10 Dance: il film giapponese come Dirty Dancing
C'è qualcosa nelle produzioni asiatiche che affascina il pubblico e attira folle di nuovi e vecchi fan. Tanto che, nonostante il successo globale di Squid Game con la sua storia enigmatica e avvincente, sono altri i generi di film e serie a promuovere il gusto per il cinema e la televisione asiatici. Tra questi, Quando la vita ti dà mandarini, Atelier e persino Weak Hero: titoli che ci stanno aiutando a scoprire di più sulla cultura, la cucina e l'abilità dei loro sceneggiatori e registi asiatici.
E se ci concentriamo su opere di un singolo Paese, sebbene il 2025 sia stato uno degli anni migliori per le produzioni sudcoreane, vale la pena ricordare che anche il Giappone esporta prodotti di ottima fattura in termini di estetica e dialoghi, soddisfacendo i più alti standard che meritiamo come pubblico. Dal thriller I Saw the Devil (2010) a opere più romantiche come First Love (2022), ci sono molte opzioni sulle nostre piattaforme di streaming per godersi una bella serata in casa con un po' di popcorn.
Sull'onda del successo di film e serie giapponesi, abbiamo in questo film una nuova storia LGBTQ+ incredibilmente deliziosa, arrivata su Netflix pochi giorni prima della fine dell'anno. Si intitola 10Dance, un dramma romantico che racconta la storia di due ballerini con stili completamente opposti, Ryoma Takeuchi nei panni di Shinya Suzuki e Keita Machida nei panni di Shinya Sugiki, che devono unire le forze e ballare insieme per competere in un campionato multidisciplinare. La storia d'amore è ispirata a un manga BL (Boys' Love), che si concentra sulla forte rivalità tra i due, esplorando passione e romanticismo nel trend enemies to lovers (da nemici ad amanti).
Gli attori principali di questo film, già acclamato come una nuova fonte d'ispirazione per il cinema inclusivo con un importante messaggio di libertà, hanno parlato in diverse interviste della loro alchimia sullo schermo e di come si sono preparati per i loro ruoli. Machida, in un'intervista u Elle Japan, ha raccontato come una scena con la sua co-protagonista gli sia rimasta impressa per tutta la durata delle riprese: «Ho quasi pianto quando ho visto il personaggio di Ryoma ballare. Ero così commosso che tremavo dall'emozione. Quella sensazione mi è rimasta dentro da allora, quindi è stato facile immergermi nelle scene di flashback». Takeuchi, da parte sua, ha commentato come sia riuscito a trasmettere ciò che volevano nelle loro scene di danza: «Eravamo così assorti durante le riprese che non riuscivamo nemmeno a pensare lucidamente. Ma credo che sia stato proprio perché l'abbiamo affrontata di petto, pienamente consapevoli dei rischi, che il pubblico ha percepito la sensualità del film».
Indubbiamente, la trama avvincente di 10 Dance ci ha ricordato la storia di Frances "Baby" Houseman e Johnny Castle, i protagonisti dell'iconico film Dirty Dancing, diretto da Emile Ardolino e interpretato da Jennifer Grey e Patrick Swayze, non solo per i temi di danza e musicali, ma anche perché in entrambi i film vediamo come il risveglio sessuale e la tensione emotiva irrisolta permeano i dialoghi. Ciononostante, il fatto che utilizzino due personaggi maschili conferisce al film un tocco più interessante e sorprendente rispetto ad altre produzioni che hanno tentato, senza successo, di copiare la premessa del film di Ardolino.
Il prisma dell'amore: il nuovo anime di Netflix
Sta per arrivare su Netflix la nuova serie anime "Il prisma dell’amore": una storia all'insegna del romanticismo e dell'arte, narrata con suggestioni storiche in un racconto dal respiro internazionale. Firmata da Yoko Kamio, apprezzato autrice di "Boys Over Flowers", e prodotta da Wit Studio, la serie si inserisce nel solco delle storie di crescita personale, ma lo fa con un’ambientazione insolita e affascinante: la Londra dei primi del Novecento. Si parla di ambizione, talento e sentimenti, attraverso il racconto di un’età in cui tutto sembra possibile e labile allo stesso tempo.
La trama
La protagonista è Lili Ichijoin, giovane pittrice giapponese che lascia il suo Paese per studiare alla prestigiosa Saint Thomas Art Academy di Londra. Il trasferimento non è solo un sogno, ma anche una scommessa: i genitori le impongono di diventare la migliore studentessa entro sei mesi, altrimenti dovrà tornare a casa e rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. In questo contesto competitivo e stimolante, la giovane si trova ad affrontare un ambiente nuovo, una cultura diversa e la pressione costante del fallimento. Un giorno incontra Kit Church, brillante studente inglese, erede di una famiglia aristocratica e già considerato un genio della pittura. Sicuro del proprio talento ma emotivamente distante, Kit diventa per Lili al tempo stesso un avversario e un punto di riferimento. La loro rivalità inaugura una sfida fatta di pennelli, idee e visioni del mondo opposte. Ma dietro il confronto artistico prende forma qualcosa di più profondo: la determinazione e la sincerità di Lili iniziano a scalfire le difese di Kit, dando vita a un legame che cresce tra insicurezze, slanci romantici e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.
"Il prisma dell’amore" racconta così un percorso di formazione in cui l’arte diventa linguaggio dei sentimenti e lo sfondo storico amplifica il senso di scoperta. La serie segna un nuovo capitolo nella carriera di Yoko Kamio, autrice che ha fatto la storia dello shōjo manga con "Boys Over Flowers", opera da record per diffusione mondiale e adattamenti in numerosi Paesi. Non a caso, Kamio ha dichiarato di voler raccontare una storia capace di restituire luce e speranza in un’epoca in cui sogni e ideali sembrano sempre più difficili da difendere
Il cast tecnico e vocale
La serie nasce dalla mente di Yoko Kamio, responsabile della creazione e della sceneggiatura insieme a Saki Fujii. La produzione è affidata a Wit Studio, già noto per titoli di grande impatto come Attack on Titan e B: The Beginning. Alla regia troviamo un team di grande esperienza composto da Kazuto Nakazawa, Tetsuya Takahashi e Saki Fujii. Nakazawa ha, in passato, lavorato anche alle sequenze animate di Kill Bill: Volume 1. Le musiche sono curate di Naoki "naotyu" Chiba, mentre il tema principale è interpretato dai Chilli Beans. I character design originali sono firmati da Kamio e adattati per l’animazione da Yasuko Takahashi. Nel cast vocale originale spiccano Atsumi Tanezaki nel ruolo di Lili Ichijoin e Koki Uchiyama in quello di Kit Church.
Il cast tecnico e vocale
Netflix rilascia "Il prisma dell’amore" il 15 gennaio 2026, in esclusiva sulla piattaforma. La serie è composta da 20 episodi. Pochi giorni prima, l’8 gennaio 2026, debutta anche l’adattamento manga disegnato da Maki Minami sulla piattaforma Shōnen Jump+.
Il Bunraku
Il bunraku (文楽) è un tipico spettacolo di burattini nato in Giappone alla fine del XVI secolo e caratterizzato dalla combinazione di tre arti già presenti nel Paese: la manipolazione dei burattini, l’accompagnamento dello shamisen, uno strumento musicale giapponese a tre corde della famiglia dei liuti, e la forma di recitazione detta joruri (teatro dei burattini). Il bunraku è nato con il termine di ningyo jōruri (人形浄瑠璃) e nel 2003 è stato dichiarato parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO.
Le origini e la storia del Bunraku
Inizialmente il bunraku era composto dal joruri e dalla manipolazione dei burattini, mentre successivamente venne aggiunto l’elemento musicale.
