ANIME – Guida al cinema d'animazione giapponese

 

Ormai è storia: Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese è stato il primo libro di natura enciclopedica in Occidente a raccontare le produzioni del Sol Levante attraverso una lente matura, utile per attenuare gli allarmismi di chi le vedeva come un pericolo per le nuove generazioni, e capace di portare informazione a chi ne era appassionato ma si trovava senza fonti di consultazione.

Ebbene, sappiate che questo libro non è lo stesso pubblicato nei primi anni Novanta da Granata Press.
Di quel libro Kappalab ha voluto mantenere lo spirito, l’aspetto generale e il titolo, ma tutto ciò che trovate al suo interno è nuovo di zecca.
 
Verrebbe da dire “riveduto, corretto e aggiornato”, ma – come potrà verificare chiunque abbia l’edizione del 1991 – in verità è stato interamente riscritto e abbondantemente ampliato, grazie all’aggiunta di cortometraggifilm pilotaspeciali televisivi e da festival, progetti rimasti nel limbo, coproduzioni con compagnie straniere, dati dettagliatitrame consistentiretroscena e curiosità di ciascun film o serie animata.
Basti pensare che il testo contenuto in questo volume di 264 pagine, all’epoca ne occupava a malapena una quarantina.
 
Ovviamente c’è più di una ragione del perché la prima edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese avesse tante lacune e del perché oggi si è reso necessario riscriverlo daccapo, partendo da questa prima parte dedicata agli anni Sessanta.
Quando la redazione di Kappalab iniziò a scrivere la prima edizione del libro, alla fine degli anni Ottanta, non aveva ben chiaro in quale ginepraio stavamo per addentrarci. In quel periodo non era per nulla facile reperire materiale da visionare, e quel poco, pochissimo che era disponibile si trovava esclusivamente su nastro magnetico – le ingombranti videocassette VHS che avevano dato il via all’home video negli anni Ottanta – o addirittura in pellicola Super 8 (brevi filmini realizzati quando l’home video non esisteva) grazie ai quali ci si doveva accontentare di qualche sequenza di recupero o film accorciati di molti minuti per la proiezione casalinga. Per quanto riguardava le videocassette, si trattava per lo più di sporadiche registrazioni televisive effettuate negli anni precedenti, da quando il videoregistratore era magicamente apparso nelle nostre abitazioni, e che potevano sopperire solo in parte alle lacune della memoria, non essendo disponibili né testi scritti né ancora Internet, con la sua possibilità di contattare direttamente le case di produzione per chiedere informazioni dettagliate.
Sì, perché l’animazione giapponese era arrivata in Italia già negli anni Settanta in dose massiccia (ma aveva già fatto timidamente capolino anche nei due decenni precedenti) e noi ne avevamo assorbita parecchia attraverso la TV e quel poco che arrivava nelle sale cinematografiche. Era praticamente impossibile recuperare quei film, intravisti per miracolo in qualche cinema durante le matinée per ragazzi, e si doveva sempre aspettare il periodo natalizio perché le poche reti televisive decidessero di trasmettere, senza preavviso e senza informazioni, qualche lungometraggio d’animazione che ci lasciava inevitabilmente a bocca aperta. Di serie televisive giapponesi animate ne erano passate davvero tante in televisione, dopo il successo di Heidi e Atlas Ufo Robot (Goldrake), ma dopo un periodo di inevitabile sovraffollamento catodico, per un lungo periodo la diffusione dell’animazione giapponese in Italia subì un’inevitabile contrazione, dovuta all’eccesso di proposte e all’arrivo di prodotti non sempre all’altezza delle aspettative.
Nell’arco di un decennio in Italia a Kappalab avevano rivisto il corrispettivo di quasi trent’anni di animazione giapponese, e questo aveva un po’ stordito il giovane pubblico e irritato gli adulti. Gli studi d’animazione italiani subirono un durissimo colpo a causa della mole di anime importati dal Sol Levante, e una parte di essi fu costretta a chiudere i battenti per la scarsa sensibilità dei curatori di palinsesti TV dell’epoca per il prodotto nazionale: potendo attingere al vastissimo serbatoio orientale già esistente (serie televisive con decine e decine di episodi già pronti e testati su un pubblico), quasi nessuno sembrava avere più bisogno di creare appositamente cartoni animati nel nostro Paese. Nacquero malumori anche perché quei serial giapponesi portavano argomenti, ambientazioni e temi che fino ad allora non erano mai apparsi nei cartoni animati, da sempre ritenuti prodotti per un pubblico esclusivamente infantile. E pensare che l’animazione italiana era già adulta: basti pensare a quanto creato fino a quel momento da Bruno Bozzetto, Guido Manuli, Osvaldo Cavandoli, la famiglia Pagot, Gianini & Luzzati e decine di altri, per renderci conto che la differenza era solo nella testa di chi aveva preconcetti. Fatto sta che le battaglie dei travagliati guerrieri spaziali e le avventure di lacrimanti ma intrepide orfanelle urtarono la sensibilità di quei genitori costretti a lasciare la prole davanti al teleschermo, e ci furono proteste, petizioni, denunce e addirittura interpellanze parlamentari per eliminare i nocivi cartoni giapponesi dai palinsesti.
 
Dunque, realizzare una guida sull’argomento tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta poteva risultare un’impresa spaventosa, se solo ci avessero pensato su un attimo.
 
Ma loro non ci pensarono su, lo fecero e basta.
 
Come accade quando si è giovani e inesperti, le grandi imprese si prendono di petto e non ci si preoccupa se si è partiti per una grande scalata con appena un paio di sandali, un sacchetto di patatine e una mezza lattina di qualche bibita: l’importante è gettarsi nell’impresa.
 
Fu così che scoprirono – cercando febbrilmente su vecchie riviste d’animazione giapponesi e consunti cataloghi delle case di produzione – che molti film o serial televisivi non erano mai arrivati in Italia. Solo attraverso amici sparsi in mezzo mondo era possibile rintracciare, per esempio, usurate videocassette doppiate in qualche lingua straniera, spesso non quella originale. Senza internet, all’epoca i rapporti diretti e veloci col Giappone erano pressoché impossibili, per cui chi era grafomane e aveva “amici di penna” all’estero si faceva spedire materiale in lingua originale, che però poteva essere visionato solo (a) noleggiando/acquistando costosi videoregistratori NTSC, dato che i nostri leggevano solo il PAL, o (b) in compagnia di qualcuno che masticasse qualche parola di giapponese, la cui disponibilità sulla piazza era pari a quella degli unicorni.
Si distribuirono le ricerche e andarono a racimolare informazioni ovunque fosse possibile: dai retro delle videocassette, dai titoli di coda dei film (dove perfino i nomi di autori e registi erano sbagliati per errori di traduzione degli importatori, quando non addirittura completamente inventati o anglicizzati), presso colleghi stranieri, ma soprattutto sulle riviste giapponesi dedicate all’animazione a cui fortunatamente erano abbonati da qualche anno e che trattavano spesso anche le vecchie glorie in qualche sperduto articoletto. Tradurre quei dati era poi un altro paio di maniche. Lo studio della lingua giapponese non era diffuso come oggi e, dato che gli interpreti professionisti avrebbero mandato fuori budget il libro, impiegarono studenti giapponesi madrelingua che frequentavano l’università in Italia. Benché fossero ovviamente ferratissimi nella loro lingua madre, questi ragazzi avevano però ancora qualche problema con la nostra, così spesso era necessario interpretare le traduzioni per dare loro un senso compiuto: questo li convinse a iscriverci a corsi privati e universitari di lingua giapponese per poter compiere l’impresa (anche) grazie a un minimo di conoscenza diretta e a un buon dizionario nippo-italiano. Il vero dramma era riuscire a interpretare i nomi e i cognomi di registi e animatori, perché gli ideogrammi possono essere letti in più modi, e il rischio di strafalcioni era davvero alto. Basti pensare che, ancora oggi, le stesse case di produzione non conoscono la pronuncia di alcuni nomi di collaboratori degli anni Cinquanta e Sessanta, per cui ne riportano solo la versione in ideogrammi.
 
