Il peso delle aspettative sociali sui giovani nella società giapponese: analisi libro "La ragazza del convenience store"

“La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka è un libro che ha riscosso un discreto successo in Giappone nel 2016. Ciò che ha attratto i lettori è stata soprattutto la capacità di Sayaka di rappresentare perfettamente la società giapponese contemporanea come ancora troppo legata a solide aspettative sociali che sembrano pesare ancora molto sui giovani nella transizione all’età adulta. Vediamo, quindi, quali sono queste aspettative attraverso l’analisi dei protagonisti del libro.

photo credits: theguardian.com

La società giapponese è stata interessata da numerosi cambiamenti socioeconomici a partire dal dopoguerra. Il Giappone in quel periodo, infatti, era una nazione in grande crescita economica, costruita su tre pilastri in particolare: famiglia, azienda e scuola. Questo sistema prevedeva una precisa divisione dei ruoli, in cui solamente agli uomini spettava mantenere economicamente la famiglia, mentre le donne dovevano occuparsi delle faccende di casa e dell’educazione dei bambini. Questi ultimi, anche a quell’età, erano comunque spinti ad ottenere ottimi risultati a scuola, poiché dovevano diventare poi i lavoratori del domani. Questo, quindi, era il modello di vita che la maggior parte delle persone seguiva, stimolati anche dalle favorevoli condizioni economiche.
Tuttavia, la situazione cambiò radicalmente con lo scoppio della bolla avvenuto nei primi anni ’90. Prima di tutto, in ambito lavorativo si passò da un tipo di lavoro stabile e duraturo a uno più incerto e flessibile. Le compagnie, infatti, furono costrette a ridurre il personale e assumere a tempo determinato con la politica economica adottata in quel periodo. Se negli anni precedenti, quindi, i giovani potevano legarsi quasi a vita ad una compagnia, ora invece si manifestava un preoccupante senso di precarietà. Tutto ciò ebbe, naturalmente, conseguenze importanti anche all’interno della società.

photo credits: scmp.com

Precarietà e aspettative sociali nei giovani

Con un tipo di lavoro per lo più precario risultava molto difficile impegnarsi in un matrimonio e nella creazione di una famiglia. Ciononostante, entrambi erano e sono tutt’oggi spesso considerati importanti per la transizione all’età adulta dei giovani. Ma cosa significa diventare adulti in Giappone? In generale, una persona per essere considerata pienamente matura dovrebbe conformarsi alle aspettative sociali, che risultano essere differenti in base al genere. Per quanto riguarda le donne, infatti, diverse indagini hanno dimostrato come la maggior parte di loro abbiano intenzione di sposarsi e avere bambini. Tuttavia, a partire dagli anni ’90 sempre più donne hanno deciso di rifiutare il matrimonio per dedicarsi totalmente alla propria carriera. Questa scelta, però, non viene spesso accolta con piacere e, soprattutto nei media, accade che vengano etichettate con termini dispregiativi, quali “parassiti”.

La maturità maschile e l’idea di “mascolinità”, invece, sembrano essere più legati alla figura del salaryman. Un uomo, infatti, secondo l’ideale deve essere diligente, responsabile e dedito al lavoro per mantenere la propria famiglia economicamente. Come vediamo, quindi, le aspettative hanno ancora un peso importante per i giovani, ma occorre comunque notare come negli ultimi anni siano aumentati stili di vita differenti. Si stima, infatti, che tra il 1995 e il 2010, la percentuale di donne ancora single sotto i 34 anni sia passata dal 19,7% al 26,6%. Gli uomini, invece, nella stessa fascia di età dal 37,3% al 42,9%. Tuttavia, coloro i quali non si adattano al “normale” stile di vita vengono spesso allontanati dalla presunta “normalità” e incolpati per la precarietà del Giappone. Come vedremo, esattamente ciò che accade ai due protagonisti del romanzo di Murata Sayaka.

photo credits: amazon.it

“La ragazza del convenience store”

Konbini Ningen è un romanzo scritto da Murata Sayaka nel 2016 e vincitrice nello stesso anno del prestigioso premio Akutagawa. L’autrice ha affermato in un’intervista al Japan Times che per la sua scrittura si è ispirata alla sua esperienza personale come commessa in un konbini. Il romanzo è uscito in Italia nel 2018 con il titolo “La ragazza del convenience store”, tradotto da Gianluca Coci. La protagonista è Keiko, una ragazza di 36 anni considerata “strana” dalle persone intorno a lei per la sua situazione lavorativa e sentimentale. Molto simile a lei è Shiraha, un anno più piccolo di Keiko, che, come vedremo, ricoprirà all’interno del romanzo un ruolo altrettanto importante.

photo credits: wikipedia.org

Il ruolo del konbini

Il konbini, o convenience store, ricopre un ruolo importante all’interno del romanzo. È, infatti, di norma un ambiente regolato da precise direttive, rituali e ripetizioni che tutti i commessi devono seguire. Per Keiko, il konbini rappresenta però un luogo in cui finalmente sente di essere “normale”, proprio grazie al fatto che queste regole sono scritte nero su bianco su un manuale. Al di fuori, invece, la situazione è ben diversa, poiché nella vita quotidiana non esiste alcun manuale che possa spiegarle come vivere in modo “normale”. Il konbini, quindi, diventa per Keiko il rifugio perfetto in cui ogni problema sparisce e si può sentire finalmente una persona come tutte le altre.
Inoltre, il konbini sembra avere un altro punto in comune con la società giapponese. Entrambi, infatti, si basano su di un equilibrio che, se alterato, richiede l’espulsione dell’elemento disturbatore. Esattamente come Keiko viene spesso esclusa quando si trova al di fuori del suo negozio, così anche nel konbini in più episodi coloro che alterano questo equilibrio vengono esclusi. Questo accade prima con un attaccabrighe e poi con Shiraha, come vedremo il secondo personaggio più importante del romanzo.