La forma più antica del joruri risale ai tempi della nascita della civiltà giapponese, quando giovani donne recitavano preghiere nei santuari shintoisti animando bambole rudimentali. Nel VII secolo arrivarono in Giappone molti burattinai provenienti dall’Asia, chiamati kairaishi o kugutsumawashi, i quali secoli più tardi si stabilirono in alcuni luoghi che divennero memorabili per il joruri: il villaggio di Sanjo, sull’isola Awaji, e la città di Nishinomiya, situate entrambe nella prefettura di Hyogo.
L’isola di Awaji è definita dai giapponesi come la culla del teatro dei burattini e i suoi abitanti ne sono ancora altamente orgogliosi. Qui sono presenti quattro compagnie di burattinai, i cui membri sono semplici commercianti, contadini e pescatori. La compagnia più nota è guidata da un’anziana donna conosciuta con il nome d’arte di Ichimura Rokunojo. A Nishinomiya, invece, è possibile visitare un piccolo santuario dedicato alla divinità dei burattini: Dokumbo Hyakudayu.
La recitazione del joruri nel XV secolo
La recitazione del joruri era già presente nel Giappone del XV secolo, quando musicisti e menestrelli intrattenevano il pubblico narrando racconti di vario genere. Il più rappresentativo era il Joruri junidan zoshi (la cui suddivisione in dodici sezioni dà il titolo all’opera), scritto da Otsu Ono: è la storia d’amore tra Minamoto no Yoshitsune e la bellissima principessa Joruri.
Dal 1590 il Joruri junidan zoshi divenne sempre più famoso tra i repertori dei narratori di Kyoto, i quali incominciarono ad accompagnare la recitazione con uno strumento musicale denominato biwa (琵琶), un liuto piriforme a manico corto. Il termine joruri non si riferì più solamente alla principessa della storia, ma divenne rappresentativo di questa originale forma di declamazione.
Durante il XV secolo, inoltre, l’imperatore in ritiro Go-Yozei invitò i burattinai di Awaji e di Nishinomiya a Kyoto per rappresentare i testi del joruri attraverso il teatro dei burattini. Da grande appassionato di arte, suggerì che non ci sarebbe stato modo migliore che combinare le due arti per esprimere appieno i sentimenti del joruri. In seguito alla sostituzione del biwa con lo shamisen, uno strumento musicale a tre corde, le tre arti vennero finalmente combinate e nacque il bunraku così come lo conosciamo oggi.
La fondazione del Toyotake-za e la competizione con il Takemoto-za
Nel luglio dello stesso anno, Toyotake Wakatayu (discepolo di Gidayu) fondò un nuovo teatro, il Toyotake-za, il quale divenne un potente rivale del Takemoto-za. La competizione portò all’introduzione di molteplici innovazioni e miglioramenti nel teatro dei burattini, tra cui l’uso di tre manovratori per un solo fantoccio di dimensioni più grandi. Anche il pubblico divenne sempre più esigente, richiedendo che venissero utilizzati dei burattini più convincenti.Il drammaturgo Chikamatsu si dedicò soprattutto alla stesura di opere per il joruri, ma molte di queste vennero riadattate per il kabuki che le rese nettamente più famose. Gli spettatori, infatti, furono rapiti dalle nuove tecniche e dai nuovi costumi messi in atto dal kabuki, al punto tale che si arrivò a un declino del joruri, al fallimento delle due principali compagnie e alla chiusura dei rispettivi teatri.
L’influenza del Bunraku-za
Nei primi anni del XIX secolo, Uemura Bunrakuken, originario dell’isola di Awaji, riuscì a destare nuovamente l’interesse del pubblico nipponico verso il joruri grazie alla fondazione di un nuovo teatro a Osaka. Anche dopo la sua morte, nel 1810, l’arte e le tradizioni di Bunrakuken continuarono a essere tramandate dal figlio adottivo e dai suoi discendenti. Nel 1811 il teatro fu riposizionato vicino al santuario di Inari a Osaka e nel 1872 venne nuovamente spostato a Matsushima, la zona più occidentale di Osaka. Da allora venne denominato Bunraku-za e il termine bunraku cominciò a rappresentare la varietà di intrattenimento tipica di Bunrakuken.
Durante il periodo Meiji (1868 – 1912) il bunraku visse un periodo di grande prosperità grazie agli eredi di Bunrakuken. Tuttavia, nel 1909 iniziò nuovamente un lento declino, quando Uemura Daisuke, ultimo proprietario del Bunraku-za, perse il suo capitale e fu costretto a vendere il teatro alla Compagnia Shochiku.
Nonostante la nuova Compagnia, che prese le redini del Bunraku-za, vantasse anche artisti di un certo calibro, si vociferava che ormai il bunraku avesse i giorni contati. Fu così che, nel 1933, la Dieta nazionale del Giappone riconobbe il bunraku come tesoro culturale nazionale, nel tentativo di nobilitare quest’arte.
Durante la seconda guerra mondiale (1945) il joruri subì un altro grave danno, quando i raid aerei distrussero quasi completamente ciò che restava del Bunraku-za e dei suoi preziosi burattini. La sua ricostruzione avvenne nel 1956 nel distretto di Dotonbori.
Il Bunraku dopo la seconda guerra mondiale
Dopo la guerra il bunraku attirò l’interesse del pubblico occidentale, tanto che nel 1962 una troupe di ventotto membri si esibì a Seattle, Vancouver e Los Angeles. Gli spettacoli, però, attiravano ancora poche persone, probabilmente perché veniva utilizzata una lingua antica da più di duecento anni. Nel 1963 la Compagnia Shochiku venne sostituita da una nuova associazione non-profit, la Bunraku Kyokai. Per cercare di attirare più sguardi sul bunraku, la Bunraku Kyokai introdusse una serie di novità, come gli adattamenti di opere occidentali e di teatro no e kabuki, ma nessuna venne introdotta ufficialmente nel repertorio e il pubblico continuò a preferire le opere tradizionali.
Tuttavia, nonostante nel 1900 il bunraku abbia dovuto subire numerose difficoltà, è sempre rimasto parte integrante della cultura del popolo giapponese.
Il Bunraku oggi
Oggi l’interesse del pubblico verso il bunraku non è più tale da permettere agli artisti di guadagnarsi da vivere solo attraverso quest’arte, costringendoli a dedicarvisi solo saltuariamente o come passatempo. In un mondo in costante cambiamento e in cui la tecnologia ha preso il sopravvento, ci sarà un futuro per il teatro giapponese dei burattini? Ormai gli artisti di grande fama stanno invecchiando e le nuove generazioni non sono molto disposte a seguire una dura disciplina di trent’anni di apprendistato e le difficoltà economiche all’orizzonte. Finora il bunraku è riuscito a mantenere viva la sua tradizione, ma se i giovani d’oggi scoprissero la vera magia che si cela dietro quest’arte, se ne potrebbe inaugurare una nuova florida epoca.
Le caratteristiche dei burattini
I burattini (kugutsu傀儡) hanno una grandezza quasi umana: sono alti circa 120-150 cm e pesano fino a oltre 10 kg. Sono formati da un corpo principale (un’asse di legno con una fessura per mantenere la testa) sul quale sono applicate delle cinghie di stoffa per creare la forma delle spalle e per attaccare le braccia e le gambe. La testa e gli arti superiori e inferiori sono separati dal busto e possono essere facilmente sostituiti.
La testa
La testa (kashira頭) viene costruita con il legno di cipresso dell’area di Nagoya, ideale perché leggero ma robusto. Al suo interno sono presenti vari meccanismi che permettono di muovere le sopracciglia, gli occhi e la bocca e, in alcuni cas, di trasformare completamente il volto (ad esempio da donna a demone). È per questo che la testa è la parte più espressiva di un burattino! Quelle di uso più comune sono 45 e vengono classificate in base al sesso, l’età, la classe sociale, i ruoli e le personalità rappresentate, tra cui:
- keisei, una cortigiana di alto rango, sensuale, colta e coraggiosa;
- yokanbei, un uomo poco raccomandabile;
- La costruzione della testa non è semplice come si potrebbe pensare: creare un’espressione facciale che riesca a far trasparire i vari stati d’animo è uno degli aspetti più difficili nella creazione di un burattino. Per le teste dei burattini femminili, per esempio, si predilige un espressione triste, dato che si trovano spesso in situazioni che recano loro sofferenza anziché gioia.
