Recensione: "Divinità e demoni femminili giapponesi" di Silvia Favaretto

"Divinità e demoni femminili giapponesi"

Nell’immaginario comune tarocchi e oracoli spesso si congiungono e, a chi non ha interesse per questo magico mondo, risultano comparabili o addirittura equivalenti. Le funzioni che svolgono sono, effettivamente, simili: rivelano, attraverso la divinazione, previsioni sul nostro futuro o interpretazioni del nostro presente.

Nei tarocchi, però, si ha un numero specifico di carte, tra arcani minori e maggiori, e una serie di figure che si ripetono tra le varie edizioni, mentre negli oracoli si ha più libertà nel disegnare un mazzo: quello di Silvia Favaretto, che accompagna il manuale “Divinità e demoni femminili giapponesi”, propone interessanti rivisitazioni delle figure folkloristiche giapponesi, tra kami, yōkai, onryō e altre entità che ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di noi stessi, ma anche di passate ere nipponiche per mezzo delle particolari illustrazioni.

Nelle moderne interpretazioni di Silvia Favaretto, le figure che tradizionalmente sono consumate dalla gelosia o dalla passione, che si trovano punite per atti fuori dal loro controllo, ricevono ognuna una grazia, e vedono il loro destino tramutato in qualcosa di più gentile, un’offerta di un ramo di ulivo in segno di riappacificazione con sé stesse.

Le illustrazioni sono semplici, ma cariche di significato e di simbolismi su cui il soggetto della lettura si può proiettare e in cui si può rivedere. Attraverso uno dei metodi di consultazione offerti al lettore, si ha la possibilità di fare domande all’oracolo per identificare un problema e la sua possibile soluzione, oppure leggere il proprio passato, presente e futuro con una nuova chiave di comprensione. Ogni mito legato a queste figure è rivisto in un’ottica generale, per cui chiunque può ritrovarsi nelle carte senza focalizzarsi sul senso stretto delle storie a cui fanno riferimento.

Il mazzo offre quindi un interessante spunto sia per chi è già familiare con il folklore giapponese, sia per chi ci si deve ancora avvicinare. Chi invece non ha ancora confidenza con la cultura mitologica giapponese, avrà sicuramente modo di scoprirne una parte attraverso le divinazioni e la consultazione del manuale.

 

Beatrice Artico, studentessa


Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku

Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.

Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.

Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.

La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.

Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.

Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.

Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.

La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.

Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.

Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.

Dr Elena Maria Colizzi

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le vacanze dei reali: ville imperiali nella natura giapponese

Lontano dal fragore delle capitali e dal caldo torrido dell’estate, esistono in Giappone luoghi dove il tempo sembra rallentare. Sono le residenze di villeggiatura della famiglia imperiale: ville eleganti, immerse nella natura, sorte tra l’Ottocento e il Novecento. Si tratta di un patrimonio spesso poco conosciuto, ma ancora oggi capace di raccontare una storia unica tra estetica e potere.

Queste residenze estive non nacquero, infatti, come semplici luoghi di svago, ma come spazi pensati anche per la rappresentanza diplomatica, la cura della salute e la contemplazione estetica.

Alcune di queste dimore, come la villa imperiale di Tamozawa a Nikkō, coniugano l’eleganza architettonica giapponese con influssi occidentali, a testimonianza di un periodo di modernizzazione culturale. Altre, come la villa di Hayama, si affacciano sul mare e offrono rifugi silenziosi per l’imperatore e la sua famiglia. Persino il paesaggio naturale – il bosco, il giardino, la risaia – diventa parte integrante dell’esperienza residenziale, secondo una concezione estetica radicata nel pensiero aristocratico giapponese.

Ancora oggi, alcune di queste ville continuano ad accogliere la famiglia imperiale, mentre altre sono diventate musei o parchi aperti al pubblico. Visitandole, si entra in contatto con un’idea dell’estate fatta di distacco simbolico dal mondo quotidiano, di equilibrio tra potere e contemplazione. Una forma di villeggiatura che, al di là del privilegio, racconta un modo profondamente giapponese di abitare la natura e il tempo.

Residenze immerse nella natura 

Tra i verdi monti di Nikkō, avvolta dal silenzio dei cedri e dalla fresca brezza delle alture, si cela una delle più affascinanti testimonianze della villeggiatura imperiale giapponese: la Villa Imperiale di Tamozawa. Costruita nel 1899 per offrire un rifugio estivo al Principe Ereditario Yoshihito, futuro imperatore Taishō (1912 - 1926), questa residenza rappresentò anche una delle prime espressioni materiali del nuovo stile di vita imperiale, capace di coniugare rappresentanza, benessere e contemplazione.

La villa sorse su fondamenta storiche: alcune sue sezioni risalivano al periodo Edo e furono trasferite da precedenti palazzi imperiali, creando così un complesso che univa armoniosamente stili architettonici di epoche diverse. Il risultato fu una dimora in legno di oltre cento stanze, tra le più grandi dell’intero Giappone, in cui si alternavano lunghi corridoi, fusuma (pareti scorrevoli tradizionali giapponesi) decorate con motivi naturalistici e sale da ricevimento dedicate ad accogliere anche funzionari occidentali, arricchite da elementi moderni come tavoli da biliardo e impianti di illuminazione elettrica.

Ma la funzione di Tamozawa non fu solo stagionale. L’imperatore Hirohito (Shōwa, 1926 - 1989) vi si rifugiò durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale: ancora oggi, è possibile individuare nel giardino i rifugi antiaerei scavati nel terreno. Dopo un periodo di abbandono, la villa è stata restaurata e riaperta nel 2000 come museo, permettendo a chi la visita di immergersi nei ritmi e nei rituali dell’aristocrazia imperiale.

Altra località prediletta fu Hakone, celebre per i suoi panorami montani e le sue sorgenti termali. Qui, sulle sponde del Lago Ashinoko, fu costruita nel 1886 la Villa Imperiale di Hakone (Hakone Rikyū), destinata a ospitare l’imperatore Meiji e la sua corte durante i mesi più caldi. A differenza di Tamozawa, Hakone aveva una funzione ancora più sanitaria: l’altitudine, l’aria fresca e le celebri acque termali della zona offrivano condizioni ideali per una villeggiatura salubre e rigenerante. 

Ancor più di altre residenze, inoltre, Hakone fu un importante teatro della diplomazia imperiale: il promontorio naturale su cui si ergeva offriva una vista spettacolare sul lago e, nelle giornate più terse, sull’inconfondibile profilo del Monte Fuji, cornice ideale per ricevere ospiti stranieri. Tra le sue sale vennero accolti regnanti europei e ministri provenienti da tutto il mondo, dall’Austria al Siam. L’edificio originale fondeva sapientemente architettura giapponese e suggestioni occidentali, offrendo agli ospiti un ambiente che fosse al contempo tradizionale e aperto al moderno.

Purtroppo, il complesso fu quasi completamente distrutto dal Grande Terremoto del Kantō del 1923 e successivamente danneggiato dal sisma del Kita-Izu nel 1930. Tuttavia, lo spirito del luogo non andò perduto: nel 1946 l’area fu donata alla prefettura di Kanagawa, che trasformò il sito in uno spazio pubblico. Così nacque il Parco Onshi-Hakone, un giardino paesaggistico che oggi conserva l’essenza della residenza originaria: tra i vialetti curati e le terrazze panoramiche, il visitatore può ancora intuire il gusto estetico dell’aristocrazia Meiji.

Geografia politica

Nel Giappone moderno, la villeggiatura imperiale non fu mai un atto neutro o semplicemente privato. La scelta di ritirarsi stagionalmente in luoghi come Nikkō, Hakone o Nasu rispondeva a una precisa logica politica, simbolica e territoriale per cui il sovrano, incarnazione vivente dello Stato secondo la Costituzione Meiji, non si limitava a “fuggire” dall’afa estiva della capitale, ma tracciava con i suoi spostamenti una vera e propria geografia del potere. Ogni residenza stagionale diveniva un polo di influenza, un’estensione del centro imperiale verso le periferie, spesso scelte per la loro bellezza naturale, la salubrità dell’aria e il legame col pensiero shintō.

Allontanarsi da Tōkyō per stabilirsi temporaneamente in aree più remote significava, da un lato, riaffermare la continuità tra corte imperiale e territorio nazionale, in una visione capillare del potere; dall’altro, offriva occasioni strategiche per esercitare soft power attraverso l’ospitalità internazionale, il sostegno alla scienza e la promozione turistica. Molte delle ville estive, infatti, erano progettate per accogliere dignitari stranieri, artisti e scienziati, come nel caso della Hakone Rikyū, dove lo stile giapponese si incrociava con elementi occidentali, o della villa di Nikkō, visitata da membri della nobiltà europea. Questi spazi ibridi non solo esprimevano il dialogo tra tradizione e modernizzazione, ma si facevano palcoscenico del prestigio imperiale.

Nel contempo, la presenza della famiglia imperiale in queste località comportava benefici tangibili per le comunità circostanti: le infrastrutture e i servizi venivano migliorati, seppur nel rispetto della conservazione del paesaggio naturale. 

La villeggiatura imperiale, quindi, non era solo un momento di riposo, ma anche un gesto di legittimazione territoriale, un atto di rappresentanza internazionale, uno strumento di influenza culturale e un veicolo della visione ecologica del potere. Persino in vacanza, l’imperatore non smetteva mai di esercitare il proprio potere e, soprattutto, di adempiere ai propri doveri.

