Il Giglio del Ragno Rosso: l'effimera eleganza dei fiori di Higanbana (彼岸花)

 

Con l’arrivo di settembre, la natura in Giappone compie una delle sue metamorfosi più affascinanti e suggestive. Mentre le giornate estive cedono gradualmente il passo alla freschezza autunnale, gli argini dei fiumi, i margini dei campi di riso e i sentieri vicino ai templi si tingono all’improvviso di un rosso scarlatto intenso, quasi surreale. È il momento dell’Higanbana (彼岸花), noto in botanica come Lycoris radiata o comunemente ribattezzato in Occidente come “Giglio del Ragno Rosso”. Questo fiore, con i suoi petali ricurvi e lunghissimi stami che ricordano le zampe di un aracnide, possiede un impatto visivo unico, capace di catturare lo sguardo e, al contempo, di risvegliare un senso di profondo mistero.
La fioritura dell'Higanbana non è mai casuale: avviene con precisione millimetrica a fine settembre, in concomitanza con l'Equinozio d'Autunno (Shūbun no Hi). Questo periodo coincide con la ricorrenza buddista dell’Ohigan (お彼岸), una festività tradizionalmente dedicata alla commemorazione degli antenati e alla visita alle tombe di famiglia.
Il termine stesso Higan (彼岸) significa letteralmente "l'altra riva", una metafora di origine buddista che indica il passaggio dal mondo terreno delle illusioni (la "sponda di qua") al Nirvāṇa o al regno degli spiriti. Spesso questi fiori vengono piantati sulle tombe come tributo ai defunti; tuttavia, proprio perché il giglio rosso è associato alla morte, la tradizione vuole che non si debba mai regalare un mazzo di questi fiori. Poiché fioriscono solitamente vicino ai cimiteri, nelle traduzioni cinesi e giapponesi del Sutra del Loto vengono descritti come piante che crescono in Diyu (l'inferno) o Huángquán (cinese semplificato: 黄泉; cinese tradizionale: 黃泉), con il compito di guidare i morti verso la loro prossima reincarnazione.
Una leggenda narra che gli Dei affidarono a due spiriti, Manju Saka, la custodia dell’HiganbanaManju doveva custodire i fiori, mentre le foglie del giglio erano affidate a Saka. A loro fu proibito di incontrarsi, poiché il fiore e la foglia non dovevano mai trovarsi insieme: se il fiore fioriva le foglie appassivano e, viceversa, se le foglie spuntavano il fiore era già morto. I due spiriti con il tempo finirono per innamorarsi, disubbidendo agli Dei; quando ciò accadde, il Giglio del ragno rosso fiorì con una bellezza senza precedenti. Manju Saka vennero puniti dalla dea Amaterasu, la quale rafforzò ancor più severamente il divieto. I due spiriti decisero di accettare questa sconfitta d’amore promettendo di incontrarsi dopo la morte, ma non poterono farlo perché furono maledetti. Così come il fiore e la foglia del giglio non si incontreranno mai sulla terra, anche le loro anime sarebbero rimaste separate per l’eternità.
L'Higanbana è dunque considerato il fiore che segna la soglia tra la vita e la morte, una guida fiammeggiante lungo il cammino dell'aldilà.
Una particolarità botanica contribuisce fortemente al suo fascino leggendario: l'Higanbana fiorisce sul proprio stelo privo di foglie. Solo dopo che i petali rossi appassiscono e cadono, spuntano le foglie verdi. Da questa particolarità nasce il detto popolare «i fiori non vedono le foglie, le foglie non vedono i fiori» che, oltre a riprendere la leggenda di Manju e Saka, simboleggia nella tradizione folcloristica gli amori impossibili, gli incontri mancati e le separazioni eterne.
Infatti, nei racconti visivi giapponesi il giglio ragno rosso viene spesso usato per suggerire separazioneluttoricordi o un momento di svolta. Il significato dipende sempre dalla storia: il fiore non traduce automaticamente una scena, ma porta con sé un repertorio riconoscibile per chi conosce l'autunno giapponese. Vediamone qualche esempio:
  • Il Blue Spider Lily di Demon Slayer: appare in scene oniriche e nei titoli di coda, evocando la transizione tra vita e morte. Bisogna ricordare che questo caso è un elemento narrativo immaginario, poiché non esiste una Lycoris radiata naturalmente blu; esistono infatti fioriture bianche, gialle o rosate, ma il fiore blu della storia non va trattato come una specie botanica reale.
  • Tokyo Ghoul: appare durante la trasformazione interiore di Kaneki, simboleggiando la perdita dell’innocenza e l’accettazione del lato oscuro.
  • Naruto: associato ai momenti di lutto o di transizione spirituale.
  • Bleach: inserito come decorazione nei flashback legati alla morte.
  • The Promised Neverland: introdotto per accentuare l’atmosfera inquietante e il destino tragico dei bambini.
  • Lycoris Recoil: il titolo stesso richiama il fiore (Lycoris è il nome scientifico) e l’estetica della serie ne fa uso per sottolineare il contrasto tra innocenza e violenza.
Ciò che rende l'Higanbana un perfetto emblema dell'estetica giapponese è il suo radicato senso di dualità. Da un lato vi è una bellezza sfolgorante che accende i paesaggi autunnali di un rosso vivido; dall'altro, c'è un'intrinseca malinconia legata alla caducità e alla memoria di chi non c'è più. In questa unione di fascino e transitorietà risiede l'essenza stessa del Mono no Aware (物の哀れ), il sentimento tipicamente giapponese di partecipe malinconia di fronte alla precarietà delle cose. L'Higanbana ci incanta proprio perché sappiamo che la sua fioritura sarà breve e che quel rosso scarlatto è destinato a svanire in pochi giorni, ricordandoci la bellezza e la fragilità di ogni singolo istante della vita. Il giglio rosso non è solo un fiore da dizionario, ma un'apparizione autunnale che unisce botanica, paesaggio e racconto.
A settembre, l’Higanbana è il più grande simbolo di quanto sia importante coltivare la consapevolezza del tempo che passa, raccontandoci una poetica storia di luceombra continua rinascita. Ogni volta che fiorisce un giglio rosso viene segnato un confine tra l’addio e il nuovo inizio, tra ciò che era e ciò che sarà: un continuo presagio di qualcosa che sta per accadere, nella buona e nella cattiva sorte.
Curiosità:
  • Il bulbo dell’Higanbana contiene sostanze tossiche, nello specifico alcaloidi (composti organici azotati di origine vegetale) che hanno potenti effetti sul sistema nervoso centrale come stimolanti, allucinogeni, analgesici o depressivi. Questa tossicità è stata sfruttata per secoli in Giappone come repellente per parassiti e animali indesiderati (come topi e insetti), piantando il fiore attorno ai campi di riso e ai cimiteri.
  • Il suo colore rosso intenso rappresenta la passione, ma anche il sangue e il distacco terreno.
  • Il fiore è sterile, quindi non produce semi; si propaga esclusivamente tramite i bulbi.
  • In Cina viene soprannominato “fiore della resurrezione” perché i bulbi non fioriscono necessariamente subito, ma possono farlo anche a distanza di qualche anno.

