Libro: "Storie d'amore e morte del teatro giapponese" di Ornella Civardi

 

Vi presentiamo Storie d’amore e morte del teatro giapponese: un cofanetto prezioso che intreccia passioni fatali e lame affilate, illustrato dai maestri dell’Ukiyo-e e rilegato come un tesoro d’epoca: il palcoscenico di Edo direttamente sulla tua libreria. Il libro è pubblicato da NUiNUI e curato con maestria da Ornella Civardi.
"Preparatevi, perché questo non è un semplice libro, ma un’opera d’arte che vi ruberà il cuore… e forse anche qualche lacrima.​"

L’Estetica del Dramma: Un’Opera d’Arte da Toccare

Prima di immergerci nelle trame oscure, è bene parlare del lato estetico. Questo volume è una vera e propria gioia per gli occhi. Dimenticate le solite copertine lucide e anonime: qui siamo di fronte a un capolavoro racchiuso in un elegante cofanetto.

Il libro vero e proprio, di 176 pagine, sfoggia una copertina con un effetto dipinto che ricorda le tele dei grandi maestri. Ma la vera chicca è la rilegatura tradizionale giapponese, con quel filo a vista che dona al tutto l’aspetto di un antico manoscritto segreto.

Le pagine interne esplodono letteralmente di colore, stampate a 4 colori, restituendo la vivacità e l’intensità delle stampe Ukiyo-e originali. Tenerlo in mano è come stringere un frammento di storia del teatro Kabuki, un’esperienza tattile e visiva che ogni collezionista dovrebbe provare.

Come direbbe il maestro Hokusai, “Se avessi ancora dieci anni di vita, o anche solo cinque, potrei diventare un vero artista”, ma con questo libro tra le mani, vi sentirete già parte di quell’arte immortale.​

Il Palcoscenico delle Passioni: Quindici Racconti Fatali

Il cuore pulsante di quest’opera è la raccolta di 15 storie d’amore, morte e passioni travolgenti, pescate direttamente dall’epica e dalla letteratura antica giapponese. Queste non sono storielle della buonanotte: sono le vicende intense e sanguigne che infiammavano i palcoscenici di Edo e Ōsaka, spesso ispirate a fatti di cronaca vera.

L’autrice, forte della sua esperienza di traduttrice di maestri come Mishima e Kawabata, ci guida attraverso queste narrazioni con un ritmo incalzante e un lirismo che cattura fin dalla prima pagina.
Ogni racconto è come un atto teatrale, ricco di colpi di scena, inquadrato nel suo contesto socioculturale per farci comprendere non solo la storia, ma anche i riti e le usanze dell’epoca. Che si tratti di amanti sfortunati, samurai in cerca di vendetta o fanciulle avvolte in kimono sfarzosi, ogni pagina trasuda la tensione emotiva tipica del Kabuki.
“Il mondo fluttuante è un fiume in piena”, recita un vecchio adagio dell’Ukiyo-e, e queste storie vi trasporteranno esattamente in quella corrente inarrestabile di emozioni.​​

 

Il Verdetto Finale

In conclusione, Storie d’amore e morte del teatro giapponese non è solo una lettura, ma un’esperienza immersiva nel Giappone più autentico e teatrale.

Ornella Civardi ci ha regalato una traduzione eccellente, incastonata in un gioiello di carta e inchiostro. Se amate la cultura nipponica, l’arte dell’Ukiyo-e o semplicemente le storie raccontate con passione viscerale, questo libro deve assolutamente far parte della vostra collezione. È un palcoscenico di carta che si apre direttamente nel salotto di casa vostra. Il sipario si alza, mettetevi comodi e godetevi lo spettacolo.

 


Film: "Rental Family - nelle vite degli altri"

 

Cineteca Milano vi aspetta con il film: "Rental Family" una commedia commovente sulla riscoperta dell'empatia e dell'autenticità dei legami tra esseri umani.

Trama:

Philip Vandarpleog è un attore americano che vive da otto anni a Tokyo, in Giappone, che considera ormai casa propria. Un tempo celebre perché interpretava un grosso tubetto di dentifricio, supereroe di una pubblicità popolarissima, adesso passa da un’audizione all’altra, mentre il suo agente lo manda a fare la comparsa in eventi come matrimoni e funerali. Ed è proprio a un finto funerale che Philip incontra Shinji, il capo di Rental Family, un’agenzia che procura attori per impersonare parenti e amici che non esistono, e lo scrittura: Philip diventa un giornalista amico di un anziano attore, il padre assente di una bambina sino-americana, il compagno di giochi di un appassionato di videogame.

Regia: Hikari
Sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut
Fotografia: Takurô Ishizaka
Musiche: Jónsi, Alex Somers
Cast: Brendan Fraser, Paolo Andrea Di Pietro, Takehiro Hira, Shinji Ozeki

https://www.cinetecamilano.it/film/rental-family/

Film: "Inizio d'estate" - quando la tradizione viene messa in discussione

 

Vi presentiamo il film "Inizio d'estate" di Yasujiro Ozu, di seguito una breve introduzione:
A Kamakura, in una casa luminosa affacciata su un Giappone che cambia, la famiglia Mamiya discute del futuro matrimoniale di Noriko, giovane donna ormai “in età” da marito. Tra proposte di matrimonio combinato, pressioni più o meno esplicite dei genitori e interferenze di parenti e conoscenti, la quotidianità scorre in un clima apparentemente sereno, scandito da visite, chiacchiere e piccoli rituali domestici. Ma sotto la superficie si agitano tensioni sottili: Noriko dovrà scegliere se adeguarsi alle aspettative familiari o affermare la propria volontà.