- waka otoko, un giovane affascinante.
Un’altra particolarità è data dalle parrucche, non interscambiabili da una testa all’altra, create con capelli veri e con più di cinquanta tipi di acconciature.
Le mani
Anche le mani rivestono un ruolo importante nella definizione dei vari personaggi: ne esistono 9 stili classici, classificati in base al colore, e 24 più particolari, per creare effetti scenici. Alcuni burattini sono costruiti in modo tale da poter muovere le dita delle mani attraverso l’uso di un bastoncino; in questo modo i burattinai riusciranno a rappresentare in maniera più realistica azioni come la danza o l’utilizzo di una spada.
I burattini femminili
I burattini femminili sono più piccoli e più leggeri di quelli maschili, e non hanno né mani né piedi. Secondo le autorità giapponesi questa mancanza dona in realtà un certo fascino al personaggio femminile e non è nemmeno così irrealistica come si potrebbe pensare, dato che i kimono più antichi coprivano quasi del tutto i piedi delle donne.
Le gestualità del Bunraku
La gestualità del bunraku riprende quella del kabuki e riveste un ruolo fondamentale nel dare vita ai burattini. All’interno di questa tradizione esistono due principali tipologie di gesti: il furi, ovvero la riproduzione stilizzata di tutti i movimenti che un essere umano può eseguire; e il kata, che comprende invece gesti simbolici ed espressivi, come l’ushiroburi (“voltarsi all’indietro”) del personaggio femminile. Questi elementi permettono ai burattinai di esprimere emozioni, intenzioni e stati d’animo attraverso un linguaggio scenico altamente codificato.
Ecco alcuni dei movimenti usati dai burattinai:
Tra i movimenti più utilizzati dai burattinai figurano diverse azioni significative. Quando un burattino feminile compie un passo avanti, ad esempio, posa prima il piede destro, mentre un burattino maschile avanza con il piede sinistro. Per mostrare un moto di indietreggiamento, il burattino femminile inclina la testa all’indietro. Per asciugarsi le lacrime, il burattino femminile muove la testa mentre quello maschile utilizza le mani. Quando un burattino punta la mano al cielo vuol dire che sta chiamando un altro personaggio e quando volta la testa ripetutamente a destra e a sinistra sta esprimendo paura. Inoltre, l’ingresso in scena di un burattino femminile, avviene spesso con un andatura lenta che poi accelera gradualmente. Infine, quando due burattini si incontrano, quello di grado inferiore esegue un inchino silenzioso. Questi dettagli mostrano come il bunraku riesca a mettere in scena, con sorprendente realismo, azioni che gli attori in carne e ossa non potrebbero riprodurre con la stessa precisione. Inizialmente sia i burattini che i loro costumi erano costruiti direttamente dai burattinai, ma via via che il bunraku progredì apparvero anche i primi artigiani e costumisti teatrali.
I burattinai del Bunraku
Nel XVII secolo i burattini venivano manovrati da un solo artista, ma dal 1734 è stato introdotto l’uso di tre manovratori per un solo burattino.
Un aspirante burattinaio iniziava a studiare tra i 6 e i 10 anni per apprendere le capacità necessarie e una buona tecnica di manovrazione. Per eseguire i ruoli principali doveva affrontare un duro apprendistato della durata di trent’anni: dieci per imparare i movimenti dei piedi, dieci per quelli del braccio sinistro, e dieci anni per la testa e il braccio destro. In seguito si specializza in ruoli maschili o femminili. A causa di questi lunghi anni di pratica, spesso i burattinai avevano le dita, le unghie e i palmi delle mani completamente sfigurati, i quali erano però anche segno d’impegno e bravura.
Per i ruoli minori vengono utilizzati burattini più semplici e più piccoli, chiamati tsume, che richiedono un solo manovratore, mentre per quelli principali ne sono necessari tre:
- omozukai: il manovratore principale che si occupa del busto, della testa e del braccio destro del burattino.
- hidarizukai: muove il braccio sinistro attraverso un bastoncino lungo circa 38 cm attaccato al gomito del burattino. Si occupa anche di prendere gli oggetti di scena che verranno utilizzati dal burattino.
- ashizukai: muove le gambe e i piedi dei personaggi maschili e ne simula la presenza in quelli femminili. Inoltre riproduce il suono dei passi del burattino battendo i propri piedi sulle assi del pavimento.
Forse vi starete chiedendo come sia possibile concentrarsi sulla rappresentazione dell’opera quando sono visibili così personaggi sul palcoscenico. Non sarà un po’ troppo confusionario?
Non preoccupatevi, riuscirete subito ad abituarvi anche grazie ai costumi di scena! I burattinai sono vestiti in modo tale da coprire tutto il corpo. L’omozukai indossa l’antico abito cerimoniale dei samurai e i butai geta (zoccoli in legno), con i quali si trova in una posizione sopraelevata rispetto agli altri manovratori. Inoltre è l’unico con il volto scoperto, mentre lo hidarizukai e l’ashizukai coprono il volto con un cappuccio e indossano dei semplici abiti neri. Infine, tutti indossano dei guanti (originariamente bianchi per lo omozukai e neri per lo hidarizukaii e lo ashizukai) per nascondere gli avanbracci.
Il declamatore e il musicista di shamisen
Altri protagonisti del bunraku sono il declamatore e il musicista di shamisen, i quali creano l’atmosfera dell’opera, il cui testo viene per metà parlato e per metà cantato. Il declamatore, chiamato tayu, narra la storia dei burattini e dà voce ai loro pensieri e sentimenti, utilizzando diverse intonazioni e differenziando i personaggi maschili da quelli femminili.
La declamazione ricorda le tecniche dei canti Buddhisti e si basa su tre elementi essenziali:
- kotoba: il semplice “parlato” che viene usato per monologhi, dialoghi e parti narrative;
- jiai: il ritmo e la modulazione che si ricavano con l’alternanza di toni forti e deboli, lunghi e corti, alti e bassi;
- fushi: basato sulla melodia e sul ritmo.
Per potersi esibire il declamatore deve attendere le note dello shamisen. Il ruolo del musicista è di marcare le espressioni del declamatore, regolare il tempo dei gesti dei burattini e fornire effetti sonori, come il suono del vento o della pioggia. Riuscireste mai a immaginare uno spettacolo di bunraku senza questa particolare atmosfera?
Se inizialmente queste figure erano nascoste al pubblico, dal XVIII secolo vennero collocate su una piattaforma al lato destro del palcoscenico. Entrambe indossano gli abiti tradizionali e, mentre il declamatore può seguire lo scritto dell’opera, il musicista deve basarsi unicamente sulla memoria. Inoltre, il declamatore è seduto sui talloni, con gli alluci piegati sotto i piedi: una posizione che gli consente di coinvolgere tutto il corpo nella declamazione e di usare appieno l’energia della voce.
Le opere teatrali più famose del Bunraku
Tra le opere teatrali più famose possiamo ricordare: il Kanadehon Chushingura 仮名手本忠臣蔵 (Chushingura: Il tesoro dei fedeli servitori): è un racconto storico di lealtà e vendetta che si basa sulla crociata dei famosi 47 ronin per vendicare la morte del loro ex signore feudale. L’opera fu scritta da Chikamatsu Monzaemon e poi adattata da Takeda Izumo II, e andò in scena per la prima volta nel 1748 al Takemoto-za. Il Sonezaki Shinjū 曾根崎心中 (Gli amanti suicidi di Sonezaki): capolavoro scritto da Chiakamatsu nel 1703, parla di un doppio suicidio d’amore accaduto davvero poco prima della stesura del testo. L’opera divenne talmente famosa da salvare il Takemoto-za dalla bancarotta, ma ispirò anche centinaia di giovani a replicarne l’atto finale, spingendo il governo a rendere illegali le opere teatrali sui suicidi amorosi. Infine il Kokusen’ya Kassen 国性爺合戦 (Le battaglie di Coxinga): scritta nel 1715, è l’opera più popolare di Chikamatsu e quella che andò in scena per 17 mesi di seguito ad Osaka. La storia narra di Coxinga, una figura storica sino-giapponese che cercò di ripristinare la dinastia cinese Ming.
