Approfondimenti: L’Ambasciata Tenshō

Il 2015 è stato il 530° anniversario dell’arrivo in Italia dell’Ambasciata Tenshō, in giapponese 天正遣欧少年使節 Tenshō ken’ō shōnen shisetsu (letteralmente “Missione in Europa dei ragazzi dell’era Tenshō”): il primo marzo del 1585 i giovani partecipanti all’Ambasciata sbarcarono infatti a Livorno, proseguendo poi il loro viaggio verso altre città della penisola fino ad arrivare a Roma, dove incontrarono il Papa.

Le origini dell’Ambasciata

Con l’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 il cristianesimo iniziò a diffondersi e sempre più missionari si recarono in Giappone. Per questo motivo il daimyō Oda Nobunaga, che all’epoca aveva conquistato la maggior parte del Paese, concesse la costruzione di numerosi seminari cristiani per la diffusione della religione, e così molti giapponesi diventarono credenti. Proprio da uno di questi seminari vennero scelti i quattro ragazzi che avrebbero partecipato alla Missione Tenshō, in un viaggio che dal Giappone avrebbe portato loro alla volta dell’Europa.

I partecipanti

I quattro ragazzi facenti parte dell’Ambasciata vennero scelti personalmente da Alessandro Valignano, gesuita italiano impegnato in attività missionarie, nonché ideatore dell’Ambasciata stessa: fu così che furono selezionati Itō Mancio, Michele Chijiwa, Giuliano Nakaura e Martino Hara, tutti dell’età di circa 13 anni e studenti presso un seminario nel Kyūshū, l’isola a Sud del Giappone.
Il loro viaggio aveva un duplice scopo: da una parte far avvicinare il Giappone all’Occidente, dando occasione agli europei di entrare in contatto con gli orientali; dall’altro ottenere dal Papa aiuti finanziari e la conferma del monopolio per la Compagnia di Gesù sulle missioni nel Paese.

Ambasciata Tenshō

photo credits: wikipedia.org

Il viaggio

La nave dell’Ambasciata partì il 20 febbraio del 1582 dal porto di Nagasaki, sotto il comando del capitano Ignacio de Lima. Dopo essere sbarcati a Macao il 9 marzo, i quattro giovani dovettero aspettare fino alla fine dell’anno per ottenere i mezzi che permettessero loro di raggiungere l’Europa, dove giunsero l’11 agosto del 1584, al termine di un viaggio lungo e faticoso. Da Lisbona, dove l’Ambasciata venne presentata all’arcivescovo della città e al famoso autore Fray Luis de granada, si recarono poi a Toledo e a Madrid, in cui visitarono numerose chiese e cattedrali, oltre a essere ricevuti da Filippo II.

L’anno successivo arrivarono in Italia, dove parteciparono a un banchetto indetto dal Duca e dalla Duchessa della Toscana, per poi recarsi a Pisa e infine a Roma, nel 22 marzo del 1985, dove incontrarono Papa Gregorio e il suo successore, Papa Sisto V. Il 3 giugno, alla fine di numerose cerimonie e un intenso scambio di doni e conoscenze, l’Ambasciata partì da Roma per tornare in Giappone: durante il viaggio passarono anche per Venezia, in cui erano in atto le celebrazioni per il patrono della città, San Marco, e per Milano, in cui i quattro giovani vennero ritratti da Urbano Monte, e questi disegni sono l’unica prova rimasta ad oggi che ci mostri il loro aspetto.

Nel 1587 Toyotomi Hideyoshi aveva ordinato l’espulsione di tutti i missionari cristiani dal Giappone e non fu perciò facile per i membri dell’Ambasciata fare ritorno in Giappone: dopo lunghi negoziati Valignano e i ragazzi riuscirono a sbarcare a Nagasaki il 21 luglio del 1590, otto anni e mezzo dopo la loro partenza, e vennero successivamente ricevuti da Hideyoshi stesso con un grande banchetto in cui i giovani raccontarono del loro viaggio e delle loro impressioni sull’Europa.

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Approfondimenti: Nuovi modi per usare il miso, un mondo oltre la zuppa

Il miso è un ingrediente fondamentale per la cucina giapponese. È un prodotto che deriva dalla fermentazione della soia e che solitamente viene impiegato per realizzare gustosissime zuppe. La storia del miso ha più di 2500 anni, quando arrivò in Giappone portato da dei monaci buddisti provenienti dalla Cina. Tuttavia, non tutti sanno che il miso può essere utilizzato per moltissime altre preparazioni oltre che per zuppe e bordi: basta usare un pizzico di fantasia per trasformare questo prodotto in un vero e proprio jolly all’interno della nostra cucina. Scopriamo insieme dei modi innovativi per usare la pasta di miso!

miso

photo credits: sorgentenatura.it

Marinature

Il miso si presta molto bene per marinare pesce e carne. In Giappone viene utilizzato spesso in combinazione con zucchero, mirin e sakè per la preparazione di piatti al forno, in padella o al vapore. La sapidità e la nota fermentata del miso sono elementi molto apprezzati per la valorizzazione di ingredienti sia poveri che pregiati.

photo credits: bbq4all.it

Condimenti per insalate

Il miso può essere utilizzato anche come ingrediente per comporre una salsa dal tipico sapore giapponese. Tra le più popolari, il connubio di miso con zenzero e olio di sesamo. Questa combinazione darà alla vostra insalata il gusto tipico di quelle giapponesi.

miso

photo credits: japancentre.com

Dolci

Tra gli utilizzi più eccentrici del miso c’è senza dubbio l’utilizzo di questo ingrediente per la creazione di dolci. Infatti, può essere sostituito con il sale in determinati dolci, come brownies e caramello. La combinazione tra miso e zucchero esalterà l’armoniosità degli ingredienti, con una nota fermentata e piacevole.

miso

photo credits: mangioquindisono.it

E voi? Avete deciso come utilizzare il miso nella vostra cucina? Armatevi di passione e fantasia: questo nuovo ingrediente è pronto a rivoluzionare le vostre ricette!

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Approfondimento: Yasuke, il samurai mozambicano

Quella di Yasuke è una storia molto affascinante e particolare, che forse non tutti conoscono. L’uomo africano servì sotto Oda Nobunaga in qualità di samurai e lo assistette in innumerevoli battaglie e scontri. Yasuke fu testimone di alcuni dei momenti più cruciali della storia del Giappone.

