Mostra HAIIRO: intervista a Maurizio Cianciarelli
La promozione e l’analisi dei linguaggi culturali contemporanei rappresentano uno degli strumenti attraverso cui la nostra Associazione Culturale Giappone in Italia intende favorire il dialogo tra tradizioni, sensibilità e contesti diversi. Mostre, presentazioni editoriali e incontri con gli autori non sono soltanto eventi artistici, ma occasioni di riflessione sui modi in cui le culture si osservano, si traducono e si trasformano reciprocamente.
In questa prospettiva si inserisce l’inaugurazione della mostra HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza di Maurizio Cianciarelli, ospitata presso lo Spazio Garde di Milano, in via Tortona, 37. La mostra, che prende il nome dall’omonima raccolta dell’autore, propone un dialogo visivo tra le fotografie di Cianciarelli e le calligrafie di Kinuko Miura, costruendo un percorso ispirato alla tradizione poetica giapponese del tanka. Questo termine indica un tipo di poesia tradizionale giapponese articolata in 31 sillabe, tradizionalmente scritta come una singola riga ininterrotta. La parola tanka si traduce in “breve canzone” e si diffonde particolarmente nell’ambiente delle corti, che la caratterizza come poesia elegante.
L’evento è stato introdotto da Paolo Legazzi, critico letterario ed esperto di poesia giapponese, insieme al Presidente della nostra Associazione, Alberto Moro. Fin dall’inaugurazione è apparso evidente come HAIIRO non si configuri come una semplice esposizione fotografica, ma come un progetto di ricerca estetica e concettuale che mette in relazione immagine, parola e percezione del tempo.
La visita alla mostra è articolata attorno ai nove nuclei tematici individuati da Cianciarelli nel suo lavoro: Passaggi, Tracce, Resilienza, Movimento, Sogno, Ricordi, Similitudini, Apparizioni e Transizioni. Temi che non funzionano come categorie rigide, ma come traiettorie emotive, capaci di guidare lo spettatore all’interno di una riflessione più ampia sull’impermanenza.
Le fotografie non rappresentano soggetti iconici o fortemente simbolici, ma elementi ordinari: paesaggi anonimi, segni del tempo, animali, cieli nuvolosi. È una scelta precisa, come spiega Cianciarelli: «Volevo che le persone si connettessero con il proprio intimo attraverso le immagini». L’assenza di un soggetto narrativamente dominante consente allo spettatore di proiettare la propria esperienza, costruendo una relazione personale con le opere.
In questo senso, il legame tra fotografia e poesia non è mai illustrativo. «Lettura e visione», osserva l’autore, «accendono entrambe l’immaginazione verso ciò che rimane sospeso: quello che accade attorno alla cornice della fotografia e quello che resta implicito nel testo poetico». Il tanka diventa così una matrice emotiva, più che un riferimento testuale diretto, mentre il senso emerge nello spazio intermedio tra parola e immagine.
La scelta del bianco e nero rafforza questa poetica della sospensione. Oltre a essere affine allo stile di Cianciarelli, l’assenza di colore sottrae l’immagine a una definizione univoca, lasciando emergere una dimensione ambigua e aperta. «La poesia giapponese ha cambiato il mio modo di fotografare», afferma l’autore. «Passare dal colore al bianco e nero è stata una scelta anche violenta, ma necessaria per catturare l’essenza delle cose». È proprio in questa essenzialità dunque che risuonano chiaramente concetti centrali dell’estetica giapponese, come wabi-sabi e mono no aware, intesi come attenzione al pathos silenzioso degli oggetti e alla loro transitorietà.
Il titolo stesso del progetto concentra questi significati. Haiiro (灰色), “grigio”, unisce i kanji di cenere e colore, evocando ciò che resta dopo la trasformazione. La cenere diventa metafora di una presenza assente, di qualcosa che è stato e che continua a esercitare una forza simbolica, pur non essendo più pienamente visibile.
Centrale nel progetto è anche il concetto di mono no aware, che Cianciarelli riconosce come parte integrante del suo processo creativo: «È una sensazione che mi portavo dietro mentre fotografavo. Cercavo metafore che non esistevano ancora». Questo concetto estetico giapponese infatti esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Trovare una traduzione esaustiva a questo concetto risulta complesso in ogni lingua; il suo corrispettivo in italiano può essere "pathos", "sensibilità estetica" o "partecipazione emotiva alle cose". Da qui nascono accostamenti visivi privi di un nesso logico immediato, come nuvole associate a tronchi, che nascondono significati latenti. «È un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione», conclude, «perché, costruendosi quasi casualmente, mi ha permesso di esternare la mia interiorità».
Dal punto di vista formale, HAIIRO traduce la struttura del tanka in un linguaggio visivo. Cinque fotografie corrispondono ai cinque versi della poesia, con formati che variano: quadrati, rettangolari o dittici verticali in relazione alla metrica (5-7-5-7-7). «La verticalità della scrittura giapponese mi ha ispirato», spiega Cianciarelli, «mi ha permesso di creare dittici verticali, come i kanji disposti sulla pagina». Tuttavia, l’autore sottolinea come il pubblico tenda a essere più colpito dalle immagini che dal processo complesso che le lega alla poesia. Questo infatti è un processo che richiede una doppia sensibilità, poetica e fotografica, non sempre facile da far incontrare.
