Libro: "Yuzuru. Il volo del Samurai" di Costanza Rizzacasa

 

Vi segnaliamo il libro "Yuzuru. Il volo del samurai" (Giunti) di Costanza Rizzacasa, giornalista del Corriere della Sera, uscito a marzo 2026.
Una biografia romanzata -- da fonti esclusivamente di prima mano giapponesi -- della leggenda del pattinaggio artistico sul ghiaccio Yuzuru Hanyū, sopravvissuto al terremoto e tsunami del 2011, che la giornalista aveva intervistato in esclusiva per la sua serie sulla filosofia e la spiritualità giapponese per il settimanale 7, la prima e ad oggi unica intervista dell'atleta a una grande testata non giapponese dal suo passaggio al professionismo nel 2022 e una delle poche in carriera. (link intervista)
Il libro, impregnato di filosofia giapponese, è stato giudicato di valore culturale e inserito nel programma ufficiale dell'Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.  Inoltre, dall'11 marzo (data significativa anche per il libro, che si occupa ampiamente del "3.11") viene distribuitoanche in Giappone. Le recensioni, sia in Italia che in Giappone, sono bellissime.
DESCRIZIONE:

È una storia che sembra un romanzo, ma è accaduta davvero.

Una storia di coraggio e di riscatto, di sogni apparentemente irraggiungibili e della determinazione e dell'impegno necessari per renderli realtà.

Unico pattinatore del singolo maschile ad aver vinto, dal 1952, l'oro in due Olimpiadi consecutive, Yuzuru Hanyū ha cambiato per sempre il pattinaggio artistico sul ghiaccio. Ha iniziato a pattinare a soli quattro anni, vincendo in poco tempo gare nazionali e internazionali e infrangendo, a dispetto di tanti infortuni, un record dopo l'altro. Sopravvissuto al terribile terremoto del Tōhoku, ha scelto di dedicare parte della sua vita a sensibilizzare e ad aiutare, diventando un simbolo di speranza per il Giappone e non solo. Con questa storia Costanza Rizzacasa d'Orsogna ci porta nel mondo delle grandi competizioni internazionali e nel cuore della cultura giapponese.

Inoltre, l'autrice sta portando in Italia per l'editore Vallardi, in uscita a maggio con la sua prefazione e curatela, il volume "Kozō no Kokoro" di RyōJun Shionuma, monaco buddhista della tradizione shugendō che per le sue pratiche estreme si è guadagnato il titolo di Dai Ajari (anche lui, come altri personaggi della cultura giapponese, dal filosofo Masahiro Morioka al disegnatore di GundamYoshikazu Yasuhiko, alla reverenda Shundō Aoyama, era stato intervistato per la serie di Rizzacasa ( link intervista
Infine, a settembre, uscirà per Solferino un ulteriore libro sul senso della vita nella filosofia giapponese.

Film: "Perfect Days" con Kôji Yakusho - in streaming su RaiPlay

 

Su RaiPlay è ora disponibile il film Perfect Days di Wim Wenders con il pluripremiato attore Kôji Yakusho.
Hirayama conduce una vita semplice, scandita da una routine perfetta. Si dedica con cura e passione a tutte le attività della sua giornata, dal lavoro come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo all’amore per la musica, ai libri, alle piante, alla fotografia e a tutte le piccole cose a cui si può dedicare un sorriso. Nel ripetersi del quotidiano, una serie di incontri inaspettati rivela gradualmente qualcosa in più del suo passato.

Il film è disponibile gratuitamente al seguente link: https://www.raiplay.it/programmi/perfectdays


Film: "Il sapore del riso al tè verde" di Yasujiro Ozu

 

Vi presentiamo il film "Il sapore del riso al tè verde" di Yasujiro Ozu, di seguito una breve introduzione:
Mokichi è un impiegato mite e modesto, originario della provincia ma ormai stabilmente inserito nella vita lavorativa di Tokyo. Ha sposato Taeko, donna proveniente da una famiglia benestante della capitale, abituata a un ambiente sociale più raffinato e a un sistema di relazioni che guarda con sospetto la semplicità del marito. La loro convivenza è segnata da un equilibrio fragile: Taeko tratta spesso Mokichi come uno sciocco e non esita a mentire pur di trascorrere il tempo con un gruppo di amiche altrettanto mondane. Quando la giovane nipote Setsuko viene ospitata in casa loro, però, la dinamica coniugale si complica: l’ingenua simpatia della ragazza per Mokichi rende più difficile per Taeko mantenere il suo gioco di finzioni.

