La mostra Ko = Ghei tra identità giapponese e strategia internazionale

 

Sopraffatte dalla cultura dei social media e dalle dinamiche della “viralità” dei fenomeni, elementi come la tradizione e l’autenticità risultano oggi frequentemente marginalizzati o trascurati. Questo scenario di progressiva semplificazione e omologazione influisce in modo significativo sull’immagine internazionale di un Paese come il Giappone, in particolare nei campi dell’arte, della tradizione e dell’unicità culturale. Che si tratti di una strategia consapevole o di un processo spontaneo, legato alle logiche della globalizzazione mediatica, è evidente come, nel discorso comune, i primi riferimenti associati alla cultura giapponese siano spesso anime, manga, sushi o samurai. Tali elementi, sebbene effettivamente radicati nella storia e nella società del Paese, finiscono per oscurare un panorama ben più ampio e stratificato di tradizioni, usi e costumi che meriterebbero di essere conosciuti e approfonditi, al fine di comprendere in maniera più autentica e completa la cultura giapponese nella sua complessità ed evitarne una visione orientalistica.

Il nostro articolo concentra l’attenzione sul contesto italiano, dove, nel tentativo di contrastare fenomeni di standardizzazione e globalizzazione culturale, numerose fondazioni, associazioni culturali come la nostra ed enti istituzionali promuovono iniziative volte a favorire una comprensione del Giappone più articolata e integrale, che affondi le proprie radici nella sua essenza storica e nella sua originalità identitaria. In tale cornice si inserisce la nostra visita alla mostra “工=藝Ko = Ghei: una fusione di arte, ragione ed emozione”, che si è svolta nel mese di gennaio alla Fondazione ADI con il patrocinio del Comune di Milano e promossa da Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō in collaborazione con l’ANA Strategic Research Institute.

La visita alla mostra è stata accompagnata dalle chiare e approfondite spiegazioni di Naohiko Mitsui, architetto e designer giapponese, curatore della mostra, le cui riflessioni costituiscono il principale quadro analitico di questo contributo. Nel corso dello scambio, Mitsui ha offerto dettagli significativi in merito alla logica curatoriale del progetto, al suo sostegno istituzionale e ai più ampi obiettivi economici e politici che lo sottendono. Tali osservazioni dirette orientano l’interpretazione da noi proposta, consentendo di approfondire l’esposizione non soltanto in qualità di iniziativa artistica, ma anche come un caso di studio emblematico di strategia culturale promossa dal governo giapponese.

Il termine giapponese kogei “工藝”, che si legge con la pronuncia “koghei”, integra armoniosamente concetti apparentemente opposti: “工” (Ko) è il carattere ideografico che indica la tecnica, il processo produttivo a partire da struttura, funzione e materiali e si riferisce al sapere che funge da base alla capacità di riprodurre e perpetuare nel tempo. “藝” (Ghei) è invece il carattere ideografico che si riferisce alla pratica creativa, che armonizza corpo e spirito: un esercizio che conduce, come esito, a generare bellezza. Nel pensiero giapponese, ragione ed emozione hanno infatti continuato a esistere in una relazione di reciproca tensione, positiva o negativa: Ko conferisce rigore a Ghei che genera creatività ed emergenza. Koghei è dunque la bellezza che non sacrifica la funzione, l’intelligenza che non esclude l’emozione. E anche in un’epoca dove le comunicazioni astratte dominano i rapporti tra persone e ambienti, essa continua a suggerire l’equilibrio tra spiritualità e mondo fisico.

L’esposizione presenta una selezione di opere che rappresentano alcune delle più importanti tradizioni dell’artigianato giapponese. Si mostrano ceramiche Mumyōi yaki dell’isola di Sado, accanto a oggetti in metallo fuso realizzati a Takaoka (Nousaku), in stagno, rame e bronzo. Il percorso include anche il kabazaiku, l’antica tecnica di lavorazione della corteccia di ciliegio selvatico di Kakunodate, nella prefettura di Akita, e il raffinato Wajima nuri, celebre laccatura tradizionale della città di Wajima, in Ishikawa. Completano l’esposizione le ceramiche Bizen yaki, tra le più antiche del Giappone, e opere di alta oreficeria che testimoniano l’eccellenza giapponese nella lavorazione dell’oro e dei metalli preziosi.