La scelta di realizzare una mostra, oltre al libro, risponde anche all’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico. «Il libro comporta una fruizione solitaria», osserva l’autore, «mentre la mostra ti permette di presentarti al pubblico e di coglierne immediatamente le reazioni». Le fotografie esposte sono infatti una selezione ridotta rispetto al volume, ma consentono un dialogo più immediato e condiviso.
Nel corso dell’intervista, l’autore ha raccontato il suo lungo e profondo avvicinamento alla cultura giapponese, iniziato in giovane età; il cuore della realizzazione di HAIIRO. «Mi sono avvicinato al Giappone da bambino, affascinato dagli ideogrammi. Il fatto che i kanji siano così distanti dal nostro modo di scrivere e che racchiudano un significato in ciò che appare come un disegno mi ha attratto fin da allora». Da qui nasce anche l’inserimento della calligrafia nel progetto, non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante del discorso visivo. Il desiderio di confrontarsi con un’alterità radicale, dotata di tradizioni, usi e livelli di raffinatezza molto diversi da quelli occidentali, ha rappresentato uno stimolo costante nel suo percorso. Per spiegare il suo legame, Cianciarelli richiama inoltre il pensiero di Claude Lévi-Strauss, che definì il Giappone “la parte oscura della luna”, una metafora che il fotografo sente profondamente affine.
È particolarmente interessante, nel contesto dei rapporti culturali tra Italia e Giappone, osservare come Cianciarelli sia riuscito a interiorizzare questa cultura in modo spontaneo e naturale. Le fotografie infatti rappresentano scenari ritratti in Italia, visti però con l’occhio dell’estetica giapponese. Pur partendo da matrici culturali differenti, le due tradizioni condividono una profonda attenzione alla riflessione, al pensiero e al legame con le rispettive eredità storiche. Un’affinità che aiuta a comprendere anche il forte interesse reciproco tra i due paesi, evidente nella partecipazione del pubblico alla mostra, composto da visitatori italiani e giapponesi.
A completare questo percorso di interiorizzazione della cultura giapponese contribuisce anche il cinema, in particolare quello di Yasujirō Ozu. «I film di Ozu raccontano la quotidianità e la vita», afferma Cianciarelli, riconoscendo in questo linguaggio una forte affinità con il neorealismo italiano. Un mezzo che lo ha aiutato a tenere insieme i molteplici elementi, estetici, filosofici ed emotivi, confluiti nel progetto HAIIRO.
In definitiva, HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza si configura come un dispositivo di relazione: tra fotografia e poesia, tra Italia e Giappone, tra autore e pubblico. Un progetto che non mira a fornire chiavi di lettura univoche, ma invita lo spettatore a sostare nell’incertezza, ad accogliere la sospensione e a riconoscere, nel mutamento continuo delle cose, una forma silenziosa di permanenza.
Articolo di Emanuela Fedele
Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku
Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.
Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.
Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.
La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.
Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.
Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.
Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.
La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.
Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.
Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.
Dr Elena Maria Colizzi
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Le vacanze dei reali: ville imperiali nella natura giapponese
Lontano dal fragore delle capitali e dal caldo torrido dell’estate, esistono in Giappone luoghi dove il tempo sembra rallentare. Sono le residenze di villeggiatura della famiglia imperiale: ville eleganti, immerse nella natura, sorte tra l’Ottocento e il Novecento. Si tratta di un patrimonio spesso poco conosciuto, ma ancora oggi capace di raccontare una storia unica tra estetica e potere.
Queste residenze estive non nacquero, infatti, come semplici luoghi di svago, ma come spazi pensati anche per la rappresentanza diplomatica, la cura della salute e la contemplazione estetica.
Alcune di queste dimore, come la villa imperiale di Tamozawa a Nikkō, coniugano l’eleganza architettonica giapponese con influssi occidentali, a testimonianza di un periodo di modernizzazione culturale. Altre, come la villa di Hayama, si affacciano sul mare e offrono rifugi silenziosi per l’imperatore e la sua famiglia. Persino il paesaggio naturale – il bosco, il giardino, la risaia – diventa parte integrante dell’esperienza residenziale, secondo una concezione estetica radicata nel pensiero aristocratico giapponese.
Ancora oggi, alcune di queste ville continuano ad accogliere la famiglia imperiale, mentre altre sono diventate musei o parchi aperti al pubblico. Visitandole, si entra in contatto con un’idea dell’estate fatta di distacco simbolico dal mondo quotidiano, di equilibrio tra potere e contemplazione. Una forma di villeggiatura che, al di là del privilegio, racconta un modo profondamente giapponese di abitare la natura e il tempo.
Residenze immerse nella natura
Tra i verdi monti di Nikkō, avvolta dal silenzio dei cedri e dalla fresca brezza delle alture, si cela una delle più affascinanti testimonianze della villeggiatura imperiale giapponese: la Villa Imperiale di Tamozawa. Costruita nel 1899 per offrire un rifugio estivo al Principe Ereditario Yoshihito, futuro imperatore Taishō (1912 - 1926), questa residenza rappresentò anche una delle prime espressioni materiali del nuovo stile di vita imperiale, capace di coniugare rappresentanza, benessere e contemplazione.