In "Il sapore del riso al tè verde" Yasujiro Ozu torna a osservare con la consueta delicatezza le tensioni domestiche della borghesia giapponese del dopoguerra.

Il film, tuttavia, ha una storia produttiva singolare: Ozu ne concepì il soggetto già nel 1939, ma il progetto venne bloccato dalla censura militare perché giudicato troppo poco patriottico. L’idea di rappresentare una coppia borghese immersa nei piccoli conflitti della vita quotidiana non sembrava adatta a un periodo che richiedeva narrazioni edificanti e nazionaliste. Solo nel 1952 il regista poté tornare su quel materiale, trovando finalmente il clima culturale adatto per raccontare una società ormai profondamente cambiata.

Dietro la leggerezza delle situazioni quotidiane si intravede così un ritratto più ampio: quello di un Giappone che cerca di conciliare tradizione e modernità, rigidità sociale e desiderio di cambiamento. Con il suo sguardo paziente e partecipe, Ozu racconta una crisi coniugale che è anche il riflesso di un passaggio storico, in cui persino un gesto semplice come versare del tè sul riso può diventare il segno discreto di un nuovo equilibrio possibile.

Il sapore del riso al tè verde fa parte della Ozu Collection disponibile in streaming su MYmovies ONE.


Film: "Scarlet e l'eternità" il film d’animazione di Mamoru Hosoda

 

Diretto e scritto da Mamoru Hosoda, rinomato regista giapponese noto per "MiraiI Bambini Lupi, Ame e Yuki" o "Il ragazzo e la bestia", "Scarlet e l’Éternità" è un film d’animazione che mescola dramma e fantastico. Il film è stato prodotto da Studio Chizu e ha fatto il suo debutto fuori concorso alla Mostra di Venezia 2025. La versione originale vanta le voci di Mana Ashida, Masaki Okada e Masachika Ichimura, tra gli interpreti principali.

La storia segue Scarlet, una principessa medievale addestrata al combattimento con la spada. Dopo l’omicidio del padre, si mette in cerca di vendetta, affrontando uno scontro violento con il responsabile del delitto. A causa di una feroce battaglia, la giovane guerriera viene gravemente ferita e improvvisamente si ritrova proiettata in un universo misterioso: il Paese dei Morti, uno spazio dove le barriere tra i mondi sembrano dissolversi.

In questo universo inaspettato, Scarlet incrocia la strada di un giovane proveniente dal nostro tempo. Il suo incontro con questo idealeista trasforma gradualmente la sua percezione del mondo. Mentre si prepara a tornare indietro per affrontare l’assassino di suo padre, la principessa si rende conto che il suo vero duello potrebbe essere altrove: rompere il ciclo dell’odio e trovare una strada diversa per dare significato alla propria vita.

 

Il progetto nasce da una riflessione avviata da Mamoru Hosoda dopo la pandemia di COVID-19. Il regista ha spiegato di aver voluto esplorare le tensioni e le divisioni del mondo contemporaneo attraverso una storia di vendetta e di riconciliazione. Per costruire la narrazione, si è in particolare ispirato a temi tratti da Amleto di Shakespeare, la cui logica tragica del ciclo di vendetta permea l’intreccio e i rapporti tra i personaggi.

Questa influenza si riflette anche nella progettazione visiva dei protagonisti. Scarlet, ispirata alla figura di Amleto, indossa un'armatura scura e presenta una presenza grafica contraddistinta da tonalità sobrie. Al contrario, il personaggio di Hijiri, che richiama l’Ophelia shakespeariana, rappresenta una sensibilità diversa, consentendo al film di mettere in contrasto due visioni del mondo e due percorsi emotivi.