Dove guardare uno spettacolo di Bunraku
Per vedere uno spettacolo di bunraku potete recarvi al National Bunraku Theatre di Osaka e al National Theatre di Tokyo. Se siete alle prime armi e non avete mai visto una rappresentazione di joruri, vi consiglio di recarvi al National Bunraku Theatre nel mese di giugno e seguire uno dei loro spettacoli in cui vengono fornite spiegazioni per poter seguire meglio la storia. Potreste anche leggere in anticipo il programma dell’opera e lo Yukahonshu, ovvero il testo della narrazione che viene venduto a teatro, oppure affittare delle cuffie per ascoltare la traduzione in inglese. A gennaio, aprile, luglio, agosto e novembre potreste invece assistere alle produzioni più famose. Al National Theatre di Tokyo, invece, è possibile assistere a spettacoli semplificati nel mese di dicembre, mentre le opere principali vengono generalmente messe in scena a febbraio, maggio, settembre e dicembre.
Giulia Besana studentessa
Intervista a Nello Taietti
In una soleggiata mattina di novembre a Milano, arrivo davanti alla Fondazione Luciana Matalon – una bellissima e ampia vetrina che porta all’interno della prima sala, inondata di una forte luce naturale. Dalla strada scorgo una parte delle foto in mostra, e una volta dentro mi torna alla mente il viaggio fatto all’inaugurazione del 6 novembre attraverso l’esposizione; tra le foto la cui divisione tra visione reale e onirica è nebulosamente offuscata da elementi che richiamano l’una piuttosto che l’altra, tra la sala multimediale dedicata a Sisyu, e anche tra le foto del backstage scattate da Gianmarco Taietti.
“Onironautica 3” è, come si evince dal nome, la navigazione tra i sogni di Nello Taietti, curata da Vera Agosti, che travolge lo spettatore e lo porta all’interno della realtà dell’inconscio; attraverso un percorso multimediale emozionale, che, nella sua astrattezza, proietta l’introspezione sì dell’artista, ma anche di chi guarda. Nello Taietti mi riceve subito, nonostante io sia in anticipo: gentile e rispettoso, fin da subito si premura di mettermi a mio agio in sua presenza – seppur mi risulti difficile dare del tu a un artista – e mi offre un grazioso dolcetto, impacchettato per lui da una sua conoscente con due dei colori che principalmente risaltano attraverso l’esposizione, il rosa e il nero. Cordialmente, mi invita a sedermi di fronte a lui, per poter cominciare l’intervista.
Come è nata l’idea di “Onironautica 1”?
L’idea di Onironautica 1 è nata molto prima della sua attuazione nel 2019. Nel 2003 ho seguito un gemellaggio con la cittadina coreana di Daegu, e, date le mie conoscenze, ho messo in scena a Milano l’opera di Puccini “Madama Butterfly”. È stato un grande successo, anche se molto faticoso; le prove sono durate quasi un anno. Abbiamo costituito un’orchestra giovanile con il Conservatorio di Milano dal nome di “Sinfonietta”, con un coro misto giapponese-coreano, il regista e il tecnico luci erano giapponesi, il direttore d’orchestra coreano così come il baritono… Abbiamo messo in scena questa “Madama Butterfly” e da lì ho iniziato ad approfondire il tema oriente, e sostanzialmente ad avere dei sogni, delle visioni, legate al mio innamoramento per la figura di Chōchō-san. Nei miei sogni, infatti, la supplicavo di non innamorarsi di Pinkerton, e le dicevo che invece io sarei stato disponibile! Sogni ricorrenti, alla fine dei quali non succedeva mai nulla. Siccome Puccini aveva previsto che la casa di Chōchō-san fosse proprio a Nagasaki, l’idea di Onironautica 1 finiva proprio con il tradimento dell’occidente nei confronti dell’oriente, con le bombe atomiche. Ma il mio sogno di Nagasaki terminava, come tutti i miei sogni, come quelli di Onironautica 2 e Onironautica 3, con un aspetto positivo, legato alla speranza e al cambiamento per il meglio. Avevo esposto, infatti, in quel caso, delle foto di Shibuya, di giovani, dove però figuravano anche l’alba, il sole che sorge, rappresentativi di un futuro migliore. Perciò le idee di Onironautica 1 sono il frutto di un approfondimento dello studio della mitologia, della filosofia, della storia del Giappone che avviene dal 2003 in avanti, fino alla realizzazione della prima installazione. Da questi approfondimenti è nato poi un legame profondo con il Giappone.
“Onironautica 3” vede la conclusione di questo viaggio con partecipazione e influenza da parte di varie culture orientali, in particolare quella giapponese. Lei si è avvicinato alla cultura giapponese in parte grazie all’opera di Puccini “Madama Butterfly”.
È stata “Madama Butterfly” a darmi lo spunto. Avevo, una volta, una galleria in Via Solferino; si chiamava Milarte, dove lavoravo con giovani ragazzi sia coreani che giapponesi dell'Accademia di Brera. Avevo però un approccio molto limitato, non di conoscenza. Da lì iniziai ad avere gli spunti per studiare. Ho letto molti libri, ho fatto qualche viaggio in Giappone, in Hokkaido, ci sono stati degli approfondimenti. Poi sono passato a Onironautica 2, che è nata nel 2023, ma è legata al periodo del Covid. Ho assorbito un po' le situazioni esterne in Onironautica 2: iniziava la guerra in Ucraina, le persone morivano… Mi sono fatto quindi accompagnare in questo viaggio sulla Terra da tre muse, e ho fatto uso della mitologia greca, per arrivare al messaggio positivo del mantenere un’attitudine ottimista. Dopo tutte le morti del viaggio, dopo le fotografie di “corpi” di modelle avvolti nella plastica, come carne senz’anima, rimaneva la speranza di una rinascita, simboleggiata nel mio racconto da un cuore che torna a battere. In Onironautica 3 riprendo invece la mitologia e la storia giapponese, e il racconto si svolge nel Giappone contemporaneo, a Tokyo. La mia difficoltà non è stata nella fotografia o nei testi, che sono stati buttati giù quasi di getto, ma nel mettere insieme il tutto. La musica elettronica, Wagner, Puccini, il ballerino di danza Butoh, la ballerina giapponese di danza classica – mettere insieme questi elementi non è stato facile. Così come legare i simbolismi che ho rappresentato in Onironautica 3: la carpa, monito secondo la mitologia giapponese ad andare avanti seppur controcorrente, che Guido Daniele, bodypainter, ha dipinto sulla modella che rappresenta Ama- No-Uzume, la divinità femminile dello shintoismo che raffigura l’alba e la rinascita; o il ballerino di Butoh che chiamo “Nikutai”, un corpo di carne che racconta le verità dell’umanità e che in sé ha il racconto del mondo, Nikutai che mi accompagna in questo viaggio sulla Terra e che nasce, da un bozzolo, nella rappresentazione teatrale, e con una danza rivolto verso il pubblico osserva e concilia la voce dell’attore che mi rappresenta, Daniele Crasti, che ammonisce il pubblico a non cercare la verità, poiché chi la cerca o chi la trova vive nel tormento – vivete con leggerezza, vivete con amore: è questa la fase finale di Onironautica 3; i riferimenti alle tennyo, le divintà celesti giapponesi; i sinogrammi che abbiamo scelto per la mostra e riportato sulle nostre magliette (白昼夢), letteralmente “sogni bianchi”, sogni lucidi… è tutto un invito a sognare anche di giorno, poiché il sogno è speranza.