La villa sorse su fondamenta storiche: alcune sue sezioni risalivano al periodo Edo e furono trasferite da precedenti palazzi imperiali, creando così un complesso che univa armoniosamente stili architettonici di epoche diverse. Il risultato fu una dimora in legno di oltre cento stanze, tra le più grandi dell’intero Giappone, in cui si alternavano lunghi corridoi, fusuma (pareti scorrevoli tradizionali giapponesi) decorate con motivi naturalistici e sale da ricevimento dedicate ad accogliere anche funzionari occidentali, arricchite da elementi moderni come tavoli da biliardo e impianti di illuminazione elettrica.
Ma la funzione di Tamozawa non fu solo stagionale. L’imperatore Hirohito (Shōwa, 1926 - 1989) vi si rifugiò durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale: ancora oggi, è possibile individuare nel giardino i rifugi antiaerei scavati nel terreno. Dopo un periodo di abbandono, la villa è stata restaurata e riaperta nel 2000 come museo, permettendo a chi la visita di immergersi nei ritmi e nei rituali dell’aristocrazia imperiale.
Altra località prediletta fu Hakone, celebre per i suoi panorami montani e le sue sorgenti termali. Qui, sulle sponde del Lago Ashinoko, fu costruita nel 1886 la Villa Imperiale di Hakone (Hakone Rikyū), destinata a ospitare l’imperatore Meiji e la sua corte durante i mesi più caldi. A differenza di Tamozawa, Hakone aveva una funzione ancora più sanitaria: l’altitudine, l’aria fresca e le celebri acque termali della zona offrivano condizioni ideali per una villeggiatura salubre e rigenerante.
Ancor più di altre residenze, inoltre, Hakone fu un importante teatro della diplomazia imperiale: il promontorio naturale su cui si ergeva offriva una vista spettacolare sul lago e, nelle giornate più terse, sull’inconfondibile profilo del Monte Fuji, cornice ideale per ricevere ospiti stranieri. Tra le sue sale vennero accolti regnanti europei e ministri provenienti da tutto il mondo, dall’Austria al Siam. L’edificio originale fondeva sapientemente architettura giapponese e suggestioni occidentali, offrendo agli ospiti un ambiente che fosse al contempo tradizionale e aperto al moderno.
Purtroppo, il complesso fu quasi completamente distrutto dal Grande Terremoto del Kantō del 1923 e successivamente danneggiato dal sisma del Kita-Izu nel 1930. Tuttavia, lo spirito del luogo non andò perduto: nel 1946 l’area fu donata alla prefettura di Kanagawa, che trasformò il sito in uno spazio pubblico. Così nacque il Parco Onshi-Hakone, un giardino paesaggistico che oggi conserva l’essenza della residenza originaria: tra i vialetti curati e le terrazze panoramiche, il visitatore può ancora intuire il gusto estetico dell’aristocrazia Meiji.
Geografia politica
Nel Giappone moderno, la villeggiatura imperiale non fu mai un atto neutro o semplicemente privato. La scelta di ritirarsi stagionalmente in luoghi come Nikkō, Hakone o Nasu rispondeva a una precisa logica politica, simbolica e territoriale per cui il sovrano, incarnazione vivente dello Stato secondo la Costituzione Meiji, non si limitava a “fuggire” dall’afa estiva della capitale, ma tracciava con i suoi spostamenti una vera e propria geografia del potere. Ogni residenza stagionale diveniva un polo di influenza, un’estensione del centro imperiale verso le periferie, spesso scelte per la loro bellezza naturale, la salubrità dell’aria e il legame col pensiero shintō.
Allontanarsi da Tōkyō per stabilirsi temporaneamente in aree più remote significava, da un lato, riaffermare la continuità tra corte imperiale e territorio nazionale, in una visione capillare del potere; dall’altro, offriva occasioni strategiche per esercitare soft power attraverso l’ospitalità internazionale, il sostegno alla scienza e la promozione turistica. Molte delle ville estive, infatti, erano progettate per accogliere dignitari stranieri, artisti e scienziati, come nel caso della Hakone Rikyū, dove lo stile giapponese si incrociava con elementi occidentali, o della villa di Nikkō, visitata da membri della nobiltà europea. Questi spazi ibridi non solo esprimevano il dialogo tra tradizione e modernizzazione, ma si facevano palcoscenico del prestigio imperiale.
Nel contempo, la presenza della famiglia imperiale in queste località comportava benefici tangibili per le comunità circostanti: le infrastrutture e i servizi venivano migliorati, seppur nel rispetto della conservazione del paesaggio naturale.
La villeggiatura imperiale, quindi, non era solo un momento di riposo, ma anche un gesto di legittimazione territoriale, un atto di rappresentanza internazionale, uno strumento di influenza culturale e un veicolo della visione ecologica del potere. Persino in vacanza, l’imperatore non smetteva mai di esercitare il proprio potere e, soprattutto, di adempiere ai propri doveri.
Continuità e uso nel tempo
La tradizione della villeggiatura imperiale giapponese ha saputo attraversare le epoche adattandosi al mutare della società e della sensibilità dei sovrani. La Villa Imperiale di Nasu, edificata nel 1926 su un terreno appartenente alla famiglia imperiale fin dal 1890, incarna perfettamente questa continuità. Fu l’allora principe ereditario Hirohito (futuro imperatore Shōwa) a scegliere personalmente il luogo, colpito dalla vista sui monti durante una visita nel 1923. Qui, pochi anni dopo, iniziò la sua consuetudine estiva, culminata simbolicamente nella sua prima ascesa al monte Chausu, vetta più alta della prefettura.