 

Dal punto di vista tecnico, Scarlet e l’Eternità segna anche un’evoluzione nell’animazione dello studio Chizu. Il film utilizza un maggior numero di sequenze in 3D rispetto alle opere precedenti del regista, come Beauty o Mirai, mantenendo però un metodo artigianale nel disegno e nelle texture. Questa combinazione di strumenti digitali e di illustrazione tradizionale mira soprattutto a rafforzare l’espressività dei personaggi e la grandeur delle scene fantastiche, come quella di un drago simbolico lasciato volutamente aperto all’interpretazione dello spettatore.

 

Tra un racconto di formazione, un’avventura fantastica e un dramma intimo, il film si inserisce nella linea tematica tipica del regista: le connessioni tra i mondi, i legami familiari e la capacità di trasformare il dolore in un percorso di rinascita. L’universo visivo e narrativo è pensato per attrarre un pubblico vasto, dagli appassionati di film d’animazione ai spettatori più sensibili alle storie di formazione che mescolano azione e riflessione.

 

Con questa nuova opera cinematografica, Mamoru Hosoda prosegue la sua esplorazione di storie che mescolano fantastico e emozioni umane, mettendo in scena una protagonista alle prese con le conseguenze della vendetta e la possibilità di un destino diverso. Tra ispirazioni letterarie e innovazioni tecnologiche nel campo dell’animazione, Scarlet e l’Eternità si inserisce nel percorso di uno dei più importanti autori dell’animazione giapponese contemporanea.

 


Film: "Rental Family - nelle vite degli altri"

 

Cineteca Milano vi aspetta con il film: "Rental Family" una commedia commovente sulla riscoperta dell'empatia e dell'autenticità dei legami tra esseri umani.

Trama:

Philip Vandarpleog è un attore americano che vive da otto anni a Tokyo, in Giappone, che considera ormai casa propria. Un tempo celebre perché interpretava un grosso tubetto di dentifricio, supereroe di una pubblicità popolarissima, adesso passa da un’audizione all’altra, mentre il suo agente lo manda a fare la comparsa in eventi come matrimoni e funerali. Ed è proprio a un finto funerale che Philip incontra Shinji, il capo di Rental Family, un’agenzia che procura attori per impersonare parenti e amici che non esistono, e lo scrittura: Philip diventa un giornalista amico di un anziano attore, il padre assente di una bambina sino-americana, il compagno di giochi di un appassionato di videogame.

Regia: Hikari
Sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut
Fotografia: Takurô Ishizaka
Musiche: Jónsi, Alex Somers
Cast: Brendan Fraser, Paolo Andrea Di Pietro, Takehiro Hira, Shinji Ozeki

https://www.cinetecamilano.it/film/rental-family/

Film: "Inizio d'estate" - quando la tradizione viene messa in discussione

 

Vi presentiamo il film "Inizio d'estate" di Yasujiro Ozu, di seguito una breve introduzione:
A Kamakura, in una casa luminosa affacciata su un Giappone che cambia, la famiglia Mamiya discute del futuro matrimoniale di Noriko, giovane donna ormai “in età” da marito. Tra proposte di matrimonio combinato, pressioni più o meno esplicite dei genitori e interferenze di parenti e conoscenti, la quotidianità scorre in un clima apparentemente sereno, scandito da visite, chiacchiere e piccoli rituali domestici. Ma sotto la superficie si agitano tensioni sottili: Noriko dovrà scegliere se adeguarsi alle aspettative familiari o affermare la propria volontà.

Con Inizio d’estate (il titolo originale è traducibile con “Il tempo del raccolto del grano”, titolo alternativo con cui talora è conosciuto il film), Yasujiro Ozu prosegue la sua esplorazione della famiglia giapponese nel dopoguerra, registrando con apparente leggerezza un mutamento ormai irreversibile.

Il Giappone tradizionale, fondato su gerarchie solide e ruoli codificati, è attraversato dalle prime forme di emancipazione femminile, che il film mette al centro senza mai trasformarle in proclami ideologici. Ozu osserva, non giudica: si limita a collocare i suoi personaggi dentro uno spazio assolato, dove la rinascita stagionale rispecchia quella sociale.