Le figure di Keiko e Shiraha

Keiko, la protagonista, è stata considerata una ragazza “strana” fin da piccola a causa del suo comportamento fuori dagli schemi. La ragazza si impegnerà a cambiare soprattutto per non far soffrire i propri genitori, ma il suo mutismo finirà per farli preoccupare ugualmente. Una volta finita l’università, Keiko andrà a vivere da sola e continuerà il suo lavoro part-time al konbini trovato qualche anno prima. Keiko, quindi, rappresenta quel cambiamento avvenuto dopo lo scoppio della bolla che ha portato al consolidamento di una nuova forma di individualizzazione. Da quel momento, infatti, sempre più giovani hanno preferito non sposarsi e vivere da soli, sebbene ciò non sia ben visto all’interno della società. Per quanto riguarda l’ambito lavorativo, invece, secondo i dati raccolti dal ministero del lavoro giapponese nel 2011 il 40% delle aziende non valuta positivamente esperienze da freeter, un termine per indicare giovani che non si impegnano in modo volontario in lavori stabili.

Keiko tenterà, quindi, di diventare “normale” con l’aiuto di Shiraha, un uomo di 35 anni non molto diverso da lei. Anche lui, infatti, alla sua età non ha un lavoro stabile e vive da solo, ma è possibile notare alcune differenze con Keiko. Shiraha, infatti, al contrario di Keiko conosce bene le regole che governano la società esterna, ma volontariamente sceglie di non seguirle. È stanco, inoltre, di essere trattato come “anormale” e ciò fa riversare la sua rabbia sulle persone intorno a lui. Ciononostante, si dimostrerà ben lontano da quell’ideale di “uomo mascolino” visto in precedenza. Infatti, il suo comportamento non sarà diligente e responsabile, quanto piuttosto da parassita, come lui stesso affermerà durante una conversazione con Keiko. Tuttavia, alla fine, il piano per cambiare la sua situazione dovrà fare i conti con la scelta di Keiko, che lo spingerà a cercare un’altra soluzione.

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News & Curiosità dal Giappone: Kanazawa, un giro per la città

Kanazawa è il capoluogo della prefettura di Ishikawa, nonché una delle principali mete turistiche del Giappone. Nella città è possibile ammirare arte e architettura sia moderna che tradizionale, in un suggestivo ambiente che difficilmente dimenticherete. Quali sono quindi i principali punti di interesse della città? Venite a scoprirlo insieme a noi!

Kanazawa

Photo credits: giappone.it

Secondo una leggenda, un giorno un contadino di nome Imohori Togoro trovò alcune pepite d’oro mentre stava scavando la terra per coltivare alcune patate. Questa scoperta portò nella città molti curiosi che la ribattezzarono “Kanazawa”, ossia “palude d’oro”. Durante il periodo Edo (1603-1867) poi la città passò in mano al clan Maeda, uno dei più importanti del Giappone. Inoltre, sempre in questo periodo la città attrasse una grande varietà di artisti che si stabilirono qui, dando vita ad una cultura unica nel suo genere. A partire dalla restaurazione Meiji, invece, si aprì un periodo in cui lo sviluppo industriale della città passò in secondo piano rispetto alle più grandi Tōkyō e Ōsaka. Questo in realtà fu un bene per Kanazawa, perché venne risparmiata dai successivi bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Immaginiamo allora di atterrare a Tōkyō e prendere uno shinkansen (anche conosciuto come “treno proiettile”) che ci porti in due ore e mezza circa nella città. Questo, comunque, non è l’unico modo per raggiungere la città, poiché sono disponibili vari autobus notturni, nonché aerei per il vicino aeroporto di Komatsu.

La moderna stazione

Kanazawa stazione

Photo credits: visitkanazawa.jp

Appena arrivati alla stazione di Kanazawa ci accoglie una meravigliosa struttura di vetro e acciaio, chiamata “Motenashi Dome”. La prima parola “Motenashi” (もてなし) deriva dal verso “motenasu” che significa letteralmente “accogliere cordialmente”. Mentre la seconda è una parola inglese che significa “cupola”. Con l’utilizzo di più di 3000 pannelli in vetro la cupola è stata progettata per assomigliare ad un ombrello sotto il quale chiunque può trovare riparo dalle piogge frequenti che colpiscono la città. Dopodiché, usciti da questa struttura si erge il portare stile shintoista “Tsuzumi mon”, realizzato con legno di cipresso locale. Anche in questo caso la forma non è casuale, poiché i due pilastri principali sono stati realizzati con la forma dei tradizionali tamburi “tsuzumi” del teatro Nō.

Nei pressi della stazione è possibile trovare una grande varietà di negozi, pronti a soddisfare ogni tipo di esigenza. Naturalmente non possono mancare i konbini, con la catena 7 Eleven che possiede all’interno della stazione ben due punti vendita. Entrambi sono situati all’interno dell’enorme centro commerciale posto dentro la stazione che si sviluppa su due piani. Usciti dalla stazione, invece, troviamo un altro centro commerciale chiamato “Forus” in cui sono presenti vari negozi, tra cui profumerie, negozi di abbigliamento e ristoranti.

Da Omicho Market a Korinbo

Korinbo

Photo credits: touristinjapan.com

Continuiamo il nostro cammino verso il centro della città e in pochi minuti ci troviamo di fronte al mercato Omicho. Il mercato ospita circa 185 negozi, per lo più pescherie e ristoranti in cui è possibile trovare dell’ottimo pesce fresco ad un prezzo accessibile. Kanazawa, infatti, è particolarmente famosa per il suo pescato e i turisti, nonché i cittadini locali, amano pranzare in questi ristoranti. In ogni caso, al suo interno sono presenti anche negozi di casalinghi e abbigliamento, rendendolo un mercato essenziale per la città.
Usciti dal mercato è possibile trovare dopo pochi passi il santuario shintoista Oyama, costruito per la prima volta nel 1599 sebbene in un posto differente. Il santuario, infatti, era dedicato al capo del clan Maeda ed era stato realizzato sopra il monte Utatsu. Soltanto in seguito venne spostato e fu deciso di costruire un inusuale portale d’ingresso. Come vediamo, si trova dietro il classico portale shintoista e venne progettato da un architetto olandese che utilizzò elementi religiosi sia europei che asiatici. Superato, quindi, anche il santuario ci troviamo subito nel quartiere di Korinbo, caratterizzato da modernità e dinamicità. Il quartiere, infatti, è un’importante zona commerciale che permette di rilassarsi facendo un giro nei centri commerciali o mangiando in un ristorante.

