Le differenze di genere nel processo di formazione dei valori

Quanto contano le differenze di genere nella formazione dei valori dell’individuo? E soprattutto, quanto conta essere giapponesi o statunitensi nel processo di sviluppo dei valori?

Uno studio comparato sull’argomento – che purtroppo si avvale di dati non recentissimi[1] –  è stato condotto dalle sociologhe americane Tania Levey e Catherine B. Silver, le quali si prefiggono l’obiettivo di indagare le differenze nella formazione del sistema dei valori (la dedizione alla famiglia, l’impegno politico, la suddivisione dei compiti domestici, la cura dei figli, l’istruzione – per citarne solo qualcuno) tra uomini e donne nei contesti culturali di Giappone e Stati Uniti. L’attenzione del loro operato verte quindi sulle identità sociali di genere in questi due Paesi. E’ doveroso specificare preliminarmente che un’identità sociale si caratterizza per il fatto di essere interiorizzata dagli individui in vari ambiti (famiglia, scuola, lavoro, politica, comunità, ecc.) e un’identità di genere si caratterizza per essere l’incontro di coordinate interconnesse quali la cultura, la rappresentazione e le aspettative normative degli altri membri della comunità (in senso lato), che proiettano reciprocamente su se stessi un certo tipo di comportamenti auspicati e auspicabili.

Da qui si capisce facilmente come sia caduta proprio su questi due Paesi la scelta delle ricercatrici. Le due società messe a confronto condividono sicuramente simili standard di vita, educazione, livelli di benessere, accesso alla tecnologia. Ma si iscrivono in due cornici storico-culturali radicalmente diverse: i principi astratti di nazione su cui poggia l’atto fondativo degli Stati Uniti sono raccolti nel concetto di American Dream, il cosiddetto Sogno Americano, promotore di uguaglianza nei diritti fondamentali di ogni cittadino, di realizzazione individuale, del successo del singolo; al contrario la nazione giapponese si raccoglie sotto la bandiera del Nihonjinron (日本人論), ovvero il Discorso sui Giapponesi, che trova la sua ragion d’essere nella omogeneità della razza, in uno sviluppo societario di tipo allocentrico, in un bagaglio concreto di tradizioni storico-culturali condivise.

La ricerca in questione trova i propri punti di forza nell’essere di per sé autonoma, ossia non sponsorizzata da alcun Governo o schieramento politico, e nel procedere attraverso una somministrazione di questionari assolutamente identici per tutti i sottoposti all’indagine in entrambi i Paesi.

Lo studio viene presentato organizzato in diverse fasi. Inizialmente sono state sottoposte agli intervistati 18 affermazioni di varia natura (ad esempio: “Si può avere successo impegnandosi a fondo e avendo un po’ di fortuna”; oppure: “Una vita senza figli è vuota”; o ancora: “Infrangere una promessa verso un membro della famiglia è accettabile quando è il lavoro a richiederlo”) alle quali ogni partecipante avrebbe dovuto rispondere aderendo o meno all’affermazione di turno. Da questa prima analisi emergono alcune considerazioni preliminari sicuramente interessanti. La differenza di genere, nel caso statunitense, si è mostrata statisticamente rilevante solo per 7 affermazioni (su un totale di 18) e questo è indice di una  maggiore condivisione di valori tra uomini e donne (visione condivisa del Sogno Americano) rispetto al caso del Giappone, in cui su 18 affermazioni ben 10 si sono rivelate statisticamente importanti. Al contrario, questo dato è indice di una prevalenza ancora radicata di un concetto di società patriarcale, in quanto la maggiore intensità di risposte condivise riguardava gli individui di sesso maschile. Si possono stilare le prime osservazioni in merito al tema oggetto di discussione:

  • Anche se potrebbe suonare come un paradosso di gigantesche dimensioni, gli uomini giapponesi sentono in maniera molto marcata un forte impegno verso la famiglia e al tempo stesso la priorità del lavoro sui compiti domestici quotidiani[2].
  • Contrariamente alla aspettative generate dal senso comune, le donne giapponesi dimostrano meno impegno verso i valori orientati alla famiglia (rispetto ai connazionali maschi) anche se forniscono a livello concreto il massimo supporto alla gestione della struttura domestica da ogni punto di vista.
  • L’elemento che risalta di più da questa parziale lettura dei dati è l’inverso orientamento alla maternità/ paternità (e alla famiglia in generale) nei due Paesi: negli Stati Uniti è emerso come dato più urgente nelle donne, mentre in Giappone è stato preponderante negli uomini.