Un’altra fondamentale risorsa per le ricerche erano i manga, da cui in gran parte gli anime erano tratti. I manga erano per noi la Stele di Rosetta, una cartina tornasole per capire meglio la storia (i testi scritti erano traducibili con maggior facilità rispetto a dialoghi orali), scoprire dettagli sull’autore originale e il suo stile, i nomi dei personaggi e tutto ciò che ne faceva parte.
Un miliardo di tessere da cucire insieme, che a volte lasciavano emergere ulteriori dati da inserire nel libro (“questo regista faceva l’animatore in quell’altro film!”, “i personaggi di queste due serie hanno nomi diversi in Italia ma sono gli stessi!”, e via così), generando un lavoro entusiastico e febbrile come quello dei paleontologi che, radunando in maniera logica ossa fossili, riescono a ricostruire l’aspetto di una nuova specie di dinosauro.
 
Quando il libro fu pressoché pronto, nell’estate del 1991 il primo agognato viaggio in Giappone permise di andare dritti alla fonte. Visitarono la storica casa di produzione Toei, grazie alla quale recuperarono informazioni anche sulle produzioni più datate, furono in grado di acquistare decine e decine di film in videocassetta per visionarli e completare diversi vuoti del libro, e infine incontrare responsabili di case editrici come Kodansha, Shogakukan e Shueisha (grazie ai quali avevano iniziato a pubblicare i manga in Italia), che fornirono ulteriori dettagli e curiosità in materia.
Al rientro in Italia, redigere il libro nella sua fase finale fu per loro un vero incubo. Per fare un solo esempio, sorsero svariati dubbi sulla traslitterazione di titoli e nomi occidentaleggianti di alcune produzioni: ci furono discussioni in redazione per decidere se rimanere fedeli alla fonetica giapponese alla lettera, o se invece tradurli per restituirne l’effettivo significato: tanto per fare qualche esempio, in Giappone nomi come DevilmanLupin e Gundam si pronunciano (e si scrivono) DebirumanRupan, e Gandamu; oppure quale sistema di traslitterazione adottare fra l’Hepburn e il Kunrei (con le conseguenti modifiche all’ordine alfabetico dell’indice); la decisione di creare più indici, per facilitare sia la ricerca dei titoli originali giapponesi sia degli adattamenti con cui erano giunti in Italia; decidere se strutturare il libro in ordine cronologico assoluto per produzione o se invece separare i film dalle serie televisive e dall’home video. E questi sono solo alcuni esempi.
Con ovvie lacune e inevitabili sviste, l’edizione storica di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese raggiunse le librerie nell’autunno del 1991 con la prefazione di Go Nagai (il creatore di Goldrake e Mazinga) sotto il marchio Granata Press, casa editrice bolognese attraverso la quale stavano portando in Italia i primi manga, dopo averli promossi per anni sulle loro pubblicazioni indipendenti come la ben nota prozine “MangaZine”, che di lì a poco sarebbe divenuta la prima rivista da edicola dedicata ad anime e manga, seguita dalla longeva “Kappa Magazine” nel 1992. Presentarono Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese in anteprima in una fumetteria di Roma, una delle prime (pochissime, allora) esistenti in tutta Italia, e con enorme sorpresa la partecipazione del pubblico fu grande e calorosa. Non credettero ai loro occhi: decine e decine di persone ammassate fuori dalla libreria per procurarsi una copia di quel libro che era unico nel suo genere al mondo. E che, proprio per questo, fu tradotto in diverse lingue.
 
Da allora il mondo è cambiato un bel po’.
 
All’epoca si parlava di anime solo all’interno di ristrette cerchie di super-appassionati, con riunioni e pubblicazioni pressoché massoniche, perché chiunque avesse più di dieci anni e dichiarasse pubblicamente di essere interessato ai cartoni animati giapponesi rischiava di essere collocato socialmente fra gli stramboidi da non frequentare. Oggi, invece, l’argomento è assolutamente mainstream, accettato più o meno da tutti, e la produzione nipponica animata è parte integrante della fictioninternazionale: un po’ grazie all’impegno di tutti gli operatori del settore, un po’ grazie alle nuove generazioni.
 
Tramite internet, oggi le informazioni sono facilmente reperibili. Recuperare film e serie televisive non è quasi più una caccia al tesoro. Eppure, proprio perché ogni informazione oggi viaggia più velocemente, spesso anche gli errori si propagano con la stessa facilità, tanto che – sembra impossibile – troviamo ancora riprodotti in rete e su carta alcuni nostri errori d’epoca: per molti anni, infatti, gli unici dati circolanti erano quelli ricavati proprio dalla prima edizione della nostra guida.
Il fatto che oggi tutto – dati, cartoni animati, case di produzione, autori, registi – sia raggiungibile piuttosto facilmente, toglie il fascino della scoperta, ovvero quella meravigliosa esperienza che ha vissuto chi doveva letteralmente conquistare la possibilità di vedere un anime, come un esploratore che raggiunge il sito di qualche civiltà leggendaria e ne prova l’esistenza. Dopotutto, come si suole dire, la parte migliore di un viaggio non è (esclusivamente) arrivare a destinazione, bensì il viaggio stesso. Ecco perché oggi, anche se è facile trovare ovunque fredde sequenze di dati su singole produzioni, difficilmente si potrà dire di conoscere veramente quel film o quel serial televisivo, se non lo si è seguito o amato nel momento giusto e nel contesto sociale in cui veniva proiettato, trasmesso o, appunto, conquistato.
Ecco dunque il perché di questa nuovissima edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese, interamente riscritta, ampliata, approfondita e aggiornata dopo più di trent’anni: per aggiungere quello che mancava alla prima edizione, per sopperire alla freddezza di meri elenchi di titoli, dati e trame, per dare un senso compiuto alla visione di decenni di animazione nipponica vista (e vissuta) nel nostro Paese, calandola in un contesto preciso e spiegandone gli eventuali effetti. Basti pensare che il libro d’epoca copriva trent’anni di animazione giapponese (dal 1958 al 1988) in circa trecento pagine, delle quali appena quaranta contenevano tutto il primo decennio: ebbene, se quella minuscola porzione dell’edizione 1991 di Granata Press si è espansa fino a occupare l’intero volume pubblicato oggi sotto il marchio Kappalab, è perché qui c’è davvero tanto materiale in più.
 
Va detto che riscrivere daccapo questo libro, trent’anni anni dopo, ha dato a Kappalab la scusa per riguardare film e serie televisive a cui erano affezionati, ed ha fatto ritrovare vecchi amici sul teleschermo, la cui compagnia ha rinvigorito la loro passione per l’animazione in generale, non solo quella nipponica.
Per realizzare questo libro si sono premurati di guardare gli anime trattati nel corretto ordine cronologico. L’esperienza si è rivelata doppiamente emozionante, perché in questo modo hanno percepito maggiormente il costante sviluppo dello stile e della tecnica, e perché hanno potuto assistere ai primi passi di grandi registi, sceneggiatori e animatori sapendo chi sarebbero diventati in futuro, così come avere la cognizione dei vari cambi generazionali di questi professionisti, dei loro maestri e dei loro allievi, tutti ormai divenuti vere leggende internazionali. Questo libro è strutturato in modo da essere letto nell’ordine preferito – o anche solo per consultare singole schede al bisogno –, ma il consiglio della redazione di Kappaland è quello di ripercorrere il nostro stesso sentiero, lasciandovi guidare attraverso gli anni: appagherà molto più di quanto possiate immaginare. In fondo, la storia dell’animazione giapponese è di per sé un racconto ricco di personaggi, storie, colpi di scena, periodi di disorientamento e momenti di fulgore, tutte cose che andrebbero perdute se raccolte in un freddo ordine alfabetico.

