La mostra Ko = Ghei tra identità giapponese e strategia internazionale

 

Sopraffatte dalla cultura dei social media e dalle dinamiche della “viralità” dei fenomeni, elementi come la tradizione e l’autenticità risultano oggi frequentemente marginalizzati o trascurati. Questo scenario di progressiva semplificazione e omologazione influisce in modo significativo sull’immagine internazionale di un Paese come il Giappone, in particolare nei campi dell’arte, della tradizione e dell’unicità culturale. Che si tratti di una strategia consapevole o di un processo spontaneo, legato alle logiche della globalizzazione mediatica, è evidente come, nel discorso comune, i primi riferimenti associati alla cultura giapponese siano spesso anime, manga, sushi o samurai. Tali elementi, sebbene effettivamente radicati nella storia e nella società del Paese, finiscono per oscurare un panorama ben più ampio e stratificato di tradizioni, usi e costumi che meriterebbero di essere conosciuti e approfonditi, al fine di comprendere in maniera più autentica e completa la cultura giapponese nella sua complessità ed evitarne una visione orientalistica.

Il nostro articolo concentra l’attenzione sul contesto italiano, dove, nel tentativo di contrastare fenomeni di standardizzazione e globalizzazione culturale, numerose fondazioni, associazioni culturali come la nostra ed enti istituzionali promuovono iniziative volte a favorire una comprensione del Giappone più articolata e integrale, che affondi le proprie radici nella sua essenza storica e nella sua originalità identitaria. In tale cornice si inserisce la nostra visita alla mostra “工=藝Ko = Ghei: una fusione di arte, ragione ed emozione”, che si è svolta nel mese di gennaio alla Fondazione ADI con il patrocinio del Comune di Milano e promossa da Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō in collaborazione con l’ANA Strategic Research Institute.

La visita alla mostra è stata accompagnata dalle chiare e approfondite spiegazioni di Naohiko Mitsui, architetto e designer giapponese, curatore della mostra, le cui riflessioni costituiscono il principale quadro analitico di questo contributo. Nel corso dello scambio, Mitsui ha offerto dettagli significativi in merito alla logica curatoriale del progetto, al suo sostegno istituzionale e ai più ampi obiettivi economici e politici che lo sottendono. Tali osservazioni dirette orientano l’interpretazione da noi proposta, consentendo di approfondire l’esposizione non soltanto in qualità di iniziativa artistica, ma anche come un caso di studio emblematico di strategia culturale promossa dal governo giapponese.

Il termine giapponese kogei “工藝”, che si legge con la pronuncia “koghei”, integra armoniosamente concetti apparentemente opposti: “工” (Ko) è il carattere ideografico che indica la tecnica, il processo produttivo a partire da struttura, funzione e materiali e si riferisce al sapere che funge da base alla capacità di riprodurre e perpetuare nel tempo. “藝” (Ghei) è invece il carattere ideografico che si riferisce alla pratica creativa, che armonizza corpo e spirito: un esercizio che conduce, come esito, a generare bellezza. Nel pensiero giapponese, ragione ed emozione hanno infatti continuato a esistere in una relazione di reciproca tensione, positiva o negativa: Ko conferisce rigore a Ghei che genera creatività ed emergenza. Koghei è dunque la bellezza che non sacrifica la funzione, l’intelligenza che non esclude l’emozione. E anche in un’epoca dove le comunicazioni astratte dominano i rapporti tra persone e ambienti, essa continua a suggerire l’equilibrio tra spiritualità e mondo fisico.

L’esposizione presenta una selezione di opere che rappresentano alcune delle più importanti tradizioni dell’artigianato giapponese. Si mostrano ceramiche Mumyōi yaki dell’isola di Sado, accanto a oggetti in metallo fuso realizzati a Takaoka (Nousaku), in stagno, rame e bronzo. Il percorso include anche il kabazaiku, l’antica tecnica di lavorazione della corteccia di ciliegio selvatico di Kakunodate, nella prefettura di Akita, e il raffinato Wajima nuri, celebre laccatura tradizionale della città di Wajima, in Ishikawa. Completano l’esposizione le ceramiche Bizen yaki, tra le più antiche del Giappone, e opere di alta oreficeria che testimoniano l’eccellenza giapponese nella lavorazione dell’oro e dei metalli preziosi.

Fusione, martellatura e incisione sono tecniche fondamentali che conferiscono alle opere ricchezza espressiva e profondità. Queste sono realizzate da maestri artigiani cui è stato attribuito il titolo di “Tesoro Nazionale Vivente”, in quanto detentori di una conoscenza immateriale riconosciuta dal governo giapponese come Bene Immateriale Culturale Importante. Oggi sono in totale 126 i maestri a cui è stato attribuito il titolo: queste figure rappresentano, con le loro tecniche raffinate, un ponte tra passato e futuro, esprimendo appieno la profondità della cultura giapponese. In particolare, l’esposizione alla Fondazione ADI accoglie le creazioni di alcuni dei maestri artigiani tra i più autorevoli del panorama nipponico, inclusi due Tesori Nazionali Viventi: Sekisui Ito V e Jun Isezaki, figure che incarnano l’eccellenza nelle arti della ceramica, della lacca e del kabazaiku.

Le tecniche impiegate attestano il loro ruolo cruciale nella trasmissione della cultura materiale del Paese, un tempo affidata alle kitamaebune, ovvero navi mercantili che, dalla fine del XVII secolo fino alla fine del XIX secolo, navigavano lungo la costa del Mar del Giappone, da nord a sud, facendo scalo nei numerosi porti per commerciare beni locali. Grazie a un sistema commerciale unico, che prevedeva la sostituzione del carico a ogni porto, queste navi trasportavano non solo beni, ma anche cultura e conoscenze tecniche tra le diverse regioni. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con lo sviluppo delle moderne infrastrutture giapponesi, concentrate soprattutto lungo la costa del Pacifico, le rotte delle kitamaebune persero gradualmente la loro funzione originaria. Proprio per preservare il legame tra le regioni, un tempo unite da queste vie marittime, è nata l’associazione Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō, che si impegna a mantenere vivi i rapporti tra questi territori, ancora oggi custodi di importanti tradizioni culturali e industriali. Dunque, le opere di artigianato giapponese, che un tempo solcavano i mari a bordo delle kitamaebune, oggi superano i confini regionali e nazionali, portando il proprio valore nel mondo a partire da Milano. Attraverso oggetti pensati per l’uso quotidiano (ciotole, tazze, contenitori per il tè, vassoi, scatole e manufatti laccati), il percorso espositivo invita a riflettere su una concezione del bello in cui funzione, durata e riparabilità sono elementi centrali, profondamente intrecciati con l’utilità e la vita di tutti i giorni.

La scelta di Milano, come sede della mostra, emerge da questo dialogo come una decisione calcolata. Il capoluogo lombardo infatti occupa una posizione centrale all'interno del sistema globale del design, fungendo da luogo in cui il capitale culturale viene prodotto, legittimato e convertito in valore economico. Come Mitsui ha esplicitamente osservato durante la nostra intervista, la cultura milanese è particolarmente sensibile alle diverse forme d’arte, riuscendo sempre a farsi impressionare da nuove forme, modelli e immaginari artistici. In questa cornice, Milano si presenta come il palcoscenico ideale per i “crafts”, così denominati dallo stesso curatore, presentati alla mostra ko=ghei, in quanto costituiti da forme che resistono a una rigida classificazione, spesso fraintesi o sottovalutati nel loro contesto nazionale.

Infatti, un tema chiave emerso dall'intervista riguarda le mutevoli condizioni di ricezione culturale all'interno dello stesso Giappone. Mitsui ha espresso preoccupazione per quella che ha descritto come una progressiva standardizzazione del gusto estetico della società giapponese, un processo che si è intensificato nel dopoguerra ed è incrementato con la globalizzazione. Secondo la sua visione, la produzione di massa, le norme di consumo globali e la logica industriale orientata all'esportazione hanno rimodellato le aspettative del pubblico, restringendo lo spazio per forme di artigianato non convenzionali. Questa osservazione è in linea con analisi più ampie delle tendenze omogeneizzanti della globalizzazione, in particolare nelle economie industriali avanzate.

In questo contesto, la mostra rivela un paradosso strutturale. Mentre l'artigianato viene spesso inserito nel discorso ufficiale come indicatore dell'identità culturale giapponese, le sue forme più sperimentali faticano sempre più a trovare un riconoscimento o un sostegno economico interno. In questo senso, come ha evidenziato Mitsui, i contesti internazionali offrono spesso un maggiore margine di interpretazione, conferendo fondamentale importanza alle dinamiche del mercato globale, affinché tali pratiche possano acquisire valore. La circolazione esterna diventa quindi non un'opzione secondaria, ma un requisito strutturale.

Il ruolo dello Stato giapponese, come discusso durante l'intervista, è quindi centrale. Mitsui ha riconosciuto apertamente che la mostra è stata ampiamente supportata dal governo giapponese non solo come iniziativa culturale, ma anche come mezzo per promuovere relazioni commerciali internazionali e aprire l'accesso ai mercati esteri. Da un punto di vista analitico, questa sponsorizzazione può essere interpretata come una forma di diplomazia economica strategica, in cui la produzione culturale viene sfruttata per migliorare la competitività, diversificare le esportazioni e gestire il rischio economico a lungo termine.