Con Inizio d’estate (il titolo originale è traducibile con “Il tempo del raccolto del grano”, titolo alternativo con cui talora è conosciuto il film), Yasujiro Ozu prosegue la sua esplorazione della famiglia giapponese nel dopoguerra, registrando con apparente leggerezza un mutamento ormai irreversibile.

Il Giappone tradizionale, fondato su gerarchie solide e ruoli codificati, è attraversato dalle prime forme di emancipazione femminile, che il film mette al centro senza mai trasformarle in proclami ideologici. Ozu osserva, non giudica: si limita a collocare i suoi personaggi dentro uno spazio assolato, dove la rinascita stagionale rispecchia quella sociale.

Il tempo, tema sotterraneo ma costante nel cinema di Ozu, qui assume una forma quasi ironica: mentre gli adulti cercano di congelare le consuetudini, le nuove generazioni le scardinano con naturalezza. L’estate che inizia non è solo una stagione: è il segno di un ciclo che si rinnova, anche a costo di incrinare la compattezza familiare.

In Inizio d’estate l’emancipazione non passa attraverso gesti clamorosi, ma attraverso scelte minime, quotidiane, e proprio per questo irreversibili.

Ozu coglie il momento in cui la tradizione smette di essere un destino e diventa un’opzione. E, nel farlo, consegna uno dei suoi ritratti più luminosi, e al tempo stesso più malinconici, di un Giappone sospeso tra continuità e mutazione.

Inizio d'estate fa parte della Ozu Collection disponibile in streaming su MYmovies ONE.


Libro: "Vivere alla Ghibli. Self coaching per vivere il mondo con incanto, lentezza e meraviglia"

 

Vi proponiamo il nuovo libro di Massimiliano De Giovanni intitolato "Vivere alla Ghibli. Self coaching per vivere il mondo con incanto, lentezza e meraviglia".
Per l'autore c’è un momento, nei film dello Studio Ghibli, in cui il tempo sembra fermarsi. Non succede nulla di straordinario, eppure, in quella sospensione, accade qualcosa di profondo: in scena c’è la vita, nella sua essenza più semplice e più vera. Questo libro nasce proprio dal desiderio di portare quello sguardo nella nostra quotidianità.
Non per spiegare l’universo Ghibli, che è fatto anche di mistero e di non detto, ma per vivere come ci suggerisce: un modo diverso di stare al mondo, più attento e gentile. Perché, attraverso gli anime, Hayao Miyazaki e Isao Takahata ci offrono una bussola per orientarci in noi stessi, tra emozioni, desideri e pensieri spesso inespressi.
Un invito a vivere come in "Il ragazzo e l’airone", "Principessa Mononoke", "Il castello errante di Howl", "La città incantata" e altri film dello Studio Ghibli, per imparare che la fragilità può essere forza, che le differenze possono arricchire e che nella vita quotidiana c’è sempre spazio per l’incanto.
In tutte le migliori librerie e fumetterie italiane, (ISBN 9788885457829)
oppure on-line al seguente link:

Libro: "In cucina con i personaggi dello studio Ghibli"

 

 

Vi presentiamo il nuovo libro di Barbara Rossi e Azuki: "In cucina con i personaggi dello studio Ghibli. Bento: la cucina giapponese prende forma", in cui vengono illustrate alcune ricette della cucina casalinga giapponese per creare i personaggi dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata… e mangiarseli!
Questo libro prende in esame una categoria di "bento" molto particolare: i KYARABEN o CHARABEN, i bento dei personaggi, dedicati ai protagonisti dei film dello Studio Ghibli. Sono presenti i bento ispirati a tutti i film dello studio, incluso il più recente "Il ragazzo e l’airone". Il volume rappresenta una nuova edizione ampliata di "In cucina con i bento dello Studio Ghibli" e propone indicazioni pratiche sulla progettazione e realizzazione dei kyaraben, affiancate da ricette utili per comporre bento equilibrati e funzionali.
Con la parola "bento" si indica comunemente ciò che in Occidente viene considerato il “pranzo al sacco”.  In Giappone, però, il termine ha un significato più articolato: con essa si identifica sia la scatola che contiene il pasto, sia il cibo al suo interno, pensato per essere consumato fuori casa, a scuola o sul luogo di lavoro.
Buon appetito con i personaggi di:
IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL
IL CASTELLO NEL CIELO
LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
KIKI CONSEGNE A DOMICILIO
IL MIO VICINO TOTORO
NAUSICAÄ DELLA VALLE DEL VENTO
PONYO SULLA SCOGLIERA
PORCO ROSSO
PRINCIPESSA MONONOKE
LA CITTÀ INCANTATA
IL RAGAZZO E L’AIRONE
Il libro di Rossi e Azuki è disponibile nelle migliori librerie e fumetterie italiane (ISBN 9788885457836),
oppure on-line al seguente link:

La mostra Ko = Ghei tra identità giapponese e strategia internazionale

 

Sopraffatte dalla cultura dei social media e dalle dinamiche della “viralità” dei fenomeni, elementi come la tradizione e l’autenticità risultano oggi frequentemente marginalizzati o trascurati. Questo scenario di progressiva semplificazione e omologazione influisce in modo significativo sull’immagine internazionale di un Paese come il Giappone, in particolare nei campi dell’arte, della tradizione e dell’unicità culturale. Che si tratti di una strategia consapevole o di un processo spontaneo, legato alle logiche della globalizzazione mediatica, è evidente come, nel discorso comune, i primi riferimenti associati alla cultura giapponese siano spesso anime, manga, sushi o samurai. Tali elementi, sebbene effettivamente radicati nella storia e nella società del Paese, finiscono per oscurare un panorama ben più ampio e stratificato di tradizioni, usi e costumi che meriterebbero di essere conosciuti e approfonditi, al fine di comprendere in maniera più autentica e completa la cultura giapponese nella sua complessità ed evitarne una visione orientalistica.