Il metodo adottato nella costruzione di questa nuovissima edizione permetterà inoltre di rimettere ordine nella storia dell’animazione giapponese giunta nel nostro paese, dove film e serie televisive sono stati importati in massa e in modo disordinato per diversi decenni, confondendo il pubblico e creando equivoci sulla qualità di alcune produzioni: è stato per questa ragione che anime d’epoca, creati con mezzi di fortuna, finivano per essere messi a confronto senza alcuna pietà con altri recentissimi e dal florido budget. Scoprire perché un anime appaia di fattura più grezza rispetto a un altro è davvero molto importante per imparare ad apprezzarlo, anche perché in molti casi è proprio grazie all’inventiva degli studi d’animazione più poveri che le tecniche più innovative, sviluppatesi poi nel tempo, hanno trovato un nido in cui nascere.

La cosa che sorprenderà di più consiste nello scoprire l’enorme quantità di anime di questo periodo “classico” divenuti celebri in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta, andando a costituire una sorta di Empireo di personaggi amati ancora oggi ed elencati tra i più famosi di sempre, recuperati in continuazione per sequel, remake e chi più ne ha, più ne metta.

Non è tutto. Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non vuole trattare l’animazione nipponica a compartimenti stagni come se si fosse sviluppata separatamente dalla cinematografia animata del resto del mondo. È molto interessante sapere cosa avveniva altrove negli stessi periodi, scoprire in quale modo l’Occidente ha influenzato e ispirato il Sol Levante e, di conseguenza, come il Giappone sia stato in grado di ricambiare. L’opera è stata concepita per comprendere meglio l’origine dei plot di molti anime, che attingono a piene mani dalla tradizione, da testi letterari e da eventi storici, anche se fin troppo spesso viene ignorato il come e il perché. È pensata inoltre per svelare in che modo diverse produzioni siano talvolta insospettabilmente connesse fra loro. Presenta anche i film pilota di diversi progetti, alcuni mai realizzati, altri arrivati sugli schermi con successo, altri ancora scomparsi dopo la prima presentazione e divenuti quelli che in Giappone sono definiti “anime fantasma”. Si parla anche delle coproduzioni con l’estero, di personaggi occidentali animati nel Sol Levante e di autori provenienti da tutto il mondo che hanno collaborato, nonostante le frontiere, pur di dare origine a vere e proprie meraviglie.

Per la stessa ragione, è importante ricordare che, dal loro primo arrivo massiccio in Italia alla fine degli anni Settanta, gli anime sono stati uno spartiacque generazionale. Gli adulti sbirciavano inorriditi i cartoni animati dei giovanissimi, pontificando su quanto fossero più belli “quelli di una volta” o, per fare un esempio, “i film di Walt Disney”, senza considerare alcune cose: (a) anche gli anime erano “quelli di una volta”, perché in quel periodo venivano trasmessi in Italia quelli prodotti negli anni Sessanta e nei primi Settanta, e quindi paradossalmente più vicini proprio alla generazione dei genitori; (b) gli anime erano prevalentemente prodotti seriali televisivi, con budget infinitamente più bassi dei lungometraggi cinematografici d’animazione statunitensi; (c) a causa della devastazione portata dalla Seconda Guerra Mondiale e del successivo periodo di assestamento durante l’occupazione americana del suolo giapponese, il Sol Levante poté sviluppare il proprio cinema d’animazione solo diversi decenni dopo rispetto agli Stati Uniti.

L’impatto dell’animazione giapponese nel nostro paese ebbe purtroppo anche effetti molto negativi. Gli studi d’animazione italiani furono letteralmente sterminati dall’arrivo degli anime, a causa dell’importazione indiscriminata e strabordante di prodotti nipponici da parte delle televisioni nazionali. Per la rete pubblica e per i network privati si rivelò più semplice ed economico attingere a un serbatoio contenente un quarto di secolo di materiale già pronto da mandare in onda, piuttosto che ordinare o coprodurre animazione sul suolo nazionale: gli studi italiani non riuscirono a reggere la concorrenza di una tale mole di titoli, specialmente contro serie televisive che contavano mediamente dai venti ai cinquanta episodi ciascuna, e così si verificò il tracollo di una piccola industria nazionale fiorente e innovativa, che fino ad allora godeva di ottima salute, anche grazie al massiccio impiego dei cartoni animati in campo pubblicitario. Il comprensibile astio provato da autori e animatori nei confronti dell’animazione giapponese avrebbe dovuto essere rivolto agli importatori, che costrinsero la maggior parte delle eccellenze nazionali a rivolgersi altrove. Tutto il contrario di quanto accaduto vent’anni prima in Giappone, quando le reti televisive e le case di produzione avevano investito energie e denaro per riemergere dal buio del passato e partecipare alla ricostruzione del Paese, credendo nell’animazione come mezzo espressivo e fonte di guadagno.

L’animazione giapponese era dunque in forte ritardo sulla scena internazionale, se si considera che la Disney aveva già prodotto il suo primo lungometraggio, Biancaneve e i sette nani, nel 1937; eppure recuperò terreno molto velocemente. Ecco perché gli anime propriamente detti esistono solo dal 1958, quando la Toei realizzò il primo lungometraggio animato a colori (Hakuja den), pensando finalmente anche all’esportazione, e iniziò a organizzarsi come vera e propria industria solo a partire dal 1963, grazie al grandissimo successo della prima vera serie televisiva (Tetsuwan Atom). Prima di allora erano stati realizzati innumerevoli cortometraggi e anche qualche mediometraggio, prevalentemente in bianco e nero, spesso muti, musicali o comici — a parte quelli di propaganda bellica, sponsorizzati dal governo e quindi con budget ben più alti — protagonisti di un’altra era in cui venivano tendenzialmente definiti manga eiga (traducibile grossomodo come “film-fumetto”), spesso realizzati da una sola persona o poco più, e dei quali è necessario trattare in separata sede. Benché l’animazione giapponese abbia origine agli albori del Novecento, grazie a maestri di prima grandezza e a diverse opere seminali di squisita fattura, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese deve necessariamente iniziare dagli anni Sessanta, includendo però anche la fine degli anni Cinquanta.

Per rendere la lettura il più scorrevole possibile, è stato scelto l’ordine cronologico. Per renderla più chiara, si è deciso di presentare gli anime con il loro titolo originale giapponese, perché molti di essi non sono mai giunti nel nostro Paese, mentre altri sono stati presentati più volte e con titoli diversi. I titoli italiani sono riportati in coda ai dati di ogni scheda, includendo anche la data della loro prima apparizione in Italia.

Sempre in favore di chiarezza, si è evitato di usare terminologia tecnica giapponese laddove non fosse strettamente necessario. Fanno ovviamente eccezione due parole legate alla natura di questo libro e divenute ormai di uso comune, come manga e anime. Vale tuttavia la pena ricordare che anime è il termine giapponese che indica i cartoni animati in generale, in particolar modo quelli prodotti dal 1958 in poi. Ha origine dalla pronuncia della parola inglese animation, che trascritta con i caratteri sillabici giapponesi diventa a-ni-me-e-shi-yo-n, abbreviata in a-ni-me. Manga è invece la parola giapponese con cui sono indicati i fumetti, anche se prima degli anni Sessanta era sovente usata anche per l’animazione, nei già citati *manga eiga* (al cinema) o nei *tv manga* (sui teleschermi casalinghi), terminologia quest’ultima rimasta in uso alternativamente ad anime fino ai primi anni Settanta.

Detto questo, si augura “buona lettura”, ma con un’avvertenza: come scrisse Luigi Bernardi di Granata Press, editore della primissima versione di questo libro, «il rischio di indigestione è alto». L’invito è comunque a questo buffet, nel quale si scopriranno sicuramente molti piatti sconosciuti, ma in cui sarà possibile ritrovare anche alcune pietanze capaci di riportare nostalgicamente indietro nel tempo.

Buona lettura.

i vostri Kappa
 
 
P.S.: prossimamente arriveranno in libreria anche Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1900 – 1957 e, ovviamente, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1970 – 1974. Ma dovrete pazientare: per fare un buon lavoro ci vuole tempo. Sì, anche nel XXI secolo. 
 