Questa strategia riflette il continuo sforzo del Giappone di rinegoziare la propria posizione all'interno di un ordine globale sempre più competitivo e imprevedibile. Di fronte al declino demografico, alla prolungata stagnazione economica e alla crescente concorrenza di altre economie esportatrici di beni culturali, il Paese del sushi e dei manga deve cercare fonti alternative di differenziazione. Le iniziative culturali sostenute dallo Stato offrono un mezzo relativamente economico e poco conflittuale per proiettare la propria influenza e garantire l'accesso al mercato. Tuttavia, come illustra questo caso, tali strategie dipendono fortemente da meccanismi di convalida esterna. La diplomazia culturale opera qui come meccanismo di protezione contro la volatilità economica, la contrazione del mercato interno e l'erosione dell'identità. Allo stesso tempo, il ricorso a quadri interpretativi esterni introduce nuove vulnerabilità, tra cui l'esposizione alle fluttuazioni del mercato estero e la parziale perdita della corretta comunicazione.

L’Italia, e Milano in particolare, emergono quindi in questo processo non soltanto come dei partner, ma anche come degli intermediari centrali. Il sistema del design italiano si configura infatti come uno spazio di incontro e mediazione, capace di trasformare l’artigianato sperimentale giapponese in un valore culturale ed economico riconoscibile e apprezzabile a livello internazionale.

Attraverso questo meccanismo, il nostro Paese consolida il proprio ruolo di riferimento culturale all’interno delle industrie creative internazionali e, allo stesso tempo, contribuisce a orientare e modellare il percorso delle esportazioni culturali giapponesi. Nel contesto più ampio delle relazioni tra Italia e Giappone, la mostra rappresenta un esempio significativo di come oggi la produzione culturale venga sempre più utilizzata dagli Stati come strumento di promozione della propria immagine e della propria identità culturale all’estero, oltre che come risposta alle fragilità generate dalla globalizzazione. In questa prospettiva, i crafts diventano un ambito attraverso cui si negoziano attivamente questioni centrali quali l’identità nazionale, l’accesso ai mercati globali e il riconoscimento della legittimità internazionale.

 

Articolo di Emanuela Fedele


Mostra HAIIRO: intervista a Maurizio Cianciarelli

 

La promozione e l’analisi dei linguaggi culturali contemporanei rappresentano uno degli strumenti attraverso cui la nostra Associazione Culturale Giappone in Italia intende favorire il dialogo tra tradizioni, sensibilità e contesti diversi. Mostre, presentazioni editoriali e incontri con gli autori non sono soltanto eventi artistici, ma occasioni di riflessione sui modi in cui le culture si osservano, si traducono e si trasformano reciprocamente.

In questa prospettiva si inserisce l’inaugurazione della mostra HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza di Maurizio Cianciarelli, ospitata presso lo Spazio Garde di Milano, in via Tortona, 37. La mostra, che prende il nome dall’omonima raccolta dell’autore, propone un dialogo visivo tra le fotografie di Cianciarelli e le calligrafie di Kinuko Miura, costruendo un percorso ispirato alla tradizione poetica giapponese del tanka. Questo termine indica un tipo di poesia tradizionale giapponese articolata in 31 sillabe, tradizionalmente scritta come una singola riga ininterrotta. La parola tanka si traduce in “breve canzone” e si diffonde particolarmente nell’ambiente delle corti, che la caratterizza come poesia elegante.

L’evento è stato introdotto da Paolo Legazzi, critico letterario ed esperto di poesia giapponese, insieme al Presidente della nostra Associazione, Alberto Moro. Fin dall’inaugurazione è apparso evidente come HAIIRO non si configuri come una semplice esposizione fotografica, ma come un progetto di ricerca estetica e concettuale che mette in relazione immagine, parola e percezione del tempo.

La visita alla mostra è articolata attorno ai nove nuclei tematici individuati da Cianciarelli nel suo lavoro: Passaggi, Tracce, Resilienza, Movimento, Sogno, Ricordi, Similitudini, Apparizioni e Transizioni. Temi che non funzionano come categorie rigide, ma come traiettorie emotive, capaci di guidare lo spettatore all’interno di una riflessione più ampia sull’impermanenza.

Le fotografie non rappresentano soggetti iconici o fortemente simbolici, ma elementi ordinari: paesaggi anonimi, segni del tempo, animali, cieli nuvolosi. È una scelta precisa, come spiega Cianciarelli: «Volevo che le persone si connettessero con il proprio intimo attraverso le immagini». L’assenza di un soggetto narrativamente dominante consente allo spettatore di proiettare la propria esperienza, costruendo una relazione personale con le opere.

In questo senso, il legame tra fotografia e poesia non è mai illustrativo. «Lettura e visione», osserva l’autore, «accendono entrambe l’immaginazione verso ciò che rimane sospeso: quello che accade attorno alla cornice della fotografia e quello che resta implicito nel testo poetico». Il tanka diventa così una matrice emotiva, più che un riferimento testuale diretto, mentre il senso emerge nello spazio intermedio tra parola e immagine.

La scelta del bianco e nero rafforza questa poetica della sospensione. Oltre a essere affine allo stile di Cianciarelli, l’assenza di colore sottrae l’immagine a una definizione univoca, lasciando emergere una dimensione ambigua e aperta. «La poesia giapponese ha cambiato il mio modo di fotografare», afferma l’autore. «Passare dal colore al bianco e nero è stata una scelta anche violenta, ma necessaria per catturare l’essenza delle cose». È proprio in questa essenzialità dunque che risuonano chiaramente concetti centrali dell’estetica giapponese, come wabi-sabi e mono no aware, intesi come attenzione al pathos silenzioso degli oggetti e alla loro transitorietà.

Il titolo stesso del progetto concentra questi significati. Haiiro (灰色), “grigio”, unisce i kanji di cenere e colore, evocando ciò che resta dopo la trasformazione. La cenere diventa metafora di una presenza assente, di qualcosa che è stato e che continua a esercitare una forza simbolica, pur non essendo più pienamente visibile.

Centrale nel progetto è anche il concetto di mono no aware, che Cianciarelli riconosce come parte integrante del suo processo creativo: «È una sensazione che mi portavo dietro mentre fotografavo. Cercavo metafore che non esistevano ancora». Questo concetto estetico giapponese infatti esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Trovare una traduzione esaustiva a questo concetto risulta complesso in ogni lingua; il suo corrispettivo in italiano può essere "pathos", "sensibilità estetica" o "partecipazione emotiva alle cose".  Da qui nascono accostamenti visivi privi di un nesso logico immediato, come nuvole associate a tronchi, che nascondono significati latenti. «È un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione», conclude, «perché, costruendosi quasi casualmente, mi ha permesso di esternare la mia interiorità».

Dal punto di vista formale, HAIIRO traduce la struttura del tanka in un linguaggio visivo. Cinque fotografie corrispondono ai cinque versi della poesia, con formati che variano: quadrati, rettangolari o dittici verticali in relazione alla metrica (5-7-5-7-7). «La verticalità della scrittura giapponese mi ha ispirato», spiega Cianciarelli, «mi ha permesso di creare dittici verticali, come i kanji disposti sulla pagina». Tuttavia, l’autore sottolinea come il pubblico tenda a essere più colpito dalle immagini che dal processo complesso che le lega alla poesia. Questo infatti è un processo che richiede una doppia sensibilità, poetica e fotografica, non sempre facile da far incontrare.

La scelta di realizzare una mostra, oltre al libro, risponde anche all’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico. «Il libro comporta una fruizione solitaria», osserva l’autore, «mentre la mostra ti permette di presentarti al pubblico e di coglierne immediatamente le reazioni». Le fotografie esposte sono infatti una selezione ridotta rispetto al volume, ma consentono un dialogo più immediato e condiviso.

Nel corso dell’intervista, l’autore ha raccontato il suo lungo e profondo avvicinamento alla cultura giapponese, iniziato in giovane età; il cuore della realizzazione di HAIIRO. «Mi sono avvicinato al Giappone da bambino, affascinato dagli ideogrammi. Il fatto che i kanji siano così distanti dal nostro modo di scrivere e che racchiudano un significato in ciò che appare come un disegno mi ha attratto fin da allora». Da qui nasce anche l’inserimento della calligrafia nel progetto, non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante del discorso visivo. Il desiderio di confrontarsi con un’alterità radicale, dotata di tradizioni, usi e livelli di raffinatezza molto diversi da quelli occidentali, ha rappresentato uno stimolo costante nel suo percorso. Per spiegare il suo legame, Cianciarelli richiama inoltre il pensiero di Claude Lévi-Strauss, che definì il Giappone “la parte oscura della luna”, una metafora che il fotografo sente profondamente affine.

È particolarmente interessante, nel contesto dei rapporti culturali tra Italia e Giappone, osservare come Cianciarelli sia riuscito a interiorizzare questa cultura in modo spontaneo e naturale. Le fotografie infatti rappresentano scenari ritratti in Italia, visti però con l’occhio dell’estetica giapponese. Pur partendo da matrici culturali differenti, le due tradizioni condividono una profonda attenzione alla riflessione, al pensiero e al legame con le rispettive eredità storiche. Un’affinità che aiuta a comprendere anche il forte interesse reciproco tra i due paesi, evidente nella partecipazione del pubblico alla mostra, composto da visitatori italiani e giapponesi.