Il nostro articolo concentra l’attenzione sul contesto italiano, dove, nel tentativo di contrastare fenomeni di standardizzazione e globalizzazione culturale, numerose fondazioni, associazioni culturali come la nostra ed enti istituzionali promuovono iniziative volte a favorire una comprensione del Giappone più articolata e integrale, che affondi le proprie radici nella sua essenza storica e nella sua originalità identitaria. In tale cornice si inserisce la nostra visita alla mostra “工=藝Ko = Ghei: una fusione di arte, ragione ed emozione”, che si è svolta nel mese di gennaio alla Fondazione ADI con il patrocinio del Comune di Milano e promossa da Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō in collaborazione con l’ANA Strategic Research Institute.

La visita alla mostra è stata accompagnata dalle chiare e approfondite spiegazioni di Naohiko Mitsui, architetto e designer giapponese, curatore della mostra, le cui riflessioni costituiscono il principale quadro analitico di questo contributo. Nel corso dello scambio, Mitsui ha offerto dettagli significativi in merito alla logica curatoriale del progetto, al suo sostegno istituzionale e ai più ampi obiettivi economici e politici che lo sottendono. Tali osservazioni dirette orientano l’interpretazione da noi proposta, consentendo di approfondire l’esposizione non soltanto in qualità di iniziativa artistica, ma anche come un caso di studio emblematico di strategia culturale promossa dal governo giapponese.

Il termine giapponese kogei “工藝”, che si legge con la pronuncia “koghei”, integra armoniosamente concetti apparentemente opposti: “工” (Ko) è il carattere ideografico che indica la tecnica, il processo produttivo a partire da struttura, funzione e materiali e si riferisce al sapere che funge da base alla capacità di riprodurre e perpetuare nel tempo. “藝” (Ghei) è invece il carattere ideografico che si riferisce alla pratica creativa, che armonizza corpo e spirito: un esercizio che conduce, come esito, a generare bellezza. Nel pensiero giapponese, ragione ed emozione hanno infatti continuato a esistere in una relazione di reciproca tensione, positiva o negativa: Ko conferisce rigore a Ghei che genera creatività ed emergenza. Koghei è dunque la bellezza che non sacrifica la funzione, l’intelligenza che non esclude l’emozione. E anche in un’epoca dove le comunicazioni astratte dominano i rapporti tra persone e ambienti, essa continua a suggerire l’equilibrio tra spiritualità e mondo fisico.

L’esposizione presenta una selezione di opere che rappresentano alcune delle più importanti tradizioni dell’artigianato giapponese. Si mostrano ceramiche Mumyōi yaki dell’isola di Sado, accanto a oggetti in metallo fuso realizzati a Takaoka (Nousaku), in stagno, rame e bronzo. Il percorso include anche il kabazaiku, l’antica tecnica di lavorazione della corteccia di ciliegio selvatico di Kakunodate, nella prefettura di Akita, e il raffinato Wajima nuri, celebre laccatura tradizionale della città di Wajima, in Ishikawa. Completano l’esposizione le ceramiche Bizen yaki, tra le più antiche del Giappone, e opere di alta oreficeria che testimoniano l’eccellenza giapponese nella lavorazione dell’oro e dei metalli preziosi.

Fusione, martellatura e incisione sono tecniche fondamentali che conferiscono alle opere ricchezza espressiva e profondità. Queste sono realizzate da maestri artigiani cui è stato attribuito il titolo di “Tesoro Nazionale Vivente”, in quanto detentori di una conoscenza immateriale riconosciuta dal governo giapponese come Bene Immateriale Culturale Importante. Oggi sono in totale 126 i maestri a cui è stato attribuito il titolo: queste figure rappresentano, con le loro tecniche raffinate, un ponte tra passato e futuro, esprimendo appieno la profondità della cultura giapponese. In particolare, l’esposizione alla Fondazione ADI accoglie le creazioni di alcuni dei maestri artigiani tra i più autorevoli del panorama nipponico, inclusi due Tesori Nazionali Viventi: Sekisui Ito V e Jun Isezaki, figure che incarnano l’eccellenza nelle arti della ceramica, della lacca e del kabazaiku.