 
ANIME – GUIDA AL CINEMA D’ANIMAZIONE GIAPPONESE: 1958 – 1969
cm 16,5 x 24, 264 pagine, ISBN 9788885457416
Kappalab
 
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Mostra HAIIRO: intervista a Maurizio Cianciarelli

 

La promozione e l’analisi dei linguaggi culturali contemporanei rappresentano uno degli strumenti attraverso cui la nostra Associazione Culturale Giappone in Italia intende favorire il dialogo tra tradizioni, sensibilità e contesti diversi. Mostre, presentazioni editoriali e incontri con gli autori non sono soltanto eventi artistici, ma occasioni di riflessione sui modi in cui le culture si osservano, si traducono e si trasformano reciprocamente.

In questa prospettiva si inserisce l’inaugurazione della mostra HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza di Maurizio Cianciarelli, ospitata presso lo Spazio Garde di Milano, in via Tortona, 37. La mostra, che prende il nome dall’omonima raccolta dell’autore, propone un dialogo visivo tra le fotografie di Cianciarelli e le calligrafie di Kinuko Miura, costruendo un percorso ispirato alla tradizione poetica giapponese del tanka. Questo termine indica un tipo di poesia tradizionale giapponese articolata in 31 sillabe, tradizionalmente scritta come una singola riga ininterrotta. La parola tanka si traduce in “breve canzone” e si diffonde particolarmente nell’ambiente delle corti, che la caratterizza come poesia elegante.

L’evento è stato introdotto da Paolo Legazzi, critico letterario ed esperto di poesia giapponese, insieme al Presidente della nostra Associazione, Alberto Moro. Fin dall’inaugurazione è apparso evidente come HAIIRO non si configuri come una semplice esposizione fotografica, ma come un progetto di ricerca estetica e concettuale che mette in relazione immagine, parola e percezione del tempo.

La visita alla mostra è articolata attorno ai nove nuclei tematici individuati da Cianciarelli nel suo lavoro: Passaggi, Tracce, Resilienza, Movimento, Sogno, Ricordi, Similitudini, Apparizioni e Transizioni. Temi che non funzionano come categorie rigide, ma come traiettorie emotive, capaci di guidare lo spettatore all’interno di una riflessione più ampia sull’impermanenza.

Le fotografie non rappresentano soggetti iconici o fortemente simbolici, ma elementi ordinari: paesaggi anonimi, segni del tempo, animali, cieli nuvolosi. È una scelta precisa, come spiega Cianciarelli: «Volevo che le persone si connettessero con il proprio intimo attraverso le immagini». L’assenza di un soggetto narrativamente dominante consente allo spettatore di proiettare la propria esperienza, costruendo una relazione personale con le opere.

In questo senso, il legame tra fotografia e poesia non è mai illustrativo. «Lettura e visione», osserva l’autore, «accendono entrambe l’immaginazione verso ciò che rimane sospeso: quello che accade attorno alla cornice della fotografia e quello che resta implicito nel testo poetico». Il tanka diventa così una matrice emotiva, più che un riferimento testuale diretto, mentre il senso emerge nello spazio intermedio tra parola e immagine.

La scelta del bianco e nero rafforza questa poetica della sospensione. Oltre a essere affine allo stile di Cianciarelli, l’assenza di colore sottrae l’immagine a una definizione univoca, lasciando emergere una dimensione ambigua e aperta. «La poesia giapponese ha cambiato il mio modo di fotografare», afferma l’autore. «Passare dal colore al bianco e nero è stata una scelta anche violenta, ma necessaria per catturare l’essenza delle cose». È proprio in questa essenzialità dunque che risuonano chiaramente concetti centrali dell’estetica giapponese, come wabi-sabi e mono no aware, intesi come attenzione al pathos silenzioso degli oggetti e alla loro transitorietà.

Il titolo stesso del progetto concentra questi significati. Haiiro (灰色), “grigio”, unisce i kanji di cenere e colore, evocando ciò che resta dopo la trasformazione. La cenere diventa metafora di una presenza assente, di qualcosa che è stato e che continua a esercitare una forza simbolica, pur non essendo più pienamente visibile.

Centrale nel progetto è anche il concetto di mono no aware, che Cianciarelli riconosce come parte integrante del suo processo creativo: «È una sensazione che mi portavo dietro mentre fotografavo. Cercavo metafore che non esistevano ancora». Questo concetto estetico giapponese infatti esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Trovare una traduzione esaustiva a questo concetto risulta complesso in ogni lingua; il suo corrispettivo in italiano può essere "pathos", "sensibilità estetica" o "partecipazione emotiva alle cose".  Da qui nascono accostamenti visivi privi di un nesso logico immediato, come nuvole associate a tronchi, che nascondono significati latenti. «È un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione», conclude, «perché, costruendosi quasi casualmente, mi ha permesso di esternare la mia interiorità».

Dal punto di vista formale, HAIIRO traduce la struttura del tanka in un linguaggio visivo. Cinque fotografie corrispondono ai cinque versi della poesia, con formati che variano: quadrati, rettangolari o dittici verticali in relazione alla metrica (5-7-5-7-7). «La verticalità della scrittura giapponese mi ha ispirato», spiega Cianciarelli, «mi ha permesso di creare dittici verticali, come i kanji disposti sulla pagina». Tuttavia, l’autore sottolinea come il pubblico tenda a essere più colpito dalle immagini che dal processo complesso che le lega alla poesia. Questo infatti è un processo che richiede una doppia sensibilità, poetica e fotografica, non sempre facile da far incontrare.

La scelta di realizzare una mostra, oltre al libro, risponde anche all’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico. «Il libro comporta una fruizione solitaria», osserva l’autore, «mentre la mostra ti permette di presentarti al pubblico e di coglierne immediatamente le reazioni». Le fotografie esposte sono infatti una selezione ridotta rispetto al volume, ma consentono un dialogo più immediato e condiviso.

Nel corso dell’intervista, l’autore ha raccontato il suo lungo e profondo avvicinamento alla cultura giapponese, iniziato in giovane età; il cuore della realizzazione di HAIIRO. «Mi sono avvicinato al Giappone da bambino, affascinato dagli ideogrammi. Il fatto che i kanji siano così distanti dal nostro modo di scrivere e che racchiudano un significato in ciò che appare come un disegno mi ha attratto fin da allora». Da qui nasce anche l’inserimento della calligrafia nel progetto, non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante del discorso visivo. Il desiderio di confrontarsi con un’alterità radicale, dotata di tradizioni, usi e livelli di raffinatezza molto diversi da quelli occidentali, ha rappresentato uno stimolo costante nel suo percorso. Per spiegare il suo legame, Cianciarelli richiama inoltre il pensiero di Claude Lévi-Strauss, che definì il Giappone “la parte oscura della luna”, una metafora che il fotografo sente profondamente affine.

È particolarmente interessante, nel contesto dei rapporti culturali tra Italia e Giappone, osservare come Cianciarelli sia riuscito a interiorizzare questa cultura in modo spontaneo e naturale. Le fotografie infatti rappresentano scenari ritratti in Italia, visti però con l’occhio dell’estetica giapponese. Pur partendo da matrici culturali differenti, le due tradizioni condividono una profonda attenzione alla riflessione, al pensiero e al legame con le rispettive eredità storiche. Un’affinità che aiuta a comprendere anche il forte interesse reciproco tra i due paesi, evidente nella partecipazione del pubblico alla mostra, composto da visitatori italiani e giapponesi.

A completare questo percorso di interiorizzazione della cultura giapponese contribuisce anche il cinema, in particolare quello di Yasujirō Ozu. «I film di Ozu raccontano la quotidianità e la vita», afferma Cianciarelli, riconoscendo in questo linguaggio una forte affinità con il neorealismo italiano. Un mezzo che lo ha aiutato a tenere insieme i molteplici elementi, estetici, filosofici ed emotivi, confluiti nel progetto HAIIRO.

In definitiva, HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza si configura come un dispositivo di relazione: tra fotografia e poesia, tra Italia e Giappone, tra autore e pubblico. Un progetto che non mira a fornire chiavi di lettura univoche, ma invita lo spettatore a sostare nell’incertezza, ad accogliere la sospensione e a riconoscere, nel mutamento continuo delle cose, una forma silenziosa di permanenza.