A completare questo percorso di interiorizzazione della cultura giapponese contribuisce anche il cinema, in particolare quello di Yasujirō Ozu. «I film di Ozu raccontano la quotidianità e la vita», afferma Cianciarelli, riconoscendo in questo linguaggio una forte affinità con il neorealismo italiano. Un mezzo che lo ha aiutato a tenere insieme i molteplici elementi, estetici, filosofici ed emotivi, confluiti nel progetto HAIIRO.

In definitiva, HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza si configura come un dispositivo di relazione: tra fotografia e poesia, tra Italia e Giappone, tra autore e pubblico. Un progetto che non mira a fornire chiavi di lettura univoche, ma invita lo spettatore a sostare nell’incertezza, ad accogliere la sospensione e a riconoscere, nel mutamento continuo delle cose, una forma silenziosa di permanenza.

 

Articolo di Emanuela Fedele


Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku

Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.

Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.

Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.

La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.

Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.

Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.

Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.

La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.

Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.

Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.

Dr Elena Maria Colizzi

 

 

 

 

 

 

 

 

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Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata

Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata 

A pochi passi da Porta Romana, tra gli eleganti palazzi di via Adige, si nasconde un piccolo angolo di Giappone: è solo una vetrina, ma non passa certo inosservata. Ad accogliermi, una piantina di bambù adornata da decine di tanzaku, strisce di carta colorata sulla quale la comunità affezionata alla libreria Tanabata ha scritto i propri desideri, secondo la tradizione dell’omonima festa del 7 luglio (clicca qui per saperne di più).

L’inventario è sorprendentemente ricco: sugli scaffali trovano posto prodotti autentici giapponesi, dalle tazze per la cerimonia del tè - realizzate a mano, ognuna diversa - ai simpatici daruma, piccole statuette raffiguranti il primo patriarca zen, simbolo di perseveranza e impegno al fine di raggiungere i propri obiettivi.

E naturalmente, i veri protagonisti: i libri, dai grandi classici dell’epoca Heian ai più recenti bestseller.

Cullati dal tintinnio dei furin - campanelle a vento mosse dalla piacevole brezza milanese, tanto attesa dopo settimane di caldo afoso - e inebriati dal profumo dei dolci preparati dal signor Vittorio Porro e dai suoi collaboratori in occasione del Tanabata (impossibile non notare i simpatici volti dei due amanti leggendari impressi sui biscotti), ha così inizio la nostra intervista alla scoperta di questa affascinante realtà e di alcuni imperdibili titoli in catalogo.

La vostra libreria ha un nome evocativo e poetico, “Tanabata”, che evoca l’incontro tra mondi distanti: che storia racconta e cosa rappresenta per voi portarla avanti a Milano?

Tanabata è una leggenda di origine cinese, ormai abbastanza nota - citata in molti romanzi famosi - e racconta la storia di due stelle, la Tessitrice e il Mandriano celesti, che vivono divise dalla Via Lattea. Un bel giorno, però, si vedono, si innamorano e cominciano a non lavorare più, trascorrendo tutto il tempo insieme: vengono così condannati a potersi incontrare solo una volta l’anno, la notte del 7 di luglio, data in cui si festeggia in Giappone il Tanabata Matsuri, o “festival delle stelle innamorate”.

La festa del Tanabata in origine era dedicata proprio alle lettere, alla poesia, alla calligrafia: questa è la ragione dietro alla scelta del nome della libreria.

La libreria nasce nel 2000 come agenzia di traduzione e nel tempo è diventata un vero “rifugio per gli amanti del Giappone”. In che modo la vostra iniziale attività di traduttori ha influenzato l'identità attuale?

Il lavoro di traduzione è sempre proseguito in parallelo alla conduzione della libreria: ultimamente, le traduzioni sono un po’ diminuite. Per questa ragione, ci stiamo ora dedicando quasi a tempo pieno a Tanabata, l’unico luogo a Milano dove si trovi un’autentica rappresentanza della letteratura giapponese.

A questo punto concedetemi una domanda sulla traduzione letteraria dal giapponese. Negli ultimi anni, è sempre più frequente incontrare parole lasciate in originale - shōji, senpai, kodomo - accompagnate da note o glosse. È come se certi termini portassero con sé un piccolo mondo che si rifiuta di essere completamente tradotto. Secondo voi, questa scelta di abbandonare un precedente approccio “domesticante” in favore di una traduzione più esotizzante può affascinare e arricchire il lettore, oppure rischia di creare una barriera invisibile per chi si avvicina per la prima volta alla letteratura giapponese?

Secondo me, questo fatto è positivo, a patto di non esagerare. Ad esempio, lei cita kodomo (“bambino”), che è una parola il cui equivalente esiste in italiano: non ritengo necessario lasciarla in giapponese. Diverso è quando si tratta di un tipico prodotto giapponese, come il tofu, o di particolari elementi architettonici o religiosi difficili da rendere in un’altra lingua.

Proponete non solo libri, ma anche ceramiche, fūrin (campanelle a vento), teiere, kimono e altro ancora. Cosa vi guida nella ricerca di manufatti così da creare un “angolo di Giappone” in Italia?

Lo scopo è quello di offrire manufatti artigianali e rappresentativi di diversi aspetti della cultura giapponese, oggetti tipici e tradizionali alla portata di tutti, ma che difficilmente si possono trovare altrove in Italia.

Nelle recensioni i clienti raccontano che entrare in libreria è come “teletrasportarsi in Giappone”, grazie non solo alla vasta scelta di opere e manufatti provenienti direttamente dal Sol Levante, ma anche e soprattutto grazie alla cura ed alla gentilezza del personale. Quanto è importante per voi il rapporto con il pubblico?

Direi che il rapporto con la clientela è molto importante: noi cerchiamo di  mettere a proprio agio il cliente, lasciandolo tranquillamente consultare i testi senza interferire e poi, se richiesto, aiutandolo nella scelta. Questo approccio ci distingue dalle librerie di catena, dove è più difficile rapportarsi individualmente con il lettore.

Tra gli scaffali di "Tanabata" convivono classici e voci contemporanee, ma è proprio una di queste ultime ad averci colpito in particolare. Mi riferisco a Vanishing World (Edizioni e/o, 2025) di Murata Sayaka, un libro che inquieta, affascina e interroga profondamente chi legge. Personalmente, a voi cosa ha lasciato questa lettura?

A me personalmente ha un po’ inquietato: l’ho considerato essenzialmente un libro di fantascienza, che descrive un mondo che potrebbe magari un giorno concretizzarsi, caratterizzato però da aspetti estremamente particolari, come lo stravolgimento dei rapporti familiari ed extraconiugali, o il finale in cui i bambini perdono le caratteristiche genetiche dei genitori biologici e finiscono per assomigliarsi tutti fra loro (similmente ai bambini alieni del classico di fantascienza I figli dell’invasione di John Wyndham, ndr.).

Vanishing World è uscito in Giappone col titolo originale Shōmetsu Sekai nell’aprile 2015, praticamente in parallelo all’indagine pubblicata dal quotidiano di Tōkyō Mainichi Shinbun sul fenomeno ormai noto come sekkusu banare, l’allontanamento dal sesso da parte dei giovani giapponesi. La coincidenza sembra quasi profetica, dato che nel romanzo il desiderio sessuale è rimosso, sterilizzato, trasformato. Secondo voi, è corretto definire Murata Sayaka come una delle più lucide interpreti della società giapponese contemporanea?

Direi di sì, poiché tratteggia un fenomeno molto attuale e presente, pur utilizzando un linguaggio un po’ fantascientifico. Forse il senso di inquietudine provato dal lettore si può addurre, in parte, proprio al fatto che alcuni dei processi narrati da Murata si stiano già in un certo senso producendo: il tono dell’autrice sarebbe dunque non più solo profetico, ma anche descrittivo di tendenze già in atto.

Come librai e mediatori culturali, credete che la letteratura possa avere un ruolo attivo nel decostruire l’immaginario collettivo su famiglia, identità e genere?

Senz’altro, sì. Penso che, nella società odierna come nelle epoche passate, l’intellettuale ricopra un ruolo importante nella costruzione e decostruzione di questi concetti, servendosi della fantasia per esplorare infinite possibilità all’interno di categorie apparentemente così rigide.

C’è un tipo in particolare di lettrice o lettore a cui consigliereste questo libro? A chi, invece, consigliereste magari di partire da un’altra opera dell’autrice? E quale, eventualmente?

Vanishing World è senz’altro un libro problematico da interiorizzare, che mette a dura prova il lettore: per cui lo consiglierei a soggetti interessati all'argomento e che desiderano informarsi sul background sociologico, così da riuscire ad apprezzare maggiormente l’opera. I temi trattati sono il confine tra naturale ed artificiale, la natura dei rapporti umani e le possibili declinazioni del concetto di famiglia. Personalmente, consiglierei di iniziare ad approcciare l’opera di Murata Sayaka a partire da La ragazza del Convenience Store (Edizioni e/o, 2021), una lettura dai toni decisamente più tranquilli e rilassati, ma comunque carica di significato, tratta dall'esperienza personale dell’autrice e sempre legata alla tematica della difficoltà nel sottostare alle norme sociali.