L’elemento che accomuna trasversalmente la formazione dei valori degli individui di sesso maschile giapponesi e statunitensi è caratterizzato dalla schiacciante preponderanza della dimensione pubblica, con un marcato orientamento soprattutto alla sfera individuale e a quella politica. Gli individui di sesso femminile, invece, di Giappone e Stati Uniti, non sono accumunabili da nessun orientamento particolare. Le donne americane mostrano un atteggiamento preponderante verso la dimensione privata (l’orientamento alla famiglia e ai figli come canale privilegiato), mentre le donne giapponesi, e questo è il dato più eloquente su cui riflettere, non hanno dimostrato in nessuno degli orientamenti proposti[3] alcuna particolare tendenza identificativa di genere, che fosse rilevante rispetto alle scelte dei partecipanti maschi. L’orientamento alla cultura e alla tradizione è risultato parimenti condiviso tanto da uomini quanto da donne, sia in Giappone che negli Stati Uniti.

Il passo ulteriore che questo studio si prefigge di compiere riguarda la fase dell’analisi multivariabile. Come interagisce, se interagisce, la variabile di genere quando uno degli orientamenti proposti in precedenza viene messo a confronto con una variabile demografica o relativa al capitale umano (status lavorativo, età, istruzione, ecc.)? Forniamo alcuni esempi tra i più rappresentativi.

Prendiamo in esame prima il campione di questionari statunitensi. Confrontando l’orientamento alla tradizione degli intervistati con il loro status lavorativo è emersa una chiara incidenza della variabile di genere: se un uomo occupa una posizione di lavoro prestigiosa e a tempo pieno, egli sarà più orientato alla tradizione rispetto al contrario. Viceversa, se una donna ricopre la stessa carica di responsabilità sarà meno orientata alla tradizione del suo collega maschio. Altresì, non riscontriamo nessuna incidenza della variabile di genere nel confronto tra l’orientamento alla famiglia e lo status lavorativo: è una questione che riguarda il “gradino” in cui si colloca la forza lavoro piuttosto che le implicazioni di genere dei soggetti.

Prendiamo in esame il caso giapponese. Mettendo a confronto l’orientamento dei partecipanti alla famiglia con la variabile “matrimonio” osserviamo delle sostanziali differenze di genere in quanto la vita matrimoniale induce un uomo ad essere più orientato alla famiglia rispetto ad una donna sposata, che lo è molto di meno. Questo è un indice importante e rappresentativo del divario che separa le aspettative femminili sul matrimonio e quanto queste vengano effettivamente tradite dalla realtà della condizione della donna coniugata. Confrontando invece l’orientamento alla tradizione con una variabile demografica come il rispetto per gli anziani, non notiamo alcuna discrepanza di genere in quanto l’importanza gerarchica degli anziani è una delle vertebre della società giapponese e riguarda in egual misura tanto gli uomini quanto le donne.

Le conclusioni a cui arriva questa ricerca deludono in parte alcune aspettative erroneamente precostituite e radicate. Per rispondere alla domanda che ci si era posti inizialmente, riscontriamo un’ingerenza della variabile di genere molto ridotta rispetto a quanto ci si poteva aspettare. Spesso la differenza dovuta al fattore “genere” è sparita nel momento stesso dell’introduzione di un’ulteriore variabile. Quello che appare certamente evidente è che, rispetto agli Stati Uniti, la società giapponese impone una mole maggiore di differenze di genere nella formazione dei valori degli individui, senza mancare di stupirci sfatando miti e stereotipi consolidati. In entrambi i casi si è assistito comunque ad una tendenza di omogeneizzazione culturale progressiva, processo in atto in tutte le società post-industriali con annesso ripensamento dei ruoli di genere che tradizionalmente vengono calati dall’alto nei contenitori di“uomo” e “donna”.

Loris Usai


[1] Sondaggi raccolti nel 1995 da International Longevity Center (New York) e International Longevity Center (Tokyo). Lo studio in questione è stato pubblicato nel Dicembre 2006.

[2] I due concetti di impegno verso la famiglia e di priorità del lavoro non entrano in collisione tra di loro, se si visualizza la famiglia in un’ottica giapponese, ossia come l’ultima appendice della sfera pubblica dell’individuo, contrariamente al concetto occidentale di famiglia che la inquadra come la massima espressione spazio-temporale in termini di realizzazione della sfera privata e personale. Per un uomo giapponese, in definitiva, dare assoluta precedenza ai compiti che il proprio ruolo lavorativo impone (e in sostanza non occuparsi praticamente della gestione della famiglia) corrisponde direttamente a manifestare un profondo e radicato interesse nei confronti del proprio nucleo famigliare.

[3] Orientamento individuale; orientamento politico; orientamento alla famiglia; orientamento alla tradizione; orientamento alla cultura.