Le tecniche impiegate attestano il loro ruolo cruciale nella trasmissione della cultura materiale del Paese, un tempo affidata alle kitamaebune, ovvero navi mercantili che, dalla fine del XVII secolo fino alla fine del XIX secolo, navigavano lungo la costa del Mar del Giappone, da nord a sud, facendo scalo nei numerosi porti per commerciare beni locali. Grazie a un sistema commerciale unico, che prevedeva la sostituzione del carico a ogni porto, queste navi trasportavano non solo beni, ma anche cultura e conoscenze tecniche tra le diverse regioni. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con lo sviluppo delle moderne infrastrutture giapponesi, concentrate soprattutto lungo la costa del Pacifico, le rotte delle kitamaebune persero gradualmente la loro funzione originaria. Proprio per preservare il legame tra le regioni, un tempo unite da queste vie marittime, è nata l’associazione Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō, che si impegna a mantenere vivi i rapporti tra questi territori, ancora oggi custodi di importanti tradizioni culturali e industriali. Dunque, le opere di artigianato giapponese, che un tempo solcavano i mari a bordo delle kitamaebune, oggi superano i confini regionali e nazionali, portando il proprio valore nel mondo a partire da Milano. Attraverso oggetti pensati per l’uso quotidiano (ciotole, tazze, contenitori per il tè, vassoi, scatole e manufatti laccati), il percorso espositivo invita a riflettere su una concezione del bello in cui funzione, durata e riparabilità sono elementi centrali, profondamente intrecciati con l’utilità e la vita di tutti i giorni.

La scelta di Milano, come sede della mostra, emerge da questo dialogo come una decisione calcolata. Il capoluogo lombardo infatti occupa una posizione centrale all'interno del sistema globale del design, fungendo da luogo in cui il capitale culturale viene prodotto, legittimato e convertito in valore economico. Come Mitsui ha esplicitamente osservato durante la nostra intervista, la cultura milanese è particolarmente sensibile alle diverse forme d’arte, riuscendo sempre a farsi impressionare da nuove forme, modelli e immaginari artistici. In questa cornice, Milano si presenta come il palcoscenico ideale per i “crafts”, così denominati dallo stesso curatore, presentati alla mostra ko=ghei, in quanto costituiti da forme che resistono a una rigida classificazione, spesso fraintesi o sottovalutati nel loro contesto nazionale.

Infatti, un tema chiave emerso dall'intervista riguarda le mutevoli condizioni di ricezione culturale all'interno dello stesso Giappone. Mitsui ha espresso preoccupazione per quella che ha descritto come una progressiva standardizzazione del gusto estetico della società giapponese, un processo che si è intensificato nel dopoguerra ed è incrementato con la globalizzazione. Secondo la sua visione, la produzione di massa, le norme di consumo globali e la logica industriale orientata all'esportazione hanno rimodellato le aspettative del pubblico, restringendo lo spazio per forme di artigianato non convenzionali. Questa osservazione è in linea con analisi più ampie delle tendenze omogeneizzanti della globalizzazione, in particolare nelle economie industriali avanzate.

In questo contesto, la mostra rivela un paradosso strutturale. Mentre l'artigianato viene spesso inserito nel discorso ufficiale come indicatore dell'identità culturale giapponese, le sue forme più sperimentali faticano sempre più a trovare un riconoscimento o un sostegno economico interno. In questo senso, come ha evidenziato Mitsui, i contesti internazionali offrono spesso un maggiore margine di interpretazione, conferendo fondamentale importanza alle dinamiche del mercato globale, affinché tali pratiche possano acquisire valore. La circolazione esterna diventa quindi non un'opzione secondaria, ma un requisito strutturale.

Il ruolo dello Stato giapponese, come discusso durante l'intervista, è quindi centrale. Mitsui ha riconosciuto apertamente che la mostra è stata ampiamente supportata dal governo giapponese non solo come iniziativa culturale, ma anche come mezzo per promuovere relazioni commerciali internazionali e aprire l'accesso ai mercati esteri. Da un punto di vista analitico, questa sponsorizzazione può essere interpretata come una forma di diplomazia economica strategica, in cui la produzione culturale viene sfruttata per migliorare la competitività, diversificare le esportazioni e gestire il rischio economico a lungo termine.

Questa strategia riflette il continuo sforzo del Giappone di rinegoziare la propria posizione all'interno di un ordine globale sempre più competitivo e imprevedibile. Di fronte al declino demografico, alla prolungata stagnazione economica e alla crescente concorrenza di altre economie esportatrici di beni culturali, il Paese del sushi e dei manga deve cercare fonti alternative di differenziazione. Le iniziative culturali sostenute dallo Stato offrono un mezzo relativamente economico e poco conflittuale per proiettare la propria influenza e garantire l'accesso al mercato. Tuttavia, come illustra questo caso, tali strategie dipendono fortemente da meccanismi di convalida esterna. La diplomazia culturale opera qui come meccanismo di protezione contro la volatilità economica, la contrazione del mercato interno e l'erosione dell'identità. Allo stesso tempo, il ricorso a quadri interpretativi esterni introduce nuove vulnerabilità, tra cui l'esposizione alle fluttuazioni del mercato estero e la parziale perdita della corretta comunicazione.

L’Italia, e Milano in particolare, emergono quindi in questo processo non soltanto come dei partner, ma anche come degli intermediari centrali. Il sistema del design italiano si configura infatti come uno spazio di incontro e mediazione, capace di trasformare l’artigianato sperimentale giapponese in un valore culturale ed economico riconoscibile e apprezzabile a livello internazionale.

Attraverso questo meccanismo, il nostro Paese consolida il proprio ruolo di riferimento culturale all’interno delle industrie creative internazionali e, allo stesso tempo, contribuisce a orientare e modellare il percorso delle esportazioni culturali giapponesi. Nel contesto più ampio delle relazioni tra Italia e Giappone, la mostra rappresenta un esempio significativo di come oggi la produzione culturale venga sempre più utilizzata dagli Stati come strumento di promozione della propria immagine e della propria identità culturale all’estero, oltre che come risposta alle fragilità generate dalla globalizzazione. In questa prospettiva, i crafts diventano un ambito attraverso cui si negoziano attivamente questioni centrali quali l’identità nazionale, l’accesso ai mercati globali e il riconoscimento della legittimità internazionale.