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Gentili lettori,
Se vi è mai capitato di visitare un santuario sciamanico o shintoista, avrete sicuramente notato le Miko: vestite con l’hakama rosso e il kosode bianco, queste figure si spostano con movimenti misurati ed eleganti per le sale della struttura.
Dietro questa immagine, che può sembrare rimasta intoccata dal passare del tempo, si nasconde in realtà una profonda trasformazione; le Miko, infatti, non si fanno più carico dell’originario ruolo sciamanico, ma sono diventate una presenza essenziale nella vita quotidiana dei santuari contemporanei.
Nell'antichità le Miko non erano semplici assistenti: erano considerate potenti intermediarie tra il mondo umano e quello divino, capaci di cadere in trance e trasmettere direttamente la voce dei Kami. Le loro parole avevano un grande peso politico e religioso, e la loro autorità poteva rivaleggiare con quella delle controparti maschili.
Con l'affermarsi di una struttura religiosa più burocratica e maschile, gestita dai kannushi, le Miko hanno perso il loro ruolo profetico. Oggi si tratta perlopiù di volontarie o lavoratrici part-time, spesso studentesse, che scelgono di dedicare un periodo della loro vita al servizio del santuario. Alcuni santuari arrivano persino ad assumere Miko temporanee nei periodi di massima affluenza come, per esempio, le celebrazioni del Capodanno, quando i visitatori si contano nell’ordine delle migliaia.
Le mansioni delle Miko contemporanee sono estremamente pratiche, pur mantenendo un forte valore simbolico. Esse spaziano dal più umile compito della pulizia degli spazi sacri con la tradizionale scopa di bambù, all’accoglienza dei visitatori e alla vendita degli omamori (amuleti) e degli ofuda (talismani); fino all’esecuzione delle kagura (danze sacre) durante le celebrazioni e all’assistenza nei rituali e nelle cerimonie come i matrimoni.
Storicamente, il requisito fondamentale per diventare Miko era la verginità, intesa come condizione di purezza spirituale necessaria per servire i Kami. Nel tempo sono state fatte numerose eccezioni per donne di particolare carattere e la regola si è progressivamente ammorbidita, sebbene molte Miko scelgano ancora di interrompere il servizio dopo le nozze. Fanno eccezione quelle che insegnano le danze kagura, che spesso continuano il loro ruolo anche da sposate per poter garantire la continuità della tradizione.
Molte di loro non scelgono questo ruolo per motivazioni strettamente religiose, ma per un legame storico-identitario con una figura che considerano parte del patrimonio culturale giapponese; si mantiene tuttora la visione della Miko come un ponte tra il sacro e l'umano, proprio come nei tempi antichi.