Il tempo, tema sotterraneo ma costante nel cinema di Ozu, qui assume una forma quasi ironica: mentre gli adulti cercano di congelare le consuetudini, le nuove generazioni le scardinano con naturalezza. L’estate che inizia non è solo una stagione: è il segno di un ciclo che si rinnova, anche a costo di incrinare la compattezza familiare.

In Inizio d’estate l’emancipazione non passa attraverso gesti clamorosi, ma attraverso scelte minime, quotidiane, e proprio per questo irreversibili.

Ozu coglie il momento in cui la tradizione smette di essere un destino e diventa un’opzione. E, nel farlo, consegna uno dei suoi ritratti più luminosi, e al tempo stesso più malinconici, di un Giappone sospeso tra continuità e mutazione.

Inizio d'estate fa parte della Ozu Collection disponibile in streaming su MYmovies ONE.


ANIME – Guida al cinema d'animazione giapponese

 

Ormai è storia: Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese è stato il primo libro di natura enciclopedica in Occidente a raccontare le produzioni del Sol Levante attraverso una lente matura, utile per attenuare gli allarmismi di chi le vedeva come un pericolo per le nuove generazioni, e capace di portare informazione a chi ne era appassionato ma si trovava senza fonti di consultazione.

Ebbene, sappiate che questo libro non è lo stesso pubblicato nei primi anni Novanta da Granata Press.
Di quel libro Kappalab ha voluto mantenere lo spirito, l’aspetto generale e il titolo, ma tutto ciò che trovate al suo interno è nuovo di zecca.
 
Verrebbe da dire “riveduto, corretto e aggiornato”, ma – come potrà verificare chiunque abbia l’edizione del 1991 – in verità è stato interamente riscritto e abbondantemente ampliato, grazie all’aggiunta di cortometraggifilm pilotaspeciali televisivi e da festival, progetti rimasti nel limbo, coproduzioni con compagnie straniere, dati dettagliatitrame consistentiretroscena e curiosità di ciascun film o serie animata.
Basti pensare che il testo contenuto in questo volume di 264 pagine, all’epoca ne occupava a malapena una quarantina.
 