Fusione, martellatura e incisione sono tecniche fondamentali che conferiscono alle opere ricchezza espressiva e profondità. Queste sono realizzate da maestri artigiani cui è stato attribuito il titolo di “Tesoro Nazionale Vivente”, in quanto detentori di una conoscenza immateriale riconosciuta dal governo giapponese come Bene Immateriale Culturale Importante. Oggi sono in totale 126 i maestri a cui è stato attribuito il titolo: queste figure rappresentano, con le loro tecniche raffinate, un ponte tra passato e futuro, esprimendo appieno la profondità della cultura giapponese. In particolare, l’esposizione alla Fondazione ADI accoglie le creazioni di alcuni dei maestri artigiani tra i più autorevoli del panorama nipponico, inclusi due Tesori Nazionali Viventi: Sekisui Ito V e Jun Isezaki, figure che incarnano l’eccellenza nelle arti della ceramica, della lacca e del kabazaiku.

Le tecniche impiegate attestano il loro ruolo cruciale nella trasmissione della cultura materiale del Paese, un tempo affidata alle kitamaebune, ovvero navi mercantili che, dalla fine del XVII secolo fino alla fine del XIX secolo, navigavano lungo la costa del Mar del Giappone, da nord a sud, facendo scalo nei numerosi porti per commerciare beni locali. Grazie a un sistema commerciale unico, che prevedeva la sostituzione del carico a ogni porto, queste navi trasportavano non solo beni, ma anche cultura e conoscenze tecniche tra le diverse regioni. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con lo sviluppo delle moderne infrastrutture giapponesi, concentrate soprattutto lungo la costa del Pacifico, le rotte delle kitamaebune persero gradualmente la loro funzione originaria. Proprio per preservare il legame tra le regioni, un tempo unite da queste vie marittime, è nata l’associazione Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō, che si impegna a mantenere vivi i rapporti tra questi territori, ancora oggi custodi di importanti tradizioni culturali e industriali. Dunque, le opere di artigianato giapponese, che un tempo solcavano i mari a bordo delle kitamaebune, oggi superano i confini regionali e nazionali, portando il proprio valore nel mondo a partire da Milano. Attraverso oggetti pensati per l’uso quotidiano (ciotole, tazze, contenitori per il tè, vassoi, scatole e manufatti laccati), il percorso espositivo invita a riflettere su una concezione del bello in cui funzione, durata e riparabilità sono elementi centrali, profondamente intrecciati con l’utilità e la vita di tutti i giorni.

La scelta di Milano, come sede della mostra, emerge da questo dialogo come una decisione calcolata. Il capoluogo lombardo infatti occupa una posizione centrale all'interno del sistema globale del design, fungendo da luogo in cui il capitale culturale viene prodotto, legittimato e convertito in valore economico. Come Mitsui ha esplicitamente osservato durante la nostra intervista, la cultura milanese è particolarmente sensibile alle diverse forme d’arte, riuscendo sempre a farsi impressionare da nuove forme, modelli e immaginari artistici. In questa cornice, Milano si presenta come il palcoscenico ideale per i “crafts”, così denominati dallo stesso curatore, presentati alla mostra ko=ghei, in quanto costituiti da forme che resistono a una rigida classificazione, spesso fraintesi o sottovalutati nel loro contesto nazionale.

