Makiko Kasuga, “Mizugame” e la poesia giapponese “tanka”

Paolo Lagazzi
Makiko Kasuga, “Mizugame” e la poesia giapponese “tanka”

– I –
Rispetto alla fortuna, nell’Occidente moderno, dello haiku – forma classica del lirismo giapponese sigillata in tre soli, folgoranti e leggerissimi versi (quinario, settenario, quinario) –, assai più contenuta è stata la circolazione, attraverso le antologie europee e americane, del tanka, l’altra forma canonica, presente fin dai tempi più remoti della tradizione poetica del Sol Levante. In realtà il tanka ha giocato un ruolo cruciale nella civiltà nipponica, tanto da essere a lungo inteso come la modalità per antonomasia dell’espressione lirica; per questo, un tempo, era designato come waka, cioè come “poesia giapponese” tout court. Articolato in cinque versi (quinario, settenario, quinario, settenario, settenario), il tanka possiede, in confronto alla brevità volante e mistica dello haiku dei maestri, qualcosa come un germe di narratività, un seme discorsivo, un principio di dilatazione della voce, ma sa contenere tutto ciò in una tessitura stringata di accordi, come se l’idea poetica, appena tentata di lanciarsi in una fuga di immagini, venisse richiusa dalla mano dell’autore al modo di un flessibile ventaglio. Accostabile, in un certo senso, al nostro madrigale, proprio come quest’ultimo il tanka ha saputo incarnarsi nel corso dei secoli in colori, timbri, riverberi assai diversi tra loro, pur conservando sempre la stessa struttura sillabica. Anche i suoi temi sono molto cambiati nel tempo: dagli argomenti topici della cultura feudale (anzitutto un’idea dell’amore assai prossima allo spirito “cortese” dell’Europa medievale), il tanka si è aperto via via a contenuti diversi (basti pensare ai personalissimi, deliziosi e un po’ ebbri componimenti di un Ryōkan, sorta di santo clown della tradizione zen vissuto nell’epoca Edo), per arrivare infine a dispiegarsi, attraverso l’era Meiji e il Novecento, in una serie di pronunce più o meno sperimentali, comunque assai spesso capaci di riplasmare l’antico modello metrico alla luce d’una sete di novità che deve molto, senza dubbio, alle avanguardie moderne dell’Occidente.
Figlia di un famoso autore di tanka, Tsunenori Matsuda, redattore della più celebre rivista giapponese (“Mizugame”) dedicata a questa forma poetica, Makiko Kasuga ha pubblicato la prima raccolta nel 1972. Da allora la sua attività come creatrice di tanka e come organizzatrice di attività per la diffusione del tanka si è sviluppata con forza inesausta, tanto da porla in quel crocevia di attenzioni e riconoscimenti che occupano solo le figure dei maestri. A tutt’oggi le sue raccolte ammontano a dieci. La nuca di Maitreya (a cura di Yasuko Matsumoto e Paolo Lagazzi, Moretti & Vitali 2011) è la sua prima scelta antologica offerta al pubblico italiano.
A monte della parabola lirica della signora Kasuga occorre ricordare i dibattiti, le idee, le polemiche nella cultura giapponese riguardo alla pratica e al destino del tanka dalla fine dell’Ottocento ai nostri giorni. Dalle opere, in contrasto tra loro, di Akiko Yosano e Shiki Masaoka (tesa, la prima, a una concezione romantica, appassionata e soggettiva del tanka, votato, il secondo, a un’asciutta pratica realistica delle forme poetiche), alla convivenza incrociata all’inizio del Novecento fra i tanka “naturalisti” e quelli d’imprinting surrealista; dalle critiche al tanka (visto, insieme allo haiku, come un’espressione d’arte minore, inadeguata alla complessità moderna) formulate dopo la seconda guerra mondiale da Takeo Kuwabara, fino alla riscoperta della sua vitalità a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta attraverso pratiche ludiche e addirittura parodiche dello stile, o attraverso robuste iniezioni di termini attinti al linguaggio quotidiano, il terreno di questa forma poetica è stato arato in lungo e in largo, esplorato, rivoltato e difeso, usato per produrre frutti molteplici. Di fronte a tutto ciò la voce di Makiko Kasuga ha saputo trovare delle vie espressive profondamente originali, per quanto mai refrattarie al dialogo con le posizioni altrui.
Uno fra i testi più struggenti della signora Kasuga parla del Giappone come di una “piccola terra” esposta ai terremoti e agli tsunami, “facile da ferire”. Dopo l’immane catastrofe sismica che ha colpito questo paese nel marzo 2011, versi simili suonano più che profetici: sono un richiamo a quella coscienza della loro fragilità che dovrebbe accomunare tutti gli uomini, non certo solo i giapponesi. Di fronte alle cieche illusioni della modernità, alla sua presunzione di dominare il mondo, la poesia resta forse l’ultima voce non ideologica, capace di opporre alle “onde d’urto” del nonsenso il battito dei nostri cuori. Mentre dalla storia e dalla natura stravolta nascono sempre nuove minacce, i tanka di Makiko Kasuga ci parlano ancora della possibilità di resistere semplicemente ritrovando dentro ciascuno di noi ciò che ci fa unici, ricchi anche nella povertà, irriducibili al nulla:
Seppure siano
curvati o ventilati
i suoi rami,
un olmo solo sta in piedi
sino alla fine del cielo.