Le origini

Yasuke samurai

Le origini di Yasuke non sono ancora del tutto chiare. Vari studiosi nel corso degli anni hanno provato a determinare da dove provenisse l’uomo, senza tuttavia raggiungere una conclusione unanime. È possibile che Yasuke fosse mozambicano, così come la maggior parte degli africani che sbarcavano in Giappone nel XVI secolo al seguito dei portoghesi. Un’altra teoria è che fosse etiope, dal momento che gli uomini etiopi spesso erano venduti come schiavi ai portoghesi.

La storia di Yasuke

Yasuke

Yasuke sbarcò in Giappone nel 1579 al servizio di Alessandro Valignano, famoso gesuita e supervisore delle missioni cristiane nelle Indie. Il suo arrivo nella capitale nel 1581 destò molta curiosità nel popolo giapponese, che non aveva mai visto una persona africana. Ugualmente incredulo fu il daimyō Oda Nobunaga, al quale Yasuke fu presentato. Infatti, Nobunaga credeva che la sua pelle fosse colorata con inchiostro nero. Ordinò allora di spogliarlo dalla vita in su e di strofinarglela. Quando il daimyō realizzò che la sua pelle era nera, si interessò a lui e, dopo qualche tempo, lo fece samurai al suo servizio.

È probabile che Yasuke sapesse parlare giapponese, avendolo forse imparato da Valignano. È certo che a Nobunaga piacesse intrattenere delle conversazioni con lui. Infatti, l’interesse del daimyō era tale che si stima che Yasuke fosse probabilmente il suo unico servitore non giapponese. Inoltre, al samurai africano venne data una residenza e, forse, una katana cerimoniale.
La storia documentata di Yasuke giunge alla fine con il suicidio di Nobunaga nel 1582 a Kyoto. Il daimyō era infatti assediato dalle forze nemiche, che Yasuke aiutò a combattere.

Sfortunatamente, il samurai africano venne fatto prigioniero dall’esercito di Mitsuhide, generale nemico di Nobunaga. Una versione della storia è che tale generale avesse risparmiato Yasuke, dicendo che era una bestia e non un uomo. Per questo non andava ucciso, ma portato nella chiesa cristiana di Kyoto. Tuttavia, non ci sono prove che ciò sia realmente accaduto. Non ci sono ulteriori informazioni su di lui negli scritti posteriori. Di conseguenza, le sorti di Yasuke sono sconosciute.

L’eredità di Yasuke

Yasuke

La figura di Yasuke ha ispirato molti prodotti di intrattenimento non solo in Giappone, ma anche nel resto del mondo. Infatti, il samurai africano è stato raffigurato in molteplici opere, a partire proprio da manga, anime e videogiochi. Ad esempio, il videogioco storico Nioh del 2017 include una raffigurazione di Yasuke, che è diventato protagonista dell’anime Yasuke prodotto da Netflix nel 2021. Inoltre, nel 2019 è stato annunciato un film con attori in carne ed ossa incentrato proprio sulla figura del samurai africano.

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Approfondimenti: L'ultimo Samurai, la vera storia

“L’ultimo samurai”, diretto da Edward Zwick e uscito nelle sale nel 2003, ha affascinato il pubblico con la sua epica, il suo dramma e le sua atmosfera suggestiva. Ispirato ad una storia vera, la pellicola ripercorre le gesta di un militare straniero che prima viene convocato nella terra del Sol Levante per combattere dei ribelli ma che poi passa dalla parte del presunto nemico, tutto questo durante un periodo di cambiamenti sociali decisivi per la storia del Giappone. Ma quanto c’è di vero nel lungometraggio? E in cosa differisce dai fatti realmente accaduti? Scopriamolo insieme!

Il quadro storico della vicenda

photo credits: wikipedia.org

Partiamo esaminando la storia vera che c’è dietro l’opera di Zwick, e iniziamo dal contesto storico in cui versava il Giappone all’epoca.

Siamo a metà del XIX secolo, e il Paese è una nazione isolata e fortemente ancorata alle tradizioni. La volontà dell’Imperatore vede il Giappone proiettato in un’era di prosperità e supremazia militare e politica assoluta, ma la sua è una visione difficile da realizzare e minata da diverse problematiche.

Tuttavia le cose cambiano quando nel 1853 l’ammiraglio statunitense Matthew Perry giunge sulle coste nipponiche con le sue navi, in un momento dove i giapponesi si stavano pian piano aprendo, ancora timidamente, all’estero, almeno sul piano commerciale. Quello che porta Perry, però, fa gola all’Imperatore, che trova una risposta ai suoi dilemmi e ai suoi piani: l’americano era infatti arrivato con navi moderne, e con la conoscenza di tecnologie e strumenti avanzati che potevano sopperire all’arretratezza giapponese. A seguito di queste novità, e dei successivi scambi con l’occidente, dal 1866 al 1869 iniziò il periodo della Restaurazione Meiji: era intenzione dell’Imperatore Mutsuhito modernizzare e industrializzare il Giappone, ponendolo in una posizione di rilevanza nello scacchiere economico mondiale come potenza capitalista.

Per portare a compimento tutto questo, si attuarono una serie di riforme e trasformazioni, tra cui quelle che vedevano una nuova casta sociale emergere a scapito di quella vecchia: un sistema di prefetture e amministrazioni locali date in mano a funzionari statali avrebbe preso il posto dello shogunato e dei samurai, privando de facto questi ultimi di tutto il loro potere e della loro autorità. Ma lo shogun Tokugawa e i suoi guerrieri erano tutt’altro che d’accordo nel venire oscurati, e da qui cominciò una ribellione e una serie di battaglie che prendono il nome di Guerra Boshin.

Jules Brunet e il suo ruolo nella Guerra Boshin

photo credits: wikipedia.org

Per contrastare i rivoltosi, l’Imperatore chiese aiuto all’Occidente, per cui al suo servizio si presentò l’ufficiale francese Jules Brunet. Questi aveva combattuto in Messico a supporto della Francia dal ’62 al ’64, ricevendo i più alti riconoscimenti militari. Esperto di artiglieria e di tattiche di ingaggio europee, fu selezionato come candidato perfetto per aiutare gli imperialisti giapponesi.