Fino ai giorni nostri, Nasu è rimasta una residenza estiva privata per gli imperatori, ma il suo ruolo non è stato solo simbolico o ricreativo. La villa ha contribuito infatti a plasmare l’identità del luogo, trasformandolo in una delle mete estive più apprezzate del paese, con milioni di visitatori ogni anno. Nel 2008, grazie a una decisione dell’imperatore Akihito, circa metà della vasta tenuta fu aperta al pubblico e integrata nel Parco Nazionale di Nikkō, con un gesto che ha unito il rispetto della tradizione alla valorizzazione del bene collettivo.
Particolarmente interessante è la vocazione scientifica e naturalistica che ha accompagnato la frequentazione della villa: lo stesso Hirohito si dedicò per decenni allo studio dei protisti e delle piante locali, pubblicando quattro volumi sulla flora di Nasu e lasciando in eredità una collezione di oltre 60.000 esemplari ora conservata presso il Museo Nazionale di Scienze Naturali di Tōkyō. Suo figlio Akihito ha proseguito questa linea di ricerca con studi sulla classificazione dei pesci della famiglia dei gobidi, mentre l’attuale imperatore Naruhito, appassionato di escursionismo, è oggi impegnato attivamente nelle politiche di conservazione delle acque.
Così, quella che era nata come una fuga estiva dal caldo cittadino si è trasformata nel tempo in un crocevia di cultura, scienza e paesaggio, testimoniando il profondo legame tra la famiglia imperiale e la natura giapponese.
Sofia Dagradi, studentessa
Il magewappa arriva in Italia
Un altro assaggio di artigianato giapponese a Milano ci è stato offerto da Time & Style, che ha appena ospitato una mostra di oggetti realizzati con la tradizionale tecnica magewappa, la quale prevede la piegatura del legno attraverso il trattamento col vapore acqueo o la bollitura del materiale.
Time & Style è un brand di arredamento giapponese che vanta diversi showroom a Tōkyō, Ōsaka, Amsterdam e Milano, dove vengono esposti i loro prodotti di design. Questi spaziano dai mobili alle stoviglie, dalle lampade ad altri oggetti di uso quotidiano, e sono realizzati incorporando le tecniche di lavorazione tradizionali giapponesi con un gusto moderno, rispettando sempre il materiale utilizzato.
È in questo elegante contesto che è stata allestita la mostra “ODATE MAGEWAPPA Handcrafted Japanese Akita Cedar Objects for Everyday Life”. Prima di arrivare sugli scaffali di Time & Style, gli oggetti esposti si trovavano già in Italia presso l’Università degli Studi di Milano, grazie a una collaborazione con la città di Ōdate, nella prefettura di Akita, luogo d’origine della tecnica magewappa. La città giapponese ha poi voluto continuare l’esposizione, scegliendo gli spazi dello showroom come sede della mostra, che verrà poi ospitata in altre città italiane in un vero e proprio tour culturale, il quale in autunno vedrà come prossima tappa Faenza.
Il legno lavorato con la tecnica magewappa a Ōdate è tradizionalmente quello di cedro, materiale da cui sono stati ricavati tutti gli oggetti in mostra. Il legno, che conferisce all’oggetto il suo tipico aroma, presenta due caratteristiche particolari: curvatura e venature, lineari e sottili, che testimoniano il clima freddo del nord del Giappone. La curvatura, dovuta come anticipato precedentemente dalla lavorazione, viene solitamente fissata con dei ganci durante il processo di essiccazione del materiale per mantenere l’oggetto nella forma desiderata. La tecnica tradizionale prevede l’utilizzo di riso bollito schiacciato, che essendo glutinoso funge da collante, insieme a una cucitura in corteccia di ciliegio. Comprensibilmente, al giorno d’oggi il riso non viene più utilizzato e viene sostituito da un collante più resistente.

La tecnica magewappa veniva inizialmente impiegata per produrre lunchbox o bicchieri per il sakè, ma oggi le applicazioni sono molto varie: si possono creare non solo diversi tipi di contenitori, ma anche vassoi, piatti e portafrutta, dimostrando quanto questa tecnica, antica più di quattrocento anni, abbia ancora molto da dare e dimostrare.


Gli oggetti in mostra derivano da cinque laboratori diversi di magewappa, tutti con base a Ōdate. Questi puntano a mantenere viva la tradizione, non solo producendo oggetti esteticamente belli, ma soprattutto cercando di educare un pubblico sempre più vasto ad apprezzare la ricerca, il materiale, la storia che sta dietro a essi, sia intesa come radici che come tempo impiegato per la realizzazione. Inoltre, i laboratori non solo puntano alla preservazione del magewappa, ma ne indagano nuove e moderne sfaccettature, ad esempio impiegando colorazioni a contrasto con il colore naturale del legno o realizzando pattern sulla sua superficie, gettando le fondamenta per una nuova evoluzione e reinterpretazione del magewappa di Ōdate.

La sopravvivenza dell’artigianato è un problema generale e impellente, che emerge criticamente in tutto il Mondo. Per questo, gli sforzi in atto per contrastare la perdita di know-how e cultura, che stanno alla base di queste tecniche, sono sempre maggiori, come dimostra l’impegno della città di Ōdate nel far conoscere questa sua tradizione unica e preziosissima.