Tempio di Ise

Gentili lettori,
In questo articolo parleremo del santuario shintoista di Ise e dei tre sacri tesori del Giappone, storici simboli del potere imperiale.
Il Santuario di Ise, conosciuto in giapponese come Ise Jingū (伊勢神宮), è uno dei luoghi più sacri e venerati della tradizione shintoista del Paese. Situato nella città di Ise, all'interno della prefettura di Mie, questo complesso di templi è dedicato alla dea del sole Amaterasu Ōmikami, la principale divinità del pantheon shintoista, considerata l'antenata della famiglia imperiale giapponese. Questo sito rappresenta una profonda connessione tra natura, spiritualità e storia locale.
Il complesso dell'Ise Jingū comprende due aree principali: il Naikū (Santuario Interno), dedicato ad Amaterasu Ōmikami, e il Gekū (Santuario Esterno), dedicato a Toyouke Ōmikami, la dea dell’agricoltura e dell’industria. La particolarità della struttura risiede nel suo design semplice e raffinato, realizzato secondo uno degli stili architettonici più antichi del Giappone.
Una delle tradizioni più straordinarie legate a Ise è la ricostruzione periodica dei templi, che avviene ogni vent'anni durante un rituale chiamato Shikinen Sengū. Questa pratica, che si tramanda da oltre 1300 anni, simboleggia il rinnovamento, la purezza e la continuità della vita e della fede.
Il santuario incarna la relazione sacra tra gli dèi e il popolo giapponese; ogni anno milioni di fedeli e turisti lo visitano per rendere omaggio alle divinità, partecipare ai rituali e immergersi in un'atmosfera di totale contemplazione.
La struttura custodisce inoltre lo Yata no Kagami, il sacro specchio della dea del sole. Questo oggetto fa parte dei tre tesori sacri del Giappone: elementi dal profondo significato spirituale che legittimano l'autorità divina dell'imperatore.
Questi tre tesori sono:
  • La Spada Kusanagi: simbolo di coraggio e forza. Secondo la leggenda, fu trovata nella coda di un drago sconfitto dal dio Susanoo, e rappresenta la protezione e il potere guerriero dell’imperatore.
  • Lo Specchio Yata no Kagami: collocato proprio nel Naikū, all'interno del Santuario di Ise. Simboleggia la saggezza e la sincerità, riflettendo la purezza della divinità Amaterasu.
  • La Gemma Yasakani no Magatama: a forma di goccia d'ambra, rappresenta la pietà e la generosità, ed è un simbolo di protezione e prosperità.