Tuttavia, col passare del tempo, Brunet si ritrovò a lottare a fianco dei Tokugawa, allenando a sua volta i samurai nell’uso delle armi occidentali e delle strategie di guerra moderne. Tutt’oggi si sa poco circa la figura del soldato francese e delle motivazioni che lo spinsero a cambiare bandiera, ma molti ipotizzano si trattasse di un idealista che, affascinato dallo spirito e dalla mentalità dei clan appartenenti allo shogun, avesse ritenuto giusto schierarsi a loro favore, contrastando quella che di fatto era una tirannia.

Jules Brunet prese parte a molte battaglie spalleggiando i Tokugawa, durante la Guerra Boshin, ma l’Impero era troppo forte. A seguito dell’editto del 1868 che scioglieva in maniera definitiva tutti i poteri e l’autorità legata allo shogun e che perseguiva ogni samurai rimasto, i ribelli continuarono a subire diverse sconfitte, sia sul campo che sul piano morale: numerosi signori feudali decisero infatti di arrendersi e passare dalla parte dell’Imperatore, ritenendo che fosse la cosa più saggia da fare non solo per la loro sopravvivenza ma anche per l’unità e il futuro prospero del Giappone.

Non potendo contare su un appoggio completo da parte della madre patria, giacché avrebbe significato una guerra tra nazioni, Brunet lasciò la terra del Sol Levante e tornò in Europa, dove avrebbe continuato la sua carriera militare coinvolto in altre campagne. Nel frattempo, l’epoca dei samurai e dello shogunato vedevano il loro tramonto.

Differenze con “L’ultimo Samurai”

photo credits: wikipedia.org

Il film del 2003 condivide alcune analogie con i fatti realmente accaduti, mentre differisce in altre cose. Questo ha portato ad aspre critiche, sia verso Hollywood sia verso l’idea stereotipata e miticizzata che gli occidentali hanno degli orientali.

Ma andiamo con ordine. Nella pellicola, il personaggio ispirato al francese Jules Brunet è qui un ex capitano del Settimo Cavalleria statunitense, chiamato Nathan Algren. Convocato dall’Imperatore per sedare la ribellione, sia allea con i samurai e sposa i loro ideali solo dopo esser stato fatto prigioniero da loro, superando l’iniziale avversione nei confronti di Matsumoto (il leader portavoce della rivolta) e della sua gente. Il periodo in cui si colloca il racconto per il grande schermo, inoltre, si svolge nei tardi anni ’70 del 1800, quindi un decennio dopo la vera Guerra Boshin (1868 – 1869). Per finire, altri due elementi: viene omesso che parte dei samurai passarono dalla parte dell’Impero, asserendo invece che tutti andarono contro il nemico e perirono di conseguenza; non viene nemmeno indicato che anche i rivoltosi dello shogun utilizzavano armi occidentali, dato che ne L’ultimo Samurai questi ultimi combattono ancora con metodi e armi tradizionali e all’antica.

Come abbiamo visto, ci sono certe similitudini con le vicende di Jules Brunet, ma Edward Zwick ha tralasciato (volontariamente o meno, questo non possiamo saperlo) certi dettagli e si è preso delle libertà narrative. Se da una parte è normale che ciò accada per adattare al meglio una storia, anche secondo un personale gusto e una volontà di mandare un certo messaggio, dall’altra quando si tocca la storia con la ‘s’ maiuscola è bene fare attenzione a certe cose.

Come accennato prima, alcuni critici si sono lamentati proprio di questo, redarguendo la pochezza degli americani, i quali avrebbero dipinto la casta samurai come retrograda e talmente testarda da non scendere a compromessi. Questo, sempre secondo le accuse, perché il film doveva veicolare quei valori tipici e cari allo spettatore medio: onore, liberismo e sfida al progresso. A questo si aggiungerebbe anche una visione troppo pura e romantica dei samurai stessi, che in realtà, già a partire dal XVII secolo, con la conclusione delle guerre intestine al Paese, si erano disabituati alla lotta e avevano ceduto all’ozio e alla corruzione dei costumi.

Per quanto legittime e fondate possano esser state le criticità all’opera di Zwick, è sempre bene ricordare che nell’industria dell’intrattenimento bisogna arrivare a patti. Il pubblico vuole la sua parte, così come i produttori e gli azionisti. Condannare in toto L’ultimo samurai sarebbe quindi ingiusto, poiché, veridicità o meno, si andrebbe a toccare una grandiosa gemma appartenente alla settima arte, a partire dalle ottime prove attoriali, passando per una messa in scena poetica e idilliaca, per poi finire con le maestose musiche di Hans Zimmer.

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Approfondimenti: Il rapporto dei giapponesi con la religione

Il contesto religioso giapponese sembra essere alquanto differente dal nostro, ma nonostante questo il concetto di religione “occidentale” fu introdotto in Giappone nel periodo moderno. Quali sono le religioni in Giappone? Ma soprattutto, che rapporto hanno i giapponesi con la religione? Scopriamolo insieme!

Chiunque abbia avuto la fortuna di visitare il Giappone si sarà accorto di come i giapponesi si impegnino spesso in varie attività religiose. All’interno del paese è possibile trovare un tempio buddhista o un santuario shintoista a poca distanza l’uno dall’altro. Mentre gli scaffali di una qualsiasi libreria sono spesso pieni di libri riguardanti tematiche spirituali o appartenenti alle cosiddette “nuove religioni”. Per molti, inoltre, è normale impegnarsi in varie attività religiose. Ad esempio, il 1° di gennaio molti giapponesi si recano nel tempio vicino casa per celebrare l’arrivo del nuovo anno, in una pratica chiamata Hatsumōde. Negli ultimi anni, poi, sono aumentati i matrimoni di tipo cristiano, favoriti spesso su quelli shintoisti per la loro atmosfera romantica. Come vediamo, quindi, il panorama delle religioni in Giappone si distingue per la sua natura sincretica, per via delle varie religioni presenti nel paese.