Perché, anche lavorando con diversi mezzi, come poesia e scultura, ha deciso che la rappresentazione fotografica e teatrale fossero il giusto veicolo per le idee di Onironautica 3? E, in particolare, perché ha scelto proprio la Danza Butoh?
Beh, la fotografia è l'elemento che mi accompagna in questo viaggio. Io amo la fotografia, ed è perciò un elemento essenziale in tutti i miei sviluppi, pur essendo, nel caso di “Onironautica 3” l’inizio del racconto che si svolge con la pièce teatrale. È il mezzo per arrivarci – ho fotografato i protagonisti della pièce, sostanzialmente. E perché il Butoh? Perché racconta in sé il dramma. Nasce nel 1946, dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, e racchiude in sé il racconto della vita e della morte. L’ho visto bene nel contesto del mio racconto – una morte, ma anche una rinascita. Per il ballerino si apre la vita, ma poi torna nel suo bozzolo, e i movimenti lenti, la mimica grottesca, raccontavano bene la prima parte della storia, che procede poi con fasi drammatiche con danza su Wagner, fino alla leggerezza delle armonie pucciniane come “E lucevan le stelle”, per poi arrivare, alla fine del dramma, al messaggio di speranza. La voce narrante della pièce teatrale è il sognatore, che racconta tutte le fasi del dramma. Oltre alle poesie racconta ciò che accade in scena, un mezzo per rendere fruibile e accessibile il viaggio a tutti gli spettatori.
Quanto la spiritualità ha influenzato le sue visioni oniriche? O i sogni influenzano la sua spiritualità?
Un po' tutti e due. C'è una frammentazione notevole. Alcune volte la spiritualità, la ricerca dell'anima – che poi è una ricerca della mia anima, del mio io – influenza i sogni. In altri casi, è viceversa. Metto in dubbio l’onnipotente; in Onironautica riscopro la mitologia, gli dèi greci e vado a diminuire il monoteismo, mettendo in risalto queste forme divine. Lì pondero i dubbi, l’essere agnostico… Però la spiritualità c’è, una ricerca profonda dell’anima emerge sempre nei miei lavori, poiché tutto ciò che faccio nasce sempre per me. Sono consapevole che sia nei testi che nelle fotografie ci sono degli errori tecnici, però fortissimamente ho voluto che fosse così, ho voluto realizzare Onironautica con la visione in cui ho creduto e che avevo in mente per me stesso. Una ricerca davvero della spiritualità, dell'universo, di cosa siamo, di cosa saremmo – se ci saremo; ecco, questo.
Da quali motivazioni espressive è stata la scelta di rappresentare in bianco e nero la parte più onirica e invece a colori nella fotografia la parte più reale?
Normalmente io ho sempre prediletto abbinare la fotografia in bianco e nero a quelle a colori. Non tutti i sogni che faccio sono in bianco e nero, o a colori. Quindi la differenziazione dipende sempre dalle visioni che ho avuto. Tendenzialmente il bianco e nero mi avvicina di più al sogno. Però anche nel colore uso molto spesso la nebbiolina, o colori un po' offuscati: diventa il sogno, rappresenta del sogno. La scelta è sempre dovuta anche alla mia realtà.
Come sono state scelte le opere di Sisyu nel contesto della mostra?
Con Sisyu ho un rapporto di amicizia. Ho parecchie sue opere da me a Milano e abbiamo lavorato molte volte insieme. Le opere sono state scelte per creare un ambiente dove si potesse svolgere tranquillamente la pièce teatrale. Ci sono quindi molte opere calligrafiche, ma ci sono anche opere legate allo shunga (i suoi racconti erotici). Ho cercato davvero di identificare delle opere rappresentative, come “Feasting Crow, Feasted Crow”. Il suo Corvo per me è estremamente simbolico, con il becco spezzato e il suo essere in fin di vita – la nascita e la morte. Ho cercato di rappresentare gli elementi che sono nei miei racconti. I kanji, che sono sempre un'invenzione di Sisyu, che vengono proiettati per tutta la durata dello spettacolo portandoci in un ambiente sognante, diverso.
Com'è nata la sua passione per la fotografia?
Nasce tantissimi anni fa. Mio padre non era un fotografo professionista, ma amava la fotografia. Allora c'erano le cineprese di 8 mm, c'erano prove, riprove. Si fotografava la Milano di un tempo. Poi, ho frequentato negli anni 1975-76 dei corsi di fotografia dove ho avuto dei maestri importanti, tra cui anche Berengo Gardin. Lì ho imparato a sviluppare le mie fotografie analogiche. Ho esposto al SICOF – la fiera della fotografia a Milano, un tempo molto importante – e sono stato anche premiato. Ho partecipato inoltre a diversi concorsi; è da lì, quindi, che nasce la mia passione. Inizialmente nel bianco e nero analogico, fin tanto che poi è arrivato il digitale e mi sono convertito; un'altra storia, un'altra vita. Camera oscura, digitale, ho fatto diverse cose. Ho anche fatto mostre legate alle mie prime foto in bianco e nero. Ho esposto in un museo di arte contemporanea a Zavattarello, in provincia di Pavia. Ma ho racconti di questo genere sparsi un po' in tutta Italia.
Quindi è una passione quasi ereditaria.
Sì, quasi ereditaria. E questa passione l'ho trasmessa anche a mio figlio Gianmarco. Lui è molto più bravo di me nella post-produzione, che io non amo, perciò la faccio il meno possibile. Qualcuno dice, alcune delle mie foto non sono perfette perché, magari, l’immagine non è patinata, non è glamour… ma io, se si parla di visione artistica, devo mettere in risalto anche quelli che sono i difetti, il prodotto deve essere un’immagine che racconta. Seguendo questo concetto ho mappato, fotografando giovani e anziani, un paesino della Barbagia, Lula. Ho scelto di raccontare la storia di questa gente, con la fotografia in bianco e nero o con colori chiari, pur non essendo in sogno. Perché anche altri aspetti della mia arte, non necessariamente legati ad Onironautica, li vedo attraverso una lente sognante. Vivo male le pieghe prese dal mondo contemporaneo, mi angoscio, ma c’è sempre la mia speranza, seppur ridotta, di vedere un mondo diverso. Voglio accendere, con questa mia passione, un lume in maniera che qualcuno lo possa cogliere, e possa portare avanti questi elementi di ottimismo per un cambiamento futuro.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere Onironautica 3 quale sarebbe?
Speranza. La speranza è il sogno, il sogno ci dà speranza. E, occasionalmente, i sogni si realizzano. Sognando, ci si mette in testa di arrivare a una conclusione positiva. E non bisogna fermarsi alla notte: sognare di giorno, una vita diversa, realizzare ciò che porti alla speranza.
Una volta arrivati al termine del nostro dialogo, il signor Taietti mi invita a visionare una delle sue opere che tiene nel suo ufficio: una tela, rappresentativa del dolore causato dalle bombe atomiche, la violenza insensata della guerra sui civili; i kimono originali bruciati e una fotografia che si sbiadisce e brucia con la casa in cui è appesa, evocano le immagini di cui mi ha parlato e che lo seguono nel mondo interiore, sia da sveglio che dormiente. Le riflessioni sulla bomba atomica e, più in generale, sulle guerre, anche quelle che impestano e affliggono il mondo ancora oggi. E sull’arte che ne nasce, da questa sofferenza. Mi mostra inoltre una parte dei libri che ha studiato e letto nel corso degli anni, che lo hanno ispirato nel percorso di Onironautica ma anche della vita; io, per la mia parte, mi segno i titoli con l’obiettivo, un giorno, di avere un simile bagaglio culturale ed esperienziale. Ci salutiamo, infine, camminando insieme verso l’uscita, con una riflessione sul proseguire la vita rincorrendo sempre ciò che vogliamo per noi, aprendo la nostra mente a esperienze sempre nuove e abbandonando i pregiudizi che ci precludono di sognare un mondo migliore, in pace, e dove ognuno di noi ha diritto a esistere ed essere speranzoso. “Onironautica 3” continua fino al 29 novembre 2025. Sabato 22 novembre 2025 andrà in scena l’omonima pièce teatrale, “Onironautica 3”: è il viaggio di Nello Taietti verso la riconquista della propria anima e la luce e la speranza in essa, attraverso la sua visione della spiritualità e del divino, personale e anticonvenzionale.