Francesca Mora
OSOUJI: LA PULIZIA DELL’AMBIENTE E DELL’ANIMO
La lingua giapponese è ricca di termini con significati alternativi nascosti: basti pensare a Bimyou 微妙, letteralmente “delicato, lieve”, che nella pratica esprime il senso di incertezza che proviamo quando qualcosa non ci convince tanto. Così come tutte quelle singole parole intraducibili in italiano se non attraverso un’espressione articolata, ne cito alcune: e come sappiamo ce ne sarebbero tanti altri. Il termine Osouji 大掃除 si posiziona proprio all’interno di questi gruppi di parole che non sono traducibili fedelmente dalla lingua di partenza in quanto posseggono un significato ignoto al mondo esterno; è come se il contenuto semantico di una parola fosse latente, una descrizione superficiale generale sotto la quale si cela un significato intimo. Osouji 大掃除 significa letteralmente “pulizia”/”pulizia della casa”. Nella cultura giapponese, “osouji” è una tradizione associata al periodo tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, durante la quale le persone puliscono le loro case per il nuovo anno. Naturalmente si tratta di una pulizia profonda tendente alla perfezione, non parliamo di un momento ordinario. Quest’usanza porta con sé un chiaro significato intrinseco: pulire per dare spazio ad un nuovo inizio, purificare e preparare simbolicamente l’ambiente circostante (e perché no, anche sé stessi), attraverso un momento di dedizione personale per accogliere tutte le energie positive che il nuovo anno prospetta. Photo credits: https://www.borderlink.co.jp/magazine/2356/ Questa tradizione antichissima, che risale al periodo Heian (794-1185), è rimasta invariata fino ai nostri giorni grazie al suo insegnamento sempre attuale: lasciare il passato alle spalle per aprirsi a nuove opportunità. È una pratica che spinge lateralmente a riflettere sugli errori passati per imparare da essi e ricominciare con forza, lasciando andare ciò che non serve più nella vita e diffondendo una sensazione di purificazione non solo dell’ambiente ma soprattutto nel corpo e nella mente. Testo di Giulia Rizzetto, giulia.rizzetto@gmail.com
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– wabisabi わびさび: filosofia di vita per cui ci si concentra nel trovare la bellezza nelle imperfezioni della vita e nell’accettare l’ordine naturale di crescita e declino, l’accettazione della caducità e dell’imperfezione
– mono no aware 物のあわれ: vivere un momento di gioia e spensieratezza con la consapevolezza che questo momento sia destinato a finire
– natsukashi 懐かしい: nostalgia “positiva”, rievocare i ricordi con gioia
– shoganai しょうがない: ciò che non può essere evitato e per cui non c’è niente da fare, se non accettare la situazione
– noroke のろけ: il modo in cui una persona parla costantemente e con affetto della persona che ama

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IL SUMO: LO SPORT NAZIONALE DEL SOL LEVANTE
Il sumō (相撲, sumō, lett. “strattonarsi”) è la disciplina sportiva nazionale del Giappone, trattata come un vero e proprio rituale e come tale impregnata di spiritualità shintoista. Si tratta di un combattimento corpo a corpo tra due lottatori, detti in lingua giapponese rikishi, che si sfidano all’interno di un ring, il dohyō, con l’obiettivo di spingere l’avversario fuori dall’area designata o costringerlo a toccare il terreno con una qualsiasi parte del corpo che non sia la pianta del piede. Photo credits: http://www.giapponepertutti.it La particolarità del sumō è la stazza dei rikishi, che si sottopongono ad un rigido stile di vita per mantenere la corporatura richiesta, e lottano sul dohyō coperti solo dal mawashi, un vistoso perizoma che indica il rango di chi lo indossa in base al colore e al materiale di fattura. Sono riconoscibili anche per la loro particolare pettinatura a chignon. Photo credits: http://www.mondojapan.net Il dohyō invece si compone di una parte a terra ed una aerea. La zona a terra, che ospita il match, è costituita d’argilla e delimitata da balle di paglia; prima di ogni incontro, il terreno d’argilla viene cosparso di sale, elemento purificatore nella visione shintoista. La zona aerea sovrasta il ring e ricrea nelle sembianze un tempio shintoista con pendagli e struttura a baldacchino. Photo credits: http://it.wikipedia.org LA DURA VITA DI UN LOTTATORE Photo credits: http://: www.zojirushi.com Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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I rikishi professionisti vivono in ritiro presso le palestre dove si sottopongono ogni giorno a faticose sessioni di allenamento e dove vengono seguiti sul piano alimentare in modo che assumano più di 20.000 kcal giornaliere, riuscendo così a mantenere l’adipe in eccesso che li contraddistingue. La pietanza preferita di un lottatore di sumō è il Chankonabe (ちゃんこ鍋) parola composta da “chan” (ちゃん), termine che indica la dieta dei rekishi, e dall’abbreviazione di “nabemono” (鍋物), ovvero un piatto della cucina giapponese composto da una grossa pentola di brodo dashi posta al centro del tavolo in cui i commensali possono immergere gli ingredienti che preferiscono, come carne, verdure ecc. In pratica, uno stufato ipercalorico e nutriente che viene servito con riso e birra.