Storia del termine “religione”

Il termine religione (shūkyō宗教) fu introdotto per la prima volta in Giappone con l’ingresso dei dizionari buddhisti dalla Cina. Tuttavia, il senso attribuito a questo termine oggi ha la sua origine nella parola inglese di “religione”, diventando quindi la traduzione di un concetto occidentale. In particolare, il termine fu un prodotto di origine moderna, adottato in seguito all’apertura del paese al resto del mondo intorno al 1870. Durante i primi anni, però, la parola fu utilizzata quasi esclusivamente dagli intellettuali e dagli ufficiali di governo.

Successivamente, l’entrata delle teorie scientifiche (in particolare quelle di Darwin) spinse la religione a far parte della sfera privata e non scientifica. In questo, però, il governo giapponese escluse da questa categoria lo Shintō e lo rese una religione di stato, per i suoi collegamenti con l’imperatore. Fu solo dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, che venne inclusa anch’essa nella categoria e staccata definitivamente dagli organi di stato.

Le religioni in Giappone

Come abbiamo detto, il panorama religioso giapponese si caratterizza per il suo sincretismo. Sicuramente le religioni tradizionali hanno ancora il loro peso all’interno della società, non tanto in termini di affiliazioni ma di diffusione delle pratiche. Infatti, oltre alle varie festività che si celebrano in santuari e templi, lo shintoismo da una parte offre ancora vari servizi come ad esempio la benedizione dei terreni. Il buddhismo, invece, ha ancora il suo peso nelle pratiche funerarie anche se negli ultimi anni ne sono nate di nuove non religiose. Esistono, però, ancora due tipologie di religioni, ossia le cosiddette “nuove religioni” e “nuove nuove religioni”. Le prime sono nate verso la fine dell’800 e prendono molti elementi dalle religioni tradizionali. Ugualmente le seconde si rifanno alle altre religioni, ma riprendono elementi anche dal movimento New Age di origine statunitense e sono nate verso la fine del ‘900.

I giapponesi sono religiosi?

Per rispondere a questa domanda occorre prima di tutto chiarire cosa si intende per religioni in Giappone. Sia ora che in antichità la fede religiosa è stata sempre staccata dall’attività. Quindi, partecipare ad una cerimonia, comprare un amuleto o leggere un libro sulla spiritualità non significa necessariamente essere credenti. Oggi, complici anche i vari cambiamenti socioeconomici, una cospicua percentuale di giapponesi risponderebbe che non è credente di nessuna religione. Secondo una statistica del giornale Yomiuri, infatti, il numero di credenti in una qualsiasi religione calò dal 56% nel 1965 al 22,9% nel 2005.

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Letture di Giappone in Italia: "Dall'Hokkaidō al Kyūshū" di Serena Lavezzi

“Dall’ Hokkaidō al Kyūshū” di Serena Lavezzi è un vademecum per chiunque voglia approcciarsi al panorama della letteratura moderna e contemporanea giapponese.

Il testo prende in esame il vasto patrimonio che gli autori hanno lasciato al piacere del lettore, in primis a quello dell’autrice che ne racconta il lavoro con trasporto e passione.
Pur non esistendo un esplicito criterio di selezione, ne esiste uno chiaro di organizzazione e il saggio si trasforma in una biblioteca nella quale i volumi siano ordinati per area geografica, partendo da nord. Gli scrittori scelti sono presentati in paragrafi e riuniti in capitoli secondo l’isola o la regione di appartenenza, e qui riassunte alcune delle loro produzioni di maggior pregio o preferite dall’autrice.

La scrittura semplice e chiara di stampo blogger apre questo libro tanto a chi è appassionato da tempo di Giappone o di letteratura, soprattutto contemporanea, quanto a chi vi si è approcciato da poco. Le note introduttive su pronuncia ed epoche della storia giapponese, in aggiunta a un breve glossario consentono infatti a chiunque di sfruttare al massimo il contenuto del testo.

Più che di un vero e proprio viaggio si tratta di una guida

Lo schema è molto semplice: il capitolo si apre con una presentazione del territorio e qualche cenno storico per poi dedicarsi alla presentazioni degli autori nati in quei luoghi. Lo spazio maggiore è riservato ai loro lavori più che al rendere al lettore un’immagine vivida del paesaggio: fornendo semplici informazioni al lettore è affidato il compito, una volta tra le mani uno dei libri che l’autrice consiglia, di trovare quegli elementi da sé. Il passo indietro fatto da Serena Lavezzi è efficace proprio in virtù di questo gioco che vede protagonisti il libro e il suo futuro lettore. Sarà quest’ultimo a viaggiare. Ci auguriamo, presto, letteralmente dall’ Hokkaidō al Kyūshū.

Un estratto:

[…]
Ultima tappa nella regione di Chūgoku è la cittadina di Shimonseki, nella prefettura di Yamaguchi. Qui, nel 1185, si combatterono i due clan samurai rivali degli Heike e dei Genji nella battaglia di Danno-ura. Molti secoli più tardi, nel 1895, la città torna a essere protagonista della storia. In aprile si firmò il trattato di pace che pose fine alla prima guerra cino-giapponese, tra l’Impero e la dinastia Qing. In queste prefetture ci tratterremo per conoscere cinque autori, tre donne e due uomini. Scrittori di gialli, promesse della letteratura contemporanea, un’autrice classica e quella che più di tutti mi ha portato ad amare la cultura nipponica.

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Nata Nel 1986, Serena Lavezzi ha conseguito due lauree in Storia; ha pubblicato diversi romanzi ambientati in Giappone e partecipato con successo a concorsi letterari nazionali; oggi si occupa di scrittura a tempo pieno e gestisce il blog Penne d’Oriente.

Serena Lavezzi, Dall’Hokkaidō al Kyūshū, Scrittori giapponesi moderni e contemporanei, Edizioni Stilnovo, Milano, 2021, 158 pp.
ISBN 978-88-99080-22-8

Articolo scritto da: Beatrice Varriale

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Approfondimenti: Arti Marziali tra tradizione, storia e cultura

Quando si pensa al Giappone generalmente vengono evocate nella nostra testa immagini di fiori di ciliegio, di templi shintoisti o di quei vicoli a Tokyo costellati di insegne su cui ci sono miriadi di kanji. Tuttavia è inevitabile fare anche il collegamento con gente che indossa un ”gi” dalla cintura nera e che urla mentre tira calci. In poche parole, ci vengono in mente le arti marziali. Ma perché facciamo questa associazione?