Kenrokuen e il castello di Kanazawa

Sempre in questa zona è possibile trovare due destinazioni fondamentali per Kanazawa: il giardino Kenrokuen e il castello. Il Kenrokuen è considerato uno dei tre giardini più importanti di tutto il Giappone e la sua realizzazione risale al XVII, sempre per merito del clan Maeda. Il nome, inoltre, significa letteralmente “giardino dei sei attributi” che, secondo il poeta cinese Li Gefei, definiscono un giardino perfetto, ossia spazio, tranquillità, artificiosità, antichità, corsi d’acqua e ampie vedute. In quella che è la più famosa veduta del giardino vediamo la lanterna Kotojitoro, famosa per la sua forma con due gambe anziché una.

Il castello, invece, era naturalmente la residenza ufficiale del clan Maeda, che ordinò la sua costruzione nel 1583. Sfortunatamente, però, fu interessato nel corso dei secoli da numerosi incendi che ne resero necessaria la ricostruzione. Inoltre, fino al 1989 ospitava al suo interno anche la sede dell’università di Kanazawa, che fu poi spostata in periferia. Ora invece è possibile visitare il suo museo all’interno che racconta la storia del castello e del clan Maeda.

Il quartiere delle geisha a Kanazawa: Higashi Chaya

Higashi Chaya

Photo credits: ishikawatravel.jp

Spostandoci più a nord rispetto al castello troviamo il quartiere di Higashi Chaya, anche chiamato quartiere delle geisha, poiché le “chaya” sono le case da tè dove le geisha intrattengono appunto i loro clienti. In quel periodo, in particolare, la parte centrale di Kanazawa era piena di queste chaya. Nel 1820, infatti, le chaya furono trasferite in tre quartieri distanti del centro e quello di Higashi Chaya era il più grande di quelli. Oggi si trovano molte case e strutture aperte al pubblico dove si può ammirare l’interno delle case Chaya, costruite quasi 200 anni fa. Inoltre, molti di questi edifici sono stati rinnovati e ospitano ristoranti e negozi di souvenir.

Uchinada

Uchinada kanazawa

Photo credits: ishikawatravel.jp

Per gli amanti del mare, Kanazawa offre la possibilità anche di farsi un bagno nei periodi più caldi. Dalla stazione della città, infatti, è possibile prendere un treno il cui capolinea si trova nella cittadina di Uchinada. Dopo pochi minuti di passeggiata, ci troviamo di fronte una grandissima spiaggia su cui infatti i giapponesi sono soliti andare con la macchina. Qui è possibile rilassarsi e farsi un bagno nelle acque del mar del Giappone.

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Approfondimenti: L’Ambasciata Tenshō

Il 2015 è stato il 530° anniversario dell’arrivo in Italia dell’Ambasciata Tenshō, in giapponese 天正遣欧少年使節 Tenshō ken’ō shōnen shisetsu (letteralmente “Missione in Europa dei ragazzi dell’era Tenshō”): il primo marzo del 1585 i giovani partecipanti all’Ambasciata sbarcarono infatti a Livorno, proseguendo poi il loro viaggio verso altre città della penisola fino ad arrivare a Roma, dove incontrarono il Papa.

Le origini dell’Ambasciata

Con l’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 il cristianesimo iniziò a diffondersi e sempre più missionari si recarono in Giappone. Per questo motivo il daimyō Oda Nobunaga, che all’epoca aveva conquistato la maggior parte del Paese, concesse la costruzione di numerosi seminari cristiani per la diffusione della religione, e così molti giapponesi diventarono credenti. Proprio da uno di questi seminari vennero scelti i quattro ragazzi che avrebbero partecipato alla Missione Tenshō, in un viaggio che dal Giappone avrebbe portato loro alla volta dell’Europa.

I partecipanti

I quattro ragazzi facenti parte dell’Ambasciata vennero scelti personalmente da Alessandro Valignano, gesuita italiano impegnato in attività missionarie, nonché ideatore dell’Ambasciata stessa: fu così che furono selezionati Itō Mancio, Michele Chijiwa, Giuliano Nakaura e Martino Hara, tutti dell’età di circa 13 anni e studenti presso un seminario nel Kyūshū, l’isola a Sud del Giappone.
Il loro viaggio aveva un duplice scopo: da una parte far avvicinare il Giappone all’Occidente, dando occasione agli europei di entrare in contatto con gli orientali; dall’altro ottenere dal Papa aiuti finanziari e la conferma del monopolio per la Compagnia di Gesù sulle missioni nel Paese.

Ambasciata Tenshō

photo credits: wikipedia.org

Il viaggio

La nave dell’Ambasciata partì il 20 febbraio del 1582 dal porto di Nagasaki, sotto il comando del capitano Ignacio de Lima. Dopo essere sbarcati a Macao il 9 marzo, i quattro giovani dovettero aspettare fino alla fine dell’anno per ottenere i mezzi che permettessero loro di raggiungere l’Europa, dove giunsero l’11 agosto del 1584, al termine di un viaggio lungo e faticoso. Da Lisbona, dove l’Ambasciata venne presentata all’arcivescovo della città e al famoso autore Fray Luis de granada, si recarono poi a Toledo e a Madrid, in cui visitarono numerose chiese e cattedrali, oltre a essere ricevuti da Filippo II.