 

Articolo di Emanuela Fedele


Mostra HAIIRO: intervista a Maurizio Cianciarelli

 

La promozione e l’analisi dei linguaggi culturali contemporanei rappresentano uno degli strumenti attraverso cui la nostra Associazione Culturale Giappone in Italia intende favorire il dialogo tra tradizioni, sensibilità e contesti diversi. Mostre, presentazioni editoriali e incontri con gli autori non sono soltanto eventi artistici, ma occasioni di riflessione sui modi in cui le culture si osservano, si traducono e si trasformano reciprocamente.

In questa prospettiva si inserisce l’inaugurazione della mostra HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza di Maurizio Cianciarelli, ospitata presso lo Spazio Garde di Milano, in via Tortona, 37. La mostra, che prende il nome dall’omonima raccolta dell’autore, propone un dialogo visivo tra le fotografie di Cianciarelli e le calligrafie di Kinuko Miura, costruendo un percorso ispirato alla tradizione poetica giapponese del tanka. Questo termine indica un tipo di poesia tradizionale giapponese articolata in 31 sillabe, tradizionalmente scritta come una singola riga ininterrotta. La parola tanka si traduce in “breve canzone” e si diffonde particolarmente nell’ambiente delle corti, che la caratterizza come poesia elegante.

L’evento è stato introdotto da Paolo Legazzi, critico letterario ed esperto di poesia giapponese, insieme al Presidente della nostra Associazione, Alberto Moro. Fin dall’inaugurazione è apparso evidente come HAIIRO non si configuri come una semplice esposizione fotografica, ma come un progetto di ricerca estetica e concettuale che mette in relazione immagine, parola e percezione del tempo.

La visita alla mostra è articolata attorno ai nove nuclei tematici individuati da Cianciarelli nel suo lavoro: Passaggi, Tracce, Resilienza, Movimento, Sogno, Ricordi, Similitudini, Apparizioni e Transizioni. Temi che non funzionano come categorie rigide, ma come traiettorie emotive, capaci di guidare lo spettatore all’interno di una riflessione più ampia sull’impermanenza.

Le fotografie non rappresentano soggetti iconici o fortemente simbolici, ma elementi ordinari: paesaggi anonimi, segni del tempo, animali, cieli nuvolosi. È una scelta precisa, come spiega Cianciarelli: «Volevo che le persone si connettessero con il proprio intimo attraverso le immagini». L’assenza di un soggetto narrativamente dominante consente allo spettatore di proiettare la propria esperienza, costruendo una relazione personale con le opere.

In questo senso, il legame tra fotografia e poesia non è mai illustrativo. «Lettura e visione», osserva l’autore, «accendono entrambe l’immaginazione verso ciò che rimane sospeso: quello che accade attorno alla cornice della fotografia e quello che resta implicito nel testo poetico». Il tanka diventa così una matrice emotiva, più che un riferimento testuale diretto, mentre il senso emerge nello spazio intermedio tra parola e immagine.

La scelta del bianco e nero rafforza questa poetica della sospensione. Oltre a essere affine allo stile di Cianciarelli, l’assenza di colore sottrae l’immagine a una definizione univoca, lasciando emergere una dimensione ambigua e aperta. «La poesia giapponese ha cambiato il mio modo di fotografare», afferma l’autore. «Passare dal colore al bianco e nero è stata una scelta anche violenta, ma necessaria per catturare l’essenza delle cose». È proprio in questa essenzialità dunque che risuonano chiaramente concetti centrali dell’estetica giapponese, come wabi-sabi e mono no aware, intesi come attenzione al pathos silenzioso degli oggetti e alla loro transitorietà.

Il titolo stesso del progetto concentra questi significati. Haiiro (灰色), “grigio”, unisce i kanji di cenere e colore, evocando ciò che resta dopo la trasformazione. La cenere diventa metafora di una presenza assente, di qualcosa che è stato e che continua a esercitare una forza simbolica, pur non essendo più pienamente visibile.

Centrale nel progetto è anche il concetto di mono no aware, che Cianciarelli riconosce come parte integrante del suo processo creativo: «È una sensazione che mi portavo dietro mentre fotografavo. Cercavo metafore che non esistevano ancora». Questo concetto estetico giapponese infatti esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Trovare una traduzione esaustiva a questo concetto risulta complesso in ogni lingua; il suo corrispettivo in italiano può essere "pathos", "sensibilità estetica" o "partecipazione emotiva alle cose".  Da qui nascono accostamenti visivi privi di un nesso logico immediato, come nuvole associate a tronchi, che nascondono significati latenti. «È un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione», conclude, «perché, costruendosi quasi casualmente, mi ha permesso di esternare la mia interiorità».

Dal punto di vista formale, HAIIRO traduce la struttura del tanka in un linguaggio visivo. Cinque fotografie corrispondono ai cinque versi della poesia, con formati che variano: quadrati, rettangolari o dittici verticali in relazione alla metrica (5-7-5-7-7). «La verticalità della scrittura giapponese mi ha ispirato», spiega Cianciarelli, «mi ha permesso di creare dittici verticali, come i kanji disposti sulla pagina». Tuttavia, l’autore sottolinea come il pubblico tenda a essere più colpito dalle immagini che dal processo complesso che le lega alla poesia. Questo infatti è un processo che richiede una doppia sensibilità, poetica e fotografica, non sempre facile da far incontrare.