La Genesi delle Arti Marziali in Giappone

L’Asia è sempre stata la culla delle arti marziali. Dalla Cina, passando per la Corea e finendo in Thailandia. E il Giappone non è assolutamente da meno. È doveroso iniziare ricordando che la terra del Sol Levante ha quasi sempre attinto dalla Cina, in materia di arte e filosofia. Gli ideogrammi usati dal popolo nipponico si ispirano ai pittogrammi cinesi, tanto per fare un esempio, e anche in termini dottrinali si è studiato con profondo interesse il taosimo zen e il confucianesimo, integrandoli con gli insegnamenti shinto.

In questo calderone culturale ci sono anche le arti marziali. Il Giappone ha cominciato a sentirne la necessità quando sul campo di battaglia le loro armi si rompevano ed erano costretti ad usare braccia e gambe. Ecco allora che le cosiddette ”forme” e i vari stili di combattimento della Cina iniziarono a solleticarli e a sedurli, e in poco tempo, a partire circa dall’era Sengoku, i giapponesi svilupparono scuole di lotta e di pensiero marziale tutte loro, anche se inizialmente erano prerogativa della casta guerriera.

Avendo quindi origine dai samurai, le arti marziali nipponiche sono pregne di filosofia, disciplina e perizia di guerra. Analizzeremo prettamente quelle che sono le discipline più famose e diffuse, al giorno d’oggi, per meglio capire un lato del paese del Sol Levante che ha radici profonde e un’importanza da non sottovalutare.

Sumo

Arti Marziali sumo

photo credits: Wikitionary.org

Risulta doveroso iniziare con lo sport nazionale del Paese, il sumo.

Nasce ad Hokkaidō, attorno al VI secolo. Ha una matrice shintoista, giacché era un tipo di lotta celebrativa che si attuava quando i raccolti risultavano abbondanti, rendendo così grazie agli déi in un modo giocoso ma dalle connotazioni comunque religiose. Altro rimando allo shintoismo è la corda che i praticanti portano come cinta, chiamata ”yokozuna”, la quale sia per forma che per materiali richiama quelle che vengono impiegate nei riti e nelle decorazioni dei templi shinto.

Se volessimo paragonarlo ad un tipo di combattimento occidentale, potremmo accostarlo al wrestling, dato che si tratta di due individui che lottano in maniera ravvicinata, cercando di sbilanciarsi in uno scontro di attrito, forza fisica e resistenza. Vince chi atterra l’avversario o chi lo butta fuori dall’arena, detta ”dohyō”. Il motivo della grossa corporatura dei combattenti si deve perciò alla necessità di resistere allo sfidante e di sovrastarlo con la propria energia e stazza.

Il sumo è amato e seguito da molti, di qualsiasi età, e tiene viva la tradizione giapponese assieme alla voglia di intrattenimento degli amanti delle arti marziali.

Kendo e Iaido

Arti Marziali

photo credits: @jiemin.lee1994 on Instagram

Il kendo è una disciplina che si rifà agli antichi guerrieri samurai, e discende dalle tecniche kenjutsu legate ai più formidabili spadaccini delle epoche passate. Si basa sul combattimento con spade di bambù (”shinai”) e i duellanti indossano un’armatura protettiva (”bōgu”). Viene insegnato a colpire alcuni punti critici del corpo, come la testa, le mani per disarmare il nemico, e le gambe per impedirne il movimento. Questo ovviamente in linea teorica e sportiva, visto che fortunatamente l’era sanguinaria degli stati combattenti è finita da un pezzo.

Ad ogni modo, il kendo è estremamente seguito e praticato, anche dagli occidentali, e molte shinai e bōgu sono frutto di un’alta abilità di artigianato nipponico, il che dà lustro tutt’ora a quelle piccole botteghe dove un tempo c’era molta più richiesta di spade e corazze di qualità.

L’altra faccia della medaglia è lo iaido. Anch’esso prevede l’utilizzo di una spada, ma è focalizzato sul colpire per primi ed impedire all’avversario di fare mosse ulteriori. È un tipo di arte molto più meditava e dove la concentrazione e una precisione letale la fanno da padrona. Generalmente, in molti praticano sia il kendo che lo iaido per forgiarsi al meglio come guerrieri spadaccini.

Il kendo e lo iaido poggiano inoltre sugli insegnamenti teorici e pratici di Miyamoto Musashi, una figura leggendaria risalente al XVI secolo. Era un abile spadaccino e un profondo conoscitore delle varie scuole di pensiero dell’epoca, e si diceva non perdesse mai un duello. Con il suo ”Libro dei cinque anelli” ha messo insieme tutto quello che aveva imparato sul campo di battaglia e dai vari maestri con i quali si era confrontato. Potremmo dire fosse la controparte giapponese dello stratega cinese Sun Tzu, un generale intelligente e scaltro che a sua volta aveva indagato sulla natura e le modalità della guerra e delle sue tecniche.

Karate

Arti Marziali

photo credits: My-personaltrainer.it

Probabilmente il tipo di arte marziale più famoso e praticato, se si considerano i seguaci oltreoceano.

Il karate nacque sul finire del XIX secolo, ad Okinawa, quando quest’ultima e altre isole vennero annesse al Giappone. La popolazione dell’allora Regno del Ryūkyū era contraria all’adesione con l’impero nipponico, per cui ideò uno stile di combattimento che permettesse di contrastare i giapponesi. Mischiarono tecniche cinesi a metodi di combattimento autoctoni, dando vita al karate che conosciamo oggi. Da lì, si sviluppò in seguito anche il judo, incentrato sulle prese e sull’adattamento ad ogni tipo di situazione.

Terminata la seconda guerra mondiale, molti americani che avevano basi per tutta Okinawa, scoprirono quest’arte marziale, e tornati in patria la fecero diffondere a macchia d’olio. Questo diede il via all’esplosione del fenomeno, che culminò negli anni ’80 quando il culto dell’esercizio fisico e l’amore per lo sport erano praticamente un’ossessione per gran parte dei cittadini statunitensi. Aggiungiamoci il contributo che diede il cinema, con toni esasperati e ispiratori (non scordandoci neanche dell’iconico Bruce Lee), e capiremo come gli stili di lotta orientali fecero presa sull’occidente.