Santuario Kasuga e cervi sacri di Nara

Cari lettori,
Con questo articolo esploreremo uno dei più noti e importanti templi buddhisti del Giappone: il Todai-ji di Nara e il parco che lo circonda.
Il complesso è composto da numerosi edifici e santuari, tra i quali si trova il centro delle scuole buddhiste Kegon e Ritsu, sebbene vi vengano studiate tutte le principali branche del buddhismo giapponese. Si tratta di uno dei monumenti più importanti di Nara e custodisce numerosi tesori nazionali.
Tra questi spicca la Sala del Grande Buddha (la Daibutsu-den), la più grande costruzione in legno del mondo, con un frontale alto 57 metri e una profondità di 50 metri. All'interno della struttura si trovano il Vairocana Buddha (conosciuto semplicemente come Daibutsu, ossia "Grande Buddha"), una colossale statua in bronzo alta 14 metri, e la "Lanterna Ottagonale", che svetta per quasi 5 metri.
L'edificio attuale, con una larghezza di otto arcate di pilastri, è un terzo più piccolo del tempio originale che ne comprendeva dodici. La struttura visibile oggi risale al 1709; le due pagode originali, che al tempo della costruzione erano seconde in altezza solo alle piramidi in Egitto, furono entrambe distrutte da un terremoto.
Il tempio è circondato dal parco di Nara, un'area che racchiude anche il Kofuku-ji e il santuario Kasuga. La zona è famosa per gli oltre 1200 cervi – considerati messaggeri divini secondo la religione shintoista – che pascolano liberamente per tutto il territorio. Questi animali sono classificati come “monumento naturale” e sono stati soggetti, fino al 1637, a una severissima legge che condannava alla pena di morte chiunque ne uccidesse uno.
Gli eleganti esemplari, che possono essere visti passeggiare per tutta la città, hanno un temperamento docile e non hanno solitamente problemi a farsi accarezzare o fotografare. Tuttavia sono alquanto golosi e hanno sviluppato la cattiva abitudine di mordicchiare i vestiti dei turisti se avvertono odore di cibo.
All’interno del parco ci sono luoghi appositi dove poter acquistare gli Shika-senbei, biscottini di riso appositamente creati per non recare loro disturbi gastrici. Questo è l’unico cibo che si dovrebbe offrire ai cervi, i quali hanno sviluppato la curiosa abitudine di inchinarsi per farne richiesta ai passanti. Questo loro inchino, così tipicamente giapponese, è un gesto tramandato da generazioni e i cuccioli imparano a farlo osservando gli esemplari più grandi.
Attenzione però ad essere sempre ben forniti dei biscotti: non è raro che i cervi, un po’ viziati da secoli di cibo offerto dai passanti, seguano chi ritengono ne sia in possesso con sorprendente determinazione in giro per la città, provocando a volte piccoli strappi negli indumenti del loro sfortunato bersaglio.