– II –

Lo scorso 7 aprile, in occasione del centenario della nascita di “Mizugame”, si è tenuto a Tokyo, presso l’hotel Keiō Plaza, un dialogo sull’incontro fra la poesia giapponese e quella italiana e sul futuro della poesia nel mondo (“La luce sia nelle parole”). Patrocinato dalla signora Kasuga, il dialogo ha avuto luogo tra Hiroshi Shino (poeta e presidente dell’associazione dei letterati), il sottoscritto, Yasuko Matsumoto e Suketada  Sakai (critico letterario e consigliere tecnico della redazione di “Mainichi”,  uno dei più importanti quotidiani giapponesi). Nell’occasione il professor Shino mi ha sottoposto sei tanka contemporanei (tra cui uno composto da lui stesso) chiedendomi di commentarli dal mio punto di vista di lettore e critico italiano. Li cito qui nella versione di Yasuko Matsumoto, facendo seguire a ciascuno di essi il mio commento.

Se non m’addormento
divento un fuoco,
poi lo spengo
nel momento in cui
biancheggiano le cose.

Saishū Onoe

Mi hanno sempre affascinato le poesie che sanno esplorare le situazioni “di soglia”, i momenti di passaggio da un esterno a un interno o viceversa, il trascolorare dell’estate nell’autunno o dell’autunno nell’inverno, l’incontro-scontro tra le voci e il silenzio, l’abbraccio del giorno con la notte o della luce col buio… Questo tanka esprime proprio una situazione del genere: quando non riesce a dormire, il poeta “brucia” nel buio notturno; la sua insonnia diventa una forma di lenta arsione che si placa solo nel momento in cui giunge l’alba. In “biancheggiano le cose” l’alba non viene nominata esplicitamente, ma l’espressione sfuma la figura del “fuoco” entro uno spazio vasto, vago e rigenerante offrendo al nostro sguardo – dapprima colpito, quasi ferito da un bagliore eccessivo – una luce dolcemente aperta al rinnovarsi quieto del mondo.
In italiano c’è una poesia giovanile di Attilio Bertolucci che si potrebbe avvicinare a questa; s’intitola Insonnia e suona così:
Come cavallo
che meridiana ombra impaura
s’impunta il sonno,
finché l’alba sbianca l’oriente.
Allora, stanco, si rimette a trottare
per borgate che si svegliano,
davanti a osterie che riaprono
da cui escono voci
e un fresco odore di grappa.