La scelta di realizzare una mostra, oltre al libro, risponde anche all’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico. «Il libro comporta una fruizione solitaria», osserva l’autore, «mentre la mostra ti permette di presentarti al pubblico e di coglierne immediatamente le reazioni». Le fotografie esposte sono infatti una selezione ridotta rispetto al volume, ma consentono un dialogo più immediato e condiviso.

Nel corso dell’intervista, l’autore ha raccontato il suo lungo e profondo avvicinamento alla cultura giapponese, iniziato in giovane età; il cuore della realizzazione di HAIIRO. «Mi sono avvicinato al Giappone da bambino, affascinato dagli ideogrammi. Il fatto che i kanji siano così distanti dal nostro modo di scrivere e che racchiudano un significato in ciò che appare come un disegno mi ha attratto fin da allora». Da qui nasce anche l’inserimento della calligrafia nel progetto, non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante del discorso visivo. Il desiderio di confrontarsi con un’alterità radicale, dotata di tradizioni, usi e livelli di raffinatezza molto diversi da quelli occidentali, ha rappresentato uno stimolo costante nel suo percorso. Per spiegare il suo legame, Cianciarelli richiama inoltre il pensiero di Claude Lévi-Strauss, che definì il Giappone “la parte oscura della luna”, una metafora che il fotografo sente profondamente affine.

È particolarmente interessante, nel contesto dei rapporti culturali tra Italia e Giappone, osservare come Cianciarelli sia riuscito a interiorizzare questa cultura in modo spontaneo e naturale. Le fotografie infatti rappresentano scenari ritratti in Italia, visti però con l’occhio dell’estetica giapponese. Pur partendo da matrici culturali differenti, le due tradizioni condividono una profonda attenzione alla riflessione, al pensiero e al legame con le rispettive eredità storiche. Un’affinità che aiuta a comprendere anche il forte interesse reciproco tra i due paesi, evidente nella partecipazione del pubblico alla mostra, composto da visitatori italiani e giapponesi.

A completare questo percorso di interiorizzazione della cultura giapponese contribuisce anche il cinema, in particolare quello di Yasujirō Ozu. «I film di Ozu raccontano la quotidianità e la vita», afferma Cianciarelli, riconoscendo in questo linguaggio una forte affinità con il neorealismo italiano. Un mezzo che lo ha aiutato a tenere insieme i molteplici elementi, estetici, filosofici ed emotivi, confluiti nel progetto HAIIRO.

In definitiva, HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza si configura come un dispositivo di relazione: tra fotografia e poesia, tra Italia e Giappone, tra autore e pubblico. Un progetto che non mira a fornire chiavi di lettura univoche, ma invita lo spettatore a sostare nell’incertezza, ad accogliere la sospensione e a riconoscere, nel mutamento continuo delle cose, una forma silenziosa di permanenza.

 

Articolo di Emanuela Fedele


Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku

Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.

Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.

Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.

La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.

Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.

Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.

Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.

La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.

Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.

Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.

Dr Elena Maria Colizzi

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le vacanze dei reali: ville imperiali nella natura giapponese

Lontano dal fragore delle capitali e dal caldo torrido dell’estate, esistono in Giappone luoghi dove il tempo sembra rallentare. Sono le residenze di villeggiatura della famiglia imperiale: ville eleganti, immerse nella natura, sorte tra l’Ottocento e il Novecento. Si tratta di un patrimonio spesso poco conosciuto, ma ancora oggi capace di raccontare una storia unica tra estetica e potere.

Queste residenze estive non nacquero, infatti, come semplici luoghi di svago, ma come spazi pensati anche per la rappresentanza diplomatica, la cura della salute e la contemplazione estetica.

Alcune di queste dimore, come la villa imperiale di Tamozawa a Nikkō, coniugano l’eleganza architettonica giapponese con influssi occidentali, a testimonianza di un periodo di modernizzazione culturale. Altre, come la villa di Hayama, si affacciano sul mare e offrono rifugi silenziosi per l’imperatore e la sua famiglia. Persino il paesaggio naturale – il bosco, il giardino, la risaia – diventa parte integrante dell’esperienza residenziale, secondo una concezione estetica radicata nel pensiero aristocratico giapponese.

Ancora oggi, alcune di queste ville continuano ad accogliere la famiglia imperiale, mentre altre sono diventate musei o parchi aperti al pubblico. Visitandole, si entra in contatto con un’idea dell’estate fatta di distacco simbolico dal mondo quotidiano, di equilibrio tra potere e contemplazione. Una forma di villeggiatura che, al di là del privilegio, racconta un modo profondamente giapponese di abitare la natura e il tempo.

Residenze immerse nella natura 

Tra i verdi monti di Nikkō, avvolta dal silenzio dei cedri e dalla fresca brezza delle alture, si cela una delle più affascinanti testimonianze della villeggiatura imperiale giapponese: la Villa Imperiale di Tamozawa. Costruita nel 1899 per offrire un rifugio estivo al Principe Ereditario Yoshihito, futuro imperatore Taishō (1912 - 1926), questa residenza rappresentò anche una delle prime espressioni materiali del nuovo stile di vita imperiale, capace di coniugare rappresentanza, benessere e contemplazione.