Ruolo dei Templi Buddhisti e Santuari Shintoisti nella società giapponese

Cari lettori,
La scorsa settimana abbiamo discusso delle differenze strutturali dei templi buddhisti e dei santuari shintoisti. In questo articolo tratteremo invece i ruoli che buddhismo e shintoismo hanno nella vita dei giapponesi, quali sono i riti svolti nei vari templi e con quale frequenza o scopo essi siano praticati.
Per secoli, shintoismo e buddhismo hanno convissuto alla base della spiritualità del popolo giapponese; questa coesistenza può essere osservata sia nella conformazione dei luoghi sacri, sia nelle usanze e credenze popolari. Emblematico in questo aspetto è il Hiyoshi-taisha, composto da due santuari gemelli, uno dedicato a un famoso bodhisattva e uno al kami Inari.
Questa duplice presenza si ripresenta anche all’interno degli altari domestici presenti in molte case giapponesi. L’angolo sacro è infatti composto da una mensola dedicata ai kami, denominata kamidana, e da un altare dedicato agli antenati buddhisti, il butsudan. Si può inoltre osservare come le due tradizioni si siano progressivamente influenzate a vicenda dall'adozione del rosario, oggetto sacro buddhista, come elemento ricorrente nei rituali di preghiera shintoisti.
Si dice spesso che i giapponesi “nascano shintoisti e muoiano buddhisti”, una frase che rappresenta la perfetta suddivisione dei riti tra le due tradizioni per coprire ogni aspetto dell'esistenza. I santuari shintoisti ospitano tradizionalmente le cerimonie legate ai nuovi inizi e ai momenti felici, come il giorno di Capodanno, quando le porte dei luoghi di culto si aprono ai fedeli che vi si recano per esprimere desideri ed estrarre l’omikuji, l'oracolo annuale che decreta la fortuna o la sfortuna per l'anno a venire. Nei santuari si celebrano poi la nascita, il terzo, il quinto e il settimo compleanno, il raggiungimento della maggiore età e i matrimoni in stile tradizionale. Ci si reca in un santuario shintoista anche per chiedere benedizioni legate alle fasi più propizie della vita, come l’inizio dell’università, la ricerca del lavoro, la gravidanza, l’acquisto di un'automobile o di una casa.
I templi buddhisti sono invece spazi che accolgono i momenti in cui si è più vulnerabili e si ha maggior necessità di sostegno; le preghiere sono quindi volte alla guarigione di una persona cara o al superamento di un ostacolo, come un esame universitario. Le mura di un tempio buddhista ospitano spesso un colombario e un cimitero, spazi deputati all’esecuzione dei riti funebri.
Alcuni templi e santuari sono specializzati e famosi per un unico tipo di rituale, come ad esempio il Meiji-jingu, conosciuto in tutto il Paese per i matrimoni con rito shintoista. Non c’è quindi da stupirsi che la maggior parte dei giapponesi aderisca a entrambe le fedi: ciascuna svolge il proprio ruolo e insieme accompagnano il fedele nel corso di tutta la sua esistenza, dalla nascita al compimento della maggiore età, fino al matrimonio e alla morte.

Differenze tra tempio buddhista e santuario shintoista

Da millenni convivono in Giappone due religioni dominanti, lo shintoismo e il buddhismo, con una buona percentuale della popolazione giapponese che aderisce a entrambe.
Lo shintoismo, religione animista autoctona, è caratterizzato dal politeismo, con una presenza di molteplici divinità che incarnano le forze della natura e gli eventi naturali che gli antenati dei moderni giapponesi hanno osservato nei secoli, formando un pantheon con a capo la dea del sole Amaterasu. Il buddhismo è stato invece importato dalla Cina durante il periodo Asuka ed è incentrato sulla figura del Buddha, “L’Illuminato”; il suo scopo ultimo è guidare i seguaci verso le sue stesse rivelazioni. Le numerose scuole formatesi da questa ricerca verso l’illuminazione si sono scontrate per secoli, influenzando profondamente la storia giapponese.
I templi dedicati alle due discipline religiose presentano differenze e caratteristiche uniche, che andremo ad esplorare insieme nel corso di questo articolo.
I santuari shintoisti, definiti jinja (神社) o taisha (大社), sono particolarmente riconoscibili dai torii, tradizionali cancelli in legno o pietra, spesso dipinti di rosso, che delimitano l’inizio della zona sacra. Essi sono protagonisti di moltissimi famosi scatti insieme ai komainu, statue di animali poste ai lati dei torii che proteggono e sorvegliano il santuario.
La struttura di un santuario shintoista è composta da diversi edifici. Il principale, definito honden, è chiuso al pubblico e custodisce un oggetto sacro rappresentante la divinità venerata, mentre i fedeli possono visitare l’haiden, lo spazio adibito alle offerte ed alla preghiera. Prima di potervi accedere, però, i visitatori attraversano un padiglione, il chozuya, che ospita una vasca dove svolgere i riti di purificazione necessari all’ingresso. Tutti gli edifici sono realizzati in legno con i tradizionali tetti a capanna e mantengono una grande pulizia sia nello stile che negli ornamenti, donando al santuario una semplicità e un'eleganza molto apprezzate dai visitatori.
I templi buddhisti, anch'essi composti da vari edifici, presentano all’ingresso un grande portico a due piani detto sanmon, spesso sorvegliato dai nio, due statue protettrici dall’aspetto minaccioso. Come nei santuari shintoisti, c’è una divisione tra l’edificio principale, detto kondo e contenente un’effigie sacra del Buddha, e la sala di preghiera, dove è possibile meditare e recitare i sutra. Un elemento estremamente caratteristico è la pagoda, un reliquiario dal tetto a piani sormontato da un pilastro ornamentale e circondato da curatissimi e vasti giardini. Tra questi spicca il celebre giardino zen del Ryoan-ji a Kyoto, composto da un tappeto attentamente rastrellato di ghiaia bianca e quindici rocce.
Al contrario delle linee semplici ed eleganti del santuario shintoista, i templi buddhisti, e in particolare le pagode, sono di maggiori dimensioni e riccamente decorati: due tipi di bellezza fondamentalmente diversi ma equamente ammirabili, ottima rappresentazione delle complesse dualità tipiche del Giappone.