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KOMOREBI: luce che filtra tra gli alberi
Prova, caro lettore, a immaginare un luogo dove ogni angolo è avvolto dalla pace e dall’armonia in una fresca mattina d’inizio autunno. Un luogo dove gli unici suoni percepibili sono il mormorio dell’acqua che scorre, il fruscio delle foglie mosse dal vento e i propri passi sulla pietra. Un luogo dove si possa alzare lo sguardo e vedere il komorebi, la luce che passa attraverso le chiome degli alberi appena tinte di kojo, una parola che indica il rosso tipico delle foglie degli aceri d’autunno.
Questi sono alcuni dei detagli che ricordo del Tenjuan garden, un giardino a Kyoto. Fu costruito nel 1337 su richiesta del quindicesimo capo sacerdote del tempio buddhista, ma fu distrutto durante il periodo di conflitti interni chiamato Sengoku (quindicesimo – sedicesimo secolo). La costruzione attuale risale al 1602. Non è possibile vistare il tempio ma solo il giardino, che rimane comunque una piccola gemma tra le varie attrazioni della città, spesso non citata nelle guide. È diviso in due lati, est e ovest. Il percorso costeggia l’edificio, passa sotto un torii e attraverso un bosco, finendo con un laghetto con ninfee. Nella prima parte a est si calpestano muschio e ghiaia e si arriva al lato sud percorrendo un piccolo ponte, mentre a sinistra si possono osservare le canne di bambù che coronano uno stagno. Più avanti il vialetto, fatto di piccoli massi posati nell’acqua, vi porta a un laghetto più grande. Sul lato ovest l’acqua è coperta da decine di ninfee e, lungo un argine, le carpe nuotano pacifiche. Alle spalle del lago c’è l’ala principale del tempio, coperta in parte dagli aceri.
Per la prima volta mi è sembrato che tutte le preoccupazioni che affollano la mia mente nell’inconscio, come in una piazza del mercato il sabato mattina, fossero molto lontane, piccole, non meritevoli della pena e dell’attenzione che gli davo. La città era lontana e avrei potuto passare ben più dell’ora trascorsa ad ascoltare i rumori dell’acqua e del vento, rapita e assorta. Quando posso ritorno con la mente a quel momento e sto meglio subito, ricordandomi che non posso esercitare il controllo su tutto e che sono in grado di trovare una soluzione a molti dei miei crucci. Non mi sono serviti oggetti o soldi per sentirmi in pace. Mi è bastato un giardino, l’acqua e il vero silenzio. Testo e foto di Valentina Zucchelli
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MONO NO AWARE, ACCETTARE IL CAMBIAMENTO
Tutto ciò che esiste, esiste solo nel qui ed ora. Photo credits: http://blurb.com Se capire che il cambiamento fa parte della vita è di per sé facile (si tratta di un’esperienza che viviamo quotidianamente del resto), raggiungere la consapevolezza di essere inermi al cospetto del tempo che passa non è cosa scontata; rassegnarsi a questa condizione dell’essere, abbracciare il cambiamento, accettarlo e conviverci serenamente è tutto un altro paio di maniche. Mono no aware significa questo: vivere ogni istante consci che sarà l’unica copia di sé stesso, l’ultima disponibile, e meravigliarsi della fugacità delle cose. Si tratta di una meraviglia nostalgica, quella sorta di malinconia positiva che ci strizza il cuore quando realizziamo di essere immersi in un momento irripetibile della nostra vita, qualcosa che non ricapiterà di cui dobbiamo essere grati. Stupirsi per le piccole cose, Mono no aware. ETIMOLOGIA DEL TERMINE Mono no aware (物の哀, lett. compassione delle cose) è un’espressione che nasce nella letteratura giapponese, dove indica la partecipazione emotiva ad esperienze che ricordano quanto sia effimera la vita: una foglia secca che cade dall’albero, un bocciolo che diventa fiore, un tramonto sul mare… La natura è maestra nel mostrarsi precaria e perciò il pensiero tradizionale giapponese la ammira e ne rispetta i tempi, senza alterazione alcuna, in un esercizio di spirito in cui gli esseri umani sono spettatori affascinati e commossi dalla fragilità del mondo. Al di là della poetica e dell’estetica, il termine aware in origine altro non era che un’esclamazione di meraviglia, come il più banale degli “Ohhh” in italiano. Niente di più, niente di meno di una manifestazione di stupore, sia positivo sia negativo, che col tempo si è vista attribuire un significato profondo. Photo credits: http://unsplash.com Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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A livello concettuale, non è difficile da comprendere: tutto scorre, il famoso Panta rei di Eraclito, qualsiasi sia l’oggetto, esso è soggetto allo scorrere del tempo ed irreversibilmente si modifica.
Oggi non è ieri e non sarà domani, inevitabilmente. Ciò accade agli esseri umani, come a quello che li circonda e che l’uomo tenta invano di controllare.