La villa sorse su fondamenta storiche: alcune sue sezioni risalivano al periodo Edo e furono trasferite da precedenti palazzi imperiali, creando così un complesso che univa armoniosamente stili architettonici di epoche diverse. Il risultato fu una dimora in legno di oltre cento stanze, tra le più grandi dell’intero Giappone, in cui si alternavano lunghi corridoi, fusuma (pareti scorrevoli tradizionali giapponesi) decorate con motivi naturalistici e sale da ricevimento dedicate ad accogliere anche funzionari occidentali, arricchite da elementi moderni come tavoli da biliardo e impianti di illuminazione elettrica.

Ma la funzione di Tamozawa non fu solo stagionale. L’imperatore Hirohito (Shōwa, 1926 - 1989) vi si rifugiò durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale: ancora oggi, è possibile individuare nel giardino i rifugi antiaerei scavati nel terreno. Dopo un periodo di abbandono, la villa è stata restaurata e riaperta nel 2000 come museo, permettendo a chi la visita di immergersi nei ritmi e nei rituali dell’aristocrazia imperiale.

Altra località prediletta fu Hakone, celebre per i suoi panorami montani e le sue sorgenti termali. Qui, sulle sponde del Lago Ashinoko, fu costruita nel 1886 la Villa Imperiale di Hakone (Hakone Rikyū), destinata a ospitare l’imperatore Meiji e la sua corte durante i mesi più caldi. A differenza di Tamozawa, Hakone aveva una funzione ancora più sanitaria: l’altitudine, l’aria fresca e le celebri acque termali della zona offrivano condizioni ideali per una villeggiatura salubre e rigenerante. 

Ancor più di altre residenze, inoltre, Hakone fu un importante teatro della diplomazia imperiale: il promontorio naturale su cui si ergeva offriva una vista spettacolare sul lago e, nelle giornate più terse, sull’inconfondibile profilo del Monte Fuji, cornice ideale per ricevere ospiti stranieri. Tra le sue sale vennero accolti regnanti europei e ministri provenienti da tutto il mondo, dall’Austria al Siam. L’edificio originale fondeva sapientemente architettura giapponese e suggestioni occidentali, offrendo agli ospiti un ambiente che fosse al contempo tradizionale e aperto al moderno.

Purtroppo, il complesso fu quasi completamente distrutto dal Grande Terremoto del Kantō del 1923 e successivamente danneggiato dal sisma del Kita-Izu nel 1930. Tuttavia, lo spirito del luogo non andò perduto: nel 1946 l’area fu donata alla prefettura di Kanagawa, che trasformò il sito in uno spazio pubblico. Così nacque il Parco Onshi-Hakone, un giardino paesaggistico che oggi conserva l’essenza della residenza originaria: tra i vialetti curati e le terrazze panoramiche, il visitatore può ancora intuire il gusto estetico dell’aristocrazia Meiji.

Geografia politica

Nel Giappone moderno, la villeggiatura imperiale non fu mai un atto neutro o semplicemente privato. La scelta di ritirarsi stagionalmente in luoghi come Nikkō, Hakone o Nasu rispondeva a una precisa logica politica, simbolica e territoriale per cui il sovrano, incarnazione vivente dello Stato secondo la Costituzione Meiji, non si limitava a “fuggire” dall’afa estiva della capitale, ma tracciava con i suoi spostamenti una vera e propria geografia del potere. Ogni residenza stagionale diveniva un polo di influenza, un’estensione del centro imperiale verso le periferie, spesso scelte per la loro bellezza naturale, la salubrità dell’aria e il legame col pensiero shintō.

Allontanarsi da Tōkyō per stabilirsi temporaneamente in aree più remote significava, da un lato, riaffermare la continuità tra corte imperiale e territorio nazionale, in una visione capillare del potere; dall’altro, offriva occasioni strategiche per esercitare soft power attraverso l’ospitalità internazionale, il sostegno alla scienza e la promozione turistica. Molte delle ville estive, infatti, erano progettate per accogliere dignitari stranieri, artisti e scienziati, come nel caso della Hakone Rikyū, dove lo stile giapponese si incrociava con elementi occidentali, o della villa di Nikkō, visitata da membri della nobiltà europea. Questi spazi ibridi non solo esprimevano il dialogo tra tradizione e modernizzazione, ma si facevano palcoscenico del prestigio imperiale.

Nel contempo, la presenza della famiglia imperiale in queste località comportava benefici tangibili per le comunità circostanti: le infrastrutture e i servizi venivano migliorati, seppur nel rispetto della conservazione del paesaggio naturale. 

La villeggiatura imperiale, quindi, non era solo un momento di riposo, ma anche un gesto di legittimazione territoriale, un atto di rappresentanza internazionale, uno strumento di influenza culturale e un veicolo della visione ecologica del potere. Persino in vacanza, l’imperatore non smetteva mai di esercitare il proprio potere e, soprattutto, di adempiere ai propri doveri.

Continuità e uso nel tempo

La tradizione della villeggiatura imperiale giapponese ha saputo attraversare le epoche adattandosi al mutare della società e della sensibilità dei sovrani. La Villa Imperiale di Nasu, edificata nel 1926 su un terreno appartenente alla famiglia imperiale fin dal 1890, incarna perfettamente questa continuità. Fu l’allora principe ereditario Hirohito (futuro imperatore Shōwa) a scegliere personalmente il luogo, colpito dalla vista sui monti durante una visita nel 1923. Qui, pochi anni dopo, iniziò la sua consuetudine estiva, culminata simbolicamente nella sua prima ascesa al monte Chausu, vetta più alta della prefettura.

