Visitando Takamatsu 高松

 

Quando si decide di visitare il Giappone, spesso e volentieri ci si concentra sulle classiche mete turistiche: Tōkyō, perché è la capitale, nonché paradiso tecnologico per molti occidentali, e Kyōto, perché rappresenta l’essenza culturale del paese, quella brezza orientale che piace così tanto agli stranieri. Qualcuno a volte allarga i propri orizzonti concedendosi un tour più completo lungo tutta l’isola Honshū, fermandosi a Kamakura, Ōsaka e Nara. Alcuni si spingono fino alla regione del Chūgoku per fare visita al parco della pace di Hiroshima o per ammirare uno dei più rinomati simboli del Giappone, i famosi torii galleggianti del santuario Itsukushima (purtroppo quando ci andai questa porta scintoista era ben lontana dall’essere immersa nell’acqua, complice una bassa, anzi bassissima marea).

E lo Shikoku? Questa piccola isola, quarta a livello di grandezza, ha da subito catturato la mia attenzione nel momento in cui stavamo programmando il nostro tour nella parte meridionale del Giappone. Dovrà pur esserci qualcosa di interessante da vedere, visto che è una meta per milioni di pellegrini che ripercorrono i passi del giovane monaco Kukai (fondatore del buddhismo Shingon) facendo visita agli 88 templi dell’isola.

La nostra scelta cade su Takamatsu e su Naruto, entrambe sulla costa settentrionale dell’isola e ben collegate con lo Honshū. Qui è come se il tempo si fosse fermato, è come se tutto quel processo di occidentalizzazione/americanizzazione, così evidente nelle grandi metropoli, non sia mai arrivato. È un altro Giappone quello che si percepisce nello Shikoku (o forse è il vero Giappone?): Takamatsu è avvolta da una tranquilla quiete sin dalle prime luci del mattino. La stazione centrale è quasi deserta e di stranieri manco l’ombra. Gli unici “turisti” sono probabilmente altri giapponesi venuti dalla main island. Decidiamo di affidarci alla mia guida turistica che dedica alla città un quarto di pagina, un po’ poco, però è sempre meglio di niente.

Il castello di Takamatsu è immerso nel parco Tamamo, dove ogni sfumatura di verde appare in forte contrasto con lo splendore delle pietre, sistemate perfettamente in linea per tracciare i piccoli sentieri da intraprendere per raggiungere una delle sale da tè. Il castello sembra essere la versione in miniatura di quelli più famosi di Himeji e di Ōsaka, però si può percepire alla stessa maniera il potere esercitato dallo shōgun nel XVII secolo. Dal parco Tamamo decidiamo di dirigerci verso il rinomato museo delle cere – un Madame Tussaud’s giapponese che riprende minuziosamente i punti salienti dello Heike monogatari. È in questo momento che ci rendiamo conto non solo di essere le uniche turiste della città, ma di essere anche le poche persone che camminano per strada. Per fortuna lungo il nostro cammino ci sono dei konbini, dove poter chiedere informazioni, altrimenti sarebbe stato impossibile raggiungere il museo, che si trova in un posto praticamente abbandonato, ricordante più un parcheggio in periferia che una tipica meta turistica. La gentilezza dei giapponesi non smetterà mai di sorprendermi ed è uno dei tanti motivi per i quali adoro questo paese, in particolare in una città come Takamatsu, dove è ben evidente la “carenza” di turismo occidentale, gli abitanti cercano di fare del loro meglio per darci le giuste indicazioni e nel momento in cui esordiamo con la tipica frase Nihongo de daijōbu desu (“Va bene anche in giapponese”), vediamo come i loro volti e i loro occhi si riempiono di gioia e di stupore ed è in quel momento che la loro volontà di volerci aiutare diventa maggiore. Come ultima tappa decidiamo di andare al parco Ritsurin, un’immensa distesa verde dove la natura sembra aver trovato la sua tranquillità: ogni angolo del giardino è talmente perfetto, quasi da sembrare irreale. È come un’oasi pacifica, nonché un luogo ideale per lasciarsi abbandonare alla meditazione, almeno per due ore, il tempo necessario per visitare tutto il parco.

Giulia Bianco