Ultime Considerazioni

Per il Giappone, quindi, le arti marziali sono di fondamentale importanza, perché racchiudono parte della loro storia ma anche un’ampia parentesi che lo ha saputo mettere in contatto con l’Ovest, sia a livello culturale che commerciale. Per molti non è solo uno sport, ma anche uno stile di vita, una filosofia, un modo per scoprire se stessi e per migliorarsi tramite la disciplina e l’esercizio. Una realtà che ha saputo incantare milioni di persone, e che è una delle colonne portanti della società del paese del Sol Levante.

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Approfondimento: Il periodo Kamakura – L’ascesa dei samurai

Il periodo Kamakura è un’era di notevole importanza nella storia del Giappone. Esso infatti segna l’avvento dei samurai, la casta guerriera, e l’istituzione del feudalesimo nel paese del Sol Levante. Inoltre, in questi anni ci fu uno sviluppo delle arti, con capolavori letterari come lo Heike Monogatari o lo Shin Kokin Wakashū.

La capitale Kamakura

photo credits: khanacademy.org

Il Periodo Kamakura viene fatto iniziare nel 1185, quando Minamoto no Yoritomo prese il potere. Infatti, quest’ultimo stabilì ufficialmente la sede dello shogunato e la capitale a Kamakura, sua città natale, nel 1192. La città divenne quindi il centro dell’attività politica e culturale e ci si riferisce a questo governo come “lo shogunato Kamakura”. La fine di quest’epoca coincise con la distruzione del governo feudale nel 1333 e la temporanea istituzione dell’imperatore Go Daigo.

Lo shogunato

photo credits: gaijinpot.com

Minamoto no Yoritomo chiamò il suo shogunato “bakufu”, ovvero governo della tenda. Yoritomo seguì l’esempio della famiglia Fujiwara, di epoca Heian, nella gestione del potere. Inoltre, una volta assicurato il controllo sulle province del Giappone centrale e occidentale, nominò dei funzionari che distribuì nei territori assoggettati.

Alcuni di questi funzionari erano chiamati shugo e avevano il compito di amministrare le province dello shōgun. Da questa classe sociale derivano proprio i daimyō, nel XV secolo. Questi ultimi, infatti, stanchi di servire come semplici governatori dello shōgun, iniziarono a rivendicare sempre più potere per sé stessi, ammassando immense forze militari.

La famiglia Hōjō

photo credits: wikipedia.org

Tuttavia, Yoritomo non seppe mantenere stabile il suo dominio e, alla sua morte, si creò un vero e proprio vuoto di potere. Infatti, il reggente dello shōgun, lo shikken Hōjō Tokimasa, prese le redini del governo, togliendo qualsiasi potere alla figura shogunale. Sotto il dominio degli Hōjō, la corte imperiale fu posta sotto il diretto controllo dello shogunato, e l’imperatore venne privato di qualsiasi potere politico.

Inoltre, la classe militare, rappresentata dai signori delle province, crebbe sempre più in importanza e in autorità. Simbolo della militarizzazione della società è la stesura, nel 1232, del primo codice di legge militare della storia del Giappone, il Goseibai Shikimoku.

photo credits: wikiwand.com

 

Le invasioni mongole

photo credits: wikipedia.org

Durante il periodo Kamakura, si verificarono le due tentate invasioni del Giappone ad opera dei mongoli, una nel 1274 e l’altra nel 1281. Furono eventi sensazionali, di straordinaria importanza. I mongoli riuscirono ad arrivare in Giappone e combattere l’esercito shogunale, che subì molte perdite.

Tuttavia, dopo poco tempo dal loro arrivo, le navi mongole, in entrambe le occasioni, furono spazzate via da violenti tifoni. I preti shintō attribuirono questi eventi al “vento divino”, o kamikaze, che aveva protetto il Giappone. Nonostante ciò, le conseguenze di queste invasioni furono decisive per il declino, e, in ultimo, la dissoluzione del bakufu di Kamakura.

La guerra civile e la caduta dello shogunato

photo credits: nextstopasia.tumblr.com

Dopo le invasioni, gli Hōjō dovettero affrontare una guerra civile. Lo stato aveva speso ingenti somme di denaro per difendersi dai mongoli. Inoltre, molti nobili erano insoddisfatti: avevano aiutato il governo con la promessa che quest’ultimo li avrebbe ricompensati con terre e denaro. Invece, lo shogunato non donò ricompense a nessuno.

Nel 1331 gli Hōjō esiliarono Go Daigo, l’imperatore che si era ribellato, ma le forze lealiste insorsero e presero il potere nel 1333. Il periodo che segue è detto “Restaurazione Kenmu”. Qui, l’imperatore fece una serie di riforme per ristabilire la supremazia della corte sul dominio militare. Tuttavia, i successivi sviluppi videro la presa di potere di un’altra linea di shōgun, quella degli Ashikaga.

Arte

photo credits: sworld.co.uk

Nel periodo Kamakura ci fu un generale cambiamento negli stili artistici e nei temi delle opere, che riflettono la natura travagliata di quegli anni. Ad esempio, l’Hōjōki descrive, in termini buddhisti, il concetto di impermanenza delle cose mondane, tutte destinate a svanire.

Allo stesso modo, lo Heike Monogatari narra della storia della famiglia Taira, concentrandosi sui racconti di guerra e di samurai. Inoltre, le raccolte di antologie di poesie giapponesi, come lo Shin Kokin Wakashū. prodotto nel XIII secolo, continuarono ad avere molta popolarità.

La scultura divenne una delle arti principali e fu caratterizzata da uno stile molto realistico. Lo stile realista Kamakura venne fuso con la più elegante arte Nara per dare vita ad opere eccezionali. Una di queste è quella dell’artista Kōkei, ovvero la grandiosa statua in bronzo dell’Ammitabha Buddha del tempio Kōtokuin di Kamakura, del XIII secolo.

I tempi travagliati influenzarono anche la pittura, anch’essa molto realista, i cui temi iniziarono a riguardare la rappresentazione di spettri e degli inferni buddhisti.

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News & Curiosità: Rooftop gardens a Tokyo, ecco i migliori

I rooftop gardens sono oasi di verde che si trovano sulla cima di edifici come centri commerciali e grattacieli. Non tutti sono a conoscenza di questi piccoli spazi segreti di natura, il che li rende posti perfetti per rilassarsi all’ombra e godersi un momento di relax lontani dalle masse. In questo articolo ve ne suggeriamo alcuni, in modo che possiate già inserirli nel vostro itinerario per un futuro viaggio a Tokyo.