 

Articolo di Emanuela Fedele


Recensione: "Una stanza per Momoko" di Chisako Wakatake

 

"Una stanza per Momoko"

Momoko è una donna sola. Una donna contraddittoria e infantile, a tratti egoista e con poca intelligenza emotiva nei confronti dei figli e di chi le sta attorno; eppure, i suoi pensieri, che nel libro “Una stanza per Momoko” scorrono come rivoletti senza inizio e fine definiti, sono più condivisibili di quanto sia facile ammettere.

Una stanza per Momoko” è una riflessione sulla vita da parte di una donna imperfetta. Razionale e ottimista, nel suo intimo si lascia andare a pensieri che, per via delle convenzioni sociali a cui la realtà mondiale è abituata, risultano scomodi e rappresentanti di un’indole da cui noi, in qualità di lettori, vorremmo prendere le distanze, fingere altezzosamente che non ci appartengano, e che nel corso del libro siamo costretti ad affrontare. Ma Momoko non li respinge, questi pensieri, e fa di loro un’importante lezione su sé stessa e sul ragionare sui lati negativi della propria personalità, cosicché la portino sulla strada per migliorarsi, per accettarsi.

La protagonista si trova a tratti a essere persino felice della morte del marito – è la prima volta che finalmente riesce a godersi del tempo da sola. Il suo inspiegabile entusiasmo nei confronti di quella che convenzionalmente dovrebbe essere una tragedia mette il lettore scomodamente a confronto con i sentimenti che si cerca normalmente di reprimere, come se dentro ognuno di noi ci fosse uno spettatore, che detti una legge morale personale a cui ci dobbiamo attenere, e con cui dobbiamo fare i conti anche per ciò che pensiamo intimamente.

Momoko riconosce e accetta perfino gli errori commessi nella sua vita da mamma – senza autocommiserazione, pur avendo cercato di rompere il ciclo opprimente della tradizione misogina che ha sempre portato le donne a vivere in funzione di qualcun altro. Comprende che nel suo tentativo identitario ha fallito, di nuovo rinforzando i ruoli di obbligo femminili, non dando ascolto alle richieste della figlia e vedendola come un’estensione di sé, e di ciò che avrebbe voluto la Momoko-bambina, piuttosto che come una persona a pieno titolo. Comprende di aver fallito quando realizza che ha lasciato la figlia credere che avesse una preferenza per il figlio, quando invece li ha amati entrambi. Momoko accetta, e poi torna altalenante sui suoi passi e cerca delle giustificazioni per cui potersi togliere le sue colpe di dosso: non è la protagonista perfetta, ma è realistica e in quanto tale piena di difetti e tratti che la rendono umana. Del resto, è difficile mantenere un’opinione risoluta e salda su argomenti che tocchino le proprie corde più profonde, che mettano in discussione la propria persona e la percezione che ha l’altro di essa.

Dopo una vita passata a prendersi cura degli altri, ora Momoko è sola. Si intrattiene imparando da appunti raffazzonati tra trasmissioni televisive e visite in biblioteca, e seguendo le tradizioni nelle quali è cresciuta, pur non avendo un pubblico a cui dare spettacolo. Fa pace con le difficoltà vissute in famiglia attraverso l’amore che prova: per i parenti, che non vede dal momento in cui ha lasciato casa per rincorrere i suoi sogni, molti anni addietro; per la città natale da cui era stata esiliata come persona non grata; per il monte Hakkaku, che, da segno di oppressione in una vita che lei sentiva non appartenerle, si era tramutato in pretesto per conoscere l’uomo che sarebbe diventato suo marito; per il caro dialetto del Tōhoku, che, da lampante fonte di otherness da parte di chi esisteva attorno a lei nella capitale, diventa un rifugio sicuro negli ultimi anni dalla solitudine, che la porta ad avere conversazioni con sé stessa più che con altre persone. Vive fino all’ultimo una vita di contraddizioni interiori, che si palesano in voci diverse difficilmente discernibili dalla realtà, dalle voci di chi invece è nella stanza con lei.

Con maestria Chisako Wakatake ci presenta una protagonista che non dobbiamo necessariamente amare o giustificare, ma che riusciamo a capire. Momoko è, dopotutto, il riflesso di un inevitabile stadio della vita – la sua non è un’esperienza unica, è condivisa anzi, attraverso le generazioni, da persone indipendentemente dalla loro cultura o dal loro sesso. È uno scalino imprescindibile, la solitudine e la testardaggine nel non esternare i propri rammarichi per come si è trattato qualcuno, che sia parte della famiglia o meno. Ma è anche un esempio di forza di volontà nel voler cambiare; esiste un limite di età per fare pace? Fino alla fine, Momoko cerca, a modo suo, di fare ammenda con le persone che ha ferito, al punto di intravedere uno spiraglio di perdono da parte della figlia tramite la nipote, che le confessa che quando la madre è stressata, involontariamente parla nell’amato dialetto del Tōhoku – che sia questo incontro vero, o l’ultima proiezione di Momoko prima della morte, sta al lettore decidere; per Momoko, è sicuramente il suo momento di redenzione.

Beatrice Artico, studentessa


Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata

Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata 

A pochi passi da Porta Romana, tra gli eleganti palazzi di via Adige, si nasconde un piccolo angolo di Giappone: è solo una vetrina, ma non passa certo inosservata. Ad accogliermi, una piantina di bambù adornata da decine di tanzaku, strisce di carta colorata sulla quale la comunità affezionata alla libreria Tanabata ha scritto i propri desideri, secondo la tradizione dell’omonima festa del 7 luglio (clicca qui per saperne di più).

L’inventario è sorprendentemente ricco: sugli scaffali trovano posto prodotti autentici giapponesi, dalle tazze per la cerimonia del tè - realizzate a mano, ognuna diversa - ai simpatici daruma, piccole statuette raffiguranti il primo patriarca zen, simbolo di perseveranza e impegno al fine di raggiungere i propri obiettivi.

E naturalmente, i veri protagonisti: i libri, dai grandi classici dell’epoca Heian ai più recenti bestseller.

Cullati dal tintinnio dei furin - campanelle a vento mosse dalla piacevole brezza milanese, tanto attesa dopo settimane di caldo afoso - e inebriati dal profumo dei dolci preparati dal signor Vittorio Porro e dai suoi collaboratori in occasione del Tanabata (impossibile non notare i simpatici volti dei due amanti leggendari impressi sui biscotti), ha così inizio la nostra intervista alla scoperta di questa affascinante realtà e di alcuni imperdibili titoli in catalogo.

La vostra libreria ha un nome evocativo e poetico, “Tanabata”, che evoca l’incontro tra mondi distanti: che storia racconta e cosa rappresenta per voi portarla avanti a Milano?

Tanabata è una leggenda di origine cinese, ormai abbastanza nota - citata in molti romanzi famosi - e racconta la storia di due stelle, la Tessitrice e il Mandriano celesti, che vivono divise dalla Via Lattea. Un bel giorno, però, si vedono, si innamorano e cominciano a non lavorare più, trascorrendo tutto il tempo insieme: vengono così condannati a potersi incontrare solo una volta l’anno, la notte del 7 di luglio, data in cui si festeggia in Giappone il Tanabata Matsuri, o “festival delle stelle innamorate”.

La festa del Tanabata in origine era dedicata proprio alle lettere, alla poesia, alla calligrafia: questa è la ragione dietro alla scelta del nome della libreria.

La libreria nasce nel 2000 come agenzia di traduzione e nel tempo è diventata un vero “rifugio per gli amanti del Giappone”. In che modo la vostra iniziale attività di traduttori ha influenzato l'identità attuale?

Il lavoro di traduzione è sempre proseguito in parallelo alla conduzione della libreria: ultimamente, le traduzioni sono un po’ diminuite. Per questa ragione, ci stiamo ora dedicando quasi a tempo pieno a Tanabata, l’unico luogo a Milano dove si trovi un’autentica rappresentanza della letteratura giapponese.

