Mushin, la mente senza mente del maestro Daisetsu Teitarō Suzuki

Gentili lettori,

vi segnaliamo l’uscita di ”Mushin, la mente senza mente” di Daisetsu Teitarō Suzuki, edito Terra Nuova edizioni. 

Attuale e concreto, il concetto orientale del mushin ci offre la chiave per ribaltare la nostra prospettiva sul presente, sugli individualismi e sui conflitti che ci dilaniano, all’esterno e all’interno di noi. Tradizioni come il buddismo Zen hanno fatto del paradosso e dell’assurdo uno strumento sistematico di liberazione dalle tenaglie dell’ideologia. È proprio attraverso l’assurdo che diventa possibile incrinare la presa con cui l’io si aggrappa alle proprie certezze, ai propri giudizi, a quelle che considera le proprie virtù, e può così scoprire quel “potere altro” che permette di risolvere le proprie contraddizioni. L’uscita per Terra Nuova di Mushin: la mente senza mente di Daisetsu Teitarō Suzuki offre un’occasione per riflettere sulla persistente attualità e concretezza dell’insegnamento buddista, e in particolare lo Zen, nel «puntare direttamente al cuore dell’uomo e realizzare la sua vera natura».

La “non-mente”

Il significato di mushin è “cuore vuoto” o “non-mente”: è l’esperienza con cui l’istituzione che chiamiamo “io” si rivela nella sua scandalosa insostanzialità. È come la nudità del re, che solo il bambino sa riconoscere oltre l’illusione di una veste inesistente, e che eppure è causa d’orgoglio. L’insegnamento al cuore del buddismo, il muga, cioè l’inesistenza dell’io, sostiene su base esperienziale l’insussistenza di quel sé separato che soffre nell’identificazione con ciò che percepisce, che pensa, che desidera o teme. Il mondo materiale, oggi più che mai, può offrire solo rimedi temporanei, senza risolvere la questione esistenziale della sofferenza. Nonostante il progredire della sua conoscenza, l’umanità non sembra oggi per questo più ricca in saggezza. Su ogni scala, la natura divisiva delle ideologie è esasperata da fenomeni come l’iper-connettività sociale e dall’avanzare, apparentemente inesorabile, della tecnocratizzazione, fino alla nascita di nuove forme di tribalismo e di violenza che si concretizzano in ogni genere di conflitto, esteriore e interiore.

Non identificarsi con il conflitto

Ogni conflitto, e oggi è molto evidente, è sostenuto da uno schieramento. Schierarsi non significa semplicemente prendere posizione: assumere una forma nel mondo è inevitabile. Il nodo è piuttosto l’identificazione, per nulla necessaria, con le proprie posizioni e con la gerarchia di valori che le sostengono. In ultima analisi, l’origine del conflitto stesso può essere ricondotta all’ignoranza circa la vera natura di ciò che si è. Su questo si impernia l’estrema attualità, anche pratica, dell’esperienza di mushin, che lascia intravedere quel fondo del cuore umano privo di specificazioni e identificazioni, con cui poter andare oltre le discriminazioni senza negarle. In un’intervista televisiva, a Suzuki fu domandato se la bontà paghi. Immediata la risposta: finché si pensa a essere ripagati dall’essere buoni, quella non è bontà; dunque no, la bontà non paga. Nel Tannishō, testo di riferimento della tradizione Shin che per secoli ebbe una circolazione riservata proprio per le sue formulazioni facilmente fraintendibili e potenzialmente scandalose, si legge: «Se anche l’uomo buono rinasce nella Terra Pura, a maggior ragione l’uomo malvagio». Non si tratta di un invito al permissivismo morale, ma a spezzare la fiducia nel proprio merito come mezzo di “salvezza” o “rinascita”, ovvero di liberazione dall’io.

Ribaltare la prospettiva

Se la bontà fondamentale dell’uomo non è quella delle opere buone, né quella del “buon selvaggio” inconsapevole del male, non per questo l’unica alternativa è l’abbandono a un comodo relativismo morale. È piuttosto un “ritornare bambini una volta diventati adulti”, quella che nello Zen viene chiamata la “discriminazione della non-discriminazione”. In essa forse si può comprendere cosa significhi essere “in questo mondo ma non di questo mondo”. Nel mushin, considerato “l’apice dell’esperienza religiosa”, il ribaltamento della prospettiva sulla propria identità si riflette in quello della propria visione del mondo, che informa la nostra partecipazione a esso. La pratica non è contemplazione separata dalla vita: essa deve diventare gesto. Non si tratta dell’approccio gandhiano de “il cambiamento che si vuole vedere nel mondo”: la mente di Buddha non è altro che la mente della vita quotidiana, il paradosso per cui questo mondo di miseria, così com’è, con tutti i suoi orrori e la sua sofferenza, è la “Terra Pura”. La risoluzione di questi paradossi si offre proprio nella pratica dall’esperienza, concretissima, di mushin.

 

In allegato il link della casa editrice: https://www.terranuovalibri.it/libro/dettaglio/daisetz-teitarc58d-suzuki/mushin-la-mente-senza-mente-9791257001612-236966.html