L’anno successivo arrivarono in Italia, dove parteciparono a un banchetto indetto dal Duca e dalla Duchessa della Toscana, per poi recarsi a Pisa e infine a Roma, nel 22 marzo del 1985, dove incontrarono Papa Gregorio e il suo successore, Papa Sisto V. Il 3 giugno, alla fine di numerose cerimonie e un intenso scambio di doni e conoscenze, l’Ambasciata partì da Roma per tornare in Giappone: durante il viaggio passarono anche per Venezia, in cui erano in atto le celebrazioni per il patrono della città, San Marco, e per Milano, in cui i quattro giovani vennero ritratti da Urbano Monte, e questi disegni sono l’unica prova rimasta ad oggi che ci mostri il loro aspetto.

Nel 1587 Toyotomi Hideyoshi aveva ordinato l’espulsione di tutti i missionari cristiani dal Giappone e non fu perciò facile per i membri dell’Ambasciata fare ritorno in Giappone: dopo lunghi negoziati Valignano e i ragazzi riuscirono a sbarcare a Nagasaki il 21 luglio del 1590, otto anni e mezzo dopo la loro partenza, e vennero successivamente ricevuti da Hideyoshi stesso con un grande banchetto in cui i giovani raccontarono del loro viaggio e delle loro impressioni sull’Europa.

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Approfondimenti: Nuovi modi per usare il miso, un mondo oltre la zuppa

Il miso è un ingrediente fondamentale per la cucina giapponese. È un prodotto che deriva dalla fermentazione della soia e che solitamente viene impiegato per realizzare gustosissime zuppe. La storia del miso ha più di 2500 anni, quando arrivò in Giappone portato da dei monaci buddisti provenienti dalla Cina. Tuttavia, non tutti sanno che il miso può essere utilizzato per moltissime altre preparazioni oltre che per zuppe e bordi: basta usare un pizzico di fantasia per trasformare questo prodotto in un vero e proprio jolly all’interno della nostra cucina. Scopriamo insieme dei modi innovativi per usare la pasta di miso!

miso

photo credits: sorgentenatura.it

Marinature

Il miso si presta molto bene per marinare pesce e carne. In Giappone viene utilizzato spesso in combinazione con zucchero, mirin e sakè per la preparazione di piatti al forno, in padella o al vapore. La sapidità e la nota fermentata del miso sono elementi molto apprezzati per la valorizzazione di ingredienti sia poveri che pregiati.

photo credits: bbq4all.it

Condimenti per insalate

Il miso può essere utilizzato anche come ingrediente per comporre una salsa dal tipico sapore giapponese. Tra le più popolari, il connubio di miso con zenzero e olio di sesamo. Questa combinazione darà alla vostra insalata il gusto tipico di quelle giapponesi.

miso

photo credits: japancentre.com

Dolci

Tra gli utilizzi più eccentrici del miso c’è senza dubbio l’utilizzo di questo ingrediente per la creazione di dolci. Infatti, può essere sostituito con il sale in determinati dolci, come brownies e caramello. La combinazione tra miso e zucchero esalterà l’armoniosità degli ingredienti, con una nota fermentata e piacevole.

miso

photo credits: mangioquindisono.it

E voi? Avete deciso come utilizzare il miso nella vostra cucina? Armatevi di passione e fantasia: questo nuovo ingrediente è pronto a rivoluzionare le vostre ricette!

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Approfondimenti: L'ultimo Samurai, la vera storia

“L’ultimo samurai”, diretto da Edward Zwick e uscito nelle sale nel 2003, ha affascinato il pubblico con la sua epica, il suo dramma e le sua atmosfera suggestiva. Ispirato ad una storia vera, la pellicola ripercorre le gesta di un militare straniero che prima viene convocato nella terra del Sol Levante per combattere dei ribelli ma che poi passa dalla parte del presunto nemico, tutto questo durante un periodo di cambiamenti sociali decisivi per la storia del Giappone. Ma quanto c’è di vero nel lungometraggio? E in cosa differisce dai fatti realmente accaduti? Scopriamolo insieme!

Il quadro storico della vicenda

photo credits: wikipedia.org

Partiamo esaminando la storia vera che c’è dietro l’opera di Zwick, e iniziamo dal contesto storico in cui versava il Giappone all’epoca.

Siamo a metà del XIX secolo, e il Paese è una nazione isolata e fortemente ancorata alle tradizioni. La volontà dell’Imperatore vede il Giappone proiettato in un’era di prosperità e supremazia militare e politica assoluta, ma la sua è una visione difficile da realizzare e minata da diverse problematiche.

Tuttavia le cose cambiano quando nel 1853 l’ammiraglio statunitense Matthew Perry giunge sulle coste nipponiche con le sue navi, in un momento dove i giapponesi si stavano pian piano aprendo, ancora timidamente, all’estero, almeno sul piano commerciale. Quello che porta Perry, però, fa gola all’Imperatore, che trova una risposta ai suoi dilemmi e ai suoi piani: l’americano era infatti arrivato con navi moderne, e con la conoscenza di tecnologie e strumenti avanzati che potevano sopperire all’arretratezza giapponese. A seguito di queste novità, e dei successivi scambi con l’occidente, dal 1866 al 1869 iniziò il periodo della Restaurazione Meiji: era intenzione dell’Imperatore Mutsuhito modernizzare e industrializzare il Giappone, ponendolo in una posizione di rilevanza nello scacchiere economico mondiale come potenza capitalista.

Per portare a compimento tutto questo, si attuarono una serie di riforme e trasformazioni, tra cui quelle che vedevano una nuova casta sociale emergere a scapito di quella vecchia: un sistema di prefetture e amministrazioni locali date in mano a funzionari statali avrebbe preso il posto dello shogunato e dei samurai, privando de facto questi ultimi di tutto il loro potere e della loro autorità. Ma lo shogun Tokugawa e i suoi guerrieri erano tutt’altro che d’accordo nel venire oscurati, e da qui cominciò una ribellione e una serie di battaglie che prendono il nome di Guerra Boshin.

Jules Brunet e il suo ruolo nella Guerra Boshin

photo credits: wikipedia.org

Per contrastare i rivoltosi, l’Imperatore chiese aiuto all’Occidente, per cui al suo servizio si presentò l’ufficiale francese Jules Brunet. Questi aveva combattuto in Messico a supporto della Francia dal ’62 al ’64, ricevendo i più alti riconoscimenti militari. Esperto di artiglieria e di tattiche di ingaggio europee, fu selezionato come candidato perfetto per aiutare gli imperialisti giapponesi.