Beatrice Artico, studentessa
Recensione: "Divinità e demoni femminili giapponesi" di Silvia Favaretto
"Divinità e demoni femminili giapponesi"
Nell’immaginario comune tarocchi e oracoli spesso si congiungono e, a chi non ha interesse per questo magico mondo, risultano comparabili o addirittura equivalenti. Le funzioni che svolgono sono, effettivamente, simili: rivelano, attraverso la divinazione, previsioni sul nostro futuro o interpretazioni del nostro presente.
Nei tarocchi, però, si ha un numero specifico di carte, tra arcani minori e maggiori, e una serie di figure che si ripetono tra le varie edizioni, mentre negli oracoli si ha più libertà nel disegnare un mazzo: quello di Silvia Favaretto, che accompagna il manuale “Divinità e demoni femminili giapponesi”, propone interessanti rivisitazioni delle figure folkloristiche giapponesi, tra kami, yōkai, onryō e altre entità che ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di noi stessi, ma anche di passate ere nipponiche per mezzo delle particolari illustrazioni.
Nelle moderne interpretazioni di Silvia Favaretto, le figure che tradizionalmente sono consumate dalla gelosia o dalla passione, che si trovano punite per atti fuori dal loro controllo, ricevono ognuna una grazia, e vedono il loro destino tramutato in qualcosa di più gentile, un’offerta di un ramo di ulivo in segno di riappacificazione con sé stesse.
Le illustrazioni sono semplici, ma cariche di significato e di simbolismi su cui il soggetto della lettura si può proiettare e in cui si può rivedere. Attraverso uno dei metodi di consultazione offerti al lettore, si ha la possibilità di fare domande all’oracolo per identificare un problema e la sua possibile soluzione, oppure leggere il proprio passato, presente e futuro con una nuova chiave di comprensione. Ogni mito legato a queste figure è rivisto in un’ottica generale, per cui chiunque può ritrovarsi nelle carte senza focalizzarsi sul senso stretto delle storie a cui fanno riferimento.
Il mazzo offre quindi un interessante spunto sia per chi è già familiare con il folklore giapponese, sia per chi ci si deve ancora avvicinare. Chi invece non ha ancora confidenza con la cultura mitologica giapponese, avrà sicuramente modo di scoprirne una parte attraverso le divinazioni e la consultazione del manuale.
Beatrice Artico, studentessa
Recensione: "Una stanza per Momoko" di Chisako Wakatake
"Una stanza per Momoko"
Momoko è una donna sola. Una donna contraddittoria e infantile, a tratti egoista e con poca intelligenza emotiva nei confronti dei figli e di chi le sta attorno; eppure, i suoi pensieri, che nel libro “Una stanza per Momoko” scorrono come rivoletti senza inizio e fine definiti, sono più condivisibili di quanto sia facile ammettere.
“Una stanza per Momoko” è una riflessione sulla vita da parte di una donna imperfetta. Razionale e ottimista, nel suo intimo si lascia andare a pensieri che, per via delle convenzioni sociali a cui la realtà mondiale è abituata, risultano scomodi e rappresentanti di un’indole da cui noi, in qualità di lettori, vorremmo prendere le distanze, fingere altezzosamente che non ci appartengano, e che nel corso del libro siamo costretti ad affrontare. Ma Momoko non li respinge, questi pensieri, e fa di loro un’importante lezione su sé stessa e sul ragionare sui lati negativi della propria personalità, cosicché la portino sulla strada per migliorarsi, per accettarsi.
La protagonista si trova a tratti a essere persino felice della morte del marito – è la prima volta che finalmente riesce a godersi del tempo da sola. Il suo inspiegabile entusiasmo nei confronti di quella che convenzionalmente dovrebbe essere una tragedia mette il lettore scomodamente a confronto con i sentimenti che si cerca normalmente di reprimere, come se dentro ognuno di noi ci fosse uno spettatore, che detti una legge morale personale a cui ci dobbiamo attenere, e con cui dobbiamo fare i conti anche per ciò che pensiamo intimamente.
Momoko riconosce e accetta perfino gli errori commessi nella sua vita da mamma – senza autocommiserazione, pur avendo cercato di rompere il ciclo opprimente della tradizione misogina che ha sempre portato le donne a vivere in funzione di qualcun altro. Comprende che nel suo tentativo identitario ha fallito, di nuovo rinforzando i ruoli di obbligo femminili, non dando ascolto alle richieste della figlia e vedendola come un’estensione di sé, e di ciò che avrebbe voluto la Momoko-bambina, piuttosto che come una persona a pieno titolo. Comprende di aver fallito quando realizza che ha lasciato la figlia credere che avesse una preferenza per il figlio, quando invece li ha amati entrambi. Momoko accetta, e poi torna altalenante sui suoi passi e cerca delle giustificazioni per cui potersi togliere le sue colpe di dosso: non è la protagonista perfetta, ma è realistica e in quanto tale piena di difetti e tratti che la rendono umana. Del resto, è difficile mantenere un’opinione risoluta e salda su argomenti che tocchino le proprie corde più profonde, che mettano in discussione la propria persona e la percezione che ha l’altro di essa.
Dopo una vita passata a prendersi cura degli altri, ora Momoko è sola. Si intrattiene imparando da appunti raffazzonati tra trasmissioni televisive e visite in biblioteca, e seguendo le tradizioni nelle quali è cresciuta, pur non avendo un pubblico a cui dare spettacolo. Fa pace con le difficoltà vissute in famiglia attraverso l’amore che prova: per i parenti, che non vede dal momento in cui ha lasciato casa per rincorrere i suoi sogni, molti anni addietro; per la città natale da cui era stata esiliata come persona non grata; per il monte Hakkaku, che, da segno di oppressione in una vita che lei sentiva non appartenerle, si era tramutato in pretesto per conoscere l’uomo che sarebbe diventato suo marito; per il caro dialetto del Tōhoku, che, da lampante fonte di otherness da parte di chi esisteva attorno a lei nella capitale, diventa un rifugio sicuro negli ultimi anni dalla solitudine, che la porta ad avere conversazioni con sé stessa più che con altre persone. Vive fino all’ultimo una vita di contraddizioni interiori, che si palesano in voci diverse difficilmente discernibili dalla realtà, dalle voci di chi invece è nella stanza con lei.
Con maestria Chisako Wakatake ci presenta una protagonista che non dobbiamo necessariamente amare o giustificare, ma che riusciamo a capire. Momoko è, dopotutto, il riflesso di un inevitabile stadio della vita – la sua non è un’esperienza unica, è condivisa anzi, attraverso le generazioni, da persone indipendentemente dalla loro cultura o dal loro sesso. È uno scalino imprescindibile, la solitudine e la testardaggine nel non esternare i propri rammarichi per come si è trattato qualcuno, che sia parte della famiglia o meno. Ma è anche un esempio di forza di volontà nel voler cambiare; esiste un limite di età per fare pace? Fino alla fine, Momoko cerca, a modo suo, di fare ammenda con le persone che ha ferito, al punto di intravedere uno spiraglio di perdono da parte della figlia tramite la nipote, che le confessa che quando la madre è stressata, involontariamente parla nell’amato dialetto del Tōhoku – che sia questo incontro vero, o l’ultima proiezione di Momoko prima della morte, sta al lettore decidere; per Momoko, è sicuramente il suo momento di redenzione.