Fino ai giorni nostri, Nasu è rimasta una residenza estiva privata per gli imperatori, ma il suo ruolo non è stato solo simbolico o ricreativo. La villa ha contribuito infatti a plasmare l’identità del luogo, trasformandolo in una delle mete estive più apprezzate del paese, con milioni di visitatori ogni anno. Nel 2008, grazie a una decisione dell’imperatore Akihito, circa metà della vasta tenuta fu aperta al pubblico e integrata nel Parco Nazionale di Nikkō, con un gesto che ha unito il rispetto della tradizione alla valorizzazione del bene collettivo.

Particolarmente interessante è la vocazione scientifica e naturalistica che ha accompagnato la frequentazione della villa: lo stesso Hirohito si dedicò per decenni allo studio dei protisti e delle piante locali, pubblicando quattro volumi sulla flora di Nasu e lasciando in eredità una collezione di oltre 60.000 esemplari ora conservata presso il Museo Nazionale di Scienze Naturali di Tōkyō. Suo figlio Akihito ha proseguito questa linea di ricerca con studi sulla classificazione dei pesci della famiglia dei gobidi, mentre l’attuale imperatore Naruhito, appassionato di escursionismo, è oggi impegnato attivamente nelle politiche di conservazione delle acque.

Così, quella che era nata come una fuga estiva dal caldo cittadino si è trasformata nel tempo in un crocevia di cultura, scienza e paesaggio, testimoniando il profondo legame tra la famiglia imperiale e la natura giapponese.

Sofia Dagradi, studentessa


Il magewappa arriva in Italia

Un altro assaggio di artigianato giapponese a Milano ci è stato offerto da Time & Style, che ha appena ospitato una mostra di oggetti realizzati con la tradizionale tecnica magewappa, la quale prevede la piegatura del legno attraverso il trattamento col vapore acqueo o la bollitura del materiale.

Time & Style è un brand di arredamento giapponese che vanta diversi showroom a Tōkyō, Ōsaka, Amsterdam e Milano, dove vengono esposti i loro prodotti di design. Questi spaziano dai mobili alle stoviglie, dalle lampade ad altri oggetti di uso quotidiano, e sono realizzati incorporando le tecniche di lavorazione tradizionali giapponesi con un gusto moderno, rispettando sempre il materiale utilizzato.

È in questo elegante contesto che è stata allestita la mostra “ODATE MAGEWAPPA Handcrafted Japanese Akita Cedar Objects for Everyday Life”. Prima di arrivare sugli scaffali di Time & Style, gli oggetti esposti si trovavano già in Italia presso l’Università degli Studi di Milano, grazie a una collaborazione con la città di Ōdate, nella prefettura di Akita, luogo d’origine della tecnica magewappa. La città giapponese ha poi voluto continuare l’esposizione, scegliendo gli spazi dello showroom come sede della mostra, che verrà poi ospitata in altre città italiane in un vero e proprio tour culturale, il quale in autunno vedrà come prossima tappa Faenza.

Il legno lavorato con la tecnica magewappa a Ōdate è tradizionalmente quello di cedro, materiale da cui sono stati ricavati tutti gli oggetti in mostra. Il legno, che conferisce all’oggetto il suo tipico aroma, presenta due caratteristiche particolari: curvatura e venature, lineari e sottili, che testimoniano il clima freddo del nord del Giappone. La curvatura, dovuta come anticipato precedentemente dalla lavorazione, viene solitamente fissata con dei ganci durante il processo di essiccazione del materiale per mantenere l’oggetto nella forma desiderata. La tecnica tradizionale prevede l’utilizzo di riso bollito schiacciato, che essendo glutinoso funge da collante, insieme a una cucitura in corteccia di ciliegio. Comprensibilmente, al giorno d’oggi il riso non viene più utilizzato e viene sostituito da un collante più resistente.

Set di bicchieri e contenitore, courtesy Time & Style.

La tecnica magewappa veniva inizialmente impiegata per produrre lunchbox o bicchieri per il sakè, ma oggi le applicazioni sono molto varie: si possono creare non solo diversi tipi di contenitori, ma anche vassoi, piatti e portafrutta, dimostrando quanto questa tecnica, antica più di quattrocento anni, abbia ancora molto da dare e dimostrare.

Set di piatti dalla bottega Kurikyu di Akita, courtesy Time & Style.
Portafrutta, courtesy Time & Style.

Gli oggetti in mostra derivano da cinque laboratori diversi di magewappa, tutti con base a Ōdate. Questi puntano a mantenere viva la tradizione, non solo producendo oggetti esteticamente belli, ma soprattutto cercando di educare un pubblico sempre più vasto ad apprezzare la ricerca, il materiale, la storia che sta dietro a essi, sia intesa come radici che come tempo impiegato per la realizzazione. Inoltre, i laboratori non solo puntano alla preservazione del magewappa, ma ne indagano nuove e moderne sfaccettature, ad esempio impiegando colorazioni a contrasto con il colore naturale del legno o realizzando pattern sulla sua superficie, gettando le fondamenta per una nuova evoluzione e reinterpretazione del magewappa di Ōdate.

Tazze dipinte parte della mostra, foto dell'autore.

La sopravvivenza dell’artigianato è un problema generale e impellente, che emerge criticamente in tutto il Mondo. Per questo, gli sforzi in atto per contrastare la perdita di know-how e cultura, che stanno alla base di queste tecniche, sono sempre maggiori, come dimostra l’impegno della città di Ōdate nel far conoscere questa sua tradizione unica e preziosissima.

 

Francesca Mora