Quali titoli consigliate a chi, come la sottoscritta, è rimasto affascinato da Murata Sayaka e si trova alla ricerca di qualcosa che ne raccolga l’eco?

Consiglierei l’autrice Sakuraba Kazuki, in particolare i titoli Red Girls (Edizioni e/o, 2021) - saga familiare che esplora la tematica dei rapporti generazionali - e Non è un lavoro per ragazze (Edizioni e/o, 2023), che possiede una simile carica dirompente. Il primo romanzo è ambientato nel dopoguerra, in un paese scarsamente popolato del Giappone rurale, e si tratta di una lettura facilmente avvicinabile, come La ragazza del Convenience Store: ulteriori punti di contatto con l’opera di Murata sono la presenza di elementi di realismo magico e di protagoniste femminili non convenzionali. Il secondo libro, invece, si basa su di una premessa più sconcertante: una ragazza tredicenne aiuta l’amica e coetanea a sbarazzarsi del genitore abusante, ma una volta concluso l’omicidio, si fa restituire il favore.

C’è qualche titolo in particolare, tra quelli in catalogo presso la libreria Tanabata, che secondo lei meriterebbe più attenzione, magari perché offuscato da nomi più noti?

Personalmente, ritengo di sì. Ultimamente, romanzi molto decantati come Tokyo Sympathy Tower (L’Ippocampo edizioni, 2025), concepito anche grazie all'utilizzo dell’intelligenza artificiale, e Strani disegni (Einaudi, 2025), il thriller scritto dal misterioso creator mascherato Uketsu, hanno catalizzato l’attenzione degli appassionati di letteratura giapponese; tuttavia, ritengo che vi siano numerose altre opere altrettanto degne di nota, seppur meno recenti. Per quanto riguarda il genere giallo, Yokomizo Seishi è un maestro del settore: io consiglio in particolare Il detective Kindaichi (Sellerio, 2019), che racconta l’esordio del giovane investigatore, La locanda del gatto nero (Sellerio, 2019), caposaldo del genere del “delitto senza volto” e Fragranze di morte (Sellerio, 2022), edizione che raccoglie due romanzi brevi dell’autore.

Per quanto riguarda invece la letteratura femminile contemporanea, ci sono voci a cui secondo lei andrebbe dato maggior risalto?

Un’altra scrittrice contemporanea che esplora l’universo della distopia è Ogawa Yōko, di cui consiglio in particolare L’isola dei senza memoria (ilSaggiatore, 2021), che descrive un’epidemia di oblio collettivo: trovo però molto valida tutta la sua bibliografia. Quasi sua omonima, Ogawa Ito esplora ancora una volta i legami intergenerazionali in Ribon - messaggero d’amore (Neri Pozza, 2020), un dolce racconto sull'amore tra nonna e nipote.

Mentre ringrazio Vittorio Porro per averci aperto uno spiraglio sul suo vivace e curatissimo universo, la libreria già comincia ad animarsi con l’arrivo dei primi clienti, che si attardano tra le file di narrativa, rigorosamente senza fretta, concedendosi il piacere di perdersi nell'affascinante offerta letteraria. Prima di lasciare il negozio, il nostro intervistato mi porge un paio di quei deliziosi biscotti che avevo adocchiato all'inizio della mattinata: un piccolo gesto che, proprio come i desideri affidati al venticello estivo, sa infondere una grande dose di speranza.

Sofia Dagradi, studentessa

LIBRERIA TANABATA
Indirizzo: Via Adige, 7 20135 Milano
E-mail: info@tanabata.it
Telefono: 02 546 3980
Sito web: tanabata.it

 


Conosci i nostri soci: Chiara Lorenzetti e il restauro kintsugi

Chiara Lorenzetti e il restauro kintsugi
Un’intervista in vista della prossima diretta Instagram di Giappone in Italia 

Chiara Lorenzetti fotografata da Stefania Maniscalco

Nella cornice di una nuova rubrica dedicata a conoscere meglio i soci convenzionati dell'Associazione Giappone in Italia, incontriamo Chiara Lorenzetti, restauratrice da oltre trent'anni e riconosciuta dal 2007 Eccellenza Artigiana dalla Regione Piemonte. Nel suo laboratorio Chiaraarte, fondato a Biella nel 1991, si occupa di restauro conservativo ed estetico di ceramiche e oggetti lignei policromi e dorati, con una particolare attenzione al restauro tradizionale giapponese kintsugi.

Cos'è il kintsugi? Nelle parole di Chiara:

Kintsugi 金継ぎ - kin 金: oro, tsugi 継ぎ: riparare - è una tecnica artistica ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze tenmoku in ceramica per la cerimonia del tè, Cha no yu. Le linee di rottura, unite con lacca urushi, sono lasciate visibili, evidenziate con polvere d’oro. Gli oggetti in ceramica riparati con l’arte Kintsugi diventano vere opere d'arte: l'impreziosire con la polvere d'oro ne accentua la loro bellezza, rendendo la fragilità un punto di forza e perfezione.

L’arte Kintsugi vede la sua origine in Giappone nel periodo Muromachi, sotto lo shogunato di Ashikaga Yoshimasa (1435-1490). Yoshimasa ruppe una delle sue chawan per la cerimonia del tè, e i maestri ceramisti giapponesi cercarono di mettervi riparo usando l'estetica del wabi sabi e i materiali a loro disposizione: lacca urushi per incollare e oro per coprire le rotture. Il risultato ottenuto fu apprezzato da Yoshimasa; la sua tazza non solo era stata riparata ma aveva preso una vita nuova, carica delle sue imperfezioni e proprio per questo ricca di bellezza: era diventata unica.

La tecnica è complessa: abbisogna di elevata manualità e precisione, nonché di calma e pazienza. I materiali usati sono lacca urushi, estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, farina, argilla e polvere d'oro puro. Il processo di polimerizzazione della lacca avviene nel muro, un ambiente caldo (20°) con umidità relativa intorno al 70 - 90%.

L'arte kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nella filosofia Zen; partendo dal wabi sabi, tre sono i concetti in essa racchiusi: mushin, mujō e mono no aware. Mushin, "senza mente", è un concetto che esprime la capacità di lasciar correre, dimenticando le preoccupazioni e liberando la mente dalla ricerca della perfezione. Mujō si traduce con "impermanenza"; l'esistenza, senza eccezioni, è transitoria, evanescente, incostante e tutte le cose sono destinate alla fine. Accettare tale condizione è avere un approccio sereno e consapevole della vita. Mono no aware, "empatia verso gli oggetti", è una malinconia triste e profonda per le cose; apprezzandone la loro decadenza si arriva ad ammirarne la bellezza.

In previsione di una diretta Instagram sul canale ufficiale dell’Associazione, in data giovedì 3 luglio alle ore 12:00, dedicata ad approfondire le diverse tecniche del kintsugi - non solo oro, ma anche argento, lacche urushi, yobitsugi, raden e maki - Chiara si racconta ai nostri lettori in questa intervista, condividendo il suo percorso professionale e umano e offrendo uno sguardo lucido e appassionato su un'arte che in Italia è ancora poco conosciuta o compresa.

Al telefono, Chiara è estremamente gentile e disponibile, e dalla sua voce traspare non solo una grande passione per la propria attività e per la cultura a tutto tondo, ma anche il desiderio di fare chiarezza sul significato autentico del kintsugi, una tecnica di restauro artigianale, creativa e complessa. Proprio di questo ci parlerà più nel dettaglio in occasione della diretta, durante la quale ci sarà spazio anche per una sessione Q&A: invitiamo quindi lettrici e lettori a preparare eventuali domande, riflessioni e curiosità da rivolgere a Chiara durante l’incontro.

Chi è Chiaraarte e di cosa si occupa oggi?

Chiaraarte è il mio laboratorio d'arte e restauro, nato nel 1991 a Biella con l'intento di essere un punto di riferimento per il restauro di bambole antiche.
Ora, a distanza di più di trent'anni, mi occupo di restauro ceramiche, sia con restauri estetici, conservativi che kintsugi; eseguo restauro di oggetti in legno policromi e dorati, con dorature a guazzo.
Mi occupo di restauro kintsugi dal 2015: dai miei studi è nato il libro "Kintsugi, l'arte di riparare con l'oro" che, oltre ad essere un manuale tecnico, esplora la cultura e la storia giapponese del periodo Higashiyama bunka.
Nel corso dell'anno conduco corsi di kintsugi tradizionale e contemporaneo, team building aziendali, conferenze; ultimamente ho creato nuovi corsi di restauro ceramiche.
È questo un modo nuovo di intendere il restauro che mi appaga e mi spinge ad approfondire le mie conoscenze.

Nel suo sito racconta di essere cresciuta circondata dall’arte, all'interno del negozio d’antiquariato del padre, e di aver poi frequentato l’Istituto per l’Arte e il Restauro “Palazzo Spinelli” a Firenze. Come è nata, da questo percorso, la sua passione per la cultura Higashiyama ed in particolare per il kintsugi?