Beatrice Artico, studentessa
Articolo: "Inaugurata con successo Onironautica 3, alla Fondazione Luciana Matalon fino al 29 novembre"
Inaugurata “Onironautica 3” alla Fondazione Luciana Matalon
Sabato 22 in doppia rappresentazione l’omonima pièce teatrale con la danza butoh di Luan Machado
Milano – Si è svolta con successo l’inaugurazione di “Onironautica 3”, il nuovo progetto multidisciplinare ideato da Nello Taietti ospitato alla Fondazione Luciana Matalon fino al 29 novembre 2025. Ultimo atto di una trilogia iniziata nel 2019 e proseguita nel 2023, l’evento ha registrato un ottimo afflusso di pubblico fra semplici appassionati, addetti ai lavori e giornalisti, confermando l’interesse crescente verso un percorso artistico che unisce fotografia, teatro e danza in un’indagine poetica e visionaria sull’universo onirico.

A introdurre il progetto è stata Vera Agosti, critica, storica dell’arte e curatrice della mostra, che ha illustrato con chiarezza la multidisciplinarietà di “Onironautica 3”, spiegando come Taietti riesca a far dialogare linguaggi diversi — fotografia, teatro, danza, musica e calligrafia — in un percorso simbolico e spirituale. “Nello Taietti trasforma i propri sogni in immagini, parole e movimento, intrecciando fotografia, teatro e danza in un percorso poetico e visionario. un’esperienza immersiva e multidisciplinare che unisce Oriente e Occidente, sogno e realtà, in una riflessione profonda sul potere visionario dell’arte. Il cuore del progetto è una pièce di teatro-danza, scritta e diretta da Taietti, ricca di riferimenti alla filosofia, poesia, alchimia e musica, ma soprattutto alla cultura e mitologia giapponese, come dimostrano gli echi alla Madama Butterfly di Puccini, oltre alla centralità nello spettacolo della danza butoh, simbolo di introspezione e rinascita. Accanto allo spettacolo, la mostra fotografica di Taietti presenta 65 ritratti e primi piani degli attori e ballerini, capaci di cogliere il movimento e la drammaticità di gesti, sguardi e corpi; il bianco e nero evoca la dimensione del sogno, mentre il colore rappresenta la realtà. A completare il percorso, 20 immagini di Gianmarco Taietti, dedicate al backstage della pièce, e una raffinata selezione di opere calligrafiche di Sisyu, celebre artista giapponese, che reinterpretano i temi della tradizione orientale in chiave contemporanea.”

Nello Taietti: “È stata un’emozione profondissima vedere finalmente prendere forma ciò che da tanto tempo custodivo nel cuore. Ammetto che la tensione è stata grande: se scattare e scrivere i testi è stato un processo quasi naturale, costruire l’insieme, intrecciare ogni frammento in un unico racconto, ha richiesto un’energia intensa, quasi febbrile. So di aver commesso errori, come fotografo e come regista. Ma non li rinnego. Li sento parte di questa visione, della mia verità. Ho voluto che tutto fosse esattamente così: imperfetto, vivo, autentico. È ciò che ho visto, ciò che ho sentito, e che ho cercato di trattenere per un istante – per poi lasciarlo fluire dentro lo spettacolo, come un sogno che finalmente trova voce e corpo”

Il momento più intenso della serata è stato senza dubbio la dimostrazione di danza butoh del ballerino Luan Machado, protagonista dell’omonimo spettacolo “Onironautica 3”, in programma sabato 22 novembre con doppia rappresentazione alle ore 16 e alle 18. La sua performance, carica di energia rituale e sospensione emotiva, ha offerto un’anteprima del cuore pulsante dell’intero progetto: un viaggio interiore in cui corpo, spirito e sogno si fondono in una sola, profonda vibrazione.

Attorno alla scena, le tredici opere calligrafiche di Sisyu, artista e calligrafa giapponese, hanno creato uno spazio immersivo e simbolico, evocando un dialogo tra culture e linguaggi, tra visibile e invisibile, esperienza estetica e meditativa al tempo stesso.
Con Onironautica 3, patrocinato dal Consolato Generale del Giappone a Milano, Nello Taietti conclude un lungo percorso artistico e spirituale totale, capace di trasformare l’arte in rito e il sogno in forma viva, strumento di conoscenza. Tra danza butoh, suoni e immagini sospese tra realtà e visione, l’artista invita lo spettatore a esplorare il confine sottile tra vita e morte, materia e spirito, visione e realtà.
Onironautica 3 – dal 7 al 29 novembre 2025. Orari: 10:00–13:00 | 14:00–19:00. Ingresso libero
Fondazione Luciana Matalon, Milano
Articolo: "Yoshitaka Amano: "Racconterò Matera in Giappone""
Matera accende i riflettori sulla creatività internazionale e celebra uno dei più grandi maestri dell’animazione contemporanea. In occasione dell’anteprima stampa del Matera Film Festival, la città dei Sassi rende omaggio a Yoshitaka Amano, artista e illustratore giapponese celebre in tutto il mondo per il suo tratto poetico e visionario e per l’immaginazione senza tempo che ha contribuito a definire opere iconiche dell’animazione e del videogioco, tra cui l’universo di Final Fantasy.
L’evento speciale, realizzato in collaborazione con Lucca Comics & Games, segna un ponte culturale tra due capitali dell’arte e della fantasia: Matera, città patrimonio UNESCO, e Lucca, simbolo globale della cultura pop e dell’immaginazione contemporanea.
Amano si presenta con un sorriso discreto, il caratteristico cappello e un album sotto il braccio: al suo interno, schizzi e disegni realizzati nelle ultime ore proprio a Matera.
Il festival conferma così la sua vocazione internazionale e la sua capacità di creare contaminazioni culturali inedite, portando a Matera protagonisti che hanno segnato la storia dell’arte visiva globale.
Articolo: "“Sarà l'arte a guidarci”: all’Oval del Lingotto apre Artissima, 176 gallerie dai 5 continenti"
Tema guida del 2025: «Manuale operativo per Nave Spaziale Terra». Tra i progetti speciali spicca l’arrivo di «Anonymous Art Project» dal Giappone
L’arte come una bussola da usare per orientarsi nella galassia del presente. Ha aperto ieri le porte la trentaduesima edizione di Artissima, la grande fiera torinese interamente dedicata all’arte contemporanea. Anche quest'anno il cuore pulsante della kermesse è l'Oval, dove domani si entrerà nel vivo della festa.
Tema guida del 2025: “Manuale operativo per Nave Spaziale Terra”. Un titolo che sembra un invito, o forse un avvertimento, a scrivere insieme le istruzioni per affrontare il futuro. Ispirata all’omonimo libro del visionario Richard Buckminster Fuller, che nel 1969 immaginava la Terra come un’astronave senza manuale, questa edizione di Artissima si presenta come una piattaforma di riflessione collettiva: dopo i sogni, l’ignoto e l’ecologia degli anni passati, ora è tempo di raggruppare le idee e mettere in pratica nuove sperimentazioni. Saranno gli artisti a guidare il mondo alla ricerca delle regole da scrivere nel libretto di istruzioni.
I galleristi
All’Oval, 176 gallerie da cinque continenti - di cui 81 italiane e 93 straniere - portano un universo di visioni, un po’ meno numerose dello scorso anno, ma più concentrate sulla qualità. Ventisei le new entry, cinque italiane, e tra i nomi torinesi non mancano colonne come Guido Costa Projects, Tucci Russo, Franco Noero e Giorgio Persano.