Il testo di Bertolucci è più lungo di quello di Saishū Onoe: si sviluppa per nove versi. Benché la differenza tra le due poesie sia evidente, in un certo senso il cavallo di Bertolucci, metafora per l’insonnia (o per il sonno che “s’impunta”, che recalcitra, che resiste ai richiami) si può avvicinare al fuoco di Onoe poiché entrambe le figure ci comunicano una sorta di irrequietezza, il senso di un attrito, di una dissonanza, di una tensione. Allo stesso modo le cose che “biancheggiano” nel tanka si possono confrontare col “fresco” finale di Bertolucci, col suo spirito leggero, segnato da un abbandono liberatorio al sonno, da una pace del corpo e dell’anima finalmente possibile mentre “l’alba sbianca l’oriente”.

***

Dal Giappone
vogliono espatriare
sia il pinguino
imperatore
sia il suo allevatore.

Kunio Tsukamoto

Questo tanka, chiaramente ironico, dissacra la figura dell’imperatore con parole che un tempo sarebbero state impensabili nella cultura giapponese, benché tra i grandi artisti e poeti del Giappone sia sempre stato presente anche lo spirito taoista e zen della leggerezza, del paradosso, dello humour e del gioco (basti pensare a Sengai Gibon). Il “pinguino imperatore” è una razza particolare di pinguini, ma qui è anche, maliziosamente, l’imperatore visto nel suo lato grottesco, vacillante, ormai insostenibile di fronte alla storia. Se qualcuno ci ricorda questo “pinguino” imperiale è l’immortale, umanissimo vagabondo creato da Charlie Chaplin. Barcollando come quell’omino insieme buffo e triste, questo imperatore reincarnato in un pinguino desidera “espatriare” forse per dimenticare chi è stato, quanti e quali errori si sono commessi in suo nome, quanto ridicola sia ogni pretesa di onnipotenza di fronte all’evanescenza delle creature, alla fragilità delle idee e delle cose.
***

A notte fonda
quando mi sveglio, anche se è notte
nitidamente
cadono senza sosta
i fiori di ciliegio.

Akiko Baba

Come nel tanka di Saishū Onoe che abbiamo letto prima, anche qui c’è un contrasto fra il buio della notte e un chiarore che gli resiste: in questo caso si tratta della caduta senza tregua dei fiori di ciliegio, una specie di delicatissima ma “nitida” nevicata che palpita come lo sfarfallio degli istanti. Questo tanka me ne ricorda uno, molto intenso, della signora Kasuga:

Nel giorno lungo,
nuvoloso, schizza l’acqua
dal tonfo dei fiori
di camelia che continuano
a cadere dai rami piegati.

Anche nei versi di Makiko Kasuga il precipitare dei fiori di camelia è una “figura” dello scorrere incessante del tempo. Mentre nel tanka di Akiko Baba, però, l’effetto è puramente ottico, immerso in un profondo silenzio notturno, in quello diurno della signora Kasuga è come se udissimo una musica d’acqua, una serie di cadenze fatte di piccoli “tonfi”. Forse i due tanka alludono a due diversi sentimenti del tempo, uno pacato e fluttuante, l’altro sottilmente drammatico, benché entrambi evocati su un fondo d’anima irriducibile al linguaggio verbale.
***
Mi appassiona
la parola di
Larousse:
“Semino, affidandomi
a tutto il vento”.

Hiroshi Shino

Questo originale tanka del professor Shino si ispira all’emblema di una delle più famose case editrici francesi, la Larousse, un’immagine in cui, attorno a una donna che ha in mano un soffione ed è in procinto di disperderlo, soffiando, in piccolissimi frammenti, sono scritte queste parole: Je sème à tout vent, “ Semino a tutto vento”. Interpretandole come può fare solo un poeta, Hiroshi Shino le trascrive così: “Semino, affidandomi / a tutto il vento”. In questa trascrizione il motto francese diventa un inno alla libertà di sperimentare, di fare delle proprie parole dei semi, delle tracce, delle scintille da gettare in ogni direzione, da abbandonare a quella forza che attraversa e sposta tutte le cose, e che potremmo chiamare il vento del possibile.