Continuità e uso nel tempo

La tradizione della villeggiatura imperiale giapponese ha saputo attraversare le epoche adattandosi al mutare della società e della sensibilità dei sovrani. La Villa Imperiale di Nasu, edificata nel 1926 su un terreno appartenente alla famiglia imperiale fin dal 1890, incarna perfettamente questa continuità. Fu l’allora principe ereditario Hirohito (futuro imperatore Shōwa) a scegliere personalmente il luogo, colpito dalla vista sui monti durante una visita nel 1923. Qui, pochi anni dopo, iniziò la sua consuetudine estiva, culminata simbolicamente nella sua prima ascesa al monte Chausu, vetta più alta della prefettura.

Fino ai giorni nostri, Nasu è rimasta una residenza estiva privata per gli imperatori, ma il suo ruolo non è stato solo simbolico o ricreativo. La villa ha contribuito infatti a plasmare l’identità del luogo, trasformandolo in una delle mete estive più apprezzate del paese, con milioni di visitatori ogni anno. Nel 2008, grazie a una decisione dell’imperatore Akihito, circa metà della vasta tenuta fu aperta al pubblico e integrata nel Parco Nazionale di Nikkō, con un gesto che ha unito il rispetto della tradizione alla valorizzazione del bene collettivo.

Particolarmente interessante è la vocazione scientifica e naturalistica che ha accompagnato la frequentazione della villa: lo stesso Hirohito si dedicò per decenni allo studio dei protisti e delle piante locali, pubblicando quattro volumi sulla flora di Nasu e lasciando in eredità una collezione di oltre 60.000 esemplari ora conservata presso il Museo Nazionale di Scienze Naturali di Tōkyō. Suo figlio Akihito ha proseguito questa linea di ricerca con studi sulla classificazione dei pesci della famiglia dei gobidi, mentre l’attuale imperatore Naruhito, appassionato di escursionismo, è oggi impegnato attivamente nelle politiche di conservazione delle acque.

Così, quella che era nata come una fuga estiva dal caldo cittadino si è trasformata nel tempo in un crocevia di cultura, scienza e paesaggio, testimoniando il profondo legame tra la famiglia imperiale e la natura giapponese.

Sofia Dagradi, studentessa


Il Giappone che non ti aspetti: alla scoperta delle sue spiagge 

Se si chiedesse a un campione eterogeneo di persone cosa venga loro istintivamente in mente pensando al Giappone, le risposte più comuni sarebbero probabilmente “i ciliegi in fiore”, “i giardini zen”, “il Monte Fuji” o “i grattacieli e le luci al neon di Tōkyō”.

Eppure, il Giappone è un arcipelago bagnato dall'Oceano Pacifico, e le isole della prefettura di Okinawa offrono spiagge di sabbia bianca che possono tranquillamente competere con quelle di Honolulu. 

Scopriamo dunque insieme uno degli aspetti meno conosciuti - ma non per questo meno affascinanti - di questo Paese: il suo meraviglioso mare.

Umi biraki

Pur trattandosi di un paese dalle dimensioni relativamente contenute, il Giappone sorprende per un’incredibile varietà regionale. Esteso in lunghezza per circa 3000 chilometri e composto da ben 430 isole abitate, offre paesaggi naturali estremamente diversi. 

La stagione balneare riflette questa varietà: l’apertura ufficiale delle spiagge, chiamata Umi biraki (letteralmente “apertura del mare”), varia radicalmente a seconda delle località. A inaugurare la stagione sono le isole dell’arcipelago di Ogasawara, nel mezzo del Pacifico: qui, sulle isole Chichijima e Hahajima, è possibile fare il primo tuffo dell’anno già dal 1° gennaio, grazie al clima tropicale e a temperature che si aggirano intorno ai 20° anche in pieno inverno. All'estremo opposto troviamo lo Hokkaidō, prefettura settentrionale poco distante dalla Russia, dal clima rigido, dove le spiagge aprono solo verso la fine di luglio.

Molto più accessibile dall'isola principale dello Honshū - dove si trovano i grandi centri urbani come Tōkyō, Ōsaka e Kyōto - è la prefettura di Okinawa: una vera e propria perla tropicale amata dai turisti locali e internazionali, dove è possibile nuotare in acque cristalline da marzo a novembre.

La giornata dell’Umi biraki non rappresenta però soltanto l’apertura ufficiale degli stabilimenti: soprattutto nel sud del Giappone, infatti, viene celebrata con cerimonie shintō in cui si pregano gli spiriti del mare affinché garantiscano la sicurezza dei bagnanti. In alcune spiagge, in particolare quelle frequentate da famiglie, è ancora oggi possibile assistere alla tradizionale benedizione delle acque: sacerdoti shintō, vestiti di bianco, lanciano ramoscelli di sakaki (albero considerato sacro) tra le onde, accompagnati da canti rituali.

Il mare occupa da sempre un posto centrale nell'immaginario giapponese e le divinità marittime sono numerose nel pantheon shintō. Secondo i miti della creazione, la prima isola del Giappone, Onogoroshima, nacque quando le divinità Izanami e Izanagi – rispettive incarnazioni dell’energia femminile e maschile – agitarono una lancia ornata di gemme nel mare. Le gocce d’acqua salata che ne caddero si solidificarono, dando origine alla terra.

Questa centralità del mare si riflette anche nella storia del Paese: già le antiche popolazioni Jōmon (10.000 – 300 a.C.) costruivano imbarcazioni in legno per la pesca, facendo del mare una fondamentale risorsa alimentare. Nei secoli successivi, le vie marittime furono cruciali per lo scambio culturale, come testimonia l’arrivo in età antica – attraverso la penisola coreana – delle tecniche di risicoltura e delle nozioni sul sofisticato sistema burocratico cinese.

Ma il mare, nel pensiero giapponese, è anche spazio spirituale e simbolico, legato al viaggio e alla purificazione. Non a caso, il kanji 海 (umi, “mare”) compare in moltissimi toponimi, proverbi e componimenti poetici. Persino uno dei più celebri monaci buddhisti, calligrafi e letterati giapponesi, Kūkai, scelse questo carattere come parte del proprio nome: 空海 unisce i kanji di “vuoto/cielo” e “mare”, a simboleggiare l’immensità del mondo naturale e l’ideale di liberazione della mente tipico del buddhismo tantrico. Kūkai è ricordato per aver fondato la scuola Shingon e per aver visitato gli ottantotto templi che oggi costituiscono il celebre pellegrinaggio dello Shikoku.

Spuntini e giochi sulla spiaggia 

Nonostante il mare sia una meta molto amata dai giapponesi, prendere il sole sul bagnasciuga non rientra tra le attività più apprezzate. Contrariamente a quanto accade in Italia, dove l’abbronzatura è spesso ricercata, è molto comune per le donne giapponesi portare un ombrello parasole, e la protezione solare viene applicata anche d’inverno. Proprio per questo motivo, lungo le coste giapponesi sorgono le umi no ie (“case marittime”), strutture temporanee in legno allestite durante l’estate presso gli stabilimenti balneari.

Queste casupole offrono punti di ristoro e terrazze coperte dove rifugiarsi dai raggi ultravioletti, gustare una fetta di anguria fresca, acquistare bevande rinfrescanti o dolci tipici estivi come il kakigōri, dessert simile alla granita a base di scaglie di ghiaccio, sciroppo e latte condensato o evaporato. 

Questo dolce, all'apparenza semplice, affonda le sue radici nella raffinata tradizione culinaria del periodo Heian (794–1185), quando veniva preparato per i membri della corte imperiale, utilizzando blocchi di ghiaccio conservati con cura nelle zone montuose appena fuori Kyōto. Un’elegante testimonianza di questa usanza si trova nel celebre Makura no Sōshi (Note del Guanciale, inizio XI sec.), scritto dalla cortigiana e dama di compagnia Sei Shōnagon. Nella sezione dedicata alle “cose eleganti”, l’autrice menziona precisamente “ghiaccio tritato mescolato con sciroppo di liana, servito in una nuova ciotola d’argento”.

Durante l’epoca Meiji (1868 - 1912), il kakigōri iniziò a diventare più accessibile, seppur riservato inizialmente ai ceti benestanti. Ciò fu reso possibile soprattutto grazie a un intraprendente mercante, Kahei Nakagawa, che ebbe l’idea di produrlo usando ghiaccio proveniente direttamente dallo Hokkaidō.  La diffusione del dolce in questo periodo è testimoniata anche all'interno dell’immaginario artistico. Nel film Sayuri (Memorie di una Geisha, 2005), una celebre scena mostra la protagonista bambina mentre assaggia un kakigōri offertole da un elegante direttore generale. Dopo essersi tinta le labbra con lo sciroppo rosso, incrocia lo sguardo di una geisha adulta che indossa un rossetto del medesimo colore e, in una sorta di epifania, prende la decisione di diventarne una. 

Oggi, il kakigōri è uno degli spuntini prediletti dalla maggior parte dei giapponesi durante il periodo estivo, immancabile nei pressi di qualsiasi spiaggia; talvolta, viene consumato a fine pasto per rinfrescare il palato dopo una corroborante grigliata estiva. 

Nelle umi no ie, infatti, non è raro trovare anche spazi attrezzati per organizzare un barbecue in compagnia, ideale per recuperare le energie dopo una partita di badminton o pallavolo sulla spiaggia, gli sport di squadra più popolari in questa stagione.

Il gioco estivo giapponese per eccellenza è però senza dubbio il suika wari, (“spaccatura dell’anguria”). Si tratta di una sorta di pignatta in cui i partecipanti, bendati e armati di bastone, devono cercare di colpire e spaccare a metà un’anguria sistemata davanti a loro, dopo aver girato su sé stessi per tre volte. Gli amici si sfidano tentando a turno l’impresa, finché il vincitore non riesce ad aprire il frutto così da poterlo finalmente gustare in compagnia.