Il Giardino Zen, romanzo d'esordio di Teresa Frasca

 

Vi segnaliamo l'uscita di Il Giardino Zen, romanzo di esordio di Teresa Frasca, nato da una profonda fascinazione per la cultura giapponese e alimentato anche dalla visione di Perfect Days di Wim Wenders.

 

Ambientato tra gli anni Sessanta e il presente, il romanzo racconta la storia di due donne appartenenti a generazioni diverse, unite dalla stessa ricerca di libertà. La prima è Egle, cresciuta in un'epoca in cui il ruolo femminile era ancora fortemente subordinato alla figura del marito-padre-padrone, costretta a convivere con tradimenti, violenze psicologiche e limitazioni sociali, sceglie la strada della resistenza silenziosa.
La seconda protagonista è Denise, la figlia. Cresciuta in un'epoca diversa, eredita il coraggio della madre ma sceglie un percorso personale di emancipazione. Quando ormai non si aspetta più grandi sorprese dalla vita, incontra Yamada Yakusho, un uomo giapponese che le offre una nuova prospettiva sull'amore e sull'esistenza, grazie anche alla saggezza acquisita nel suo doloroso passato.
Tra memoria familiare, trasformazioni sociali e suggestioni provenienti dalla cultura orientale, Il Giardino Zen racconta due diverse seconde possibilità: quella conquistata con la forza della resilienza e quella ricevuta come dono inatteso della vita.

 

Attraverso la storia di una famiglia italiana e di due donne appartenenti a generazioni diverse, Teresa Frasca racconta come questi principi possano dialogare con temi universali come la libertà, l'attesa, la rinascita e l'amore.

 

 

Nel libro sono inseriti alcuni concetti della tradizione giapponese che diventano parte integrante della narrazione:

  • Kitai: l'attesa fiduciosa di ciò che deve ancora arrivare.
  • Koi no Yokan: la percezione che un incontro sia destinato a trasformarsi in amore.
  • Ichi-go Ichi-e: l'unicità irripetibile di ogni incontro umano.

 

L’autrice
Nata a Genova, Teresa Frasca ha lavorato per molti anni nel settore bancario a Milano e ha vissuto in diverse città italiane. Lettrice appassionata e poetessa autodidatta fin dall'infanzia, ha già pubblicato le sillogi Impressioni e Ninfee, in contemporanea con il romanzo sarà pubblicata la sua terza silloge, Alta Marea. Il Giardino Zen rappresenta il suo esordio nella narrativa.