Tuttavia, col passare del tempo, Brunet si ritrovò a lottare a fianco dei Tokugawa, allenando a sua volta i samurai nell’uso delle armi occidentali e delle strategie di guerra moderne. Tutt’oggi si sa poco circa la figura del soldato francese e delle motivazioni che lo spinsero a cambiare bandiera, ma molti ipotizzano si trattasse di un idealista che, affascinato dallo spirito e dalla mentalità dei clan appartenenti allo shogun, avesse ritenuto giusto schierarsi a loro favore, contrastando quella che di fatto era una tirannia.

Jules Brunet prese parte a molte battaglie spalleggiando i Tokugawa, durante la Guerra Boshin, ma l’Impero era troppo forte. A seguito dell’editto del 1868 che scioglieva in maniera definitiva tutti i poteri e l’autorità legata allo shogun e che perseguiva ogni samurai rimasto, i ribelli continuarono a subire diverse sconfitte, sia sul campo che sul piano morale: numerosi signori feudali decisero infatti di arrendersi e passare dalla parte dell’Imperatore, ritenendo che fosse la cosa più saggia da fare non solo per la loro sopravvivenza ma anche per l’unità e il futuro prospero del Giappone.

Non potendo contare su un appoggio completo da parte della madre patria, giacché avrebbe significato una guerra tra nazioni, Brunet lasciò la terra del Sol Levante e tornò in Europa, dove avrebbe continuato la sua carriera militare coinvolto in altre campagne. Nel frattempo, l’epoca dei samurai e dello shogunato vedevano il loro tramonto.

Differenze con “L’ultimo Samurai”

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Il film del 2003 condivide alcune analogie con i fatti realmente accaduti, mentre differisce in altre cose. Questo ha portato ad aspre critiche, sia verso Hollywood sia verso l’idea stereotipata e miticizzata che gli occidentali hanno degli orientali.

Ma andiamo con ordine. Nella pellicola, il personaggio ispirato al francese Jules Brunet è qui un ex capitano del Settimo Cavalleria statunitense, chiamato Nathan Algren. Convocato dall’Imperatore per sedare la ribellione, sia allea con i samurai e sposa i loro ideali solo dopo esser stato fatto prigioniero da loro, superando l’iniziale avversione nei confronti di Matsumoto (il leader portavoce della rivolta) e della sua gente. Il periodo in cui si colloca il racconto per il grande schermo, inoltre, si svolge nei tardi anni ’70 del 1800, quindi un decennio dopo la vera Guerra Boshin (1868 – 1869). Per finire, altri due elementi: viene omesso che parte dei samurai passarono dalla parte dell’Impero, asserendo invece che tutti andarono contro il nemico e perirono di conseguenza; non viene nemmeno indicato che anche i rivoltosi dello shogun utilizzavano armi occidentali, dato che ne L’ultimo Samurai questi ultimi combattono ancora con metodi e armi tradizionali e all’antica.

Come abbiamo visto, ci sono certe similitudini con le vicende di Jules Brunet, ma Edward Zwick ha tralasciato (volontariamente o meno, questo non possiamo saperlo) certi dettagli e si è preso delle libertà narrative. Se da una parte è normale che ciò accada per adattare al meglio una storia, anche secondo un personale gusto e una volontà di mandare un certo messaggio, dall’altra quando si tocca la storia con la ‘s’ maiuscola è bene fare attenzione a certe cose.

Come accennato prima, alcuni critici si sono lamentati proprio di questo, redarguendo la pochezza degli americani, i quali avrebbero dipinto la casta samurai come retrograda e talmente testarda da non scendere a compromessi. Questo, sempre secondo le accuse, perché il film doveva veicolare quei valori tipici e cari allo spettatore medio: onore, liberismo e sfida al progresso. A questo si aggiungerebbe anche una visione troppo pura e romantica dei samurai stessi, che in realtà, già a partire dal XVII secolo, con la conclusione delle guerre intestine al Paese, si erano disabituati alla lotta e avevano ceduto all’ozio e alla corruzione dei costumi.

Per quanto legittime e fondate possano esser state le criticità all’opera di Zwick, è sempre bene ricordare che nell’industria dell’intrattenimento bisogna arrivare a patti. Il pubblico vuole la sua parte, così come i produttori e gli azionisti. Condannare in toto L’ultimo samurai sarebbe quindi ingiusto, poiché, veridicità o meno, si andrebbe a toccare una grandiosa gemma appartenente alla settima arte, a partire dalle ottime prove attoriali, passando per una messa in scena poetica e idilliaca, per poi finire con le maestose musiche di Hans Zimmer.

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Letture di Giappone in Italia: "Dall'Hokkaidō al Kyūshū" di Serena Lavezzi

“Dall’ Hokkaidō al Kyūshū” di Serena Lavezzi è un vademecum per chiunque voglia approcciarsi al panorama della letteratura moderna e contemporanea giapponese.

Il testo prende in esame il vasto patrimonio che gli autori hanno lasciato al piacere del lettore, in primis a quello dell’autrice che ne racconta il lavoro con trasporto e passione.
Pur non esistendo un esplicito criterio di selezione, ne esiste uno chiaro di organizzazione e il saggio si trasforma in una biblioteca nella quale i volumi siano ordinati per area geografica, partendo da nord. Gli scrittori scelti sono presentati in paragrafi e riuniti in capitoli secondo l’isola o la regione di appartenenza, e qui riassunte alcune delle loro produzioni di maggior pregio o preferite dall’autrice.

La scrittura semplice e chiara di stampo blogger apre questo libro tanto a chi è appassionato da tempo di Giappone o di letteratura, soprattutto contemporanea, quanto a chi vi si è approcciato da poco. Le note introduttive su pronuncia ed epoche della storia giapponese, in aggiunta a un breve glossario consentono infatti a chiunque di sfruttare al massimo il contenuto del testo.

