Cinema giapponese

nemuru-otokoL’uomo che dorme / Nemuru otoko

Un uomo giace in coma, dopo un incidente avvenuto sulla montagna che sovrasta il suo villaggio natio, dove aveva fatto ritorno dopo lunghi viaggi. Il film segue i membri della sua famiglia, i suoi amici e altri personaggi di quella comunità rurale.

Il film sarà proiettato venerdì 4 dicembre alle ore 19.00 presso il Centro Incontri Culturali Oriente Occidente, Via Lovanio 8 (MM2 – Moscova) nel contesto della rassegna “Viaggio nel Giappone antico e moderno attraverso il cinema”, curata da Giampiero Raganelli.

Regia: Oguri Kôhei

Sceneggiatura: Kenmochi Kiyoshi, Oguri Kôhei

Fotografia: Maruike Osame

Montaggio: Ogawa Nobuo

Musiche: Hosokawa Toshio

Con: Ahn Sung-kee (Takuji), Christine Hakim (Tia), Hamamura Jun (vecchio all’ufficio postale), Hidari Tokie (Tomiko), Imafuku Masao (padre di Takuji), Kishibe Ittoku (capo), Kobayashi Toshie (suocera di mezza età), Nomura Akiko, Tamura Takahiro (Denjihei), Watanabe Tetsu (Daigo), Yagi Masako, Yakusho Kôji (Kamimura)

Produzione: Nemuru Otoko Seisaku Iinkai

Durata: 103’

Giappone, 1996

Dopo una serie di film, tra il neorealismo e la denuncia sociale, Oguri sceglie un linguaggio lirico e allegorico per raccontare la bellezza della campagna e dei suoi piccoli villaggi, il rapporto tra uomo e natura, vita e morte.

Il film non funziona secondo schemi narrativi consueti. E’ fatto di piccole scene di vita quotidiana, che costituiscono una sinfonia di sensazioni, il cui legame è il rapporto profondo con il ritmo lento della natura. E’ il racconto di un mondo che vive come in un limbo, lontano dal ritmo frenetico della società moderna.

Il regista costruisce il film partendo dalle immagini e non dalla sceneggiatura, che riveste un ruolo secondario. La natura rappresenta l’estensione dell’uomo, proprio come la casa tradizionale giapponese, fatta di elementi scorrevoli e removibili, si armonizza e si apre verso l’ambiente esterno, senza isolarsi.

Kôhei fa abbondante uso di simbologie come la luna, la montagna, gli insetti, le farfalle e il vento che rappresentano l’anima, le sorgenti d’acqua, lo scorrere dell’acqua e il fiume. Quest’ultima rappresenta un’immagine ricorrente spesso nel suo cinema, fin dal primo film. Centrale è anche il susseguirsi delle stagioni e gli elementi della tradizione, come il teatro nō.

Un’opera criptica enigmatica, coerente con la volontà dell’autore di porre domande più che infondere certezze.

Oguri Kôhei

Cineasta dal rigore estremo, Oguri Kohei rappresenta un caso singolare nel panorama cinematografico giapponese e non solo. Autore di soli cinque film in trent’anni di carriera, questo autore ha raccontato il Giappone del dopoguerra, non lesinando di toccare aspetti anche molto scomodi, nella prima parte della sua carriera. A partire da L’uomo che dorme parla invece di un Giappone riappacificato con se stesso, approdando a un cinema sospeso tra l’allegorico e l’elegiaco.

I suoi film, nella loro successione cronologica, rappresentano l’avvicendarsi delle stagioni della vita. Il primo film, Doro no kawa (Fiume di fango, 1981) è un racconto d’infanzia, il secondo, Kayako no tameni (Per Kayako, 1984), è incentrato sulla giovinezza, mentre l’approdo alla vita adulta è oggetto del terzo film, Shi no toge (L’aculeo della morte, 1990). L’uomo che dorme racconta il passaggio tra la vita e la morte, con tutte le stagioni che si avvicendano. Nel suo ultimo film, Umoregi (La foresta pietrificata, 2005), le età dell’uomo si incontrano e coesistono.

Curiosità

Il film è ambientato nella prefettura di Gunma, che ha dato i natali al regista. Una scena si svolge nel paesaggio innevato della confinante prefettura di Niigata, scelta da Kawabata per Il paese delle nevi.

L’uomo che dorme è l’attore sudcoreano Ahn Sung-kee, grande star nel suo paese.

Giampiero Raganelli