Il successo di questo passatempo è stato tale che, nel 1991, fu fondata la JSWA (Japan Suika-Wari Association), un’associazione che si occupava di regolamentare ufficialmente il gioco. Istituita dalla Cooperativa Agricola del Giappone (JA) con l’obiettivo di incentivare il consumo di angurie, la JSWA ora non esiste più, ma aveva raggiunto un livello di serietà sorprendente: tra le regole imposte, vi era ad esempio una distanza regolamentare tra i 5 e i 7 metri tra il giocatore e il frutto, l’uso di bastoni di legno specifici, e persino la presenza di giudici ufficiali incaricati di valutare la precisione del colpo e l’equità della divisione dell’anguria.

Le spiagge giapponesi 

Abbiamo dunque compreso che le spiagge giapponesi sono ben diverse da quelle italiane, dove spesso si trovano persone intente a prendere il sole, bambini urlanti che schizzano i passanti e - ahimè - una considerevole quantità di mozziconi di sigaretta gettati nella sabbia.

Ma a cosa assomigliano, allora, le spiagge del Giappone?

In generale, si tratta di ambienti ordinati, puliti e ben organizzati, in linea con l’attenzione al decoro e alla collettività tipica della cultura nipponica. La maggior parte delle spiagge, anche quelle non attrezzate, dispone di servizi come bagni, spogliatoi e docce. In molti casi è possibile noleggiare asciugamani, ciabatte, e altri accessori utili. In presenza di docce chiuse, vengono spesso forniti shampoo, balsamo e bagnoschiuma e vi è persino la possibilità di utilizzare piastre e asciugacapelli

Di garantire la sicurezza dei bagnanti si occupano i bagnini, presenti anche nelle spiagge meno affollate o non attrezzate. Non mancano poi vari stand di street food, souvenir e articoli per la spiaggia come palloni, cappelli (alcuni addirittura dotati di visiere anti-UV), infradito, costumi da bagno e soprattutto protezione solare rigorosamente SPF 50+. 

Una delle particolarità più curiose è la presenza di aree fumatori delimitate, persino sulla sabbia. Spazi recintati in legno o corda - sobri e ben integrati nell'ambiente - segnalano i pochi luoghi in cui è consentito fumare, a dimostrazione dell’attenzione giapponese per il rispetto degli spazi comuni.

Ma le spiagge giapponesi non sono visitate solo dai bagnanti. Anche durante le stagioni più fresche, diventano luoghi di ritrovo per studenti e gruppi di amici, che vi si recano per fare picnic, scattare fotografie o semplicemente rilassarsi. In estate, al calar del sole, è facile imbattersi in piccoli gruppi che si raccolgono per accendere un senkō hanabi, un fuoco d’artificio portatile che, bruciando lentamente come uno stick d’incenso, accompagna i desideri e i sogni di migliaia di ragazzi pieni di speranze. 

Basti pensare al celebre tropo della “giornata al mare”, immancabile nei manga o anime per ragazzi: un episodio nel quale i protagonisti, tra una battaglia e l’altra o dopo una tediosa sessione di esami, si concedono una pausa rigenerante sulla spiaggia.

In queste scene - diventate ormai un classico narrativo - il Mar del Giappone fa da sfondo a giochi acquatici, gare di suika wari, falò serali e fuochi d’artificio. Un rituale di spensieratezza e amicizia che restituisce tutta la dolcezza e l’intimità dell’estate giapponese, facendo leva su ricordi condivisi da lettori e spettatori di ogni età.

Sofia Dagradi, studentessa


Hyakumonogatari Kaidankai: estate giapponese da brividi!

Hyakumonogatari Kaidankai: estate giapponese da brividi!

L’estate in Giappone ha qualcosa di magico. Il dolce canto delle cicale fa da sottofondo alle serene passeggiate notturne, i fuochi d’artificio - chiamati “fiori di fuoco”, hanabi - colorano il cielo e i numerosissimi festival (matsuri) portano allegria e vivacità in tutto l’arcipelago. Eppure, dietro questo incanto, si cela un nemico temuto da tutti: il caldo umido, il famigerato mushi atsui, che stringe il Paese in una morsa soffocante.

Oggi è sufficiente gettare qualche yen in uno dei tantissimi distributori automatici disseminati in tutte le città per trovare un po’ di sollievo in una bibita ghiacciata.

Ma come si affrontava nel periodo Edo (1603 - 1868), quando non c’erano climatizzatori né bottigliette d’acqua fresca a portata di mano, questa calura opprimente? Ebbene, esiste un metodo tanto semplice quanto efficace per far venire i brividi, senza bisogno di alcuna attrezzatura: raccontare storie dell’orrore. 

Lo Hyakumonogatari Kaidankai (letteralmente “Ritrovo dei cento racconti di fantasmi”), infatti, era uno dei passatempi estivi più popolari durante l’epoca Tokugawa. L’attinenza stagionale - tradizionalmente al centro della sensibilità giapponese, come testimoniano le grandi antologie poetiche, suddivise in capitoli dedicati alle quattro stagioni, o l’arte gastronomica kaiseki, che esalta i sapori e l’estetica degli ingredienti stagionali - andava in realtà ben oltre il semplice desiderio di un brivido rinfrescante. In agosto, infatti, si celebra l'Obon, ricorrenza in cui le anime dei defunti fanno ritorno tra i vivi: quale momento migliore, dunque, per evocare storie di fantasmi e spiriti?

L’origine di questa affascinante tradizione rimangono avvolte nel mistero, ma si ritiene che abbia preso forma nel contesto dell’aristocrazia guerriera, come prova di sangue freddo. Una delle prime testimonianze scritte compare infatti nella raccolta di racconti per l’infanzia Otogi Monogatari, curata da Ogita Ansei e pubblicata nel 1660. Tra le sue pagine si narra di un gruppo di giovani samurai raccoltisi per raccontare a turno cento storie dell’orrore.

Lo Hyakumonogatari Kaidankai non tardò però a conquistare anche i contadini e gli abitanti dei villaggi, diventando un vero e proprio fenomeno popolare e mescolandosi con temi di vendetta ultraterrena e concetti buddhisti come la nozione di karma. La fama di queste storie fu ulteriormente alimentata dall'arrivo della stampa, che permise la pubblicazione di antologie quali lo Shokoku Hyakumonogatari (“Cento racconti da vari paesi”, 1677). All'interno di queste raccolte, i racconti venivano presentati come resoconti reali, riportati da testimoni provenienti da ogni angolo del Giappone e persino dalla Cina, accrescendo così la loro carica suggestiva e inquietante. 

Modalità di gioco 

Il gioco prende vita dopo il calar del sole, e può essere svolto secondo due modalità principali: la variante più semplice prevede che i partecipanti siedano in cerchio in una stanza illuminata da cento lanterne andon o candele tremolanti. A turno, uno dopo l’altro, ciascuno narra una storia di fantasmi o eventi soprannaturali, e al termine di ogni racconto si spegne una luce, lasciando il buio invadere lentamente lo spazio intorno ai prodi giocatori, alimentando l’inquietudine e la tensione. 

Per i più coraggiosi, invece, esiste una modalità che intreccia la narrazione con il rituale del kimodameshi, la tradizionale “prova di coraggio” giapponese. In questo caso, si utilizzano tre stanze comunicanti: in una delle stanze laterali, novantanove lanterne si consumano silenziose accanto a uno specchio posato su un tavolo; nella stanza opposta, il gruppo si dispone attorno alla centesima lanterna accesa, mentre la stanza centrale resta avvolta nell'ombra. Idealmente, le stanze sono disposte a forma di L, così che i giocatori riescano a intravedere la luce proveniente dalla stanza delle lanterne ma non la stanza stessa, aumentando così il senso di mistero.

Dopo ogni racconto, chi lo ha narrato prende la lanterna, attraversa da solo la stanza buia e, raggiunta quella più lontana, spegne una delle lanterne, incrocia il proprio riflesso nello specchio per poi ricongiungersi col resto del gruppo nella stanza iniziale. Terminato il turno dell’ultimo giocatore, il gruppo intero si reca nella stanza finale per spegnere insieme l’ultima lanterna davanti allo specchio.

Si dice che, con lo spegnimento dell’ultima luce, le porte tra questo mondo e l’aldilà si aprano, e gli spiriti si manifestino nell'oscurità in cui la stanza è piombata: per questa ragione, i più timorosi scelgono di interrompere il gioco prima del termine, lasciando intatta la centesima lanterna. 

Il gioco, lungo e impegnativo, ha dato vita anche a versioni più brevi, ma soprattutto ha alimentato la raccolta e la diffusione di racconti popolari, storie di fantasmi e incontri con il soprannaturale, tramandati di villaggio in villaggio, noti come kaidan.

Lo Hyakumonogatari Kaidankai nell’arte 

Il maestro ukiyoe Katsushika Hokusai dedica a questa pratica un’intera serie di stampe, intitolata proprio Hyaku monogatari (“Cento racconti”, 1830 ca.). 

Queste xilografie riscuotono all'epoca una grande popolarità e si inseriscono nel genere artistico denominato yūrei-zu (“immagini di fantasmi”), a sua volta un sottogenere del fūzokuga (“dipinti di costumi e usanze”).

Nonostante l’iniziale intenzione di realizzare una serie di cento stampe, rifacendosi all'usanza di raccontare cento racconti soprannaturali, la serie si compone in realtà di sole cinque opere, ognuna legata a un kaidan della tradizione: scopriamo assieme le storie all'origine di queste inquietanti stampe.

Sara yashiki (“il palazzo dei piatti”) 

In questa stampa, Hokusai racconta una leggenda nata nel secolo XVII. Protagonista è la serva Okiku, la quale - accusata di aver rotto un set di piatti preziosi - si suicidò gettandosi in un pozzo. Dopo la morte, ritornò come fantasma (yūrei), contando ossessivamente i piatti mancanti. 