Più che di un vero e proprio viaggio si tratta di una guida

Lo schema è molto semplice: il capitolo si apre con una presentazione del territorio e qualche cenno storico per poi dedicarsi alla presentazioni degli autori nati in quei luoghi. Lo spazio maggiore è riservato ai loro lavori più che al rendere al lettore un’immagine vivida del paesaggio: fornendo semplici informazioni al lettore è affidato il compito, una volta tra le mani uno dei libri che l’autrice consiglia, di trovare quegli elementi da sé. Il passo indietro fatto da Serena Lavezzi è efficace proprio in virtù di questo gioco che vede protagonisti il libro e il suo futuro lettore. Sarà quest’ultimo a viaggiare. Ci auguriamo, presto, letteralmente dall’ Hokkaidō al Kyūshū.

Un estratto:

[…]
Ultima tappa nella regione di Chūgoku è la cittadina di Shimonseki, nella prefettura di Yamaguchi. Qui, nel 1185, si combatterono i due clan samurai rivali degli Heike e dei Genji nella battaglia di Danno-ura. Molti secoli più tardi, nel 1895, la città torna a essere protagonista della storia. In aprile si firmò il trattato di pace che pose fine alla prima guerra cino-giapponese, tra l’Impero e la dinastia Qing. In queste prefetture ci tratterremo per conoscere cinque autori, tre donne e due uomini. Scrittori di gialli, promesse della letteratura contemporanea, un’autrice classica e quella che più di tutti mi ha portato ad amare la cultura nipponica.

__

Nata Nel 1986, Serena Lavezzi ha conseguito due lauree in Storia; ha pubblicato diversi romanzi ambientati in Giappone e partecipato con successo a concorsi letterari nazionali; oggi si occupa di scrittura a tempo pieno e gestisce il blog Penne d’Oriente.

Serena Lavezzi, Dall’Hokkaidō al Kyūshū, Scrittori giapponesi moderni e contemporanei, Edizioni Stilnovo, Milano, 2021, 158 pp.
ISBN 978-88-99080-22-8

Articolo scritto da: Beatrice Varriale

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Approfondimenti: Arti Marziali tra tradizione, storia e cultura

Quando si pensa al Giappone generalmente vengono evocate nella nostra testa immagini di fiori di ciliegio, di templi shintoisti o di quei vicoli a Tokyo costellati di insegne su cui ci sono miriadi di kanji. Tuttavia è inevitabile fare anche il collegamento con gente che indossa un ”gi” dalla cintura nera e che urla mentre tira calci. In poche parole, ci vengono in mente le arti marziali. Ma perché facciamo questa associazione?

La Genesi delle Arti Marziali in Giappone

L’Asia è sempre stata la culla delle arti marziali. Dalla Cina, passando per la Corea e finendo in Thailandia. E il Giappone non è assolutamente da meno. È doveroso iniziare ricordando che la terra del Sol Levante ha quasi sempre attinto dalla Cina, in materia di arte e filosofia. Gli ideogrammi usati dal popolo nipponico si ispirano ai pittogrammi cinesi, tanto per fare un esempio, e anche in termini dottrinali si è studiato con profondo interesse il taosimo zen e il confucianesimo, integrandoli con gli insegnamenti shinto.

In questo calderone culturale ci sono anche le arti marziali. Il Giappone ha cominciato a sentirne la necessità quando sul campo di battaglia le loro armi si rompevano ed erano costretti ad usare braccia e gambe. Ecco allora che le cosiddette ”forme” e i vari stili di combattimento della Cina iniziarono a solleticarli e a sedurli, e in poco tempo, a partire circa dall’era Sengoku, i giapponesi svilupparono scuole di lotta e di pensiero marziale tutte loro, anche se inizialmente erano prerogativa della casta guerriera.

Avendo quindi origine dai samurai, le arti marziali nipponiche sono pregne di filosofia, disciplina e perizia di guerra. Analizzeremo prettamente quelle che sono le discipline più famose e diffuse, al giorno d’oggi, per meglio capire un lato del paese del Sol Levante che ha radici profonde e un’importanza da non sottovalutare.

Sumo

Arti Marziali sumo

photo credits: Wikitionary.org

Risulta doveroso iniziare con lo sport nazionale del Paese, il sumo.

Nasce ad Hokkaidō, attorno al VI secolo. Ha una matrice shintoista, giacché era un tipo di lotta celebrativa che si attuava quando i raccolti risultavano abbondanti, rendendo così grazie agli déi in un modo giocoso ma dalle connotazioni comunque religiose. Altro rimando allo shintoismo è la corda che i praticanti portano come cinta, chiamata ”yokozuna”, la quale sia per forma che per materiali richiama quelle che vengono impiegate nei riti e nelle decorazioni dei templi shinto.

Se volessimo paragonarlo ad un tipo di combattimento occidentale, potremmo accostarlo al wrestling, dato che si tratta di due individui che lottano in maniera ravvicinata, cercando di sbilanciarsi in uno scontro di attrito, forza fisica e resistenza. Vince chi atterra l’avversario o chi lo butta fuori dall’arena, detta ”dohyō”. Il motivo della grossa corporatura dei combattenti si deve perciò alla necessità di resistere allo sfidante e di sovrastarlo con la propria energia e stazza.

Il sumo è amato e seguito da molti, di qualsiasi età, e tiene viva la tradizione giapponese assieme alla voglia di intrattenimento degli amanti delle arti marziali.

Kendo e Iaido

Arti Marziali

photo credits: @jiemin.lee1994 on Instagram

Il kendo è una disciplina che si rifà agli antichi guerrieri samurai, e discende dalle tecniche kenjutsu legate ai più formidabili spadaccini delle epoche passate. Si basa sul combattimento con spade di bambù (”shinai”) e i duellanti indossano un’armatura protettiva (”bōgu”). Viene insegnato a colpire alcuni punti critici del corpo, come la testa, le mani per disarmare il nemico, e le gambe per impedirne il movimento. Questo ovviamente in linea teorica e sportiva, visto che fortunatamente l’era sanguinaria degli stati combattenti è finita da un pezzo.

