Un romanzo corale: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non hanno mai un nome, i personaggi di Julie Otsuka. Nel suo primo, celebre romanzo (ancora inedito in Italia), When the Emperor was Divine (Quando l’Imperatore era un dio, 2002), sono una “madre”, una “figlia”, un “padre”, senza nome e senza volto perché potrebbero essere tutti i nomi e tutti i volti dei giapponesi rinchiusi nei campi di concentramento sperduti nei deserti più aridi e polverosi degli Stati Uniti. Sono, loro, i “nemici in casa”, e proprio per questo allontanati dalle città, dalle loro case, spossessati della loro vita, in nome di una paura tanto cieca quanto insensata.

 

È lo scavo nella memoria di una comunità, la lucida testimonianza di una discendente, ciò che sta alla base della scrittura di Julie Otsuka, nata nel 1962 negli Stati Uniti da genitori giapponesi, pittrice prima e poi, sotto l’urgenza della memoria, nel bisogno del ricordo, scrittrice.

 

Nessun nome neppure nel secondo romanzo, The Buddha in the Attic (2011) ora pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri con l’evocatore titolo Venivamo tutte per mare. L’opera è infatti corale, corale il racconto di un’illusione, quella di una vita migliore in un nuovo, accogliente Paese. La speranza delle cosiddette “spose in fotografia”, donne giapponesi sposate per procura a uomini giapponesi emigrati anni prima, mariti sconosciuti in terra sconosciuta che queste donne andavano a raggiungere.

 

Siamo all’epoca della prima ondata emigratoria di giapponesi nell’America del Nord, all’inizio del XX secolo. Gli uomini giapponesi emigrati verso gli Stati Uniti in cerca di lavoro, fuggiti da campagne battute dalle carestie, ancora immerse in una spaventosa miseria, cercano spose nella madrepatria e inviano fotografie chiedendo alle proprie famiglie di provvedere. E le spose accorrono, nella speranza di una vita migliore, verso quel marito di cui conoscono, o credono di conoscere, almeno il volto. Sulla nave, negli spazi angusti della terza classe, le donne si raccontano le loro paure, le loro speranze, i dubbi, le incertezze, la nostalgia di casa. Si consolano fra di loro, a volte si innamorano di un marinaio o di un passeggero gentile, si pentono della decisione di partire o cercano di convincersi della fortuna di una nuova vita. Soprattutto si raccontano.

 

Dalla traversata dell’oceano, all’incontro con i mariti, dall’impatto con una realtà sorprendentemente dura alla disillusione, la testimonianza di queste donne è data come da una voce, unica e molteplice al tempo stesso: la voce di un “noi” declinato all’infinito sulle esperienze e le reazioni più diverse.

 

Alcune di noi sulla nave venivano da Kyoto, avevano la pelle chiara e delicata, ed erano sempre vissute nella penombra delle stanze sul retro. Alcune venivano da Nara, e pregavano gli antenati tre volte al giorno, e giuravano di sentir ancora suonare le campane del tempio. Alcune erano figlie di contadini della prefettura di Yamaguchi, ragazze con i polsi grossi e le spalle larghe che non erano mai andate a letto dopo le nove. Alcune venivano da un piccolo villaggio nella prefettura di Yamanashi e avevano da poco visto un treno per la prima volta. Alcune venivano da Tokyo e avevano visto tutto […]”

 

La scrittura asciutta, priva di qualsiasi compiacimento, della Otsuka accompagna questa folta schiera di donne nella loro nuova vita e lo fa per mezzo di una prosa che, pur scarna, riesce ad essere lirica, a rendere vivide le immagini della vergogna, della speranza, dell’odio, della passione, della tenerezza che queste donne vissero e provarono, nel proprio corpo, sulla propria pelle. L’incontro con gli uomini e le donne americani, con i proprietari terrieri e con i bottegai, con le signore della middle class e le vicine delle baracche fra i campi è l’incontro con una realtà sconosciuta e spaventosa, è la consapevolezza della diversità, l’impatto con il razzismo. A questa quotidianità estranea e crudele non c’è modo di sottrarsi. L’ancora di salvezza, allora, l’unico legame con la propria identità è quel marito sconosciuto di cui magari non si è riuscite a riconoscere il volto al molo, tanto era vecchia la fotografia che aveva inviato in Giappone e che lo ritraeva più giovane e meno stanco, meno provato. Quel marito che da subito si era detestato, che si era rivelato violento, o freddo, o indifferente, o gentile, o premuroso. Comunque è quest’uomo a volte odiato, a volte sopportato, raramente amato, a rappresentare il tenue legame con il Giappone lontano, con il proprio mondo lasciato con dolore. L’unico individuo che, attraverso la sua esperienza, può aiutare a spiegare un sistema di vita così diverso da quello in cui si era cresciute.

 

Otsuka, a poco a poco, per brevi paragrafi scarni e incisivi che tanto ricordano un genere letterario classico della letteratura giapponese, lo zuihitsu[i] ci introduce nella quotidianità di queste donne, sino ad una svolta fatale: la deportazione delle comunità giapponesi in isolati campi di concentramento nel deserto, durante la seconda guerra mondiale. Così il filo del racconto si riannoda all’opera precedente della scrittrice,  costituendone un’ ideale anticipazione.

 

Abbandoniamo così le città, i quartieri, le case, seguendo le donne, gli uomini, i bambini giapponesi, in un nuovo calvario di privazione e dolore. Ognuno dice l’addio a suo modo, lasciandosi dietro qualcosa di sé, ad esempio quel qualcosa che dà il titolo originale al romanzo, The Buddha in the Attic, Il Buddha nella soffitta. Ognuna,  in quest’ora fatale ritrova il nome che l’autrice le restituisce come a volerne restituire la dignità. Così Shizue, Haruko, Chiye, Kimiko, Kiyono, Naruko e tutte le loro compagne ritrovano l’umanità nell’attimo in cui viene loro negata; “Alcuni di noi partirono piangendo. E alcuni di noi partirono cantando. Una di noi partì coprendosi la bocca con la mano e ridendo istericamente. […]  Kiyono partì dalla fattoria in White Road convinta di venire punita per qualche peccato commesso in una vita precedente. Devo aver calpestato un ragno. […] Chiye partì da Glendale ancora in lutto per la figlia maggiore, Misuzu, che si era buttata sotto un tram cinque anni prima. Penso a lei ogni minuto della giornata. Suteko, che non aveva figli, partì sentendosi delusa dalla vita. […] Fumiko partì da una pensione di Courtland scusandosi per qualunque problema potesse aver creato. Suo marito partì dicendole di allungare il passo e tenere la bocca chiusa, per favore. […] Kimiko lasciò la borsetta sul tavolo della cucina, ma se ne ricordò troppo tardi. Haruko lasciò un piccolo Budda ridente di ottone in un angolo della soffitta, e ancora oggi il Budda ride.

 

Rossella Marangoni

 



[i] Lo zuihitsu (lett. “lasciar scorrere il pennello”) è un genere letterario peculiare alla letteratura giapponese e comprende saggi diversi, pensieri o annotazioni, accumulati senza un ordine apparente o semplicemente per associazione di idee. Secondo il significato letterale, il termine permette di visualizzare una mano che traccia i caratteri col pennello seguendo liberamente i propri pensieri, quindi può essere ben tradotto con aforismi, miscellanea, pensieri sparsi, appunti, note, considerazioni, il tutto apparentemente annotato a caso.