Katsushika Hokusai, Sara yashiki, 1831

Warai Hannya (“Hannya che ride”)

Hokusai unì in quest’opera due figure del folklore: la hannya, una donna trasformata in demone per gelosia, e la yamanba, strega che si nutriva di bambini. La composizione ricorda i tipici paesaggi raffigurati dal maestro, dove l’elemento circolare funge da finestra sull'incubo; basti pensare a La grande onda di Kanagawa, stampa nella quale è possibile intravedere una barca affondare oltre l’increspatura. 

Katsushika Hokusai, Warai Hannya, 1830

Oiwa san (“Oiwa”) 

Questa xilografia racconta la storia del dramma kabuki (forma teatrale giapponese premoderna) Yotsuya Kaidan, scritto nel 1825 da Tsuruya Nanboku IV. Protagonista è Oiwa, sfigurata con l’uso di una crema velenosa dagli amici di una giovane innamorata del marito, il samurai Tamiya Iemon, il quale la abbandonò dopo aver visto lo stato in cui era stata ridotta. Dopo la morte, lo spirito di Oiwa perseguitò Iemon assumendo varie forme, tra cui una lanterna di carta che richiama l’uso rituale delle luci durante l'Obon per accogliere gli spiriti degli antenati.

Katsushika Hokusai, Oiwa san, 1837

Kohada Koheiji

Hokusai raffigurò anche lo spirito vendicativo di Kohada Koheiji, attore kabuki ridotto a interpretare solo ruoli da yūrei. Umiliata, sua moglie Otsuka lo uccise, con l’aiuto dell’amante Sakuro. Koheiji fece ritorno dall'oltretomba sotto forma di scheletro, avvolto dalle fiamme, e si manifestò mentre i due amanti giacevano sotto una zanzariera. La storia, basata su eventi reali, fu narrata nel 1803 da Santō Kyōden nel romanzo Asaka-numa e portata in scena nel 1808. Il fantasma indossa qui grani di juzu, simbolo della pietà buddhista trascurata dai suoi assassini.

Katsushika Hokusai, Kohada Koheji, 1831-32

Shiunen (titolo italiano “La morte implacabile”)

Questa stampa mostra un serpente avvolto attorno a una tavoletta funeraria buddhista (ihai), simbolo dell’ossessione che persiste dopo la morte. Nell'epoca Edo, i serpenti nelle storie kaidan incarnavano spesso donne morte in preda a gelosia o rancore: in questo caso, però, rappresentavano probabilmente lo stesso Hokusai, ossessionato dalla sua arte anche dopo la morte. 

Katsushika Hokusai, Shiunen, 1830

La tematica dello Hyakumonogatari Kaidankai sembrava essere particolarmente cara a Hokusai, artista fortemente spirituale, come era consuetudine nell'epoca Edo. Affiliato alla setta buddhista Nichiren, Hokusai testimoniò la sua fede nel soprannaturale persino in punto di morte, componendo un haiku in cui affermava:
“Anche come fantasma, camminerò leggero tra i campi estivi.”

Alcuni studiosi ipotizzano che il maestro dell'ukiyo-e fosse realmente in grado di vedere i fantasmi, considerata l’accuratezza e la ricchezza di dettagli con cui li raffigurava. Infatti, essi non compaiono solo nella celebre serie delle Cento storie di fantasmi, ma anche in opere che rappresentano direttamente il gioco dello Hyakumonogatari, come la stampa Shinpan uki-e bakemono yashiki hyaku monogatari no zu (“Cento storie di fantasmi in una casa infestata”). In quest’ultima composizione, Hokusai mise in scena la manifestazione di spiriti e apparizioni proprio durante il racconto dei kaidan.

Katsushika Hokusai, Shinpan uki-e bakemono yashiki hyaku monogatari no zu, 1780 ca.

La popolarità del genere yūrei-zu e dei racconti kaidan durante il periodo Edo si deve forse, o almeno in parte, al malcontento diffuso nei confronti del governo Tokugawa. In un’epoca in cui le classi popolari erano private dei diritti e delle tutele, le storie di fantasmi diventavano potenti metafore delle disuguaglianze, repressioni e vendette

Ma i kaidan non sono rimasti confinati al passato. Ancora oggi, le storie di fantasmi nate in quell'epoca continuano ad affascinare sia il Giappone sia l’Occidente, anche grazie al lavoro dello scrittore irlandese Lafcadio Hearn, tra i primi stranieri a ottenere la cittadinanza giapponese. Hearn intraprese un viaggio tra le prefetture nipponiche con l’obiettivo di raccogliere e trascrivere le leggende orali tramandate di generazione in generazione, rendendole accessibili anche a un pubblico internazionale.

Il fascino dei kaidan, infatti, va oltre il semplice racconto di fantasmi: è un ponte tra il mondo terreno e quello invisibile, un invito a confrontarsi con paure profonde e a riflettere sulle tensioni sociali di un’epoca. Queste storie, narrate al calar della notte tra ombre tremolanti e candele spente una dopo l’altra, sono diventate una tradizione che ancora oggi cattura l’immaginazione di chi osa avvicinarsi al confine tra realtà e soprannaturale.

E tu, riusciresti a spegnere l’ultima candela e sfidare l’oscurità, rimanendo in compagnia degli spiriti?

Sofia Dagradi, studentessa


Obon: la commemorazione degli antenati attraverso il Giappone

Differenze regionali nella celebrazione dell’Obon

In Giappone, l’estate è animata da una fitta serie di matsuri, festival tradizionali dalle origini religiose che, pur conservando un significato spirituale, coinvolgono l’intera comunità con un entusiasmo contagioso. Si tratta di momenti di festa e condivisione che riuniscono persone di tutte le età, spesso offrendo l’occasione per trascorrere del tempo assieme alla propria famiglia, tra bancarelle, yukata colorati e fuochi d’artificio.

Tra le celebrazioni estive più sentite spicca l’Obon (お盆), una festività profondamente radicata nella cultura giapponese, che affonda le sue origini nel buddismo e viene celebrata da oltre cinquecento anni. L’Obon è dedicato alla commemorazione degli antenati: si crede infatti che, durante questo periodo, gli spiriti dei defunti si rechino nel mondo dei vivi per far visita ai propri cari. È un momento di raccoglimento e di consolidamento del legame con le proprie radici, caratterizzato da pratiche rituali e danze tradizionali che variano da regione a regione, pur conservando tutti un’intensa carica simbolica.

Date diverse

Nelle regioni del Kantō meridionale (inclusa Tōkyō) e del Tōhoku, l’Obon si celebra dal 13 al 15 luglio (Shichigatsu Bon 七月盆, “Bon di luglio”).
Nella maggior parte del Giappone, comprese le regioni centrali e occidentali (ad esempio nel Kansai), l’Obon viene festeggiato dal 13 al 15 agosto (Hachigatsu Bon 八月盆, "Bon di agosto").
La parte settentrionale del Kantō, il Chūgoku, lo Shikoku e le isole sud-occidentali seguono ancora il calendario lunare tradizionale, celebrando l’Obon il 15 settembre (Kyureki Bon 旧暦盆, “Bon antico/storico”).

Kyōto: Gozan no Okuribi

La manifestazione più iconica e suggestiva del festival dell’Obon è unanimemente ritenuta essere quella di Kyōto, dove il culmine delle celebrazioni è segnato dal maestoso rito del Gozan no Okuribi (五山の送り火), letteralmente “i fuochi di commiato delle cinque montagne”.

Secondo la tradizione, nella notte del 16 agosto, gli spiriti dei defunti, che hanno fatto ritorno al mondo dei vivi per l’Obon, si preparano a ripartire verso l’aldilà. Per salutarli e accompagnarli simbolicamente nel loro viaggio, vengono accesi enormi falò sui fianchi di cinque montagne che circondano la città.

Questi okuribi, o “fuochi di commiato”, assumono forme ben precise: sulla prima montagna compare il kanji 大 (“grande”), sulle seguenti due vette appare la scritta 妙法 (“meraviglioso dharma”), mentre gli ultimi due fuochi disegnano rispettivamente un torii (portale sacro tipico dei santuari shintō) e una barca, destinata a scortare le anime fino all’aldilà.

Affinché siano visibili da tutta la città, le dimensioni di questi fuochi sono impressionanti: il kanji 大, sul monte Daimonji (letteralmente “grande carattere”), è composto da tre tratti di fuoco lunghi 160, 120 e 80 metri. I falò vengono accesi uno dopo l’altro fino a quando, alle 20:30, tutte le montagne sono illuminate:  le persone si radunano lungo il fiume Kamogawa, nelle strade o sui tetti degli edifici più alti per ammirare lo spettacolo.

Non mancano le superstizioni popolari legate all’evento: si racconta, ad esempio, che consumare bevande trasparenti come acqua o sake, facendovi riflettere la luce dei falò, possa proteggere da malattie come la paralisi. Molti fedeli, inoltre, visitano i templi legati alle cinque montagne per scrivere i propri desideri e preghiere (gomagi) su sottili tavolette (ema) di legno di cedro, le quali verranno poi bruciate con i fuochi affinché, salendo con il fumo, possano raggiungere il cielo.

Bon Odori: danze diverse secondo la tradizione locale

Bon Odori (盆踊り, “danza dell’Obon”) è il termine che designa le tipologie di danza rituale eseguite durante l’Obon per accogliere e congedare gli spiriti degli antenati. Ogni regione ne ha sviluppato una propria versione, caratterizzata da passi, musiche e costumi distintivi: scopriamo le principali!