Ad ogni modo, il kendo è estremamente seguito e praticato, anche dagli occidentali, e molte shinai e bōgu sono frutto di un’alta abilità di artigianato nipponico, il che dà lustro tutt’ora a quelle piccole botteghe dove un tempo c’era molta più richiesta di spade e corazze di qualità.

L’altra faccia della medaglia è lo iaido. Anch’esso prevede l’utilizzo di una spada, ma è focalizzato sul colpire per primi ed impedire all’avversario di fare mosse ulteriori. È un tipo di arte molto più meditava e dove la concentrazione e una precisione letale la fanno da padrona. Generalmente, in molti praticano sia il kendo che lo iaido per forgiarsi al meglio come guerrieri spadaccini.

Il kendo e lo iaido poggiano inoltre sugli insegnamenti teorici e pratici di Miyamoto Musashi, una figura leggendaria risalente al XVI secolo. Era un abile spadaccino e un profondo conoscitore delle varie scuole di pensiero dell’epoca, e si diceva non perdesse mai un duello. Con il suo ”Libro dei cinque anelli” ha messo insieme tutto quello che aveva imparato sul campo di battaglia e dai vari maestri con i quali si era confrontato. Potremmo dire fosse la controparte giapponese dello stratega cinese Sun Tzu, un generale intelligente e scaltro che a sua volta aveva indagato sulla natura e le modalità della guerra e delle sue tecniche.

Karate

Arti Marziali

photo credits: My-personaltrainer.it

Probabilmente il tipo di arte marziale più famoso e praticato, se si considerano i seguaci oltreoceano.

Il karate nacque sul finire del XIX secolo, ad Okinawa, quando quest’ultima e altre isole vennero annesse al Giappone. La popolazione dell’allora Regno del Ryūkyū era contraria all’adesione con l’impero nipponico, per cui ideò uno stile di combattimento che permettesse di contrastare i giapponesi. Mischiarono tecniche cinesi a metodi di combattimento autoctoni, dando vita al karate che conosciamo oggi. Da lì, si sviluppò in seguito anche il judo, incentrato sulle prese e sull’adattamento ad ogni tipo di situazione.

Terminata la seconda guerra mondiale, molti americani che avevano basi per tutta Okinawa, scoprirono quest’arte marziale, e tornati in patria la fecero diffondere a macchia d’olio. Questo diede il via all’esplosione del fenomeno, che culminò negli anni ’80 quando il culto dell’esercizio fisico e l’amore per lo sport erano praticamente un’ossessione per gran parte dei cittadini statunitensi. Aggiungiamoci il contributo che diede il cinema, con toni esasperati e ispiratori (non scordandoci neanche dell’iconico Bruce Lee), e capiremo come gli stili di lotta orientali fecero presa sull’occidente.

Ultime Considerazioni

Per il Giappone, quindi, le arti marziali sono di fondamentale importanza, perché racchiudono parte della loro storia ma anche un’ampia parentesi che lo ha saputo mettere in contatto con l’Ovest, sia a livello culturale che commerciale. Per molti non è solo uno sport, ma anche uno stile di vita, una filosofia, un modo per scoprire se stessi e per migliorarsi tramite la disciplina e l’esercizio. Una realtà che ha saputo incantare milioni di persone, e che è una delle colonne portanti della società del paese del Sol Levante.

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News & Curiosità: Rooftop gardens a Tokyo, ecco i migliori

I rooftop gardens sono oasi di verde che si trovano sulla cima di edifici come centri commerciali e grattacieli. Non tutti sono a conoscenza di questi piccoli spazi segreti di natura, il che li rende posti perfetti per rilassarsi all’ombra e godersi un momento di relax lontani dalle masse. In questo articolo ve ne suggeriamo alcuni, in modo che possiate già inserirli nel vostro itinerario per un futuro viaggio a Tokyo.

Per chi non la conosce bene o per chi ci si reca per la prima volta, Tokyo può apparire una città caotica: file e file di grattacieli ed edifici che si stagliano alti nel cielo ostruendo la visuale, treni della metropolitana carichi di persone, incroci stradali larghi e trafficati a sfondo di una fiumana di gente che si dirige senza sosta in ogni direzione. Per fortuna esistono numerosi luoghi per sfuggire a tutta questa confusione, ma sempre rimanendo all’interno della città: stiamo parlando dei rooftop gardens.

Tokyu Plaza Omotesando Harajuku – Omohara Forest

Indirizzo: 4-39-3 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: omohara.tokyu-plaza.com/en
Orari: il giardino è aperto dalle 8.30 alle 21
Come arrivarci: scendere alla stazione di Meiji Jingumae con le linee Chiyoda/ Fukutoshin; scendere alla stazione di Harajuku con la linea JR Yamanote; scendere alla stazione di Omotesando con le linee Chiyoda/Hanzomon/Ginza

Photo credits: japantravel.com

Situato tra i quartieri giovanili e alla moda di Harajuku e Omotesando, questo giardino è al sesto piano del centro commerciale Tokyu Plaza: famoso per il suo ingresso dai numerosi specchi a effetto caleidoscopico, l’edificio ospita numerosi negozi famosi oltre a vari caffè e ristoranti. La sera il giardino viene illuminato, e diventa quindi l’occasione perfetta per scattare qualche foto al panorama notturno di Harajuku.

Ginza Six – Ginza Six Garden

Indirizzo: 6-10 Ginza, Chuo-ku, Tokyo
Contatti: https://ginza6.tokyo.e.abf.hp.transer.com/contact
Orari: il giardino è aperto dalle 7 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione di Ginza con le linee Ginza, Marunouchi, Hibiya

Photo credits: timeout.com

Il quartiere di Ginza è noto per la sua atmosfera di eleganza e alta classe. All’ultimo piano del celebre centro commerciale Ginza Six si trova un giardino di ben 4000 metri quadri, il più grande di tutta la zona; al suo interno si possono trovare numerose panchine in cui rilassarsi, un piccolo tempio, alberi e vegetazione che cambiano in base alla stagione.