A questo punto concedetemi una domanda sulla traduzione letteraria dal giapponese. Negli ultimi anni, è sempre più frequente incontrare parole lasciate in originale - shōji, senpai, kodomo - accompagnate da note o glosse. È come se certi termini portassero con sé un piccolo mondo che si rifiuta di essere completamente tradotto. Secondo voi, questa scelta di abbandonare un precedente approccio “domesticante” in favore di una traduzione più esotizzante può affascinare e arricchire il lettore, oppure rischia di creare una barriera invisibile per chi si avvicina per la prima volta alla letteratura giapponese?

Secondo me, questo fatto è positivo, a patto di non esagerare. Ad esempio, lei cita kodomo (“bambino”), che è una parola il cui equivalente esiste in italiano: non ritengo necessario lasciarla in giapponese. Diverso è quando si tratta di un tipico prodotto giapponese, come il tofu, o di particolari elementi architettonici o religiosi difficili da rendere in un’altra lingua.

Proponete non solo libri, ma anche ceramiche, fūrin (campanelle a vento), teiere, kimono e altro ancora. Cosa vi guida nella ricerca di manufatti così da creare un “angolo di Giappone” in Italia?

Lo scopo è quello di offrire manufatti artigianali e rappresentativi di diversi aspetti della cultura giapponese, oggetti tipici e tradizionali alla portata di tutti, ma che difficilmente si possono trovare altrove in Italia.

Nelle recensioni i clienti raccontano che entrare in libreria è come “teletrasportarsi in Giappone”, grazie non solo alla vasta scelta di opere e manufatti provenienti direttamente dal Sol Levante, ma anche e soprattutto grazie alla cura ed alla gentilezza del personale. Quanto è importante per voi il rapporto con il pubblico?

Direi che il rapporto con la clientela è molto importante: noi cerchiamo di  mettere a proprio agio il cliente, lasciandolo tranquillamente consultare i testi senza interferire e poi, se richiesto, aiutandolo nella scelta. Questo approccio ci distingue dalle librerie di catena, dove è più difficile rapportarsi individualmente con il lettore.

Tra gli scaffali di "Tanabata" convivono classici e voci contemporanee, ma è proprio una di queste ultime ad averci colpito in particolare. Mi riferisco a Vanishing World (Edizioni e/o, 2025) di Murata Sayaka, un libro che inquieta, affascina e interroga profondamente chi legge. Personalmente, a voi cosa ha lasciato questa lettura?

A me personalmente ha un po’ inquietato: l’ho considerato essenzialmente un libro di fantascienza, che descrive un mondo che potrebbe magari un giorno concretizzarsi, caratterizzato però da aspetti estremamente particolari, come lo stravolgimento dei rapporti familiari ed extraconiugali, o il finale in cui i bambini perdono le caratteristiche genetiche dei genitori biologici e finiscono per assomigliarsi tutti fra loro (similmente ai bambini alieni del classico di fantascienza I figli dell’invasione di John Wyndham, ndr.).

Vanishing World è uscito in Giappone col titolo originale Shōmetsu Sekai nell’aprile 2015, praticamente in parallelo all’indagine pubblicata dal quotidiano di Tōkyō Mainichi Shinbun sul fenomeno ormai noto come sekkusu banare, l’allontanamento dal sesso da parte dei giovani giapponesi. La coincidenza sembra quasi profetica, dato che nel romanzo il desiderio sessuale è rimosso, sterilizzato, trasformato. Secondo voi, è corretto definire Murata Sayaka come una delle più lucide interpreti della società giapponese contemporanea?

Direi di sì, poiché tratteggia un fenomeno molto attuale e presente, pur utilizzando un linguaggio un po’ fantascientifico. Forse il senso di inquietudine provato dal lettore si può addurre, in parte, proprio al fatto che alcuni dei processi narrati da Murata si stiano già in un certo senso producendo: il tono dell’autrice sarebbe dunque non più solo profetico, ma anche descrittivo di tendenze già in atto.

Come librai e mediatori culturali, credete che la letteratura possa avere un ruolo attivo nel decostruire l’immaginario collettivo su famiglia, identità e genere?

Senz’altro, sì. Penso che, nella società odierna come nelle epoche passate, l’intellettuale ricopra un ruolo importante nella costruzione e decostruzione di questi concetti, servendosi della fantasia per esplorare infinite possibilità all’interno di categorie apparentemente così rigide.

C’è un tipo in particolare di lettrice o lettore a cui consigliereste questo libro? A chi, invece, consigliereste magari di partire da un’altra opera dell’autrice? E quale, eventualmente?

Vanishing World è senz’altro un libro problematico da interiorizzare, che mette a dura prova il lettore: per cui lo consiglierei a soggetti interessati all'argomento e che desiderano informarsi sul background sociologico, così da riuscire ad apprezzare maggiormente l’opera. I temi trattati sono il confine tra naturale ed artificiale, la natura dei rapporti umani e le possibili declinazioni del concetto di famiglia. Personalmente, consiglierei di iniziare ad approcciare l’opera di Murata Sayaka a partire da La ragazza del Convenience Store (Edizioni e/o, 2021), una lettura dai toni decisamente più tranquilli e rilassati, ma comunque carica di significato, tratta dall'esperienza personale dell’autrice e sempre legata alla tematica della difficoltà nel sottostare alle norme sociali.

Quali titoli consigliate a chi, come la sottoscritta, è rimasto affascinato da Murata Sayaka e si trova alla ricerca di qualcosa che ne raccolga l’eco?

Consiglierei l’autrice Sakuraba Kazuki, in particolare i titoli Red Girls (Edizioni e/o, 2021) - saga familiare che esplora la tematica dei rapporti generazionali - e Non è un lavoro per ragazze (Edizioni e/o, 2023), che possiede una simile carica dirompente. Il primo romanzo è ambientato nel dopoguerra, in un paese scarsamente popolato del Giappone rurale, e si tratta di una lettura facilmente avvicinabile, come La ragazza del Convenience Store: ulteriori punti di contatto con l’opera di Murata sono la presenza di elementi di realismo magico e di protagoniste femminili non convenzionali. Il secondo libro, invece, si basa su di una premessa più sconcertante: una ragazza tredicenne aiuta l’amica e coetanea a sbarazzarsi del genitore abusante, ma una volta concluso l’omicidio, si fa restituire il favore.

C’è qualche titolo in particolare, tra quelli in catalogo presso la libreria Tanabata, che secondo lei meriterebbe più attenzione, magari perché offuscato da nomi più noti?

Personalmente, ritengo di sì. Ultimamente, romanzi molto decantati come Tokyo Sympathy Tower (L’Ippocampo edizioni, 2025), concepito anche grazie all'utilizzo dell’intelligenza artificiale, e Strani disegni (Einaudi, 2025), il thriller scritto dal misterioso creator mascherato Uketsu, hanno catalizzato l’attenzione degli appassionati di letteratura giapponese; tuttavia, ritengo che vi siano numerose altre opere altrettanto degne di nota, seppur meno recenti. Per quanto riguarda il genere giallo, Yokomizo Seishi è un maestro del settore: io consiglio in particolare Il detective Kindaichi (Sellerio, 2019), che racconta l’esordio del giovane investigatore, La locanda del gatto nero (Sellerio, 2019), caposaldo del genere del “delitto senza volto” e Fragranze di morte (Sellerio, 2022), edizione che raccoglie due romanzi brevi dell’autore.

Per quanto riguarda invece la letteratura femminile contemporanea, ci sono voci a cui secondo lei andrebbe dato maggior risalto?

Un’altra scrittrice contemporanea che esplora l’universo della distopia è Ogawa Yōko, di cui consiglio in particolare L’isola dei senza memoria (ilSaggiatore, 2021), che descrive un’epidemia di oblio collettivo: trovo però molto valida tutta la sua bibliografia. Quasi sua omonima, Ogawa Ito esplora ancora una volta i legami intergenerazionali in Ribon - messaggero d’amore (Neri Pozza, 2020), un dolce racconto sull'amore tra nonna e nipote.