Tōkyō - Tōkyō Ondo 

A Tōkyō, la danza più famosa eseguita in occasione dell’Obon è la Tōkyō Ondo.

Il termine ondo (音頭) si può tradurre letteralmente come “testa del suono”: in questo contesto, il termine “testa” assume un significato più simbolico di “battito” o “schema ritmico di base”: si tratta quindi di una forma musicale, caratterizzata da un ritmo di base riconoscibile, spesso connotata da una struttura ripetitiva e cadenzata.

Tokushima - Awa Odori 

Lo Awa Odori di Tokushima, nello Shikoku, è una tra le danze più celebri e coinvolgenti associate ai festeggiamenti dell’Obon. La sua origine è legata a due storie in particolare, tra leggenda e realtà: alcuni sostengono che la danza Awa sia nata per festeggiare il completamento del Castello di Tokushima, costruito da Hachisuka Iemasa nel 1587. Per celebrare l'evento, Hachisuka avrebbe organizzato una grande festa e offerto sake a tutti gli abitanti della città. Gli invitati avrebbero dunque iniziato a danzare in modo sfrenato, indipendentemente dal rango o dall'età. Secondo un’altra teoria, invece, i balli di gruppo (ren) che contraddistinguono lo Awa Odori trarrebbero origine dalla danza furyu, arte dalla quale si sarebbe a sua volta sviluppato il teatro Nō. 

I movimenti ampi e festosi dello Awa Odori vengono ripetuti da migliaia di ballerini che sfilano ogni anno per le strade di Tokushima in lunghe processioni. 

Gujō Hachiman (prefettura di Gifu) - Gujō Odori

Il Gujō Odori, celebrato nella cittadina di Gujō Hachiman (prefettura di Gifu), è ufficialmente riconosciuto come uno dei tre festival dell’Obon più importanti del Giappone: nel 2022 ha addirittura fatto il suo ingresso nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Questa tradizione secolare, avviata durante il periodo Edo da Endō Yoshitaka, nacque con l’intento di unire la comunità locale al di là delle classi sociali, secondo lo spirito di inclusione che ancora oggi anima l’evento: infatti, anche nei giorni nostri il Festival di Gujō è noto per essere particolarmente accogliente nei confronti dei visitatori e molto tollerante con i ballerini inesperti. 

Il festival comprende dieci danze, ciascuna accompagnata da una canzone tradizionale. Tra le più celebri vi sono Kawasaki, conosciuta in tutto l’arcipelago, e Haru Koma (Cavallo di Primavera), caratterizzata da movimenti energici che ricordano un cavallo al galoppo.

Palcoscenico di tutte le danze è un carro mobile, sul quale si esibisce anche un piccolo ensemble di cantanti e musicisti. Il nome della canzone in corso di esecuzione è sempre visibile grazie a lanterne illuminate poste sugli angoli del carro, creando un’atmosfera suggestiva. Gli strumenti utilizzati variano a seconda della canzone: tra i più ricorrenti si trovano lo shamisen (strumento musicale a tre corde, appartenente alla famiglia dei liuti), il flauto di bambù e il taiko, il tamburo tradizionale giapponese.

Kyūshū - Tankō Bushi 

Il Tankō Bushi, traducibile come “la canzone della miniera di carbone”, è una canzone popolare che affonda le sue radici nella cultura mineraria della città di Miike, situata nella regione del Kyūshū. Originariamente legato alle fatiche quotidiane dei minatori della zona, il Tankō Bushi si è trasformato nel tempo in uno dei brani più amati e ballati durante le celebrazioni dell’Obon in tutto il Giappone.

La melodia, eseguita con strumenti tradizionali giapponesi, è oggi spesso accompagnata da arrangiamenti moderni. Il testo originale, scritto nel dialetto del Kyūshū, narra la vita e il lavoro dei minatori di Miike, celebrandone la forza e la resistenza: con il tempo, però, molte versioni moderne del brano hanno adattato il testo in un giapponese standard, rendendolo più accessibile a livello nazionale e internazionale.

Oggi il Tankō Bushi è conosciuto soprattutto per la danza tradizionale che lo accompagna. Il ballo, circolare e ripetitivo, imita i gesti del lavoro minerario: scavare, trasportare carbone, spingere carrelli e sollevare lanterne. Questi movimenti simbolici hanno contribuito a trasformare la canzone in un vero e proprio patrimonio culturale immateriale.

Okinawa - Eisa 

Arricchita da tamburi, costumi colorati e movimenti energici, la danza Eisa rappresenta il modo unico con cui l’arcipelago di Okinawa celebra l’Obon.

Accompagnata dal suono ipnotico dei tamburi taiko, da canti in dialetto okinawense (shimakutuba) e da melodie del repertorio min'yō (musica folk giapponese), ha la funzione di onorare e salutare gli spiriti in partenza, guidandoli simbolicamente verso l’aldilà.

Le radici di questa pratica sono profondamente religiose e si legano al nenbutsu, la recitazione del nome del Buddha Amida, introdotta a Okinawa attraverso l’influenza delle scuole buddhiste della Terra Pura. Nei secoli, queste pratiche si sono intrecciate con la cultura locale e con le celebrazioni comunitarie, dando origine a una forma artistica unica e collettiva, oggi praticata da gruppi di giovani chiamati Eisa-dan.

Il ritmo della danza è scandito da diversi tipi di tamburo, chiamati ōdaiko (tamburo grande), shimedaiko (più piccolo) e paranku (tamburo portatile). I danzatori, spesso giovani uomini e donne, sfilano per le strade in formazione indossando costumi colorati e ricchi di ornamenti.

Alcune celebrazioni legate all’Obon sono intime e spirituali, altre invece somigliano maggiormente a grandi feste comunitarie animate da musica, cibo e danze. È proprio questa varietà regionale a testimoniare la ricchezza culturale di questa festività, le cui manifestazioni condividono tutte il medesimo intento: onorare la memoria degli antenati e rinsaldare i legami familiari. 

Sofia Dagradi, studentessa

 


Tanabata: le diverse interpretazioni del Festival delle Stelle

Ogni anno, in estate, il Giappone si trasforma in un tripudio di colori, luci e desideri: si tratta della festa del Tanabata, letteralmente “la notte del settimo giorno”, conosciuta anche come Festival delle Stelle.

Celebrata tradizionalmente il 7 luglio, Tanabata si svolge in alcune regioni anche il 7 agosto, secondo il calendario lunare. Nella tradizione giapponese, infatti, molte festività ricorrono in date in cui il numero del giorno coincide con quello del mese: ad esempio, il 3 marzo si celebra lo Hina Matsuri (Festa delle Bambole), il 5 maggio il Kodomo no Hi (Giornata dei Bambini), il 7 luglio il Tanabata e così via.

Qualunque sia la data, la magia resta la stessa: città grandi e piccole si riempiono di installazioni artistiche in carta, lanterne fluttuanti, bancarelle di prelibatezze tipiche e desideri scritti su tanzaku, strisce colorate appese a canne di bambù e affidate al vento. Questi piccoli fogli di carta colorata si ricoprono di sogni di fortuna, salute, successo negli studi o nel lavoro, ma soprattutto d'amore, tema centrale di questa celebrazione. 

A rendere davvero unica questa celebrazione, però, è la sua adattabilità alle tradizioni locali, dando vita a festival (matsuri) tanto diversi quanto straordinari. Scopriamo quindi tre degli eventi Tanabata più iconici e originali del Paese!

Sendai Tanabata Matsuri

Tra i festival più celebri spicca senza dubbio quello di Sendai, vivace centro urbano nella prefettura di Miyagi. Qui, Tanabata si celebra dal 6 all’8 agosto con un evento che attira ogni anno oltre due milioni di visitatori, grazie alla raffinatezza e alla cura artigianale che lo contraddistinguono.

Le origini di questo festival risalgono al periodo Edo (1603–1868), quando fu introdotto nella regione dal signore feudale (daimyō) Date Masamune. Da allora, le vie commerciali della città si trasformano ogni anno in una galleria a cielo aperto, riempiendosi di migliaia di decorazioni realizzate in washi (letteralmente “carta giapponese”), lunghe anche diversi metri e apprezzate per il loro valore artistico.

Le strisce colorate vengono fabbricate a mano da famiglie, scuole o aziende, e sono contraddistinte da motivi tradizionali o simbolici che sfruttano la natura traslucida del materiale. Ogni decorazione è diversa, ma tutte contribuiscono a creare un’atmosfera visiva di rara bellezza.

Le celebrazioni iniziano ufficialmente la sera del 5 agosto con un suggestivo spettacolo pirotecnico, durante il quale si può ammirare la poesia dei fuochi d’artificio giapponesi (hanabi, letteralmente “fiori di fuoco”). La serata è arricchita da eventi culturali, laboratori creativi e musica dal vivo, mentre gli spettatori possono assaggiare diverse specialità regionali, passeggiando tra le bancarelle.

Tra le vie addobbate e l’allegro vociare delle folle, Tanabata a Sendai non è solo un evento a cui assistere, ma una vera e propria esperienza nella quale immergersi: una celebrazione sentita da tutta la comunità, che partecipa attivamente all’allestimento dei quartieri.

Shonan Hiratsuka Tanabata Matsuri

Ogni estate, nella città costiera di Hiratsuka, non lontano da Tokyo, si celebra uno degli eventi più spettacolari e partecipati della regione del Kantō, capace di attirare quasi due milioni di visitatori in soli tre giorni.
Celebrato tra il 4 e il 6 luglio, lo Shonan Hiratsuka Tanabata Festival trasforma il centro cittadino in un grande palcoscenico a cielo aperto, dove la tradizione incontra la vivacità della festa popolare.