Miyashita Park

Indirizzo: Blocco sud: 1-26 Shibuya, Shibuya-ku, Tokyo. Blocco nord: 6-20 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://www.miyashita-park.tokyo/
Orari: il parco apre dalle 8 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione di Shibuya con le linee JR/Ginza/Hanzomon/Fukutoshin/Inokashira/Denentoshi/Toyoko

rooftop gardens

Photo credits: archello.com

Il parco di Miyashita venne inizialmente realizzato nel 1930 per poi essere rimodellato in preparazione dei Giochi Olimpici di Tokyo del 1964; successivamente, nel 2011, venne utilizzato come campo parco sportivo dove potersi dedicare allo skateboarding e al bouldering; nel 2020 l’edificio è stato ulteriormente rinnovato ed è nato il Miyashita Park: un complesso a 3 piani comprendente anche un hotel e il parco sul tetto. Nel parco è ancora possibile trovare le pareti da bouldering e l’area dove potersi esercitare con lo skateboard, ma sono stati aggiunti anche caffè e spazi erbosi dove potersi rilassare.

Rooftop gardens a Tokyo: Shibuya Parco Rooftop Park

Indirizzo: 15-1 Udagawacho, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://shibuya.parco.jp.e.aiv.hp.transer.com/info/facilities/
Orari: il centro commerciale è aperto dalle 11 alle 20
Come arrivarci: arrivare alla stazione di Shibuya con le linee Yamanote/Ginza e prendere l’uscita Hachiko; con la linea Hanzomon prendere le uscite 6 o 7

Photo credits: parco.co.jp

Al nono piano del centro commerciale Shibuya Parco troviamo un ampio spazio verde che comprende anche un’area eventi chiamata Garden Stage in cui poter godere di musica dal vivo o fare shopping nella zona market con vari stand che vendono cibo o oggetti di artigianato.

Seibu Ikebukuro Main Store – Rooftop Garden

Indirizzo: 1-28-1 Minami-Ikebukuro, Toshima-ku, Tokyo
Contatti: https://www.sogo-seibu.jp/ikebukuro/
Orari: il centro commerciale apre dalle 10 alle 21
Come arrivarci: arrivare alla stazione di Ikebukuro con le linee JR/Seibu Ikebukuro/ Tobu Tojo/Marunouchi/Yurakucho e prendere l’uscita Est.

Photo credits: lightdesign.jp

Al nono piano di uno dei centri commerciali più affollati di tutta Tokyo, il Seibu di Ikebukuro, troviamo un’ampia terrazza in cui potersi distrarre dallo shopping: al suo interno vi è persino un piccolo laghetto ispirato alle opere di Monet, oltre a numerosi posti per sedersi con comodità magari gustando uno spuntino.

Rooftop gardens a Tokyo: Meguro Sky Garden

Indirizzo: 1-9-2 Ohashi, Meguro-ku, Tokyo
Contatti: https://www.city.meguro.tokyo.jp/shisetsu/shisetsu/koen/tenku.html
Orari: dalle 7 alle 21
Come arrivarci: stazione di Ikejiri Ohashi con la Denentoshi line

rooftop gardens tokyo

Photo credits: tripadvisor.com

Tra tutti i giardini che abbiamo visto fino ad adesso, di sicuro il Meguro Sky Garden è quello con la posizione più inusuale, infatti si trova in cima alla Superstrada metropolitana di Tokyo; dalla forma circolare e con una circonferenza di 400 metri,ospita più di 1000 alberi tra cui pini e ciliegi; vi sono inoltre un’area giochi per bambini, un giardino giapponese e un boschetto di bambù.

Tokyo Midtown Hibiya – Park View Garden

Indirizzo: 1-1-2 Yurakucho, Chiyoda-ku, Tokyo
Contatti: www.hibiya.tokyo-midtown.com
Orari: il giardino è aperto dalle 8 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione Hibiya con le linee Hibiya/Chiyoda/Mita; scendere a Ginza con le linee Ginza/Marunouchi/Hibiya ; scendere alla stazione Yurakucho con le linee Yamanote/Keihin-Tohoku/Yurakucho.

Photo credits: japantravel.com

Vicino al parco di Hibiya e al Palazzo Imperiale, il complesso Tokyo Midtown Hibiya è stato costruito nel 2018 ed è “fratello” del Tokyo Midtown Roppongi. Tra gli uffici e i negozi all’interno della costruzione, al sesto piano è possibile trovare un ampio spazio in cui passare del tempo tranquilli: l’architettura in legno e la vegetazione sono incorniciate dalle vetrate del palazzo e sullo stesso piano si trovano anche due ristoranti.

Atrè Ebisu – Ebisu Green Garden

Indirizzo: 1-5-5, Ebisu-Minami, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://www.atre.co.jp.e.ww.hp.transer.com/store/ebisu
Orari: da novembre a febbraio dalle 10 alle 17
Come arrivarci: scendere alla stazione di Ebisu con le linee Yamanote/Hibiya/Saikyo

rooftop gardens tokyo

Photo credits: timeout.com

Un piacevole spiazzo di verde al settimo piano del centro commerciale Atrè Ebisu. Ourcgè non ci siano alberi è molto particolare in quanto offre una varietà di fiori e piante molto variegata.

Rooftop gardens a Tokyo: Ark Hills – Ark Garden

Indirizzo: 1-12-32 Akasaka, Minato-ku, Tokyo
Contatti: www.arkhills.com
Orario: dalle 8 alle 21
Come arrivarci: prendere l’Uscita 3 alla stazione Roppongi-Itchome con la linea Namboku

rooftop gardens

Photo credits: arkhills.com

Una serie di terrazze collegate tra loro formano il complesso giardino dell’Ark Hills Garden: creato circa 30 anni fa, a seconda dei giardini che lo compongono cambiano il tema e le piante che vi si trovano. Aperto solo in primavera e in autunno.

Ispirazione: timeout.com

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