Ovviamente c’è più di una ragione del perché la prima edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese avesse tante lacune e del perché oggi si è reso necessario riscriverlo daccapo, partendo da questa prima parte dedicata agli anni Sessanta.
Quando la redazione di Kappalab iniziò a scrivere la prima edizione del libro, alla fine degli anni Ottanta, non aveva ben chiaro in quale ginepraio stavamo per addentrarci. In quel periodo non era per nulla facile reperire materiale da visionare, e quel poco, pochissimo che era disponibile si trovava esclusivamente su nastro magnetico – le ingombranti videocassette VHS che avevano dato il via all’home video negli anni Ottanta – o addirittura in pellicola Super 8 (brevi filmini realizzati quando l’home video non esisteva) grazie ai quali ci si doveva accontentare di qualche sequenza di recupero o film accorciati di molti minuti per la proiezione casalinga. Per quanto riguardava le videocassette, si trattava per lo più di sporadiche registrazioni televisive effettuate negli anni precedenti, da quando il videoregistratore era magicamente apparso nelle nostre abitazioni, e che potevano sopperire solo in parte alle lacune della memoria, non essendo disponibili né testi scritti né ancora Internet, con la sua possibilità di contattare direttamente le case di produzione per chiedere informazioni dettagliate.
Sì, perché l’animazione giapponese era arrivata in Italia già negli anni Settanta in dose massiccia (ma aveva già fatto timidamente capolino anche nei due decenni precedenti) e noi ne avevamo assorbita parecchia attraverso la TV e quel poco che arrivava nelle sale cinematografiche. Era praticamente impossibile recuperare quei film, intravisti per miracolo in qualche cinema durante le matinée per ragazzi, e si doveva sempre aspettare il periodo natalizio perché le poche reti televisive decidessero di trasmettere, senza preavviso e senza informazioni, qualche lungometraggio d’animazione che ci lasciava inevitabilmente a bocca aperta. Di serie televisive giapponesi animate ne erano passate davvero tante in televisione, dopo il successo di Heidi e Atlas Ufo Robot (Goldrake), ma dopo un periodo di inevitabile sovraffollamento catodico, per un lungo periodo la diffusione dell’animazione giapponese in Italia subì un’inevitabile contrazione, dovuta all’eccesso di proposte e all’arrivo di prodotti non sempre all’altezza delle aspettative.
Nell’arco di un decennio in Italia a Kappalab avevano rivisto il corrispettivo di quasi trent’anni di animazione giapponese, e questo aveva un po’ stordito il giovane pubblico e irritato gli adulti. Gli studi d’animazione italiani subirono un durissimo colpo a causa della mole di anime importati dal Sol Levante, e una parte di essi fu costretta a chiudere i battenti per la scarsa sensibilità dei curatori di palinsesti TV dell’epoca per il prodotto nazionale: potendo attingere al vastissimo serbatoio orientale già esistente (serie televisive con decine e decine di episodi già pronti e testati su un pubblico), quasi nessuno sembrava avere più bisogno di creare appositamente cartoni animati nel nostro Paese. Nacquero malumori anche perché quei serial giapponesi portavano argomenti, ambientazioni e temi che fino ad allora non erano mai apparsi nei cartoni animati, da sempre ritenuti prodotti per un pubblico esclusivamente infantile. E pensare che l’animazione italiana era già adulta: basti pensare a quanto creato fino a quel momento da Bruno Bozzetto, Guido Manuli, Osvaldo Cavandoli, la famiglia Pagot, Gianini & Luzzati e decine di altri, per renderci conto che la differenza era solo nella testa di chi aveva preconcetti. Fatto sta che le battaglie dei travagliati guerrieri spaziali e le avventure di lacrimanti ma intrepide orfanelle urtarono la sensibilità di quei genitori costretti a lasciare la prole davanti al teleschermo, e ci furono proteste, petizioni, denunce e addirittura interpellanze parlamentari per eliminare i nocivi cartoni giapponesi dai palinsesti.
 
Dunque, realizzare una guida sull’argomento tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta poteva risultare un’impresa spaventosa, se solo ci avessero pensato su un attimo.
 
Ma loro non ci pensarono su, lo fecero e basta.
 
Come accade quando si è giovani e inesperti, le grandi imprese si prendono di petto e non ci si preoccupa se si è partiti per una grande scalata con appena un paio di sandali, un sacchetto di patatine e una mezza lattina di qualche bibita: l’importante è gettarsi nell’impresa.
 
Fu così che scoprirono – cercando febbrilmente su vecchie riviste d’animazione giapponesi e consunti cataloghi delle case di produzione – che molti film o serial televisivi non erano mai arrivati in Italia. Solo attraverso amici sparsi in mezzo mondo era possibile rintracciare, per esempio, usurate videocassette doppiate in qualche lingua straniera, spesso non quella originale. Senza internet, all’epoca i rapporti diretti e veloci col Giappone erano pressoché impossibili, per cui chi era grafomane e aveva “amici di penna” all’estero si faceva spedire materiale in lingua originale, che però poteva essere visionato solo (a) noleggiando/acquistando costosi videoregistratori NTSC, dato che i nostri leggevano solo il PAL, o (b) in compagnia di qualcuno che masticasse qualche parola di giapponese, la cui disponibilità sulla piazza era pari a quella degli unicorni.
Si distribuirono le ricerche e andarono a racimolare informazioni ovunque fosse possibile: dai retro delle videocassette, dai titoli di coda dei film (dove perfino i nomi di autori e registi erano sbagliati per errori di traduzione degli importatori, quando non addirittura completamente inventati o anglicizzati), presso colleghi stranieri, ma soprattutto sulle riviste giapponesi dedicate all’animazione a cui fortunatamente erano abbonati da qualche anno e che trattavano spesso anche le vecchie glorie in qualche sperduto articoletto. Tradurre quei dati era poi un altro paio di maniche. Lo studio della lingua giapponese non era diffuso come oggi e, dato che gli interpreti professionisti avrebbero mandato fuori budget il libro, impiegarono studenti giapponesi madrelingua che frequentavano l’università in Italia. Benché fossero ovviamente ferratissimi nella loro lingua madre, questi ragazzi avevano però ancora qualche problema con la nostra, così spesso era necessario interpretare le traduzioni per dare loro un senso compiuto: questo li convinse a iscriverci a corsi privati e universitari di lingua giapponese per poter compiere l’impresa (anche) grazie a un minimo di conoscenza diretta e a un buon dizionario nippo-italiano. Il vero dramma era riuscire a interpretare i nomi e i cognomi di registi e animatori, perché gli ideogrammi possono essere letti in più modi, e il rischio di strafalcioni era davvero alto. Basti pensare che, ancora oggi, le stesse case di produzione non conoscono la pronuncia di alcuni nomi di collaboratori degli anni Cinquanta e Sessanta, per cui ne riportano solo la versione in ideogrammi.
 