Le sezioni
Le sezioni storiche - Main Section, New Entries, Monologue/Dialogue e Art Spaces & Editions - si intrecciano con le tre curate: Present Future, Back to the Future e Disegni. Tredici i premi in palio, a confermare l’anima competitiva e curiosa della fiera.
I progetti speciali
Tra i progetti speciali spicca l’arrivo di “Anonymous Art Project” dal Giappone, che porta quattro protagonisti della scena nipponica contemporanea e intreccia responsabilità personale e partecipazione collettiva. Sarà presentato oggi pomeriggio alle 15.30 nell'Area WoW.
In perfetta sintonia con il tema “spaziale”, inoltre, quest’anno Artissima vola alto grazie al patrocinio dell’Agenzia Spaziale Italiana e alle collaborazioni con Thales Alenia Space e Altec, che fondono creatività e tecnologia in un’unica orbita.
Dove e quando
La fiera sarà aperta al pubblico il 31 ottobre e 1 novembre 2025 dalle 12 alle 20 e domenica 2 novembre 2025 dalle 11 fino alle 19, con incontri, talk e laboratori creativi per i più piccini volti a svelare i segreti del mondo dell'arte e del collezionismo.
Fuori dall’Oval
Ad accompagnare le attività all'Oval, un'enorme festa artistica sparsa per tutta la città. Alle Gallerie d’Italia apre “The screen is a muscle”, il Parco Michelotti diventa cinema all’aperto con “New Acid” di Basim Magdy, il Principi di Piemonte ospita un progetto di Renato Leotta, la Pinacoteca Agnelli presenta l’opera di Paul Pfeiffer, vincitore del Premio Pista 500, mentre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo arriva Angharad Williams. Anche lo showroom Vanni si unisce alla magia con una nuova serie di occhiali d’artista firmati Nicola Bizzarri.
Torino, ancora una volta, vibra al ritmo dell’arte contemporanea: il suo autunno inizia da qui, con lo sguardo puntato verso lo spazio e verso noi che lo abitiamo.
Una rete culturale senza precedenti
«Quella che abbiamo avviato è una collaborazione senza precedenti, tanto che oggi a Torino si trovano tre direttori legati alla storia di Artissima: io, Sarah Cosulich alla Pinacoteca, Francesco Manacorda al Castello di Rivoli – dice Luigi Fassi, direttore della fiera -. Per non parlare di figure come Chiara Bertola, Davide Quadrio, Beatrice Merz e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo».
Le origini di Artissima e il suo legame col territorio
Artissima – ricorda il direttore - è nata nel 1994, in un periodo segnato dalla crescita impetuosa dell’autorevolezza del Castello di Rivoli, che ne ha rappresentato il punto di riferimento. La fiera non è mai stata un vezzo o un semplice corollario: le sue radici affondano nel tessuto culturale torinese, nel collezionismo e nella storia viva della città.
Collaborazioni istituzionali e valore sociale
«Oggi proseguiamo questo percorso, con un intenso scambio istituzionale: non c’è istituzione con cui non stiamo collaborando. Ci lega un profondo senso di amicizia e la convinzione condivisa che esista un valore sociale autentico nel nostro lavoro». E aggiunge: «I collezionisti vengono a Torino per vedere le mostre e vivere questa energia. Questa settimana ha un ruolo fondamentale nel far emergere la rete di produzione e relazioni che sostiene l’intero sistema dell’arte. Lavoriamo per la scena nazionale, al servizio del Paese e del suo sistema culturale, con l’obiettivo di costruire un ponte solido con la scena internazionale».
Articolo: ""Grani di pace" da Guinnes: un messaggio di speranza al mondo attraverso l’arte"
A forma di orizuru, la simbolica gru di carta giapponese, l’installazione è candidata al libro dei primati come la più grande e unica opera collettiva certificata.
Mentre in Europa si andava addensando lo spettro di una guerra nucleare, la "Statua della Pace" di Hiroshima ha suggerito alla Fondazione Made in Sicily di riprendere e attualizzare il simbolo della gru di carta, che ne è il cuore, realizzando l’opera d’arte collettiva “Grani di pace”, composta da chicchi di riso in ceramica, che formano appunto un orizuru, la gru di carta. Il riso è simbolo di nutrimento e vita.
A metà ottobre “Grani di pace”, potente immagine di un ideale ponte tra culture - italiana e giapponese -, ha raggiunto il record di 1000 chicchi, apposti uno dopo l’altro da persone provenienti da ogni latitudine. L’ultimo lo ha aggiunto l’arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice, la settimana scorsa. Ora la candidatura al Guinness World Records, come prima opera collettiva certificata (i partecipanti sono stati fotografati nell’atto della deposizione del proprio chicco), contribuisce a fare del nostro Paese il centro propulsore di un forte messaggio di speranza. L’installazione sarà itinerante, insieme alle foto di ogni singolo contributo e del libro con le firme dei partecipanti (Libro della Pace) che l’artista palermitana Veronica Mancuso ha corredato di una copertina in ceramica.
Tutta l’iniziativa si deve alla Fondazione Made in Sicily, impegnata nel trasformare la memoria e la tradizione della Sicilia in strumenti e occasioni di dialogo internazionale, tra arte, design, artigianato e innovazione. I chicchi erano stati realizzati dagli studenti del liceo artistico Ciro Esposito di Santo Stefano di Camastra (ME), fusi con smalto cristallino e kintsugi dorato dall'artista giapponese Aya Oguma. Il kintsugi è l’arte giapponese di riparare con l’oro la ceramica. Mani straniere, di Paesi distanti migliaia di chilometri, ma in congiunzione fraterna, non hanno creato barriere ma profondi legami. ‘Grani di Pace’ è una pietra miliare nel progetto della Fondazione dal titolo “Kizuna: crepe che uniscono popoli – Kintsugi tra Sicilia e Giappone”, che vede la partecipazione di artisti siciliani tra i più noti al mondo, come il maestro di ceramica Domenico Boscia, e di tanti artisti siciliani, italiani, (Joe Manganello, Vincenzo Bonfante, Giuliana Di Franco) e giapponesi (Nakajima Hiroyuki, Ryoku) di chiara fama, desiderosi di alimentare il Kizuna, parola giapponese che significa legame tenace, in questo caso tra i tra popoli, un legame non dato dalla vicinanza fisica quanto piuttosto da un’unione nutrita di riconoscimento, affetto, amicizia e che implica reciproca assunzione di responsabilità.
La Fondazione Made in Sicily è nata il 9 maggio 2025, giorno dell’arrivo a Palermo della nave scuola della Marina Militare Vespucci, in tour promozionale del Made in Italy. E proprio la Vespucci ha avuto un ruolo fondamentale nella sua ispirazione. Caso o destino? Giovanni Callea e Davide Morici lavorano nel campo della promozione dei prodotti siciliani all’estero: per loro, però, non è mai stato solo business, ma una questione di vero amore per la propria terra, e questo approccio li ha portati a imbattersi in personaggi eccezionali. Occorre tornare indietro, al tempo del tour mondiale della Vespucci, che ha circumnavigato il globo in 20 mesi, toccando 28 Paesi e 35 porti nei 5 continenti con l’obiettivo di svolgere attività di formazione per gli allievi ufficiali, sostenendo al contempo l'eccellenza italiana (Made in Italy). Callea e Morici, in concomitanza con le tappe della nave negli Usa, organizzavano per conto del Consolato Generale d’Italia prima, e in collaborazione con Enit successivamente, eventi di valorizzazione dei prodotti e della cultura siciliana, incontrando i siciliani emigrati più rappresentativi dell’isola e scoprendo quanto le radici italiane e siciliane siano ancora sentite appassionatamente, anche dalle nuove generazioni. Da quell’esperienza è emerso il tema delle ‘Radici’, quale legame spontaneo e fecondo tra popoli lontani. Dalla promozione di prodotti per il consorzio a quella delle persone con la Fondazione, il passo è stato breve e rapido.