A caratterizzare l’evento sono principalmente le maestose decorazioni sospese lungo le gallerie commerciali e le strade della città: enormi stelle filanti colorate (fukinagashi), realizzate in carta, pendono da sfere ornamentali chiamate kusudama (letteralmente “palla medicinale”), composte da unità geometriche ispirate alla dalia e introdotte come ornamento tipico nei festival Tanabata nel 1946.

Durante i tre giorni del festival, la città ospita inoltre cerimonie tradizionali, spettacoli dal vivo, una parata con carri allegorici e decine di bancarelle che offrono street food e prodotti locali. Tra le attrazioni più attese figura la grande processione di mille danzatori in yukata, che percorrono le vie della città al ritmo di musiche tradizionali. Intorno alla stazione di Hiratsuka, inoltre, si snodano palchi con performance per tutti i gusti: dal teatro giapponese alle esibizioni pop, passando per dimostrazioni di arti marziali e musica folk.

Negli ultimi anni, grazie alla crescente popolarità dell’evento, si è persino diffusa l’usanza di celebrarvi matrimoni in stile Tanabata, ispirati alla romantica leggenda alla base della festività. I protagonisti del mito sono infatti due amanti, la principessa tessitrice Orihime e il pastore celeste Hikoboshi, i quali, separati dalla Via Lattea, possono riunirsi soltanto in occasione della settima notte del settimo mese: chi desiderasse conoscere meglio questa affascinante storia, può trovare maggiori informazioni all'interno di un precedente approfondimento sul nostro blog. 

Asagaya Tanabata Matsuri

Nel cuore pulsante di Tokyo, il quartiere bohémien di Asagaya si trasforma durante i primi giorni di luglio in un universo colorato e fiabesco per accogliere uno dei festival Tanabata più originali dell’arcipelago. Questa consuetudine nacque nel 1954, su iniziativa dei commercianti locali, con l’obiettivo di rivitalizzare il quartiere commerciale durante i mesi estivi, solitamente caratterizzati da un calo delle vendite a causa del caldo.

Oggi, lo Asagaya Pearl Center, la lunga galleria coperta che si estende dall’uscita sud della stazione, diventa un punto di riferimento immancabile per chi visita Tokyo in estate. In occasione del Tanabata, infatti, vengono appese al soffitto numerosissime haribote, enormi sculture in cartapesta. Queste creazioni rappresentano una vera e propria esplosione di creatività: personaggi dei cartoni animati, figure della cultura pop, creature fantastiche e persino satira sociale si mescolano in una parata sospesa che affascina adulti e bambini.

Ogni haribote è unica, spesso realizzata a mano da commercianti, scuole elementari, asili, gruppi locali e artisti che partecipano a concorsi pubblici. I temi cambiano ogni anno e seguono le tendenze del momento, rendendo il festival un’originale testimonianza della società giapponese contemporanea. Una delle particolarità più affascinanti di questo festival è inoltre la possibilità di assistere alla creazione delle decorazioni: circa dieci giorni prima dell’inizio dell’evento, al termine dell’orario di apertura dei negozi, è possibile vedere gli abitanti del quartiere intenti a costruire le loro opere davanti alle botteghe.

Durante il festival, infine, le strade di Asagaya si animano con bancarelle di street food, pesca yo-yo e una grande varietà di giochi per bambini, contribuendo a creare un’atmosfera familiare, coinvolgente e giocosa.


Il fascino del Tanabata risiede nella sua capacità di unire poesia e partecipazione popolare, folklore e innovazione, raccogliendo intorno a sé intere comunità. Che ci si trovi sotto alle raffinate decorazioni di Sendai, tra le coreografie festose di Hiratsuka o in mezzo alle sculture pop di Asagaya, l’obiettivo del festival resta lo stesso: celebrare l’amore, la speranza e il sogno.

 


Speciale Tanabata 2025: sei modi per celebrare la Festa delle Stelle in Italia

Speciale Tanabata 2025: sei modi per celebrare la Festa delle Stelle in Italia

Il 7 luglio di ogni anno, in Giappone si celebra il Tanabata, conosciuto anche come “Festa delle Stelle Innamorate”. Quest'antica tradizione affonda le sue radici in una leggenda, la quale narra la storia della principessa tessitrice Orihime e del pastore celeste Hikoboshi. I due personaggi rappresentano due stelle - Vega e Altair - che possono incontrarsi soltanto una volta l’anno, proprio nella settima notte (significato letterale di tanabata 七夕, ndr) del settimo mese.

Orihime, figlia del dio del cielo, è una talentuosa tessitrice che intreccia le nuvole; Hikoboshi è un pastore che conduce il suo gregge tra le stelle. Secondo la leggenda, il loro amore fu così profondo da far trascurare loro i rispettivi doveri, spingendo il padre di Orihime a separarli interponendo fra loro la Via Lattea, una barriera invisibile nel mezzo del cielo. Solo una volta l'anno, grazie alla clemenza divina, è loro concesso attraversare questo confine e riunirsi.

Tanabata è molto più di una semplice festa: è il momento in cui speranza, desideri e legami si intrecciano sotto il cielo estivo. In Giappone, è consuetudine scrivere i propri desideri su sottili strisce di carta colorata chiamate tanzaku, le quali vengono appese ai rami di bambù nella speranza che il vento le porti lontano, trasformando i sogni in realtà.

Anche in Italia questa tradizione affascina e coinvolge sempre più persone. Dal nord al centro, città e luoghi di cultura ospitano eventi che reinterpretano il Tanabata attraverso leggende, laboratori, momenti di riflessione e celebrazioni condivise. Questo speciale presenta sei appuntamenti imperdibili per vivere la magia delle stelle innamorate anche qui, sotto il cielo italiano.

Tanabata al Planetario - Milano

Il 7 luglio 2025, il Civico Planetario Ulrico Hoepli di Milano celebra il Tanabata con uno spettacolo dal titolo suggestivo “La festa delle stelle innamorate - tra miti celesti e armonia giapponese”. L’evento nasce dalla volontà di unire scienza e mito, raccontando la leggenda di Orihime e Hikoboshi attraverso un affascinante viaggio tra le stelle. La serata prevede una narrazione coinvolgente che introduce i partecipanti al significato profondo di questa festa, illustrando le costellazioni di Vega e Altair, le stelle a cui sono associati i protagonisti della storia.

Attraverso proiezioni al planetario, sarà possibile osservare il cielo notturno e capire come, secondo la tradizione, la Via Lattea divida queste due stelle innamorate, permettendo loro di incontrarsi solo in una notte all'anno. Oltre all'esperienza astronomica, la serata prevede momenti di riflessione e la possibilità per il pubblico di scrivere i propri desideri su tanzaku da appendere a un ramo di bambù, in linea con l’usanza giapponese. L’evento rappresenta un’occasione unica per vivere il Tanabata in un contesto culturale e scientifico, immersi in un’atmosfera sospesa tra realtà e leggenda.

Tanabata per bambini in Biblioteca - Bologna

La Biblioteca Salaborsa Ragazzi di Bologna dedica il 7 luglio 2025 a un evento speciale per i più piccoli, offrendo una serata all’insegna della magia delle stelle e dei desideri. Pensato per bambini tra i 3 e i 7 anni, l’appuntamento propone letture di storie giapponesi legate alla tradizione del Tanabata, filastrocche e narrazioni che introdurranno i piccoli partecipanti al fascino della cultura nipponica.

La parte pratica dell’incontro prevede un laboratorio creativo in cui i bambini potranno realizzare i propri tanzaku, scrivendo o disegnando i loro desideri su colorate strisce di carta, da appendere poi ai rami di bambù allestiti per l’occasione. L’atmosfera, studiata per essere accogliente e rilassante, aiuta a stimolare la fantasia e l’immaginazione, avvicinando i più piccoli a una festa che parla di sogni e speranze. L’evento è un’opportunità preziosa per le famiglie che desiderano far scoprire ai propri figli tradizioni culturali lontane ma universali nel loro significato.

Tanabata Zen - San Giorgio di Nogaro (UD)

Nel suggestivo contesto del “My August Japanese Garden” a San Giorgio di Nogaro, vicino a Udine, si svolge il 6 luglio 2025 il “Tanabata - Festival delle Stelle”. Questo evento propone un approccio più meditativo e introspettivo alla festa giapponese, invitando i partecipanti a un’immersione totale nella pace e nella bellezza del giardino zen.

Il pubblico è accolto in un ambiente che fonde elementi naturali come l’acqua, le pietre e le piante, tradizionalmente usati per evocare armonia e serenità secondo la tradizione buddhista e shintō. Sarà possibile partecipare a momenti di rilassamento guidato e meditazione, oltre a scrivere i propri desideri su tanzaku da appendere ai rami di bambù, secondo l’usanza. A completare l’esperienza, una degustazione di tè giapponese selezionato. Il festival rappresenta un’occasione per riscoprire se stessi e i propri intenti, immergendosi in una dimensione di quiete e spiritualità.

Tanabata culturale al MAO - Torino

Il Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino celebra il Tanabata il 5 e 6 luglio 2025 con una serie di iniziative che uniscono arte, cultura e partecipazione attiva. I visitatori potranno esplorare esposizioni dedicate alla tradizione giapponese, scoprendo le connessioni tra arte, storia e mito che fanno da sfondo alla festa delle stelle innamorate.

Sabato 5 luglio si tiene il laboratorio “Come un ciliegio in fiore”, con una visita alla collezione Asia Orientale seguita da un workshop di arte effimera con sale colorato. Domenica 6 luglio, in programma due visite guidate: una alla mostra “Haori”, che racconta il Giappone del primo Novecento attraverso i kimono maschili, e una alla collezione permanente dedicata al Giappone, con opere che spaziano dalle statue buddhiste alle xilografie ukiyo-e.

