soffusi di luce, quasi si accostasse a un mistero divino.

Ma se la messa in scena di Demon Pond è una resa alla bellezza dell’archetipo teatrale, ai suoi fondali dipinti, a uno spazio astratto di intensa sensorialità (ricco di colori, materiali, profumi, elementi primari), la regia cinematografica di Shinoda interviene a scomporne la classicità, all’insegna di una nuova esperienza percettiva.
Con una lucida operazione di distanziamento dai codici, Shinoda spezza la struttura tradizionale e interferisce con soggettive, campi lunghissimi alternati a primi piani, e soprattutto un montaggio irregolare e anti-armonico. I personaggi maschili appaiono sghembi, irrisolti, animati da una modernità che li confonde e li spinge ai margini del “fantastico”, quel regno dell’estraneo e del fiabesco in cui la figura umana è un corpo estraneo. Il bosco, animista e carico di presenze sfuggenti, è folcloristico e “falso” alla maniera di Kinoshita (evidenti i richiami alla messa in scena de La Ballata di Narayama, 1958, con i suoi paesaggi saturi); ma Shinoda esercita uno sperimentalismo profondamente diverso dalla passione di Kinoshita per le possibilità del mezzo-cinema, rivelando un occhio più severo, politico nel rielaborare il passato.

La brutalità dei suoi zoom, la consapevole contrapposizione tra l’immagine e il suo doppio (il riflesso nell’acqua), l’uso espressivo delle dissolvenze incrociate sembrano separare in modo netto il Giappone contemporaneo dalle sue proiezioni fantastiche e immaginarie. Quando il volto della Principessa Shirayuki sparisce “assorbito” dal tronco dell’albero, o ancor di più nella strabiliante sequenza dell’ascensione, in cui Shinoda mette in atto la più sfrenata visionarietà, lo spettatore diviene partecipe di una riflessione estetica non dissimile da quelle espresse da Toshio Matsumoto o Shūji Terayama (originariamente collaboratore di Shinoda). Il regista sollecita, con le sue immagini multisensoriali e stratificate, una sorta di “risveglio surrealista”: Demon Pond è cinema che taglia, scruta, sfiora la materia viva della leggenda, giungendo a interrogarsi su un presente privato del conforto dell’epica.

 

[Marcella Leonardi è critica cinematografica e docente. Da sempre appassionata di cinema, ha collaborato con varie testate tra cui Sonatine, Cinefilia Ritrovata, Nocturno e Otto e mezzo. Da alcuni anni si dedica prevalentemente al cinema giapponese.]


Anime Cult Speciale sulle Locandine degli Anime

L'articolo è tratto dal sito corriereNERD

Nel mondo dell’animazione giapponese, l’arte delle locandine ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel catturare l’essenza di un film e nel renderlo indimenticabile per i fan. A febbraio 2025, Sprea Edizioni celebra questa tradizione con l’uscita del quinto volume della collana Anime Cult Special, un’edizione che promette di entusiasmare i collezionisti e gli appassionati di anime. Il nuovo volume è interamente dedicato alle “Locandine degli Anime”, raccogliendo quasi 50 locandine originali a grandezza naturale, pronte per essere staccate, incorniciate e conservate.

Questo volume si distingue non solo per la qualità della proposta, ma anche per la varietà e l’importanza delle opere che raccoglie. Tra le locandine, infatti, non mancano i capolavori di Hayao Miyazaki, come Il mio vicino Totoro e La città incantata, che sono diventati veri e propri simboli della cultura popolare giapponese. Accanto a questi, ci sono anche i grandi classici di Leiji Matsumoto, come Capitan Harlock e Galaxy Express 999, che hanno segnato un’epoca e influenzato generazioni di appassionati.

Ma cosa rende questo volume così speciale? Innanzitutto, le locandine presenti non sono semplici riproduzioni, ma veri e propri chirashi a grandezza naturale. I chirashi sono dei piccoli poster distribuiti gratuitamente durante le campagne promozionali dei film o agli eventi, e rappresentano una forma unica di arte pubblicitaria. Questi piccoli gioielli, che spesso riproducono l’immagine del poster del film sul lato anteriore e contengono informazioni varie sul retro, sono una parte fondamentale della cultura giapponese. La loro dimensione ridotta e il loro carattere effimero li hanno resi oggetti da collezione molto ricercati, e il volume di Sprea Edizioni offre ai lettori l’opportunità di ammirarli nella loro forma originale, a grandezza naturale.

La scelta di celebrare le locandine di anime non è casuale: queste opere d’arte hanno avuto un impatto significativo nel definire l’immaginario collettivo legato agli anime. Ogni locandina racconta una storia visiva che, pur nella sua immediatezza, racchiude tutta la magia, l’emozione e la potenza visiva che caratterizzano i film d’animazione giapponesi. Non è solo un oggetto da appendere alla parete, ma una finestra su un mondo ricco di emozioni e di estetica senza tempo.

Questa edizione speciale è disponibile sia in formato cartaceo che digitale, offrendo così a tutti gli appassionati, ovunque si trovino, la possibilità di collezionare e apprezzare queste straordinarie locandine. Con il volume che arriva a febbraio 2025, Anime Cult Speciale: Locandine degli Anime si prepara a diventare un must per ogni amante dell’animazione giapponese e per chiunque voglia approfondire la propria passione per l’arte che ha fatto la storia di tanti titoli leggendari.

In definitiva, il quinto volume di Anime Cult Speciale non solo celebra l’arte delle locandine giapponesi, ma porta con sé un pezzo di storia che ogni vero fan non vorrà lasciarsi sfuggire. Con la possibilità di staccare, incorniciare e conservare queste magnifiche opere, questo volume si propone come un tributo all’iconicità che ha reso immortali i titoli anime che amiamo. Non resta che aspettare l’uscita e prepararsi a rivivere la magia delle locandine degli anime!