Infatti, un tema chiave emerso dall'intervista riguarda le mutevoli condizioni di ricezione culturale all'interno dello stesso Giappone. Mitsui ha espresso preoccupazione per quella che ha descritto come una progressiva standardizzazione del gusto estetico della società giapponese, un processo che si è intensificato nel dopoguerra ed è incrementato con la globalizzazione. Secondo la sua visione, la produzione di massa, le norme di consumo globali e la logica industriale orientata all'esportazione hanno rimodellato le aspettative del pubblico, restringendo lo spazio per forme di artigianato non convenzionali. Questa osservazione è in linea con analisi più ampie delle tendenze omogeneizzanti della globalizzazione, in particolare nelle economie industriali avanzate.

In questo contesto, la mostra rivela un paradosso strutturale. Mentre l'artigianato viene spesso inserito nel discorso ufficiale come indicatore dell'identità culturale giapponese, le sue forme più sperimentali faticano sempre più a trovare un riconoscimento o un sostegno economico interno. In questo senso, come ha evidenziato Mitsui, i contesti internazionali offrono spesso un maggiore margine di interpretazione, conferendo fondamentale importanza alle dinamiche del mercato globale, affinché tali pratiche possano acquisire valore. La circolazione esterna diventa quindi non un'opzione secondaria, ma un requisito strutturale.

Il ruolo dello Stato giapponese, come discusso durante l'intervista, è quindi centrale. Mitsui ha riconosciuto apertamente che la mostra è stata ampiamente supportata dal governo giapponese non solo come iniziativa culturale, ma anche come mezzo per promuovere relazioni commerciali internazionali e aprire l'accesso ai mercati esteri. Da un punto di vista analitico, questa sponsorizzazione può essere interpretata come una forma di diplomazia economica strategica, in cui la produzione culturale viene sfruttata per migliorare la competitività, diversificare le esportazioni e gestire il rischio economico a lungo termine.

Questa strategia riflette il continuo sforzo del Giappone di rinegoziare la propria posizione all'interno di un ordine globale sempre più competitivo e imprevedibile. Di fronte al declino demografico, alla prolungata stagnazione economica e alla crescente concorrenza di altre economie esportatrici di beni culturali, il Paese del sushi e dei manga deve cercare fonti alternative di differenziazione. Le iniziative culturali sostenute dallo Stato offrono un mezzo relativamente economico e poco conflittuale per proiettare la propria influenza e garantire l'accesso al mercato. Tuttavia, come illustra questo caso, tali strategie dipendono fortemente da meccanismi di convalida esterna. La diplomazia culturale opera qui come meccanismo di protezione contro la volatilità economica, la contrazione del mercato interno e l'erosione dell'identità. Allo stesso tempo, il ricorso a quadri interpretativi esterni introduce nuove vulnerabilità, tra cui l'esposizione alle fluttuazioni del mercato estero e la parziale perdita della corretta comunicazione.

L’Italia, e Milano in particolare, emergono quindi in questo processo non soltanto come dei partner, ma anche come degli intermediari centrali. Il sistema del design italiano si configura infatti come uno spazio di incontro e mediazione, capace di trasformare l’artigianato sperimentale giapponese in un valore culturale ed economico riconoscibile e apprezzabile a livello internazionale.

Attraverso questo meccanismo, il nostro Paese consolida il proprio ruolo di riferimento culturale all’interno delle industrie creative internazionali e, allo stesso tempo, contribuisce a orientare e modellare il percorso delle esportazioni culturali giapponesi. Nel contesto più ampio delle relazioni tra Italia e Giappone, la mostra rappresenta un esempio significativo di come oggi la produzione culturale venga sempre più utilizzata dagli Stati come strumento di promozione della propria immagine e della propria identità culturale all’estero, oltre che come risposta alle fragilità generate dalla globalizzazione. In questa prospettiva, i crafts diventano un ambito attraverso cui si negoziano attivamente questioni centrali quali l’identità nazionale, l’accesso ai mercati globali e il riconoscimento della legittimità internazionale.