***
Nell’attimo
di accendere un fiammifero
la nebbia sul mare
si estende, c’è una patria
per cui immolarmi?

Shūji Terayama
Il tanka di Shūji Terayama è straordinariamente pregnante, capace di condensare un’intera riflessione storica, ideologica e morale in un’immagine. Mentre sfrega un fiammifero, forse per accendersi una sigaretta, un uomo (il poeta stesso in veste di soldato?) intravede, oltre il bagliore vacillante della fiammella, un banco di nebbia che si espande sulla superficie del mare. Questa nebbia pare sommergere tutto: ogni certezza, ogni forma, ogni pensiero chiaro e distinto. Che senso ha, di fronte allo svaporare della realtà, pensare alla patria e credere che sia giusto immolarsi per difenderla? Anche se il tanka non aggiunge altro, vorrei continuare a lasciarlo vibrare dentro di me: prima ancora che una qualsiasi risposta sia affiorata nella coscienza dell’uomo, ecco che la fiammella si è già spenta mentre la nebbia continua a dilagare…
Non occorre molto altro per denunciare l’insensatezza di ogni guerra e di ogni logica bellica. Nella sua bruciante brevità, questo tanka ha la stessa forza di certi indimenticabili film antimilitaristi: penso in particolare a La grande guerra di Mario Monicelli e a Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick.
***

Gira, rigira
ruota panoramica!
Il ricordo a te
rimane un giorno,
per me è di una vita.

Kyoko Kuriki
Dopo “l’eterno ritorno” di Nietszche, molte sono, nella letteratura, nell’arte e nel cinema del Novecento, le immagini di giostre, ruote, trottole o cose simili che possiamo leggere come metafore dell’infinito movimento circolare della vita, del suo rifare gli stessi percorsi in un gioco che non porta a null’altro se non al proprio ripetersi. Se dovessi indicare tra queste immagini una delle più simboliche e ricche di pathos, proporrei la ruota panoramica al Prater di Vienna nel film di Carol Reed Il terzo uomo interpretato da Orson Welles. Anche tra le poesie in versi liberi di Kikuo Takano (raccolte in parte nell’antologia Nel cielo alto edita nel 2003 da Mondadori) ce n’è una che s’intitola La trottola, un bellissimo testo in cui lo strambo coraggio di girare su se stessa, sfidando le vertigini, di una trottola diventa una struggente, tragica metafora della condizione umana, del suo essere appesa a un bisogno sfrenato e illusorio di stordirsi per dimenticare la propria vanità, la “noia” del proprio nulla:

Neanche l’amore più profondo
o la più alta solitudine
possono farti stare ritta.
Per te stare ritta è girare
inutilmente intorno a te stessa.

Eppure
girando invano
intorno a te
quali capogiri,
quanta vita hai trascorso!

E chi mai, in questo modo,
a tanta noia ancora
proverebbe a resistere?
Nel tanka di Kyoko Kurai il girare e rigirare della ruota panoramica sembra legato alla dolorosa rottura di una storia d’amore: se chi se n’è andato ricorderà ciò che è avvenuto solo per un giorno, chi è stato abbandonato continuerà a ricordare per tutta la vita. Questo significa, come ha scritto Eliot, che Time the destroyer is time the preserver, “Il tempo che distrugge è il tempo che conserva”: la ruota che ci allontana dal passato ci riavvicina ad esso, perché nulla è mai davvero perduto, nulla è mai davvero conquistato nella dolcezza e nel tormento delle nostre illusioni.