Torino Matsuri - Torino

Il weekend del 5 e 6 luglio torna per la decima edizione il Torino Matsuri, un evento a cura dell'Associazione Yoshin Ryu: due giornate ricche di workshops, eventi letterari, spettacoli e concerti con le colonne sonore dello Studio Ghibli, dimostrazioni di arti marziali tradizionali, street food giapponese e molto altro!

In occasione della festa Tanabata, il salice dell’Associazione sarà addobbato, come da tradizione, di tanzaku, strisce di carta colorata sui quali le persone potranno scrivere i loro desideri. Inoltre, verrà ricreato il clima festivo dei matsuri, festività tradizionali legate al culto dei kami che da secoli animano le estati giapponesi!

Tanabata: Il Festival delle Stelle - Ventimiglia di Sicilia 

Venerdì 18 luglio, l’Associazione Culturale Sicilia Giappone organizza, in collaborazione con l’Associazione Astronomica ORSA Palermo, l’evento Tanabata: Il Festival delle Stelle: un viaggio tra cultura giapponese e scienza, nella suggestiva cornice dell’Osservatorio Astronomico Giorgio Puglia.

A partire dalle 16:30, il programma dell’evento guiderà i partecipanti in un’immersione tra racconti tradizionali, laboratori di origami, scrittura dei desideri (tanzaku) e una serata osservativa con telescopi e divulgazione scientifica, per ammirare il cielo e scoprire la storia dell’astronomia orientale.

Sei modi diversi di vivere il Tanabata, tra poesia e contemplazione, natura e città. Che sia davanti a un giardino zen o sotto un cielo digitale, ciò che conta è il desiderio che nasce nel cuore e si affida al vento.
Per saperne di più, consulta gli approfondimenti cliccando sulle varie attività!

 

 

 


Conosci i nostri soci: Chiara Lorenzetti e il restauro kintsugi

Chiara Lorenzetti e il restauro kintsugi
Un’intervista in vista della prossima diretta Instagram di Giappone in Italia 

Chiara Lorenzetti fotografata da Stefania Maniscalco

Nella cornice di una nuova rubrica dedicata a conoscere meglio i soci convenzionati dell'Associazione Giappone in Italia, incontriamo Chiara Lorenzetti, restauratrice da oltre trent'anni e riconosciuta dal 2007 Eccellenza Artigiana dalla Regione Piemonte. Nel suo laboratorio Chiaraarte, fondato a Biella nel 1991, si occupa di restauro conservativo ed estetico di ceramiche e oggetti lignei policromi e dorati, con una particolare attenzione al restauro tradizionale giapponese kintsugi.

Cos'è il kintsugi? Nelle parole di Chiara:

Kintsugi 金継ぎ - kin 金: oro, tsugi 継ぎ: riparare - è una tecnica artistica ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze tenmoku in ceramica per la cerimonia del tè, Cha no yu. Le linee di rottura, unite con lacca urushi, sono lasciate visibili, evidenziate con polvere d’oro. Gli oggetti in ceramica riparati con l’arte Kintsugi diventano vere opere d'arte: l'impreziosire con la polvere d'oro ne accentua la loro bellezza, rendendo la fragilità un punto di forza e perfezione.

L’arte Kintsugi vede la sua origine in Giappone nel periodo Muromachi, sotto lo shogunato di Ashikaga Yoshimasa (1435-1490). Yoshimasa ruppe una delle sue chawan per la cerimonia del tè, e i maestri ceramisti giapponesi cercarono di mettervi riparo usando l'estetica del wabi sabi e i materiali a loro disposizione: lacca urushi per incollare e oro per coprire le rotture. Il risultato ottenuto fu apprezzato da Yoshimasa; la sua tazza non solo era stata riparata ma aveva preso una vita nuova, carica delle sue imperfezioni e proprio per questo ricca di bellezza: era diventata unica.

La tecnica è complessa: abbisogna di elevata manualità e precisione, nonché di calma e pazienza. I materiali usati sono lacca urushi, estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, farina, argilla e polvere d'oro puro. Il processo di polimerizzazione della lacca avviene nel muro, un ambiente caldo (20°) con umidità relativa intorno al 70 - 90%.

L'arte kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nella filosofia Zen; partendo dal wabi sabi, tre sono i concetti in essa racchiusi: mushin, mujō e mono no aware. Mushin, "senza mente", è un concetto che esprime la capacità di lasciar correre, dimenticando le preoccupazioni e liberando la mente dalla ricerca della perfezione. Mujō si traduce con "impermanenza"; l'esistenza, senza eccezioni, è transitoria, evanescente, incostante e tutte le cose sono destinate alla fine. Accettare tale condizione è avere un approccio sereno e consapevole della vita. Mono no aware, "empatia verso gli oggetti", è una malinconia triste e profonda per le cose; apprezzandone la loro decadenza si arriva ad ammirarne la bellezza.

In previsione di una diretta Instagram sul canale ufficiale dell’Associazione, in data giovedì 3 luglio alle ore 12:00, dedicata ad approfondire le diverse tecniche del kintsugi - non solo oro, ma anche argento, lacche urushi, yobitsugi, raden e maki - Chiara si racconta ai nostri lettori in questa intervista, condividendo il suo percorso professionale e umano e offrendo uno sguardo lucido e appassionato su un'arte che in Italia è ancora poco conosciuta o compresa.

Al telefono, Chiara è estremamente gentile e disponibile, e dalla sua voce traspare non solo una grande passione per la propria attività e per la cultura a tutto tondo, ma anche il desiderio di fare chiarezza sul significato autentico del kintsugi, una tecnica di restauro artigianale, creativa e complessa. Proprio di questo ci parlerà più nel dettaglio in occasione della diretta, durante la quale ci sarà spazio anche per una sessione Q&A: invitiamo quindi lettrici e lettori a preparare eventuali domande, riflessioni e curiosità da rivolgere a Chiara durante l’incontro.

Chi è Chiaraarte e di cosa si occupa oggi?

Chiaraarte è il mio laboratorio d'arte e restauro, nato nel 1991 a Biella con l'intento di essere un punto di riferimento per il restauro di bambole antiche.
Ora, a distanza di più di trent'anni, mi occupo di restauro ceramiche, sia con restauri estetici, conservativi che kintsugi; eseguo restauro di oggetti in legno policromi e dorati, con dorature a guazzo.
Mi occupo di restauro kintsugi dal 2015: dai miei studi è nato il libro "Kintsugi, l'arte di riparare con l'oro" che, oltre ad essere un manuale tecnico, esplora la cultura e la storia giapponese del periodo Higashiyama bunka.
Nel corso dell'anno conduco corsi di kintsugi tradizionale e contemporaneo, team building aziendali, conferenze; ultimamente ho creato nuovi corsi di restauro ceramiche.
È questo un modo nuovo di intendere il restauro che mi appaga e mi spinge ad approfondire le mie conoscenze.

Nel suo sito racconta di essere cresciuta circondata dall’arte, all'interno del negozio d’antiquariato del padre, e di aver poi frequentato l’Istituto per l’Arte e il Restauro “Palazzo Spinelli” a Firenze. Come è nata, da questo percorso, la sua passione per la cultura Higashiyama ed in particolare per il kintsugi?

L'inizio è stato abbastanza casuale: nel 2015 un'amica pubblicò sulla mia pagina Facebook l'immagine di una tazza restaurata con l'oro. Approfondii, nonostante la difficoltà nel reperire informazioni all'epoca, e decisi - vista la mia natura di restauratrice - di approcciarmi alla tradizione, con materiali e strumenti giapponesi. Curiosamente, però, attratta principalmente dalla bellezza della tecnica, tralasciai la cultura e l'arte giapponese, concentrandomi più sui passaggi (all'epoca davvero difficili e sperimentali) che sul contesto culturale.
Solo nel 2018, dopo essere stata ospite in Giappone di TvTokyo, aver conosciuto e lavorato con il mio maestro Hiroki Kiyokawa e aver potuto raccogliere personalmente la lacca urushi a Daigo, nella prefettura di Ibaraki, mi sono sentita parte di un tutto più grande e armonioso, che non era più solo tecnica, ma Arte.
L'incontro con il Giappone è stata la svolta nel mio modo di lavorare al restauro, con un approccio più poetico, profondo, quasi meditativo: la ceramica non è un numero ma ogni volta una storia a sé, personale, intima e creativa.

In che modo l’arte del kintsugi si declina oggi nel contesto italiano, e in particolare nella sua produzione artistica?

Se parliamo strettamente di restauro, l'arte kintsugi è vista con diffidenza: in Italia noi professionisti del settore seguiamo le linee guida della Teoria del Restauro di Brandi, che presuppone che il restauro non danneggi in alcun modo l'opera, sia reversibile e poco invasivo sulla leggibilità dell'opera stessa, tutte caratteristiche che non si trovano nel restauro kintsugi. In Italia il kintsugi è visto più come la realizzazione di una nuova opera d'arte che per quello che realmente è: una tecnica, creativa, di restauro. Ecco, la parola creativa e la parola restauro in Italia non vanno assolutamente d'accordo!
Come detto prima, oltre al restauro mi occupo quindi anche di formazione e divulgazione nella speranza che i due mondi possano incontrarsi nel rispetto reciproco.
Il mio approccio all'arte kintsugi è un approccio legato, ove possibile, alla tradizione, con l'utilizzo di materiali e strumenti tradizionali giapponesi. Non nego di aver fatto fatica anch'io, all'inizio, ad accettare questa visione creativa, ma ultimamente mi sto aprendo a tecniche sempre tradizionali, che però offrono una visione più ampia rispetto al solo utilizzo dell'oro: argento, lacche urushi colorate, yobitsugi, raden, maki.
Insomma, anche le restauratrici hanno un'anima estrosa!