 

Articolo di Emanuela Fedele


“JAPANORAMA. Ukiyo-e Today”, la mostra a ESH Gallery tra contemporaneità e tradizione

Il 20 aprile 2021 ESH Gallery ha inaugurato “JAPANORAMA. Ukiyo-e Today”, prima mostra collettiva dedicata alla stampa giapponese. La collezione rimarrà visitabile con prenotazione fino al 25 giugno, dal lunedì al venerdì 11-18.30. 

La galleria, collocata nella zona di Milano Porta Genova, è uno spazio espositivo che dedica la sua attenzione ad artisti italiani e internazionali, con particolare cura per l’Oriente e la sua estetica. La proposta di ESH Gallery, ben rappresentata da “JAPANORAMA”, è quella di un dialogo tra tradizione e contemporaneità, nella scoperta di nuove forme espressive ed estetiche. 

 

ESH Gallery e Ukiyo-e Project

“JAPANORAMA” unisce materie prime e tecnica tradizionale a visioni della contemporaneità. Le opere, infatti, sono realizzate nel genere Ukiyo-e: stampa artistica impressa su carta con matrici di legno, presente in Giappone a partire dal periodo Edo. Le immagini, però, non sono quelle di città, cortigiane, attori o paesaggi, ma rappresentano alcuni personaggi della scena musicale del XX secolo. 

A partire dal XVII secolo le stampe Ukiyo-e rappresentano un tipo di forma artistica seriale ed economica, con temi riguardanti la quotidianità. Spaccati di vita dall’epoca Edo in poi, con alcuni temi tipici come la città, le cortigiane, attori, lottatori di sumo e samurai. Nel tempo l’evoluzione di questa forma d’arte inizia a includere anche scene di paesaggio. 

Il progetto è in collaborazione con Ukiyo-e Project, azienda fondata da Yuka Mitsui. Dal 2014 vengono realizzate stampe di icone musicali moderne per cui il Giappone e la sua cultura sono stati fonte di ispirazione. L’intento è quello di preservare le tecniche di produzione antiche, con uno sguardo rivolto al presente. Come viene illustrato sul sito dell’azienda: «Le parole "ukiyo" ed "e" significano rispettivamente "ora" e "immagine" - così il termine ukiyo-e significa letteralmente "immagine che rappresenta il presente"». Così, come le stampe del periodo Edo erano uno spaccato di alcune realtà del tempo, Ukiyo-e Project si propone di soffermarsi su figure iconiche e paesaggi del presente. 

La produzione delle stampe coinvolge differenti figure di artigiani: illustratore, intagliatore e stampatore. Ogni artigiano è specializzato in una specifica fase creativa. Viene utilizzata la carta giapponese washi, in una qualità particolare chiamata Echizen Kizuki Housho, prodotta nella prefettura di Fukui. Questa carta è forte e flessibile, particolarmente adatta a resistere a più passaggi di stampa. Viene usata per questo tipo di produzioni da più di trecento anni. 

 

 

ESH Gallery, con "JAPANORAMA. Ukiyo-e Today", presenta tre serie di xilografie dedicate a David Bowie, i Kiss e gli Iron Maiden. Ciascuna stampa è prodotta a mano in serie limitata. L’esposizione ospita anche una serie dedicata a vedute contemporanee del quartiere Tsukuda di Tokyo: con questa visione sarà possibile comprendere il processo produttivo delle stampe. 

 

 

Il mistico David Bowie

L’immagine di David Bowie e dei suoi diversi alter ego porta naturalmente con sé riferimenti all’Oriente, in particolare al Giappone. Nota la sua collaborazione con lo stilista Kansai Yamamoto, si pensa anche che il personaggio di Ziggy Stardust conservi elementi dell’estetica del teatro kabuki giapponese. 

Davide Bowie viene ritratto come Takezawa Toji II, mago e illusionista del periodo Edo. La figura mistica e carismatica che Bowie incarnava porta a pensare che questo sia un accostamento particolarmente centrato. La stampa, in cui il cane è rappresentato come una volpe a nove code, è ispirata alle foto di Terry O’Neill di Diamond Dogs.