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KINTSUGI: L’ARTE DI ESIBIRE LE FERITE
Leggenda narra che nel XV secolo, Ashikaga Yoshimasa, l’ottavo shōgun (capo militare) dello shogunato Ashikawa (governo militare della dinastia Ashikaga), ruppe la sua tazza preferita. Provò a spedire i cocci in Cina per farla riparare, ma il risultato non lo soddisfò, a causa della scarsa qualità dei materiai utilizzati per la ricostruzione. Allora si affidò ad alcuni artigiani giapponesi che, colpiti dalla caparbietà del loro signore, decisero di riempire le crepe tra i cocci con resina laccata e polvere d’oro, in modo da rendere la tazza un gioiello unico. Photo credits: japantimes.co.jp La tecnica artistica del Kintsugi (金継ぎ, lett. “ricongiungere con l’oro”) consiste nell’unire i frammenti di un oggetto rotto, molto spesso una ceramica, impreziosendo le spaccature con oro, argento o lacca mescolata a polvere d’oro; in questo modo si concede nuova vita a qualcosa che altrimenti verrebbe buttato. Siccome le crepe non seguono mai uno schema regolare, ogni oggetto riparato sarà irripetibile nella sua forma, proprio grazie alle “ferite” che ha subito. Photo credits: http://japan.travel.it Si parte dall’estrazione della resina urushi, prodotta da una pianta autoctona del Giappone. Si procede mischiandola ad un amido, che può essere farina di riso o di grano, e poi si passa alla stuccatura: l’urushi così lavorata incontra l’argilla macinata fine. Dopodiché, si inizia la campitura vera e propria della crepa con la lacca ottenuta. È il momento di spolverare la polvere d’oro e lasciar asciugare il composto nelle crepe per due settimane. Passata la prima, occorre togliere l’oro in eccesso con un batuffolo di cotone di seta e al termine della seconda settimana lo si può brunire per ottenere un effetto naturale e antico. Photo credits: http://kintsugi.chiaraarte.it Il parallelismo è chiaro: sono le nostre cicatrici a fare di noi delle persone uniche, a renderci creature preziose ed importanti. I segni del nostro vissuto sono qualcosa da esibire con fierezza, perché sono la prova della nostra resilienza, anche di fronte alle peggiori cadute. Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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Shuhei Matsuyama: l'arte che matura ma non si ferma
Il 17 Febbraio si è conclusa la mostra del Maestro Shuhei Matsuyama, durata circa 10 giorni, presso la iKonica Art Gallery di Milano. La mostra è stata calorosamente accolta da coloro che già seguivano il Maestro da molti anni e molto apprezzata da coloro che ancora non lo conoscevano. Presenti anche molti studenti giapponesi che vivono a Milano. © Alberto Moro Il Maestro Matsuyama ha esposto quattro diverse espressioni della sua produzione artistica, corrispondenti anche a quattro momenti diversi della sua vita. “Shin-on”, tecniche shodō, “Diario” e arti plastiche si susseguivano e si alternavano nei tre ambienti della galleria. Il Maestro Matsuyama ha offerto, in concomitanza con l’esposizione delle sue opere, una dimostrazione dal vivo di shodō, l’arte della calligrafia giapponese. Aprendo la performance con degli accenni storici alla disciplina, il Maestro ha sottolineato come nello shodō non sia concesso il ripensamento: è necessario mantenere l’intenzione con cui si è partiti. Essere consapevoli che non si può tornare indietro a ridefinire il tratto, rappresenta anche un’importante lezione di vita: nonostante gli errori, non si può tornare indietro sui propri passi ma solo guardare avanti. Alcune opere del Maestro Shuhei Matsuyama, realizzate seguendo la tecnica dello shodō, sono state esposte nella Sala 2 della iKonica Art Gallery. Tra queste troviamo un’interpretazione personale della frase idiomatica giapponese “ 一期一会 ” (ichi-go ichi-e; una volta, un incontro che indica che ogni incontro, ogni esperienza è speciale e unica nel momento in cui avviene, poiché non si ripeterà mai allo stesso modo). © Alberto Moro La mostra è stata caratterizzata perlopiù da opere realizzate con varie tecniche di pittura. Tuttavia, sempre nella Sala 2, è stato possibile ammirare delle installazioni di arte plastica (implicano, cioè, l’uso di materiali che possono essere plasmati o modulati). Come ci rivela proprio il Maestro, fu in quel libro che studiò le sculture delle antiche popolazioni che abitarono l’Italia ancor prima dei Romani; ma soprattutto, fu lì che scoprì i graffiti realizzati dai Camuni, popolazione che visse nella Val Camonica (Brescia) e che fu tra i massimi produttori d’arte rupestre in Europa. Il Maestro Shuhei Matsuyama nel suo studio con il manuale “Italia sconosciuta” che lo ha iniziato alla pittura Se nella Sala 2 della iKonica art Gallery hanno dialogato diverse tecniche artistiche, la Sala 1 è stata dedicata ad alcune opere della serie “Shin-on”, tema iniziato negli anni ‘90, che il Maestro Matsuyama descrive come “un grido del cuore, un’espressione in sintonia con il sé”. La prima mostra di “Shin-on” si è svolta nel 1991 presso la Galleria Gariboldi di Milano, ci rivela il Maestro Shuhei Matsuyama quando andiamo a trovarlo nel suo studio, mentre ci mostra alcune vecchie foto delle sue prime mostre. Si potrebbe affermare che “Shin-on” abbia trovato la sua matrice creativa proprio in Italia: “l’Italia permette un tempo di maturazione della propria arte che in Giappone non è possibile. Il Giappone richiede novità e moda. L’Italia lascia fare e maturare le persone” ci rivela il