Il Giappone a Tavola: show cooking al Visio Garden Yatai

 

Vi segnaliamo une serie di eventi al Visio Garden Yatai di Udine.

 

La cucina giapponese non è solo cibo, ma una storia da assaporare! Ogni lunedì, a partire dal 22 giugno, il Visio Garden Yatai ospiterà lo show cooking dello chef Sai Fukayama: ogni piatto sarà il punto di partenza per un viaggio tra tradizioni secolari, cultura, estetica e sapori autentici del Giappone.

 

  • Lunedì 22 Giugno, 19:30-20:30

Sake Giapponese - La storia del sake

https://www.giapponeinitalia.org/events/sake-giapponese-la-storia-del-sake-al-visio-garden-yatai/

 

  • Lunedì 29 Giugno, 19:30-20:30

Gyoza — La storia dei gyoza

https://www.giapponeinitalia.org/events/gyoza-la-storia-dei-gyoza-al-visio-garden-yatai/

 

  • Lunedì 6 Luglio, 19:30-20:30

Katsu Sando — Il comfort food giapponese

https://www.giapponeinitalia.org/events/katsu-sando-il-comfort-food-giapponese-al-visio-garden-yatai/

  • Lunedì 13 Luglio, 19:30-20:30

Soba — L’arte del soba

https://www.giapponeinitalia.org/events/soba-larte-del-soba-al-visio-garden-yatai/

 

  • Lunedì 20 Luglio, 19:30-20:30

Wagyu — La storia del wagyu

https://www.giapponeinitalia.org/events/wagyu-la-storia-del-wagyu-al-visio-garden-yatai/

 

  • Lunedì 27 Luglio, 19:30-20:30

Sushi — La storia del sushi

https://www.giapponeinitalia.org/events/sushi-la-storia-del-sushi-al-visio-garden-yatai/


Il Fotografo Takashi Homma dona cinque fotografie della sua serie "Tokyo suburbia" al Centro Pecci

 

Vi segnaliamo che, in occasione della mostra Senritsumirai. Futuro anteriore. Arte attuale dal Giappone, il fotografo Takashi Homma ha donato al Centro Pecci cinque fotografie di grande formato, tratte dalla serie Tokyo suburbia.

 

Homma aveva iniziato a lavorare come fotografo commerciale verso la metà degli anni Ottanta. Nel corso degli anni Novanta si era interessato sempre di più alla documentazione territoriale, avviando una lunga indagine del contesto giapponese i cui esiti furono raccolti all'interno del volume Tokyo suburbia (1998), vincitore nel 1999 del prestigioso premio Kimura.

 

Tokio Suburbia: Boy-7, Shin-Urayasu, Chiba, una delle cinque fotografie entrate nella collezione, ritrae un adolescente incontrato all'esterno della stazione di Shin-Urayasu, all'interno della prefettura di Chiba, a circa mezz'ora dal centro di Tokyo. Homma, particolarmente interessato al tema dell'adolescenza in Giappone, nel 1996 aveva pubblicato il volume Tokyo teens. La fotografia è stata inclusa in una presentazione delle nuove acquisizioni (2002) e nelle rassegne Note urbane (2007) e L’arte e la città (2021).

 

https://www.centropecci.it/il-centro-pecci/collezione/opere/tokio-suburbia-boy-7-shin-urayasu-chiba/

 


Appuntamenti dell'Istituto Giapponese di Cultura

 

Vi segnaliamo i prossimi appuntamenti dell'istituto Giapponese di Cultura: 

 

CINEMA

  • Summer Movies. Dal 16 Giugno al 9 Luglio

https://www.giapponeinitalia.org/events/rassegna-summer-movies-allistituto-giapponese-di-cultura/

 

MOSTRA

  • Statue di Buddha nella terra di Yamato.  Fino al 31 Luglio 2026

Fotografia di Ogawa Kо̄zо̄

https://www.giapponeinitalia.org/events/mostra-statue-di-buddha-nella-terra-di-yamato-allistituto-giapponese-di-cultura/