Il cantante è rappresentato anche come un’altra figura mistica del racconto popolare giapponese: lo stregone e incantatore di serpenti Kidomaru. La stampa questa volta è ispirata alla copertina dell’album Aladdin Sane, iconica immagine del viso di Bowie con un fulmine dipinto sul volto. 

©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery

 

I Kiss e il kabuki

Quattro e diverse le stampe che ritraggono la band. In due di queste, i Kiss vengono ritratti come samurai e poi yokai, mostri giapponesi. Evocativa quella in cui il musicista Paul Stanley è intento a truccarsi allo specchio, motivo questo ispirato a Token Gonbei, Kuniyoshi Moyo Shofuda Tsuketari Genkin Otoko di Utagawa Kuniyoshi. Interessante notare come la poesia sullo sfondo sia la traduzione giapponese di “I wanna rock and roll all night and party everyday. You keep shoutin, you keep on shoutin”, testo di Rock and Roll All Nite (1975). Il trucco e il kimono indossati sono molto simili a quelli di un attore di kabuki

Nell’ultima stampa viene ritratta una battaglia musicale tra i Kiss e il gruppo giapponese Momoiro Clover Z. L'illustrazione è ispirata alla copertina della loro collaborazione. 

A ESH Gallery è presente una stampa con le firme degli stessi membri del gruppo dei Kiss, parte di una tiratura limitata di 100 copie. 

 

 

©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery

 

©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery

Iron Maiden, Eddie infuria in Giappone

Il protagonista di entrambe le stampe è Eddie, la mascotte degli Iron Maiden. Come per la stampa dei Kiss, ritorna il tema dello specchio, molto popolare negli Ukiyo-e della tradizione. L’illustrazione fa riferimento alla storia di un uomo che, recatosi a Yoshiwara per incontrare una bellissima cortigiana, scopre – guardandola allo specchio – che il suo viso è solo una maschera. In un'ulteriore stampa, Eddie è ritratto come un samurai sanguinario, rende omaggio alla copertina dell’album Killers. Sono presenti simboli che ricordano la band. 

 

©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery

 

Tokyo – Tsukuda ni Nokoru no Omokage (Vestigia di Edo a Tsukuda)

Questa serie, tra le opere presenti nello spazio espositivo, è di particolare interesse per apprezzare ancor meglio le tecniche di stampa degli artigiani. 

Tsukuda è un fiume che nell’attuale Tokyo non esiste più. È stato da tempo bonificato, ma nella moderna metropoli il suo affluente continua a scorrere tra le strade e sotto a un ponte rosso vermiglio. La tradizione insita nella realizzazione di una stampa Ukiyo-e può riportarci al tempo in cui a Edo potevamo veder scorrere Tsukuda

Il tempo scorre all’indietro, i grattacieli spariscono. Il nostro viaggio attraverso i secoli è facilitato dai colori del paesaggio in diverse stagioni, e della versione con solo il tratto nero, dove i grandi edifici sono assenti. A ESH Gallery è inoltre presente un album esplicativo delle tecniche artigianali di produzione: l’illustrazione viene colorata in fasi diverse di stampa, in ogni sua parte. Inoltre, l’attenzione è posta su una tecnica particolare degli artisti shin-hanga (dal XX secolo): l’obiettivo quello di ottenere colorazioni diverse con un unico set di tavole in legno. Così, con questo unico set iniziale, è possibile rappresentare lo scorrere del tempo, delle stagioni, il cambiamento. 

 

©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery
©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery

 

“JAPANORAMA. Ukiyo-e Today” vi aspetta a ESH Gallery, tra tecniche artigianali tradizionali e visioni di contemporaneità, alla scoperta di un particolare tipo di produzione ed estetica del Giappone. 

 

 

 

Fonti e link utili: 

https://ukiyoe.today

https://www.eshgallery.com/it/exhibitions/japanorama/

Foto credits: ©Ukiyo-e Project e ©ESH Gallery

 

 

 

Susanna Legnani