Per chi non la conosce bene o per chi ci si reca per la prima volta, Tokyo può apparire una città caotica: file e file di grattacieli ed edifici che si stagliano alti nel cielo ostruendo la visuale, treni della metropolitana carichi di persone, incroci stradali larghi e trafficati a sfondo di una fiumana di gente che si dirige senza sosta in ogni direzione. Per fortuna esistono numerosi luoghi per sfuggire a tutta questa confusione, ma sempre rimanendo all’interno della città: stiamo parlando dei rooftop gardens.

Tokyu Plaza Omotesando Harajuku – Omohara Forest

Indirizzo: 4-39-3 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: omohara.tokyu-plaza.com/en
Orari: il giardino è aperto dalle 8.30 alle 21
Come arrivarci: scendere alla stazione di Meiji Jingumae con le linee Chiyoda/ Fukutoshin; scendere alla stazione di Harajuku con la linea JR Yamanote; scendere alla stazione di Omotesando con le linee Chiyoda/Hanzomon/Ginza

Photo credits: japantravel.com

Situato tra i quartieri giovanili e alla moda di Harajuku e Omotesando, questo giardino è al sesto piano del centro commerciale Tokyu Plaza: famoso per il suo ingresso dai numerosi specchi a effetto caleidoscopico, l’edificio ospita numerosi negozi famosi oltre a vari caffè e ristoranti. La sera il giardino viene illuminato, e diventa quindi l’occasione perfetta per scattare qualche foto al panorama notturno di Harajuku.

Ginza Six – Ginza Six Garden

Indirizzo: 6-10 Ginza, Chuo-ku, Tokyo
Contatti: https://ginza6.tokyo.e.abf.hp.transer.com/contact
Orari: il giardino è aperto dalle 7 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione di Ginza con le linee Ginza, Marunouchi, Hibiya

Photo credits: timeout.com

Il quartiere di Ginza è noto per la sua atmosfera di eleganza e alta classe. All’ultimo piano del celebre centro commerciale Ginza Six si trova un giardino di ben 4000 metri quadri, il più grande di tutta la zona; al suo interno si possono trovare numerose panchine in cui rilassarsi, un piccolo tempio, alberi e vegetazione che cambiano in base alla stagione.

Miyashita Park

Indirizzo: Blocco sud: 1-26 Shibuya, Shibuya-ku, Tokyo. Blocco nord: 6-20 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://www.miyashita-park.tokyo/
Orari: il parco apre dalle 8 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione di Shibuya con le linee JR/Ginza/Hanzomon/Fukutoshin/Inokashira/Denentoshi/Toyoko

rooftop gardens

Photo credits: archello.com

Il parco di Miyashita venne inizialmente realizzato nel 1930 per poi essere rimodellato in preparazione dei Giochi Olimpici di Tokyo del 1964; successivamente, nel 2011, venne utilizzato come campo parco sportivo dove potersi dedicare allo skateboarding e al bouldering; nel 2020 l’edificio è stato ulteriormente rinnovato ed è nato il Miyashita Park: un complesso a 3 piani comprendente anche un hotel e il parco sul tetto. Nel parco è ancora possibile trovare le pareti da bouldering e l’area dove potersi esercitare con lo skateboard, ma sono stati aggiunti anche caffè e spazi erbosi dove potersi rilassare.

Rooftop gardens a Tokyo: Shibuya Parco Rooftop Park

Indirizzo: 15-1 Udagawacho, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://shibuya.parco.jp.e.aiv.hp.transer.com/info/facilities/
Orari: il centro commerciale è aperto dalle 11 alle 20
Come arrivarci: arrivare alla stazione di Shibuya con le linee Yamanote/Ginza e prendere l’uscita Hachiko; con la linea Hanzomon prendere le uscite 6 o 7

Photo credits: parco.co.jp

Al nono piano del centro commerciale Shibuya Parco troviamo un ampio spazio verde che comprende anche un’area eventi chiamata Garden Stage in cui poter godere di musica dal vivo o fare shopping nella zona market con vari stand che vendono cibo o oggetti di artigianato.

Seibu Ikebukuro Main Store – Rooftop Garden

Indirizzo: 1-28-1 Minami-Ikebukuro, Toshima-ku, Tokyo
Contatti: https://www.sogo-seibu.jp/ikebukuro/
Orari: il centro commerciale apre dalle 10 alle 21
Come arrivarci: arrivare alla stazione di Ikebukuro con le linee JR/Seibu Ikebukuro/ Tobu Tojo/Marunouchi/Yurakucho e prendere l’uscita Est.

Photo credits: lightdesign.jp

Al nono piano di uno dei centri commerciali più affollati di tutta Tokyo, il Seibu di Ikebukuro, troviamo un’ampia terrazza in cui potersi distrarre dallo shopping: al suo interno vi è persino un piccolo laghetto ispirato alle opere di Monet, oltre a numerosi posti per sedersi con comodità magari gustando uno spuntino.

Rooftop gardens a Tokyo: Meguro Sky Garden

Indirizzo: 1-9-2 Ohashi, Meguro-ku, Tokyo
Contatti: https://www.city.meguro.tokyo.jp/shisetsu/shisetsu/koen/tenku.html
Orari: dalle 7 alle 21
Come arrivarci: stazione di Ikejiri Ohashi con la Denentoshi line

rooftop gardens tokyo

Photo credits: tripadvisor.com

Tra tutti i giardini che abbiamo visto fino ad adesso, di sicuro il Meguro Sky Garden è quello con la posizione più inusuale, infatti si trova in cima alla Superstrada metropolitana di Tokyo; dalla forma circolare e con una circonferenza di 400 metri,ospita più di 1000 alberi tra cui pini e ciliegi; vi sono inoltre un’area giochi per bambini, un giardino giapponese e un boschetto di bambù.

Tokyo Midtown Hibiya – Park View Garden

Indirizzo: 1-1-2 Yurakucho, Chiyoda-ku, Tokyo
Contatti: www.hibiya.tokyo-midtown.com
Orari: il giardino è aperto dalle 8 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione Hibiya con le linee Hibiya/Chiyoda/Mita; scendere a Ginza con le linee Ginza/Marunouchi/Hibiya ; scendere alla stazione Yurakucho con le linee Yamanote/Keihin-Tohoku/Yurakucho.