Maestro. E, seppur negli anni ‘70, molti aspiranti artisti giapponesi si fossero trasferiti negli Stati Uniti o a Parigi, Shuhei Matsuyama scelse l’Italia. E ad oggi si rivela essere stata una scelta vincente. Durante la nostra visita allo studio del Maestro Matsuyama, abbiamo, invece, voluto chiedere di parlarci di un tema nuovo, sviluppato negli ultimi anni, e che ha catturato la nostra attenzione durante la mostra alla iKonica Art Gallery di Milano. Il Maestro Matsuyama ci rivela che “Diario” è una serie fortemente basata sulle emozioni, poiché nasce come un vero e proprio diario durante il periodo di quarantena del 2020, ma che continua ancora oggi. A sinistra: dimostrazione in studio di come nasce un’opera della serie “Diario”. Da un semplice foglio, l’uso di acqua, inchiostro nero e una sottile linea di vernice bianca si creano spazio e luce; Il Maestro ci confida che, inizialmente, non pensava che avrebbe mai esposto il suo “Diario”. Ma quando si presentò l’occasione di raccontare al Giappone come avesse vissuto il Covid-19 in Italia, è stato a Tokyo l’inizio di una serie di esposizioni che ha fatto approdare “Diario” anche alla mostra che si è tenuta alla iKonica Art Gallery di Milano (esposto nella Sala 3). © Alberto Moro Se avete mai avuto l’opportunità di incontrare il Maestro Shuhei Matsuyama, vi sarete accorti che il suo saluto consueto è “Buona luce!”. Il Maestro ci spiega, innanzitutto, come l’elemento luce sia arrivato nella sua pittura: “In arte bisogna avere tecnica e la tecnica si applica attraverso la prospettiva. Da qui è nata l’idea di dipingere la direzione della luce, seguendo la prospettiva che avevo deciso per quell’opera”. Afferma anche che “La luce permette di aggiungere il concetto di tempo, che consente, poi, di creare movimento”. Per il Maestro Shuhei Matsuyama quello che conta di più è la comunicazione con l’“Altro”, non importa che stia creando un “micromondo” che racchiude in sé “il suono di tutte le cose”; o che stia raccontando la vita attraverso la pittura di pagine di Diario; o ancora che si stia concentrando nell’istante unico e sacro dello shodō. Per il Maestro Shuhei Matsuyama fare arte ed esporre le sue opere, significa comunicare. Perché è nel momento in cui la sua arte parla al pubblico che si crea quel flusso che altro non è che “il suono di tutte le cose”.
Vi segnaliamo che è ancora possibile ammirare le opere di cui abbiamo parlato in questo articolo visitando la iKonica Art Gallery (Via Nicola Antonio Porpora, 16/A – Milano), che ha voluto rendere omaggio al Maestro Shuhei Matsuyama rendendo la Sala 3 della galleria “la sala di Shin-on”. Si tratta di una mostra continua delle opere di Shuhei Matsuyama, che però cambieranno periodicamente, per creare una sala che mantiene lo stesso spirito, con colori e luci diverse. Testo di Danila Alfano, danilaalfano0@gmail.com
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Sapevate infatti che il Maestro Matsuyama è arrivato in Italia, a 21 anni, spinto dalla passione per la scultura? E che il suo primo libro acquistato in italiano è stato “Italia sconosciuta” di Sabatino Moscati?
Guardando e studiando quei graffiti che sembrava gli parlassero, il Maestro Matsuyama decise di dedicarsi alla pittura poiché, come lui stesso ci confessa, “i quadri hanno un’espressione più immediata rispetto alla scultura”.
e il suo catalogo delle installazioni di “Shin-on” presenti in varie città del mondo;
in alto, realizzazione in arte plastica di “Shin-on”.
Il termine Shin-on, in giapponese, racchiude 16 significati diversi, attraverso la diversa realizzazione in kanji (caratteri giapponesi usati nella scrittura) del suono shin-on.
Il tema, inoltre, si divide in “Shin-on” che comprende le nuove opere della serie; e “Furikaeri-Shin-on,” in cui possiamo trovare le opere realizzate precedentemente e quindi legate alla creazione artistica passata.
A partire da questa differenza, il Maestro ci svela che la creazione di “Shin-on” è una creazione continua, che a distanza di anni non cerca una conclusione. Come dice il Maestro, Shin-on rappresenta “un flusso ininterrotto di passato, presente e futuro”.


Stiamo parlando di “Diario”. Il nome della serie è in italiano, ma la prima esposizione viene fatta a Tokyo dopo il periodo della pandemia di Covid-19.
Le opere di “Diario” sono nate in casa, e per questo ogni dipinto è realizzato su fogli di diverso materiale, che dovevano essere buttati, a cui il Maestro Shuhei Matsuyama decide di dare nuova vita. Fogli A4 per stampanti, fogli già stampati, vecchie copertine di quaderni; ma anche fogli creati dalla stamperia all’interno del quale si trova lo studio del Maestro, che non saranno mai utilizzati.
Ma attraverso la sua ricerca continua di luce, il Maestro Shuhei Matsuyama reinventa il supporto della creazione artistica, facendo diventare arte ciò che si credeva inutilizzabile.

a destra: “Diario” del 24/02/2024 (giorno 1350), che altro non è che lo schizzo che aveva creato in nostra presenza, che poi ha arricchito e inserito tra le opere della serie.
Durante la nostra visita al Maestro, gli abbiamo chiesto proprio del rapporto che ha con la luce e di questa sua continua ricerca.
Conclude affermando che la luce è dappertutto in natura ma poi, ridendo, si lascia scappare che “Buon giorno lo usano tutti, mentre Buona luce! è un augurio più vero”, che ci fa pensare istintivamente a qualcosa di positivo.

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