L'inizio è stato abbastanza casuale: nel 2015 un'amica pubblicò sulla mia pagina Facebook l'immagine di una tazza restaurata con l'oro. Approfondii, nonostante la difficoltà nel reperire informazioni all'epoca, e decisi - vista la mia natura di restauratrice - di approcciarmi alla tradizione, con materiali e strumenti giapponesi. Curiosamente, però, attratta principalmente dalla bellezza della tecnica, tralasciai la cultura e l'arte giapponese, concentrandomi più sui passaggi (all'epoca davvero difficili e sperimentali) che sul contesto culturale.
Solo nel 2018, dopo essere stata ospite in Giappone di TvTokyo, aver conosciuto e lavorato con il mio maestro Hiroki Kiyokawa e aver potuto raccogliere personalmente la lacca urushi a Daigo, nella prefettura di Ibaraki, mi sono sentita parte di un tutto più grande e armonioso, che non era più solo tecnica, ma Arte.
L'incontro con il Giappone è stata la svolta nel mio modo di lavorare al restauro, con un approccio più poetico, profondo, quasi meditativo: la ceramica non è un numero ma ogni volta una storia a sé, personale, intima e creativa.

In che modo l’arte del kintsugi si declina oggi nel contesto italiano, e in particolare nella sua produzione artistica?

Se parliamo strettamente di restauro, l'arte kintsugi è vista con diffidenza: in Italia noi professionisti del settore seguiamo le linee guida della Teoria del Restauro di Brandi, che presuppone che il restauro non danneggi in alcun modo l'opera, sia reversibile e poco invasivo sulla leggibilità dell'opera stessa, tutte caratteristiche che non si trovano nel restauro kintsugi. In Italia il kintsugi è visto più come la realizzazione di una nuova opera d'arte che per quello che realmente è: una tecnica, creativa, di restauro. Ecco, la parola creativa e la parola restauro in Italia non vanno assolutamente d'accordo!
Come detto prima, oltre al restauro mi occupo quindi anche di formazione e divulgazione nella speranza che i due mondi possano incontrarsi nel rispetto reciproco.
Il mio approccio all'arte kintsugi è un approccio legato, ove possibile, alla tradizione, con l'utilizzo di materiali e strumenti tradizionali giapponesi. Non nego di aver fatto fatica anch'io, all'inizio, ad accettare questa visione creativa, ma ultimamente mi sto aprendo a tecniche sempre tradizionali, che però offrono una visione più ampia rispetto al solo utilizzo dell'oro: argento, lacche urushi colorate, yobitsugi, raden, maki.
Insomma, anche le restauratrici hanno un'anima estrosa!

"Mancanze", manufatto realizzato da Chiara Lorenzetti

In occasione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 ha collaborato con atleti come Gabriele Detti, Bebe Vio e Vanessa Ferrari. Ritiene che questa esperienza possa rappresentare un esempio di come un’arte apparentemente “alta” e radicata nella cultura giapponese riesca invece a veicolare messaggi universali e contemporanei?

Certamente. In questi anni ho collaborato con psicologi, psichiatri, counselor, coach; ho partecipato a team building aziendali, a eventi presso ospedali nei reparti oncologici, presso strutture di accoglienza per disabili, per donne vittime di abusi, giovani con disturbi della personalità; sono stata ospite di programmi televisivi su Report, Rai2, RSI1 Svizzera.
L'oro nelle crepe non è solo oro che impreziosisce una ceramica e la rende adatta a usi alimentari ma assume un altissimo valore simbolico di valorizzazione della fragilità, della capacità di superare le difficoltà, del condividere e mostrare la fatica, il dolore e la rinascita. Io, mentre restauro, sento spesso questa forza così potente e cerco, nei miei gesti lenti, di interpretarne la cura.

Se potesse sfatare un luogo comune particolarmente diffuso sul kintsugi, così come viene percepito in Italia, quale sceglierebbe e perché?

In Italia, come nel resto del mondo (e sì, anche in Giappone!) si è diffusa, a fronte della difficoltà nell'apprendere l'arte kintsugi tradizionale, dei suoi tempi lunghi e del costo dei materiali, una versione moderna, contemporanea, immediata, semplificata, e con utilizzo di materiali non naturali. Questa versione non è univoca, ma molteplice per materiali e modalità di esecuzione.
È da intendersi kintsugi o no? La mia opinione è che lo sia, che sia un'evoluzione, e che sia così per ogni forma d'arte: senza innovazione saremmo fermi ai tempi della pietra.
E quindi a cosa dobbiamo fare attenzione? A capire se è stata usata la tecnica tradizionale o no. Spetta a chi pratica quest'arte essere onesto nella descrizione dei materiali usati e dei passaggi effettuati.
Ma soprattutto dobbiamo essere attenti a cogliere la bellezza della perfezione dell'oro, la semplicità delle linee, la preziosità delle mani sapienti degli artigiani.
Perché kintsugi insegna il rispetto e la forza, potente e sommessa, del silenzio. E non è, ahimè, una linea d'oro buttata in malo modo su una ceramica solo per marketing.

Ringraziamo ancora Chiara Lorenzetti per aver condiviso con noi il suo percorso.
Vi aspettiamo numerosi giovedì 3 luglio alla diretta Instagram e vi invitiamo a scoprire di più sul suo lavoro attraverso i suoi contatti ufficiali:

CHIARAARTE DI CHIARA LORENZETTI
RESTAURI D’ARTE DAL 1991

Indirizzo: Via Novellino 16, 13900 Biella
E-mail: info@chiaraarte.it
Sito web: www.chiaraarte.it ┃ kintsugi.chiaraarte.it


Una storia che unisce culture: Yuko, sushi e kimono tra Giappone e Italia

Storia provvedutaci da Gianluca D'Elia.

 

Yuko è una donna giapponese che ha avuto il coraggio di sfidare le convenzioni e attraversare l'oceano per inseguire la libertà di esprimersi. Fin da bambina, i colori l'hanno affascinata, diventando il suo linguaggio preferito. In Giappone ha studiato arte, immergendosi nella cultura visiva del suo paese, ma il desiderio di esplorare il mondo è cresciuto con lei. Dopo anni di viaggi in ogni angolo del globo, Yuko ha scelto di fermarsi in Italia, a Reggio Emilia, dove ha trovato una nuova casa e una nuova ispirazione. Qui si è innamorata della cultura italiana, scoprendo un dialogo profondo tra la sua terra natale e il paese che l'aveva accolta. Ma Yuko non ha mai abbandonato le sue radici: ha deciso di raccontarsi attraverso due passioni che uniscono tradizione e innovazione, cucina e moda.

La preparazione del sushi è una pratica riservata agli uomini in Giappone, un lavoro codificato da regole antiche. Eppure Yuko, con tenacia e determinazione, ha deciso di rompere questo schema. Ha iniziato a preparare sushi nelle case delle persone, trasformando ogni pasto in un'esperienza culturale. Attraverso il cibo, racconta il suo paese, le sue tradizioni e la bellezza di una cultura millenaria, portandola a contatto diretto con chiunque voglia ascoltarla. Parallelamente, Yuko disegna kimono, abiti tradizionali che rielabora fondendo elementi delle culture che ha incontrato durante i suoi viaggi. Ogni kimono diventa un pezzo unico, un racconto tessuto che unisce Oriente e Occidente, tradizione e contemporaneità. Le sfide che Yuko ha affrontato non sono state poche. Superare i pregiudizi culturali, trovare il proprio posto in un paese straniero, costruire un ponte tra mondi lontani.

Tuttavia, ha sempre trovato forza nelle parole di sua madre: “Sentiti libera di fare sempre quello che vuoi”. E così, con i suoi piatti e i suoi kimono, Yuko non solo racconta se stessa ma celebra anche l'incontro tra culture, trasformando ogni sfida in un'opportunità per creare qualcosa di straordinario.

Vi invitiamo caldamente alla visione delle fotografie evocative di Yuko scattate dalla fotografa Licia Carpi e allo straordinario filmato del regista Gianluca D'Elia al link seguente: https://www.youtube.com/watch?v=OdTsDtEIfkA


Il magewappa arriva in Italia

Un altro assaggio di artigianato giapponese a Milano ci è stato offerto da Time & Style, che ha appena ospitato una mostra di oggetti realizzati con la tradizionale tecnica magewappa, la quale prevede la piegatura del legno attraverso il trattamento col vapore acqueo o la bollitura del materiale.

Time & Style è un brand di arredamento giapponese che vanta diversi showroom a Tōkyō, Ōsaka, Amsterdam e Milano, dove vengono esposti i loro prodotti di design. Questi spaziano dai mobili alle stoviglie, dalle lampade ad altri oggetti di uso quotidiano, e sono realizzati incorporando le tecniche di lavorazione tradizionali giapponesi con un gusto moderno, rispettando sempre il materiale utilizzato.

È in questo elegante contesto che è stata allestita la mostra “ODATE MAGEWAPPA Handcrafted Japanese Akita Cedar Objects for Everyday Life”. Prima di arrivare sugli scaffali di Time & Style, gli oggetti esposti si trovavano già in Italia presso l’Università degli Studi di Milano, grazie a una collaborazione con la città di Ōdate, nella prefettura di Akita, luogo d’origine della tecnica magewappa. La città giapponese ha poi voluto continuare l’esposizione, scegliendo gli spazi dello showroom come sede della mostra, che verrà poi ospitata in altre città italiane in un vero e proprio tour culturale, il quale in autunno vedrà come prossima tappa Faenza.