Photo credits: japantravel.com

Vicino al parco di Hibiya e al Palazzo Imperiale, il complesso Tokyo Midtown Hibiya è stato costruito nel 2018 ed è “fratello” del Tokyo Midtown Roppongi. Tra gli uffici e i negozi all’interno della costruzione, al sesto piano è possibile trovare un ampio spazio in cui passare del tempo tranquilli: l’architettura in legno e la vegetazione sono incorniciate dalle vetrate del palazzo e sullo stesso piano si trovano anche due ristoranti.

Atrè Ebisu – Ebisu Green Garden

Indirizzo: 1-5-5, Ebisu-Minami, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://www.atre.co.jp.e.ww.hp.transer.com/store/ebisu
Orari: da novembre a febbraio dalle 10 alle 17
Come arrivarci: scendere alla stazione di Ebisu con le linee Yamanote/Hibiya/Saikyo

rooftop gardens tokyo

Photo credits: timeout.com

Un piacevole spiazzo di verde al settimo piano del centro commerciale Atrè Ebisu. Ourcgè non ci siano alberi è molto particolare in quanto offre una varietà di fiori e piante molto variegata.

Rooftop gardens a Tokyo: Ark Hills – Ark Garden

Indirizzo: 1-12-32 Akasaka, Minato-ku, Tokyo
Contatti: www.arkhills.com
Orario: dalle 8 alle 21
Come arrivarci: prendere l’Uscita 3 alla stazione Roppongi-Itchome con la linea Namboku

rooftop gardens

Photo credits: arkhills.com

Una serie di terrazze collegate tra loro formano il complesso giardino dell’Ark Hills Garden: creato circa 30 anni fa, a seconda dei giardini che lo compongono cambiano il tema e le piante che vi si trovano. Aperto solo in primavera e in autunno.

Ispirazione: timeout.com

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News & Curiosità: I konbini, i negozi aperti 24h presenti in tutto il Giappone

I convenience store, o konbini, come sono popolarmente conosciuti oggi, sono ormai diventati fondamentali nel panorama commerciale giapponese contemporaneo. Il grande aumento del numero dei negozi, i loro orari e la varietà dei servizi e prodotti offerti li hanno resi quasi un’istituzione. Ma quali sono i fattori che hanno contribuito al loro sviluppo?

Da quando questa tipologia di negozi sono stati introdotti in Giappone verso la fine degli anni ‘60, un’intera generazione di consumatori è cresciuta con i suoi servizi. Per molti di loro i konbini sono diventati essenziali come l’aria che respiriamo ed è difficile immaginare la loro vita senza questi negozi. Un caso eclatante fu quello del famoso giocatore di calcio che ha militato anche in Serie A, ossia Nakata Hidetoshi. Pensate, infatti, che Nakata, quando era ancora in attività, ammise in alcune interviste che una scomodità del vivere all’estero era proprio la mancanza dei konbini.

Negli anni precedenti, tuttavia, era molto difficile trovare dei konbini nelle aree più montuose e isolate del paese. Questo perché naturalmente il basso numero di abitanti e gli alti costi del trasporto rendevano complicata una loro apertura. In ogni caso, oggi molte compagnie si sono attrezzate per arrivare in queste aree attraverso delle unità mobili.

La nascita del termine “konbini”

Se da una parte la vita delle persone fu influenzata dall’introduzione di questa tipologia di negozio, dall’altra il loro modo sempre nuovo di utilizzare i suoi servizi influenzò il suo sviluppo. Inizialmente il termine di riferimento era “konbiniensu sutoa” (dall’inglese “convenience store”), introdotto per la prima volta nel ’70 dal giornale Asahi. Dopo qualche anno, le due parole furono unite ed indicavano un piccolo negozio che vendeva articoli di prima necessità e aperto per molte ore. E’ solo durante gli anni ’80 però che possiamo vedere un primo cambiamento sostanziale. In quel periodo, infatti, solo la prima parola “konbiniensu” era utilizzata spesso in libri, articoli di giornale e in TV. Dopodiché, agli inizi degli anni ’90 il numero di questi negozi arrivò a toccare le 40.000 unità in tutto il Giappone, diventando sempre più importante. Così, il termine konbini entrò ufficialmente nel linguaggio popolare.

I konbini oggi

Il numero dei negozi, quindi, aumentò esponenzialmente, arrivando a superare oggi i 56.000 punti vendita in tutto il Giappone. Una delle ragioni del successo è stata sicuramente la loro politica di marketing, che gli ha permesso di andare incontro alle richieste di ogni cliente. Molti giovani, infatti, passano tanto tempo all’interno dei konbini per rilassarsi, giocare o mangiare durante la pausa pranzo.

Allo stesso tempo, è aumentato in maniera esponenziale anche il numero di clienti più anziani. Le cause possono essere rintracciate nei cambiamenti socioeconomici che hanno colpito il Giappone negli ultimi anni e hanno portato sempre più anziani a rimanere soli. Pertanto, in una situazione del genere un konbini vicino casa risulta essere molto comodo per loro. Oggi, infatti, a qualunque ora i clienti possono comprare un pasto, pagare una bolletta, inviare fax o ritirare soldi dal proprio conto corrente. Non sorprende, quindi, che per molti il konbini sia ormai un’infrastruttura fondamentale su cui poter contare in ogni momento.

photo credits: wego.com

Nuovi timori portati dal loro sviluppo

Come abbiamo visto, lo sviluppo dei konbini ha fornito un grande supporto ad un sempre maggior numero di persone. Allo stesso tempo, però, sono nati nuovi discorsi e preoccupazioni riguardo la loro espansione. Uno di questi riguarda sicuramente la possibile introduzione nel mercato giapponese di prodotti esteri portati dalle grandi compagnie americane che possiedono questi negozi. Tuttavia, oggi i konbini seguono una linea di prodotti principalmente giapponesi e, quindi, non possiedono molti prodotti esteri. Oltre a questo, sono spesso criticati per la cattiva qualità del cibo offerto, non in grado, secondo molti, di contribuire alla salute del corpo.

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