"Mancanze", manufatto realizzato da Chiara Lorenzetti

In occasione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 ha collaborato con atleti come Gabriele Detti, Bebe Vio e Vanessa Ferrari. Ritiene che questa esperienza possa rappresentare un esempio di come un’arte apparentemente “alta” e radicata nella cultura giapponese riesca invece a veicolare messaggi universali e contemporanei?

Certamente. In questi anni ho collaborato con psicologi, psichiatri, counselor, coach; ho partecipato a team building aziendali, a eventi presso ospedali nei reparti oncologici, presso strutture di accoglienza per disabili, per donne vittime di abusi, giovani con disturbi della personalità; sono stata ospite di programmi televisivi su Report, Rai2, RSI1 Svizzera.
L'oro nelle crepe non è solo oro che impreziosisce una ceramica e la rende adatta a usi alimentari ma assume un altissimo valore simbolico di valorizzazione della fragilità, della capacità di superare le difficoltà, del condividere e mostrare la fatica, il dolore e la rinascita. Io, mentre restauro, sento spesso questa forza così potente e cerco, nei miei gesti lenti, di interpretarne la cura.

Se potesse sfatare un luogo comune particolarmente diffuso sul kintsugi, così come viene percepito in Italia, quale sceglierebbe e perché?

In Italia, come nel resto del mondo (e sì, anche in Giappone!) si è diffusa, a fronte della difficoltà nell'apprendere l'arte kintsugi tradizionale, dei suoi tempi lunghi e del costo dei materiali, una versione moderna, contemporanea, immediata, semplificata, e con utilizzo di materiali non naturali. Questa versione non è univoca, ma molteplice per materiali e modalità di esecuzione.
È da intendersi kintsugi o no? La mia opinione è che lo sia, che sia un'evoluzione, e che sia così per ogni forma d'arte: senza innovazione saremmo fermi ai tempi della pietra.
E quindi a cosa dobbiamo fare attenzione? A capire se è stata usata la tecnica tradizionale o no. Spetta a chi pratica quest'arte essere onesto nella descrizione dei materiali usati e dei passaggi effettuati.
Ma soprattutto dobbiamo essere attenti a cogliere la bellezza della perfezione dell'oro, la semplicità delle linee, la preziosità delle mani sapienti degli artigiani.
Perché kintsugi insegna il rispetto e la forza, potente e sommessa, del silenzio. E non è, ahimè, una linea d'oro buttata in malo modo su una ceramica solo per marketing.

Ringraziamo ancora Chiara Lorenzetti per aver condiviso con noi il suo percorso.
Vi aspettiamo numerosi giovedì 3 luglio alla diretta Instagram e vi invitiamo a scoprire di più sul suo lavoro attraverso i suoi contatti ufficiali:

CHIARAARTE DI CHIARA LORENZETTI
RESTAURI D’ARTE DAL 1991

Indirizzo: Via Novellino 16, 13900 Biella
E-mail: info@chiaraarte.it
Sito web: www.chiaraarte.it ┃ kintsugi.chiaraarte.it


San Valentino in Giappone e il White Day!

Come in tutto il resto del mondo, in Giappone il 14 febbraio si festeggia il giorno di San Valentino バレンタインデー. Nel paese del Sol Levante però la ricorrenza ha preso un valore un po’ diverso dalla nostra, oltre ad avere varie usanze peculiari.

Bisogna innanzitutto comprendere che il Giappone, non essendo un paese particolarmente influenzato dal Cristianesimo, si cominciò a festeggiare il giorno di San Valentino solamente durante il secolo scorso.

 

Mentre qui è considerata un’occasione per gli innamorati di passare una giornata romantica insieme ed eventualmente scambiarsi reciprocamente dei regali, in Giappone di solito, durante questa giornata, è solamente la ragazza a regalare qualcosa al proprio amato, quasi sempre dei cioccolatini, acquistati o confezionati da lei stessa.

 

Il modo in cui la pratica di regalare cioccolato si sia sviluppata in Giappone non è, in realtà, ben chiaro: ci sono varie teorie al riguardo, tra cui, per esempio, che è si è diffusa grazie a Kunio Hara della Mary Chocolate Company, agenzia dolciaria di Tokyo, che si inventò la frase “Una volta l’anno, San Valentino è il giorno in cui le donne possono confessare il proprio amore con il cioccolato”. Questa frase si rivelò successivamente un’interpretazione sbagliata di una lettera che Kunio ricevette da un collaboratore stanziato a Parigi in cui il suo Socio parlava di come la festività venisse festeggiata in Occidente. Kunio, leggendo la lettera, si rese conto che, portando questa tradizione anche in Giappone, avrebbe potuto vendere più cioccolato, non realizzando però che in realtà aveva compreso male la lettera ricevuta e le usanze occidentali.

Altre fonti invece sostengono che questa pratica sia dovuta al movimento di liberazione delle donne, oppure semplicemente sia cominciata per imitare gli stranieri e promuovere le vendite dolciarie.

La teoria più popolare però è sicuramente quella legata alla Morozoff Confectionery, pasticceria di lusso di Kobe, che già nel 1936 aveva pubblicato un annuncio sul giornale con lo slogan “Invia cioccolato al tuo Valentino [la persona amata]”, e questa è la prima testimonianza in assoluto in Giappone della celebrazione della giornata. Il giornale su cui questo è stato pubblicato, il “The Japan Advertiser”, era però in inglese, e quindi era indirizzato solamente agli stranieri residenti nel paese del Sol Levante che erano già familiari con la pratica. Nonostante ciò, si pensa comunque che questo sia stato il primo tassello per la diffusione della celebrazione della festività. La piazza davanti alla stazione di Mikage, la più vicina alla vecchia sede principale della pasticceria, oggi si chiama “Piazza di San Valentino”. Inoltre, nel 1992 la città di Terni, luogo del martirio del santo, ha dato in dono alla città di Kobe la “Statua dell’Amore”, come riconoscimento del luogo di nascita della celebrazione di San Valentino in Giappone.

Oggigiorno in realtà, però, le donne che regalano il cioccolato non lo fanno solo al proprio amato o spasimante, ma anche ai propri amici, ai propri cari e persino ai colleghi.

Esistono quindi varie “categorie” di cioccolato: il Giri-choko 義理チョコ, “cioccolato dell’obbligo”, generalmente cioccolatini a basso prezzo e qualità, che vengono regalati a colleghi di lavoro, compagni di classe e conoscenti. La società giapponese è collettivista, e questo fa sentire le persone in obbligo di conformarsi il più possibile, e ciò si riflette anche in questa pratica, che fa sentire le donne in dovere di spendere tempo e denaro per fare questi regali. Negli ultimi anni l’usanza del Giri-choko è stata criticata molto e ormai si fa sempre meno.

Poi c’è il Tomo-choko チョコ, “cioccolato dell’amico”, cioccolatini regalati agli amici stretti, donati con sentimenti veritieri di affetto.

Il più ambito e conosciuto però è sicuramente il Honmei-choko 本命チョコ, ovvero “cioccolato del prediletto”. Questo è il cioccolato che si regala solamente alla persona che si ama veramente, e si usa sia per esprimere l’amore verso il proprio partner, sia per fare una vera e propria dichiarazione amorosa. Il cioccolato che viene regalato in questa occasione viene spesso preparato minuziosamente e confezionato in casa, oppure comprato in una pasticceria di lusso. 

Recentemente, questo “rito” non viene effettuato solo dalle ragazze: pur rimanendo sempre la maggioranza, in generale è un gesto fatto da chiunque voglia esprimere i propri sentimenti nei confronti di un’altra persona.

Ci sono anche altre categorie di cioccolato meno conosciute, come il Jiko-choko 自己チョコ, “cioccolato autonomo”, che si acquista e si consuma da soli, pratica sempre più diffusa dopo il 2010, oppure l’Oshi-choko 推しチョコ, in cui i giovani postano sui social foto di dolci e regali che darebbero al proprio idolo o celebrità preferita se potessero passare la giornata insieme.

 

In Giappone c’è però un’altra festività legata al giorno di San Valentino, il White Day ホワイトデー.

Avviene il 14 marzo, esattamente un mese dopo la celebrazione precedente. Gli uomini che hanno ricevuto il Honmei choko, se ricambiano i sentimenti della spasimante, per dimostrare il loro affetto dovranno regalarle cibi come il cioccolato bianco, i marshmallows e caramelle, accompagnandoli con accessori bianchi come borse, fiori, creme e biancheria intima: questo perché in Giappone si suol dire che gli uomini dovrebbero regalare qualcosa che valga circa tre volte il prezzo del regalo ricevuto a San Valentino, secondo la regola del sanbai gaeshi (三倍返し, “ritorno triplo”).

 

Anche questa festa è nata da una campagna pubblicitaria di un’azienda dolciaria, la Ishimura Manseido, che nel 1977 ha invitato gli uomini a comprare i marshmallow, chiamandola appunto Marshmallow Day マシュマロデー. L’Associazione Nazionale dell’Industria Dolciaria ha poi attribuito nel 1978 il nome attuale di “White Day” alla giornata e il suo ruolo di “risposta” ai regali di San Valentino.

Da allora, questa festività si è diffusa anche in altri paesi dell’Asia orientale, infatti si festeggia anche in Cina, Corea, Taiwan, Vietnam e altri.

 

Complessivamente però, si tende a festeggiare e spendere sempre meno per queste due giornate, criticate negli ultimi anni sia da un punto di vista sociologico, con ruoli di genere che mutano continuamente, sia da un punto di vista economico, considerata talvolta uno spreco di soldi essendo una festività puramente commerciale, soprattutto nel paese del Sol Levante.