Mentre ringrazio Vittorio Porro per averci aperto uno spiraglio sul suo vivace e curatissimo universo, la libreria già comincia ad animarsi con l’arrivo dei primi clienti, che si attardano tra le file di narrativa, rigorosamente senza fretta, concedendosi il piacere di perdersi nell'affascinante offerta letteraria. Prima di lasciare il negozio, il nostro intervistato mi porge un paio di quei deliziosi biscotti che avevo adocchiato all'inizio della mattinata: un piccolo gesto che, proprio come i desideri affidati al venticello estivo, sa infondere una grande dose di speranza.

Sofia Dagradi, studentessa

LIBRERIA TANABATA
Indirizzo: Via Adige, 7 20135 Milano
E-mail: info@tanabata.it
Telefono: 02 546 3980
Sito web: tanabata.it

 


HIROSHIMA, 80 anni fa: un manga e due romanzi per non dimenticare

Il 6 agosto 1945, alle ore 8:15 del mattino, mentre la gente si apprestava ad andare al lavoro, il bombardiere americano Enola Gay sganciò sulla città giapponese di Hiroshima una bomba chiamata Little Boy, provocando la prima esplosione nucleare della storia su un’area abitata, e causando duecentomila vittime, quasi esclusivamente civili. Il secondo bombardamento nucleare avvenne appena tre giorni dopo, il 9 agosto, sempre a opera dell’esercito americano, sulla città giapponese di Nagasaki.

Come ogni anno, Kappalab si unisce alla commemorazione della tragica ricorrenza perché la memoria storica non venga mai cancellata, e gli errori del passato non vengano ripetuti.

Storie di persone comuni, di operosi civili, di giovani con speranza nel futuro e di bambini innocenti, che si intrecciano prima, durante e dopo gli eventi del 6 e del 9 agosto 1956, in tre libri di pregio internazionale, nelle loro nuove edizioni librarie.

Per non dimenticare mai, e per non permettere a chi governa i nostri Paesi di commettere di nuovo gli stessi assurdi crimini contro l'umanità.

Hiroshima: nel paese dei fiori di ciliegio di Fumiyo Kono 

Hiroshima, dieci anni dopo l’esplosione della bomba atomica che ha spazzato via troppe vite umane e distrutto il futuro dei sopravvissuti. È il 1955, e Minami vive nella consapevolezza che nonostante tutti gli sforzi, probabilmente non riuscirà mai più a essere felice. Eppure il mondo continua a esistere nonostante le più grandi tragedie, e Minami sta per scoprire che i fiori di ciliegio, così delicati e fragili, possono tornare a fiorire, intorno e dentro di lei.

Fumiyo Kono, nata a Hiroshima il 28 settembre 1968, inizia a disegnare fumetti durante il liceo. Dopo aver studiato scienze all'università di Hiroshima, si trasferisce a Tokyo e diventa assistente di alcuni fumettisti, fino al debutto come autrice nel 1995 con Machikado Hanadayori. Seguono manga come Pippina Note, Kokko-san, Nagai Michi e Kappa no Neneko, ma è con Yunagi no Machi, Sakura no Kuni (ovvero Hiroshima: nel paese dei fiori di ciliegio) che raggiunge la notorietà internazionale, ricevendo due prestigiosi premi: il Grand Prize del Japan Media Arts Festival nel 2004 (che vincerà anche nel 2009), e il Creative Award del Tezuka Osamu Cultural Prize nel 2005.

In questo angolo di mondo di Fumiyo Kono

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la giovane Suzu affronta con candore e tenacia il difficile periodo presso la città portuale di Kure, ad appena un’ora di distanza da Hiroshima, dove trascorre i suoi giorni da sposa novella di un ufficiale della marina giapponese, in un ambiente familiare e sociale a lei sconosciuto fino a poco tempo prima. Nonostante i razionamenti imposti dall’esercito nipponico, e nonostante i bombardamenti dell’aviazione americana, Suzu si impegna per la propria famiglia e per il prossimo nei giorni antecedenti e successivi al lancio della bomba atomica, portando avanti il suo messaggio di pace e speranza.

La storia da cui Sunao Katabuchi (regista di Mai Mai Miracle, Princess Arete e assistente alla regia di Hayao Miyazaki in Kiki: consegne a domicilio) ha realizzato l’omonimo e premiatissimo film d’animazione campione d'incassi in Giappone nel 2016.

La tomba delle lucciole di Akiyuki Nosaka 

Giugno 1945, Seconda Guerra Mondiale: le forze armate americane attaccano il Giappone con bombe incendiarie, riducendo a immensi roghi interi villaggi fatti di case di legno. Seita è ancora un bambino, e non capisce quello che gli sta accadendo intorno, e durante la fuga per la sopravvivenza con la sorellina Setsuko, perde di vista la madre. Questa è la drammatica epopea di due bambini, costretti a vagare soli tra le macerie di Kobe, un paese ridotto in cenere, ed è una denuncia contro gli orrori di qualsiasi guerra, che come al solito colpisce soprattutto gli innocenti.

Basato sulle personali esperienze dell’autore durante la Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo ha ricevuto il prestigioso Premio Naoki Sanjugo nel 1967, è stato trasposto nel 1988 nell’omonimo film d’animazione diretto da Isao Takahata (celebre per Heidi, Anna dai Capelli Rossi, Ponpoko) e, di nuovo, in uno struggente film dal vivo nel 2005 prodotto dalla NTV.


Recensione "Gli ultimi soldati dell’imperatore. I giapponesi che non si arresero dopo il 1945" di Antonio Besana

La guerra è senza dubbio una delle dinamiche, nella storia dell’uomo, che sfuggono a qualsiasi tipo di logica: resta un mistero irrisolvibile come l’essere umano, capace di progettare strumenti quali l’intelligenza artificiale, di costruire infrastrutture che connettano i due emisferi e di sviluppare cure per contrastare pandemie, non sia ancora in grado di coesistere pacificamente sullo stesso pianeta.
È proprio all'interno di questo fenomeno, di per sé quasi inspiegabile, che emergono dinamiche altrettanto bizzarre, capaci di affascinare e allo stesso tempo turbare il senso comune: è il caso, ad esempio, dei militari comunemente conosciuti come “soldati fantasma giapponesi” (zanryu nippon hei, letteralmente “soldati giapponesi lasciati indietro”). 

Antonio Besana (Milano, 1955), professore al MIMM (Master di International Marketing Management) presso l’Università Cattolica di Milano, ha negli ultimi anni affiancato alla carriera accademica quella di scrittore, coltivando la propria passione per la storia militare. Le sue pubblicazioni si distinguono per il focus su episodi meno noti all'interno delle più ampie dinamiche di guerra: in Vite incrociate. La pietà per il nemico nella Seconda Guerra Mondiale (Edizioni Ares, 2022), ad esempio, esplora tredici casi in cui i soldati hanno saputo riconoscere e rispettare la sofferenza degli avversari; ancora, ne Il bambino di El Alamein (Edizioni Ares, 2023) racconta la triste storia del più giovane soldato italiano arruolato durante il secondo conflitto mondiale. 

Nel suo nuovo libro, l’autore si concentra sulle storie dei soldati giapponesi i quali, non avendo ricevuto la notizia della resa o rifiutandosi di credervi, continuarono a combattere nelle giungle del Sud-Est asiatico, talvolta persino per decenni. Un’impresa di ricerca ardua, come l’autore stesso ammette, soprattutto per la difficoltà nel reperire fonti tradotte in inglese.

Come sottolinea lo stesso Besana, è naturale interrogarsi sul motivo di questa profonda incapacità di accettare la realtà della sconfitta. A tal proposito, Ōoka Shōhei, prigioniero di guerra sull’isola di Leyte e autore di Nobi (titolo italiano La guerra del soldato Tamura, 1951), scrive: “Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità.” Pur non essendo uno dei “soldati fantasma”, in quanto è stato rimpatriato al termine del conflitto, Ōoka è una delle voci più autorevoli della letteratura di guerra giapponese, e con questa citazione coglie perfettamente come per quei soldati la resa rappresentasse una casualità insopportabile, un evento in grado di vanificare la loro missione e di negare il senso stesso della fedeltà all’imperatore il cui culto, nel frattempo, era stato smantellato dalla Costituzione “imposta” dalle Forze Alleate nel 1947.