Un’altra fondamentale risorsa per le ricerche erano i manga, da cui in gran parte gli anime erano tratti. I manga erano per noi la Stele di Rosetta, una cartina tornasole per capire meglio la storia (i testi scritti erano traducibili con maggior facilità rispetto a dialoghi orali), scoprire dettagli sull’autore originale e il suo stile, i nomi dei personaggi e tutto ciò che ne faceva parte.
Un miliardo di tessere da cucire insieme, che a volte lasciavano emergere ulteriori dati da inserire nel libro (“questo regista faceva l’animatore in quell’altro film!”, “i personaggi di queste due serie hanno nomi diversi in Italia ma sono gli stessi!”, e via così), generando un lavoro entusiastico e febbrile come quello dei paleontologi che, radunando in maniera logica ossa fossili, riescono a ricostruire l’aspetto di una nuova specie di dinosauro.
 
Quando il libro fu pressoché pronto, nell’estate del 1991 il primo agognato viaggio in Giappone permise di andare dritti alla fonte. Visitarono la storica casa di produzione Toei, grazie alla quale recuperarono informazioni anche sulle produzioni più datate, furono in grado di acquistare decine e decine di film in videocassetta per visionarli e completare diversi vuoti del libro, e infine incontrare responsabili di case editrici come Kodansha, Shogakukan e Shueisha (grazie ai quali avevano iniziato a pubblicare i manga in Italia), che fornirono ulteriori dettagli e curiosità in materia.
Al rientro in Italia, redigere il libro nella sua fase finale fu per loro un vero incubo. Per fare un solo esempio, sorsero svariati dubbi sulla traslitterazione di titoli e nomi occidentaleggianti di alcune produzioni: ci furono discussioni in redazione per decidere se rimanere fedeli alla fonetica giapponese alla lettera, o se invece tradurli per restituirne l’effettivo significato: tanto per fare qualche esempio, in Giappone nomi come DevilmanLupin e Gundam si pronunciano (e si scrivono) DebirumanRupan, e Gandamu; oppure quale sistema di traslitterazione adottare fra l’Hepburn e il Kunrei (con le conseguenti modifiche all’ordine alfabetico dell’indice); la decisione di creare più indici, per facilitare sia la ricerca dei titoli originali giapponesi sia degli adattamenti con cui erano giunti in Italia; decidere se strutturare il libro in ordine cronologico assoluto per produzione o se invece separare i film dalle serie televisive e dall’home video. E questi sono solo alcuni esempi.
Con ovvie lacune e inevitabili sviste, l’edizione storica di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese raggiunse le librerie nell’autunno del 1991 con la prefazione di Go Nagai (il creatore di Goldrake e Mazinga) sotto il marchio Granata Press, casa editrice bolognese attraverso la quale stavano portando in Italia i primi manga, dopo averli promossi per anni sulle loro pubblicazioni indipendenti come la ben nota prozine “MangaZine”, che di lì a poco sarebbe divenuta la prima rivista da edicola dedicata ad anime e manga, seguita dalla longeva “Kappa Magazine” nel 1992. Presentarono Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese in anteprima in una fumetteria di Roma, una delle prime (pochissime, allora) esistenti in tutta Italia, e con enorme sorpresa la partecipazione del pubblico fu grande e calorosa. Non credettero ai loro occhi: decine e decine di persone ammassate fuori dalla libreria per procurarsi una copia di quel libro che era unico nel suo genere al mondo. E che, proprio per questo, fu tradotto in diverse lingue.
 