Il legno lavorato con la tecnica magewappa a Ōdate è tradizionalmente quello di cedro, materiale da cui sono stati ricavati tutti gli oggetti in mostra. Il legno, che conferisce all’oggetto il suo tipico aroma, presenta due caratteristiche particolari: curvatura e venature, lineari e sottili, che testimoniano il clima freddo del nord del Giappone. La curvatura, dovuta come anticipato precedentemente dalla lavorazione, viene solitamente fissata con dei ganci durante il processo di essiccazione del materiale per mantenere l’oggetto nella forma desiderata. La tecnica tradizionale prevede l’utilizzo di riso bollito schiacciato, che essendo glutinoso funge da collante, insieme a una cucitura in corteccia di ciliegio. Comprensibilmente, al giorno d’oggi il riso non viene più utilizzato e viene sostituito da un collante più resistente.

Set di bicchieri e contenitore, courtesy Time & Style.

La tecnica magewappa veniva inizialmente impiegata per produrre lunchbox o bicchieri per il sakè, ma oggi le applicazioni sono molto varie: si possono creare non solo diversi tipi di contenitori, ma anche vassoi, piatti e portafrutta, dimostrando quanto questa tecnica, antica più di quattrocento anni, abbia ancora molto da dare e dimostrare.

Set di piatti dalla bottega Kurikyu di Akita, courtesy Time & Style.
Portafrutta, courtesy Time & Style.

Gli oggetti in mostra derivano da cinque laboratori diversi di magewappa, tutti con base a Ōdate. Questi puntano a mantenere viva la tradizione, non solo producendo oggetti esteticamente belli, ma soprattutto cercando di educare un pubblico sempre più vasto ad apprezzare la ricerca, il materiale, la storia che sta dietro a essi, sia intesa come radici che come tempo impiegato per la realizzazione. Inoltre, i laboratori non solo puntano alla preservazione del magewappa, ma ne indagano nuove e moderne sfaccettature, ad esempio impiegando colorazioni a contrasto con il colore naturale del legno o realizzando pattern sulla sua superficie, gettando le fondamenta per una nuova evoluzione e reinterpretazione del magewappa di Ōdate.

Tazze dipinte parte della mostra, foto dell'autore.

La sopravvivenza dell’artigianato è un problema generale e impellente, che emerge criticamente in tutto il Mondo. Per questo, gli sforzi in atto per contrastare la perdita di know-how e cultura, che stanno alla base di queste tecniche, sono sempre maggiori, come dimostra l’impegno della città di Ōdate nel far conoscere questa sua tradizione unica e preziosissima.

 

Francesca Mora


Il kimono, l’artigianato tessile giapponese e gli italiani: un legame sempre più stretto

Uno dei temi alla base della mostra “The line between kimono and art vol. II”, tenutasi presso la Fondazione Matalon fino allo scorso 13 luglio, è stato senza dubbio l’artigianato. Il focus su questo aspetto era certamente presente nei kimono “finiti” esposti sui manichini, firmati da Koji Fukumoto, ma era soprattutto visibile nelle opere curate da Mamiko Ikeda, che mettevano invece in risalto il tessuto, la tintura della stoffa e le tecniche utilizzate per dare texture particolari o caratteristiche speciali al tessuto. Ne era un esempio la stoffa di Hakata, nella prefettura di Fukuoka, la cui particolarità risiede in una tessitura molto fitta volta ad aumentarne significativamente la resistenza.

Esempi di Hakata-ori, la tessitura tipica di Hakata, Mamiko Ikeda, foto dell'autore
Koji Fukumoto e Mamiko Ikeda alla Fondazione Matalon, foto di Alberto Moro Photographer

Non è però una novità che l’artigianato abbia un’importanza particolare per Ikeda. Il suo interesse per le tecniche manifatturiere tradizionali sta infatti alla base del suo percorso personale: la sua volontà di tramandare ai giovani e ai posteri la tradizione del kimono e della sua manifattura è da anni il suo obiettivo. In Giappone ci sono già sforzi dedicati a questa causa, perciò ha unito il suo obiettivo con la sua passione per l’Italia, volgendo quindi lo sguardo al nostro Paese, trovando, dice Ikeda, una cultura dell’artigianato tessile simile nei due Paesi, portando quindi giapponesi e italiani ad avere una sensibilità affine nell’apprezzare e nel cercare di mantener vive le tradizioni.

Questa sensibilità si può vedere anche nell’apprezzamento che hanno gli italiani per l’abito tradizionale giapponese. Ikeda spiega infatti che ci sono due macro-tipologie di kimono per quanto riguarda lo stile: una si focalizza sui pattern, quindi presenta una grande quantità di disegni realizzati per esempio con la tecnica yūzen, che prevede l'applicazione del colore a mano e l’utilizzo di diversi stencil per creare il design; mentre l’altra pone l’accento sul tessuto con tecniche come quella shibori, una sorta di tie-dye tradizionale con pigmenti naturali. Non è difficile per un non giapponese capire e apprezzare un kimono dal design ricco come può esserlo uno realizzato con la tecnica yūzen, mentre invece approcciarsi a un tessuto apparentemente più grezzo, a causa della texture particolare e della tintura non uniforme, può risultare più complesso. Tuttavia, secondo Ikeda, gli italiani riescono ad apprezzare entrambi questi stili molto diversi e a riconoscere la presenza (e il valore) di un abile artigiano dietro alla manifattura dei tessuti, nonostante questa sia molto più evidente nei kimono della prima tipologia.

Realizzazione di stoffa per kimono con la tecnica yūzen, courtesy Chiso Kyoto
Esempi di stoffa tinta con la tecnica shibori, House of Hattori (Igetaya), courtesy Arimatsu Japan Heritage (Nihon Isan Arimatsu)

Per raggiungere il suo scopo, Mamiko Ikeda ha quindi fondato “Kimono Wajaku”, attività di noleggio, vestizione e lezioni di vestizione del kimono con base a Milano. Il focus delle lezioni offerte è rivolto al fornire agli studenti le basi per poter vestire il kimono in modo autonomo, così da portarlo con serenità e sicurezza, anche grazie a eventuali modifiche e tocchi di stile personali. Secondo Ikeda, infatti, la chiave per far proprio il mondo del kimono è il divertimento: andare oltre alla lezione formale e portare il kimono liberamente, facendo quindi della veste giapponese un proprio indumento quotidiano senza aspettare un’“occasione” per farlo. Per questo motivo gli abbinamenti con capi e accessori moderni vanno visti come un’espressione della personalità e creatività di chi li indossa, oltre all’amore per il kimono. L’obbiettivo di Ikeda si può quindi riassumere nel riuscire a trasmettere principalmente le conoscenze di base affinché lo studente possa poi giocare con forme, colori e stili secondo il proprio gusto e stile, tramandando la tradizione seppur facendola evolvere e proiettandola verso il futuro.

Dopo più di una decina d’anni di esperienza con “Kimono Wajaku”, l’anno scorso Ikeda ha partecipato all’evento “Kimono Experience” nell’ambito della mostra “Storie di donne samurai” presso Tenoha. In quest’occasione ha potuto vestire con uno yukata, il kimono estivo in cotone, 700 italiani, a testimonianza del riscontro positivo con il pubblico e dell’interesse sempre crescente che gli italiani nutrono nei confronti dell’abito tradizionale giapponese. Tuttavia, Ikeda sente che si può fare ancora molto per coinvolgere sempre più persone, anche a livello europeo, e trasmettere loro la passione per continuare a preservare il tesoro culturale dell’artigianato tessile giapponese, tanto ricco quanto fragile, ma tutto da scoprire.

 

 

Francesca Mora


“Un Anno a Tokyo” - un libro di Marzio Broda

“Un Anno a Tokyo – Diario sentimentale di viaggio”, edito da scritturapura.it, è un libro di Marzio Broda, uno scrittore che si è scoperto scrittore proprio grazie a questa esperienza che si chiama Giappone.

Marzio è un ingegnere che per lavoro viaggia molto, quelli che fa sono viaggi professionali e veloci quindi non ha modo di abituarsi alle realtà straniere che lo circondano, ma riesce comunque a viverli con il fascino di chi ha lo spirito di avventura.
É sempre il lavoro che per un anno lo manda in missione a Tokyo, da solo senza la sua famiglia, che rimane in Italia, e senza i suoi colleghi.

“E adesso cosa farai, dipingerai anche a Tokyo?”, il libro comincia con questa domanda, perchè Marzio è anche un artista, così riflette sul fatto che probabilmente non ci sarà molto spazio ne tempo per dedicarsi alla sua passione. Ma durante la sua permanenza a Tokyo si accorge che può esprimere la sua sensibilità artistica tramite la fotografia e la scrittura. Una scrittura che scopre nel piacere di raccontare mentre messaggia su Whatsapp con i suoi amici e familiari.
Si accorge che tramite i messaggini si sta creando una narrazione, un racconto, un diario di viaggio.

