Kazuto Takegami – ACQUA VENTO TERRA – La mostra raccontata dall’artista

Il mondo dell’arte non si può dividere in monolitici compartimenti stagni. Esistono numerosi artisti che travalicano le barriere e le suddivisioni canoniche tra “arte occidentale” e “arte orientale”, o tra “presente” e “passato”, unendo nel loro linguaggio e nella loro sensibilità componenti eterogenee derivanti da più tradizioni. Uno di loro è certamente Kazuto Takegami, artista giapponese residente in Italia da quasi vent’anni, che sembra aver dedicato la sua eclettica ricerca artistica al superamento di categorizzazioni limitanti, cercando sempre il modo più autentico e immediato di trasmettere sulla tela ciò che vede e ciò che sente.

Abbiamo voluto incontrarlo a pochi giorni dalla chiusura della sua mostra “ACQUA VENTO TERRA” – ospitata da AD Gallery di Anna Deplano – per porgli alcune domande non solo sull’esposizione che si sta per concludere, ma anche sul suo modo di concepire l’arte, che quasi sempre coincide con la sua vita in generale.


“La mostra è andata molto bene” esordisce Takegami “Ha incontrato fin da subito l’interesse dei visitatori della galleria. In molti mi hanno raccontato che la prima cosa che li ha colpiti sono stati i colori e la luce che si percepiscono nei dipinti. Era proprio quanto volevo esprimere. Volevo dipingere quadri dove si sentono i rumori e si avverte il movimento. Dove si sentono l’aria e l’acqua. Uso una spatola per dipingere, perchè il pennello non è sufficiente a far capire il moto delle ombre o delle nuvole”.

Takegami, nato in Giappone nel 1970, si trasferisce a Milano nel 1998, dopo aver vinto una borsa di studio dell’Accademia di Brera, e da allora non ha mai abbandonato il nostro Paese. “All’inizio avevo intenzione di rimanere in Italia solo per due, tre anni, grazie alla borsa di studio di Brera. Volevo imparare la tecnica dell’affresco, conoscere gente, creare nuovi contatti. Alla fine mi sono creato una nuova vita qui. Mi ha stupito inizialmente come tutto fosse diverso dal Giappone. Là è tutto più preciso, qua invece può capitarti di trovare una scritta su un muro o una sigaretta sul marciapiede. Ma è bellissimo, trovo un sacco di idee per dipingere“. Proseguendo la conversazione, racconta di aver pensato solo una volta di tornare in Giappone, nel 2008, in seguito alla scomparsa del padre. “Mi sono trovato molto in difficoltà allora. Ho smesso di dipingere per quattro o cinque anni. Ho ricominciato a mettere i miei sentimenti sulla tela solo dopo aver iniziato a praticare triathlon. E’ stato allora che sono tornato a vedere la natura e i colori”.

Takegami pratica questo sport da cinque anni e dipinge quello che percepisce durante una corsa o durante un giro in bicicletta, la bellezza dell’acqua, il rumore del vento, l’ombra dei ciclisti. La mostra in corso in questi giorni è incentrata proprio su questo tema. La tela viene utilizzata come un personalissimo diario su cui l’artista scrive quello che sente, quello che prova o quello che vede. Come ci racconta lui stesso “non è solo quello che ho vissuto, ma anche quello che ho semplicemente visto.” Ci sono rappresentazioni di foto o addirittura di immagini televisive con tanto di scritte in sovraimpressione e loghi dei canali fedelmente riprodotti.

Parlando delle sue principali influenze, Takegami sottolinea “Ho uno stile che cambia molto e di conseguenza sono molti gli artisti che mi piacciono e da cui in qualche modo ho imparato qualcosa. Per esempio, ho studiato molto il pittore francese Nicolas De Staël per quanto riguarda la composizione. Era un astrattista, ma alla fine della sua vita è tornato a soggetti realistici. Anche Giorgio Morandi è stato per me fonte di ispirazione, così come il napoletano Francesco Clemente. Non sono vere e proprie influenze, però, dipingo semplicemente quello che vedo e quello che sento, anche se ci sono tanti artisti che stimo e mi piacciono, altri che mi piacevano e ora non più. Quando ero giovane, ad esempio, ammiravo molto Yoshitomo Nara e Shinro Otake. Ora non mi piacciono più. Penso sia normale. E’ la stessa cosa di quando in passato mangiavo sempre carne, e ora mangio solo pesce. Le cose cambiano.”

Cambiamento. Questa è la parola che descrive meglio il suo stile, in costante e coerente evoluzione. “Sono arrivato dove sono arrivato. Alcuni mi dicono di percepire rimandi a Hokusai [Katsushika, il più celebre artista dell’ukiyoe N.d.R.], ma io non me ne accorgo. Solo in un caso ho voluto rifarmi volontariamente a uno stile pittorico preesistente. E’ stato con la serie “A bassa voce” del 2009, dove ho voluto riprendere la tradizione pittorica giapponese a inchiostro, riproducendo in bianco e nero gli alberi, il cielo, la pioggia, l’aria. E’ stato dopo la morte di mio padre. I colori sono tornati dopo.”

Allo stesso modo, Takegami non percepisce una distanza o delle differenze sostanziali tra il modo occidentale od orientale di percepire l’arte. “Dentro di me non c’è un orientale o un occidentale, si tratta solo della realtà che vedo. Penso che concetti come la nazionalità abbiano poca importanza nel mondo dell’arte. Ogni artista ha uno stile unico e differente che non per forza rispecchia la sua provenienza. Anzi, a volte mi sembra che si cerchi di prendere le distanze dal Giappone, come Nara che ha vissuto per un lungo periodo in Germania. Penso che molti artisti non vogliano fare opere che urlino “sono giapponese” e i collezionisti d’arte non li cercano per quello. Non ci sono stereotipi nell’arte.”

Obiettivi per il futuro? “Finita questa mostra, ho qualche progetto che vorrei concretizzare. All’inizio della mia carriera ho partecipato ad alcune mostre in Giappone, ma da allora non ce ne è più stata l’occasione. Ora grazie a una mia amica gallerista di Nagoya – triatleta anche lei – vorrei cercare di portare alcune mie opere in Giappone il prossimo anno. Dobbiamo ancora definire i particolari, ma l’interesse è forte da entrambe le parti. Mi piacerebbe provare a mostrare in Giappone quello che ho imparato in Italia, come la tecnica dell’affresco, così come qui a Milano ho cercato di utilizzare tecniche di origine giapponese, come la pittura a inchiostro. Alla fine, l’arte italiana e l’arte tradizionale giapponese si assomigliano molto. Sono entrambe frutto di tecnica, precisione e cura ai dettagli, proprio come l’arte artigianale giapponese – quella della lavorazione della ceramica o dei kimono, ad esempio.”


Federico Moia