Trovo che Besana, alternando resoconti puntuali, tratti da testimonianze dirette dei reduci, a riflessioni più ampie di natura etica e culturale, riesca con efficacia a restituire la complessità di queste vicende. Particolarmente significativo è il passo tratto dalla cronaca No Surrender: My Thirty-Year War di Onoda Hiroo, ufficiale dell'intelligence giapponese, nascostosi nella giungla dell’isola di Lubang per poi arrendersi ai rappresentanti dell’esercito statunitense e filippino ventinove anni dopo la resa formale del Giappone:

Non ne avevamo mai parlato, ma tutti noi avevamo sperato che un giorno saremmo tornati in Giappone. E ora io solo tornavo, lasciando gli spiriti dei miei insostituibili camerati sull’isola. Tornavo in un Giappone che aveva perso la guerra trent’anni prima. Tornavo nella terra dei miei avi, per la quale avevo combattuto fino al giorno prima. Se non ci fosse stata gente intorno a me, avrei battuto il capo per terra, gemendo. [...] Per la prima volta osservavo dall’alto il mio campo di battaglia. Perché mai avevo combattuto laggiù per trent’anni? Per chi avevo combattuto? In nome di quale causa?

Proprio come i protagonisti del genere isekai (sottogenere fantasy in cui un individuo ordinario viene reincarnato in un universo parallelo), particolarmente amato dal pubblico giapponese, ma con un’esperienza ben più concreta e drammatica, questi “eroi tragici” si ritrovano catapultati in un mondo al quale non sentono più di appartenere. Lo stesso Onoda, incapace di adattarsi alla realtà del Giappone del dopoguerra, scelse infatti di trasferirsi in una colonia agricola giapponese in Brasile.  

Besana accompagna simili resoconti a citazioni dal codice etico del Bushidō (“la via del guerriero”), ispirato a testi fondanti della tradizione samuraica come lo Hagakure:

Hagakure, il testo classico del Bushidō scritto all’inizio del XVIII secolo, inizia con le parole: Bushidō è un modo di morire’. Solo un samurai preparato e disposto a morire in ogni momento può dedicarsi completamente al suo signore.”

Attraverso questa duplice lente - da una parte la cruda realtà raccontata in prima persona, dall'altra la millenaria eredità storico-culturale - l’autore riesce a raccontare quanto, per i protagonisti di queste vicende, fosse più accettabile rifugiarsi nell'autoinganno che tutte le loro sofferenze non fossero state vane, piuttosto che accettare la “banalità” della resa. Continuare a credere nella propria missione, e nutrire la speranza di un ritorno a un Giappone immutato, era forse l’unico modo per sopravvivere alle loro terribili condizioni autoinflitte per anni. In questo senso, ricollegandoci anche al pensiero di Ōoka, potremmo parlare di “assurdo” nel senso sartriano del termine: la contraddizione intrinseca tra il bisogno umano di attribuire un significato all'esistenza e l’assenza, nella realtà, di un fine ultimo oggettivo. 

Besana sottolinea infatti come, contrariamente a quanto dettato dall'immaginario collettivo, che tende a schernire questi soldati o a etichettarli come fanatici, la loro resistenza nascesse da sentimenti profondamente umani. Lo dimostra anche il passaggio dedicato ai kamikaze, in cui viene riportata la commovente lettera scritta da Ichizō Hayashi, membro di una forza d’attacco speciale, alla madre prima di partire per una missione suicida: “Sono felice di avere l’onore di essere stato scelto come membro di una forza d’attacco speciale che sta andando in battaglia, ma non posso fare a meno di piangere quando penso a te, mamma.”). 

Eppure, laddove sarebbe facile cadere nella cieca glorificazione di una lealtà assoluta, o nel fascino esotizzante di una cultura così distante dalla nostra, lo scrittore è estremamente abile nel non oltrepassare mai questa soglia. Il racconto è difatti bilanciato da riferimenti lucidi e puntuali alle atrocità commesse dai reparti giapponesi a danno dei vicini asiatici durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’autore non manca nemmeno di citare un toccante episodio - perfettamente in linea con il precedente Vite incrociate - di riconciliazione tra due reduci giapponesi e due americani sull'isola di Peleliu, avvenuta nel 2013 e raccontata nel documentario Once were enemies (2017) della regista Eva Wunderman.

Al netto di tutto ciò, Gli ultimi soldati dell’Imperatore è un libro che mi sento di consigliare caldamente, non solo a chiunque sia appassionato di storia e cultura giapponese, ma anche a chi, magari, non ha mai amato particolarmente l’insegnamento scolastico della storia. Le riflessioni che ne emergono toccano, infatti, corde universali e possono parlare a tutti, soprattutto in un presente che, purtroppo, è ancora profondamente dilaniato dalla guerra.

Sofia Dagradi, studentessa


In libreria dal 1° agosto 2025 "Fiabe e Leggende. Studio Ghibli" di Ippei Otsuka

Dietro l’incanto dei film dello Studio Ghibli si nasconde un universo letterario ricco e variegato. Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione giapponese, ha sempre attinto alla narrativa internazionale per dare forma ai suoi film, ambientati in mondi sospesi tra sogno e realtà. Fin da bambino, ha coltivato un amore profondo per le storie, lasciandosi ispirare da romanzi, racconti e leggende che ancora oggi risuonano nelle sue opere più iconiche.

È proprio da questa passione che nasce un nuovo libro imperdibile per fan, studiosi e amanti dell’animazione giapponese: Fiabe e Leggende. Studio Ghibli, una raccolta che finalmente riunisce in un unico volume le storie originali alla base dei capolavori Ghibli.

Dall'avventura fantastica de Il castello errante di Howl all'intensità ecologica di Nausicaä della Valle del Vento, dalla poesia delicata di Kiki - Consegne a domicilio alla commovente magia de Il mio vicino Totoro, passando per la dolcezza di Ponyo sulla scogliera e il coraggio delle eroine di Principessa Mononoke e Laputa. Il castello nel cielo, il libro accompagna il lettore attraverso le fonti letterarie che hanno ispirato Miyazaki nella realizzazione di opere entrate ormai nel cuore del cinema mondiale.

Sorprendentemente, anche le opere più "politiche" di Miyazaki - Porco Rosso, Si alza il vento, Il ragazzo e l'airone - sono ispirate da testi riscoperti in questa raccolta.

All'interno dello Studio Ghibli, però, Miyazaki non è il solo ad essersi lasciato ispirare dalla narrativa autoctona e internazionale: grazie all'opera di Ippei Otsuka, sarà possibile conoscere anche i racconti all'origine di Pom Poko, celebre lungometraggio di Isao Takahata, Il gatto con gli stivali, adattamento di Kimio Yabuki, e Arrietty. Il mondo segreto sotto il pavimento, diretto da Hiromasa Yonebayashi.

Infine, tra i racconti presenti nel volume si trovano anche perle meno note al grande pubblico, come Il viaggio di Shuna, Il fiuto di Sherlock Holmes, La grande avventura del piccolo Principe ValiantConan il ragazzo del futuro, e perfino un racconto firmato da Roald Dahl, autore amatissimo anche in Giappone.

Le storie provengono da Giappone, Europa e Stati Uniti, mescolando generi e sensibilità in una visione davvero globale della narrativa per immagini. Una lettura che permette di scoprire, o riscoprire, l’universo di riferimento da cui i registi dello Studio Ghibli hanno tratto linfa creativa, dando vita a personaggi iconici e a mondi sospesi tra sogno e realtà.

A curare l’antologia è Ippei Otsuka, autore già noto in Italia per aver raccolto in altri volumi editi da Kappalab le più celebri leggende e fiabe del folclore nipponico, tra cui Fiabe e leggende giapponesi, Fiabe e leggende giapponesi 2. Creature fantastiche e La storia della Principessa Splendente (alla base del capolavoro di Isao Takahata).

Fiabe e Leggende. Studio Ghibli sarà disponibile dal 1° agosto in tutte le librerie, fumetterie e nelle migliori cartolibrerie italiane. 

Per maggiori informazioni, consultare il sito web di Kappalab.