Tokyo con la sua atmosfera magica, sospesa tra tecnologia e tradizione, e le sue persone gli rivela ogni giorno sempre di più un mondo straordinario e totalmente diverso da quello che Marzio è abituato a conoscere.
Ecco che così nasce un libro che è un diario, ma che è anche una guida pratica e spirituale, dedicato a chiunque voglia andare in Giappone e che voglia non solo scoprirlo ma anche farne un po' parte.

 

 

Intervista all'autore

D. Perchè hai scelto il kanji del cuore come copertina per il tuo libro e cosa significa per te?

R. La copertina, è stata una proposta dell'editore.
Quando me l'hanno proposto non ne conoscevo il significato ma mi piaceva molto graficamente.
Poi ho parlato con il mio amico giapponese e gli ho chiesto cosa ne pensasse di quel kanji e lui mi ha detto che letteralmente significava cuore , ma il significato più esteso è quello di “spirito giapponese”.
Così ho pensato che ben si adattava a questo “diario sentimentale di viaggio”
Poi per un po' di tempo ho iniziato ad avere qualche dubbio su quello che mi aveva detto il mio amico giapponese, perchè lui è un ragazzo molto spiritoso, così ho pensato: “magari in realtà significa che Marzio è un pollo”, ma per fortuna non era così! (ride)

D. Come hai vissuto la città di Tokyo e la cultura giapponese?

R. Ho avuto l'opportunità di vivere la città di Tokyo non come turista ma come cittadino.
Ho condiviso i lunghi orari in ufficio con i colleghi e dopo il lavoro insieme a loro e ai responsabili andavamo tutti in qualche locale a passare la serata. I giapponesi chiamano questo momento “nomikai”, un momento di relax e di svago dopo una lunga giornata di lavoro.
Ovviamente ho sfruttato l'occasione anche per viverla da turista, musei, parchi, zone ecc,
Nel periodo primaverile ho avuto l'occasione di andare a vedere con gli amici giapponesi i ciliegi in fiore, i “Sakura”, e di apprezzarne la bellezza.
Posso dire che più che il jogging nei bellissimi parchi ho apprezzato tantissimo la cucina giapponese, che mi manca veramente moltissimo!
Ho potuto apprezzare dei giapponesi il loro profondo rispetto delle regole, la programmazione di ogni loro attività e la loro organizzazione.
Ma soprattutto mi è piaciuto molto il grande senso di appartenenza di quanto è pubblico, perchè ciò che è pubblico appartiene a tutti e quindi va rispettato. Una cosa fondamentale che manca in Italia, perchè la percezione che si ha da noi è che ciò che è pubblico non appartiene a nessuno e quindi può anche essere trattato male.

D. Perchè hai deciso di scrivere questo libro?

R. Ho iniziato a scrivere questo libro innanzi tutto per me, per tracciare... per non dimenticare.
Volevo registrare le cose che vedevo per non perderle una volta che sarei poi tornato in Italia
Devo dire che ho avuto la fortuna di viaggiare molto per lavoro in giro per il mondo, però sono sempre stati viaggi mordi e fuggi, nel senso vai per una riunione rimani poco e torni presto. Diciamo, viaggi grazie ai quali riesci a sentirti cittadino del mondo ma non sufficienti per capirci qualcosa.
Invece a Tokyo ci sono stato un anno e quindi ho avuto modo di viverla e di avere un'esperienza vera.
Poi devo aggiungere che il Giappone è davvero molto diverso dalla nostra Europa.
È diverso per regole sociali, cultura, gastronomia, tradizioni, quindi c'erano gli elementi per scrivere un libro. Diciamo che scrivere “un anno a Cilavegna” sarebbe stato più difficile! (ridiamo perchè poco prima avevo raccontato all'autore di essere di questo piccolo paesino che sia chiama Cilavegna)

D. Che consiglio vuoi dare ai tuoi lettori?

R. Mi sento di dare tre consigli ai lettori!
Il primo è che un viaggio in Giappone è un'esperienza che dovrebbero fare tutti nella propria vita, perchè è un mondo così diverso che bisogna vederlo con i propri occhi per capire.

Come secondo consiglio è che non bisogna organizzare questo viaggio come semplice vacanza estiva, anche perchè da giugno ad agosto il clima è molto umido e piove spesso, dunque non è piacevole girare per la città.
Mentre raccomando di programmare il viaggio nei mesi invernali, oltretutto Tokyo da dicembre fino a metà febbraio è tutta illuminata da miliardi di luci, lampadine led avvolgono le chiome degli alberi, tronchi e monumenti , è uno spettacolo nello spettacolo, poi l'aria è più frizzante e fresca e il cielo è blu, quasi greco direi.

Il terzo è che il viaggio in Giappone non deve essere un mordi e fuggi, ma qualcosa a cui dedichiamo del tempo. Una settimana a Tokyo, che è quello che generalmente riusciamo a fare, non basta per coglierne lo spirito e la bellezza.
Innanzi tutto ci sono otto ore di fuso orario che pesano molto e se non ci si è abituati è facile sentirsi frastornati, anche da tutta la differenza che la città impone.
Dunque l'ideale sarebbe un viaggio lento che dia modo di entrare dentro la modalità giapponese e che possa far apprezzare queste differenze.
Io la prima volta che sono stato a Tokyo, appunto solo per una settimana, non mi era piaciuta. Ero rimasto frastornato da tutta quella diversità, ma il diverso non è brutto è solo diverso e Tokyo è una città bellissima tutta da scoprire!

Cristina Solano

 

Un Anno a Tokyo - sito web: unannoatokyo.it

Instagram: @un.anno.a.tokyo

 


Dall'Italia al Giappone: intervista all'artista Gianluca Malgeri

L’incontro tra Giappone in Italia e l’artista Gianluca Malgeri è avvenuto nel contesto di un recente progetto che ha coinvolto lo spazio espositivo di una delle vie più famose di Milano: Viavài, mostra di arte contemporanea nelle vetrine di Via della Spiga. Il progetto, ormai concluso, avveniva in piena emergenza covid19, con l’intento di utilizzare gli spazi dei negozi vuoti a causa della pandemia in prospettiva creativa. La mostra presentava opere di diversi artisti contemporanei, è stata presentata da VIA (Visiting Installation Art) e curata da Federica Sala, ospite insieme a Gianluca Malgeri in una delle dirette Instagram dell’Associazione.

Gianluca Malgeri, di origini calabresi, da anni lavora tra Firenze e Tokyo. Ha esposto le sue opere in Europa e Giappone. Attraverso Playground Project la sua produzione artistica si intreccia nel 2015 con quella di Arina Endo, artista giapponese e sua partner. Il punto di partenza della collaborazione artistica tra i due è la mostra tenuta a Venezia Edge of Chaos (2015), sebbene l’intuizione alla base di questa esposizione abbia radici più profonde. Prima in Danimarca e successivamente in un viaggio in India durato sei mesi, Gianluca e Arina incontrano per le prime volte quei luoghi che saranno di ispirazione per le loro successive opere: i playground. I playground sono parchi all’aperto per i bambini, aree progettate e dedicate al gioco.

Quella sui playground è una vera e propria ricerca, tra forme e percorsi quasi labirintici, che vengono divisi e assemblati da Gianluca nei propri collage. Proprio come un gioco, l’artista sperimenta, compone le parti delle strutture per ottenerne sempre di nuove e differenti. Le sculture in metallo sono la naturale continuazione di queste opere, come se la costruzione si protraesse fino al di fuori del collage e ne mantenesse le modalità di composizione.

Il progetto dei playground prosegue con la mostra a Roma nel 2015-2016, Homo ludens e negli ultimi anni, dal 2017 ad oggi, si concretizza nel lavoro di ricerca collocato proprio in Giappone, a Tokyo. Esemplificativa dell’evoluzione di questo progetto è la mostra Mery-Go-Round (Tokyo, 2019), in cui le sculture di Gianluca e Arina si fanno sempre più leggere, galleggiano sospese.

Di recente, nel 2020, Gianluca e Arina portano a termine anche un progetto per l’allestimento delle vetrine di Hermès in Giappone: Taking an Airing.

Proprio per la sua lunga esperienza in terra nipponica, Giappone in Italia invita Gianluca Malgeri al racconto della sua esperienza come artista in Giappone. Abbiamo incontrato Gianluca e gli abbiamo posto alcune domande.

 

 

Cosa ricordi maggiormente delle tue prime esperienze in Giappone?

Ci sono diverse cose che mi tornano alla mente se penso alle mie prime esperienze in Giappone. Una su tutte è il modo di comunicazione che sono stato quasi un po’ costretto ad adottare agli inizi, che mi ha fatto in un certo senso avvicinare alla cultura giapponese. Ho subito notato come il primo approccio alla comunicazione sia stato di tipo grafico: per me, che ancora non conoscevo nulla della lingua giapponese, l’unico modo per chiedere indicazioni o informazioni era quello di passare attraverso i disegni. I giapponesi credo siano abituati più di noi a questo tipo di mezzo comunicativo. Mi è capitato molto spesso che, di fronte alla realizzazione del fatto che io non potessi comprendere la loro lingua, pur di aiutarmi si siano messi a disegnare indicazioni stradali o informazioni di diverso genere. Questo mi ha fatto pensare all’approccio molto più diretto che questo popolo ha con il disegno: i kanji giapponesi sono vere e proprie miniature del mondo grafico, la scrittura è anche tecnica pittorica. Direzione, precisione, pressione maggiore o minore, velocità o lentezza del tratto, essenzialità della rappresentazione. A questo i giapponesi sono abituati sin da piccoli.

Questo tipo di comunicazione essenziale e orientativa mi ha fatto anche pensare alle descrizioni che Roland Barthes fa della lingua giapponese e delle città nel suo scritto “L’impero dei segni”. Lo scrittore fa subito notare come in Giappone i significati eccedano in un certo senso le parole. Come sia un’idea dell’Occidente il fatto che la comunicazione passi in prima istanza e in modo privilegiato dalla parola. In Giappone possiamo avere esperienza di come i significati comunicativi abbiano molte altre vie per essere espressi. Il disegno, ad esempio.

Riferimenti ambigui e per approssimazione, una definizione particolare dello spazio e un tipo di orientamento legato a punti di riferimento visivi: R. Barthes parla anche della difficoltà di orientamento nella città giapponese, senza indirizzi come li intendiamo noi, dove le vie non hanno un nome ma le città sono divise in quartieri, blocchi.

Ciò mi ricorda, oltre a tutte le volte che ho chiesto indicazioni e mi è stato risposto con una mappa disegnata ed essenziale del luogo, il modo in cui abbiamo stampato le locandine della mostra di Mery-Go-Round. Dietro agli inviti avevamo inserito, oltre all’indirizzo, una mappa, la quale era decisamente orientativa: segnava riferimenti visivi importanti come stazioni della metro o convenience store, che tutti avrebbero potuto riconoscere.

Mi piacerebbe in futuro lavorare a un progetto in questo senso, attraverso tutti i disegni che mi sono rimasti dalle mie visite in Giappone, spererei solo di non perdere la freschezza e spontaneità che stava dietro a queste espressioni grafiche.

 

 

Quali altre esperienze hanno segnato i tuoi primi viaggi/permanenze in Giappone?

Le prime volte che viaggiai in Giappone fu a Kyoto. Decisi di trasferirmi a Tokyo con Arina solo successivamente.

Ricordo che in un Bed & Breakfast in cui sono stato feci esperienza di ciò che Giappone penso significhi ospitalità: alla fine del mio soggiorno il proprietario mi salutò con un regalo. Mi sono dispiaciuto a posteriori di non aver pensato a qualcosa da lasciare a questo signore anch’io. Mi resi conto come in Giappone vigesse un vero e proprio culto dell’ospitalità, un’attenzione particolare alla persona. Compresi che non si trattava solo di gentilezza, ma di un vero e proprio codice.
Questa sensazione di essere sempre i benvenuti si è spesso intrecciata e scontrata con un’altra sensazione, che credo non si sperimenti solo in Giappone ma un po’ ovunque all’estero: quella dello smarrimento e del sentirsi straniero. Forse, in alcune situazioni, in Giappone questa sensazione potrebbe essere più accentuata che in altri luoghi, per diverse ragioni. Lo straniero, però, ancora oggi fa sempre un po’ curiosità e allo stesso tempo paura. Tuttavia, anche a livello artistico questo mi ha spinto ancor di più a cercare di comprendere la diversità. È un momento in cui la sensibilità si amplifica, si comincia a comprendere meglio l’altro e anche maggiormente se stessi. Ammetto che, in quanto persona del sud trasferita al nord, ho avuto in me questa sensazione di diversità in diverse occasioni. Il Giappone mi ha aiutato a comprendere questo ancora più profondamente.

Un’altra esperienza molto importante per me è stato l’incontro con la famiglia della mia fidanzata. Sentivo sarebbe stato un grande passo, soprattutto in una famiglia giapponese legata alle tradizioni.
Mi è sembrato di avvicinarmi ancora di più alla cultura giapponese, poiché ho avuto diverse occasioni di comprendere come queste tradizioni si leghino alla contemporaneità.

Non conoscevo Kyoto, in quell’occasione uscendo di casa e passeggiando nei dintorni trovammo per caso un Cafè. Questo luogo avrà avuto più di cinquant’anni, a conduzione familiare. Mi sembrò che fossimo entrati in un’altra epoca. Percepivo come a Kyoto tradizione e modernità convivessero, e questo in un certo senso mi aveva ricordato l’Italia con tutta la sua storia. Spesso si cerca l’autenticità e invece si trova il souvenir, ma non era questo ciò che mi ritrovavo a sperimentare ogni giorno per le strade di Kyoto.

 

 

Parliamo adesso un po’ delle tue opere. Mi piacerebbe che mi parlassi dei playground, fonte di ispirazione per i tuoi progetti.

Il progetto dei playground nasce da un viaggio che feci in India con Arina. L’idea di playground parte da quella di parco, giardino pubblico. In India il viaggio fu faticoso, nelle grandi capitali caotiche come Nuova Delhi un buon posto per riposare era proprio quello dei parchi, oasi di tranquillità rispetto al resto, dove le regole urbane si sfaldavano.
Anche in Giappone ho fatto esperienze di questo genere, anche qui i parchi e i playground sono luoghi determinanti. Usando l’immaginazione, potremmo dire che quando la società adulta si chiude negli uffici, rimangono due mondi: quello dell’infanzia e quello delle persone anziane. Ciò che immagino sono città incantate prese di possesso dai bambini quando l’adulto è chiuso in ufficio durante le ore di lavoro. Da una parte vi è il dovere e il dover produrre, dall’altra l’idea di conoscere il mondo tramite il gioco. I playground sono il luogo in cui questo avviene.

In Giappone il mondo dell’infanzia è una realtà molto curata e delicata. Dico questo solo da persona che osserva, mi sembra che in Giappone esistano veri e propri luoghi – come questi playground – in cui l’infanzia si sviluppa e affinché il gioco aiuti a conoscere. I bambini vengono molto responsabilizzati, ma allo stesso tempo il loro mondo è rispettato.

 

 

Come ti sei trovato a Tokyo e come ti approcci all’arte contemporanea giapponese? Ho notato che nella tua produzione più recente (come, ad esempio, nella mostra Mery-Go-Round), le sculture si fanno sempre più leggere. Come si è svolto questo cambiamento nelle opere?

L’arte contemporanea, il design e l’architettura giapponese mi affascinano molto, ma devo dire che ancora ho difficoltà nel comprenderne alcune declinazioni poiché possiedo un background estetico completamente differente. Sto cercando di entrare in questo codice visivo, di comprendere quale sia stato il percorso che dalla tradizione porta all’arte di oggi.

Piano piano ha iniziato a farsi strada tra noi la percezione che le nostre sculture non dovessero per forza essere dense ma è cominciato un processo di semplificazione. Già dal 2015 iniziamo a pensare a questo, dove “semplificare” non significa rendere semplice, ma piuttosto fa riferimento a un processo di sintesi.

In Mery-Go-Round alcune sculture sembrano galleggiare, sono sospese. L’intuizione della sintesi si è unita qui al fatto che in una delle sale della galleria non fu percorribile la scelta di posare le sculture a terra: era uno spazio in cui una volta era presente una cisterna d’acqua ed erano rimasti i pilastri che la sostenevano. Lo spazio ci ha portato a pensare che sarebbe stato interessante utilizzare il soffitto. Anche l’uso dei colori nelle sculture è stato pensato in relazione al fatto che nella sala della galleria predominasse il colore grigio. Ci sembrò l’occasione giusta per sperimentare con i colori.
L’intuizione, comunque, parte dai collage. I collage sono l’estensione pittorica delle sculture, come le sculture sono continuazione naturale dei collage. La libertà con cui compongo i collage è la stessa che ci ha portato a pensare di collocare le sculture nell’aria, invece che sul pavimento.

A volte credo che ci sia un fraintendimento del ruolo che hanno i collage nella nostra produzione. Il collage è un ritorno alla pittura e un’estensione pittorica (anche se li realizzo attraverso fotografie). La matrice dei miei progetti parte dai collage. Collage è ricerca di un’immagine che documenta, poi c’è la stampa, i ritagli, poi l’assemblaggio che avviene sempre in modo diverso. Collage è gioco intuitivo pittorico di forme e colori, è un infinito assemblabile. Un’infinita possibilità di forme e costruzioni, determinate dalla ricerca che faccio attraverso le fotografie, attraverso i luoghi di gioco.

Speriamo che presto si presenti l’occasione per realizzare sculture in scala reale per i parchi di qualche città.

 

 

Qual è l’approccio che avete tu e Arina nella produzione delle opere?

Il mio incontro con il Giappone avviene con Arina e nel modo che abbiamo di lavorare insieme.
Arina ha una predisposizione alla concentrazione. Ha un approccio di dialogo con il materiale, è molto precisa. Il mio approccio è, a volte, quasi un conflitto con la materia, ho l’arroganza di volerla dominare. Arina sembra avere un rapporto naturale con i materiali. La sua scultura è armoniosa, i migliori lavori vengono quando completo qualcosa che lei ha iniziato o viceversa.
L’interessante per noi è proprio trovare un nuovo linguaggio che comprenda i nostri due modi di operare.

 

 

 

Gianluca Malgeri 

Arina Endo

Playground Project

 

 

 

intervista di Susanna Legnani