Da allora il mondo è cambiato un bel po’.
 
All’epoca si parlava di anime solo all’interno di ristrette cerchie di super-appassionati, con riunioni e pubblicazioni pressoché massoniche, perché chiunque avesse più di dieci anni e dichiarasse pubblicamente di essere interessato ai cartoni animati giapponesi rischiava di essere collocato socialmente fra gli stramboidi da non frequentare. Oggi, invece, l’argomento è assolutamente mainstream, accettato più o meno da tutti, e la produzione nipponica animata è parte integrante della fictioninternazionale: un po’ grazie all’impegno di tutti gli operatori del settore, un po’ grazie alle nuove generazioni.
 
Tramite internet, oggi le informazioni sono facilmente reperibili. Recuperare film e serie televisive non è quasi più una caccia al tesoro. Eppure, proprio perché ogni informazione oggi viaggia più velocemente, spesso anche gli errori si propagano con la stessa facilità, tanto che – sembra impossibile – troviamo ancora riprodotti in rete e su carta alcuni nostri errori d’epoca: per molti anni, infatti, gli unici dati circolanti erano quelli ricavati proprio dalla prima edizione della nostra guida.
Il fatto che oggi tutto – dati, cartoni animati, case di produzione, autori, registi – sia raggiungibile piuttosto facilmente, toglie il fascino della scoperta, ovvero quella meravigliosa esperienza che ha vissuto chi doveva letteralmente conquistare la possibilità di vedere un anime, come un esploratore che raggiunge il sito di qualche civiltà leggendaria e ne prova l’esistenza. Dopotutto, come si suole dire, la parte migliore di un viaggio non è (esclusivamente) arrivare a destinazione, bensì il viaggio stesso. Ecco perché oggi, anche se è facile trovare ovunque fredde sequenze di dati su singole produzioni, difficilmente si potrà dire di conoscere veramente quel film o quel serial televisivo, se non lo si è seguito o amato nel momento giusto e nel contesto sociale in cui veniva proiettato, trasmesso o, appunto, conquistato.
Ecco dunque il perché di questa nuovissima edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese, interamente riscritta, ampliata, approfondita e aggiornata dopo più di trent’anni: per aggiungere quello che mancava alla prima edizione, per sopperire alla freddezza di meri elenchi di titoli, dati e trame, per dare un senso compiuto alla visione di decenni di animazione nipponica vista (e vissuta) nel nostro Paese, calandola in un contesto preciso e spiegandone gli eventuali effetti. Basti pensare che il libro d’epoca copriva trent’anni di animazione giapponese (dal 1958 al 1988) in circa trecento pagine, delle quali appena quaranta contenevano tutto il primo decennio: ebbene, se quella minuscola porzione dell’edizione 1991 di Granata Press si è espansa fino a occupare l’intero volume pubblicato oggi sotto il marchio Kappalab, è perché qui c’è davvero tanto materiale in più.
 
Va detto che riscrivere daccapo questo libro, trent’anni anni dopo, ha dato a Kappalab la scusa per riguardare film e serie televisive a cui erano affezionati, ed ha fatto ritrovare vecchi amici sul teleschermo, la cui compagnia ha rinvigorito la loro passione per l’animazione in generale, non solo quella nipponica.
Per realizzare questo libro si sono premurati di guardare gli anime trattati nel corretto ordine cronologico. L’esperienza si è rivelata doppiamente emozionante, perché in questo modo hanno percepito maggiormente il costante sviluppo dello stile e della tecnica, e perché hanno potuto assistere ai primi passi di grandi registi, sceneggiatori e animatori sapendo chi sarebbero diventati in futuro, così come avere la cognizione dei vari cambi generazionali di questi professionisti, dei loro maestri e dei loro allievi, tutti ormai divenuti vere leggende internazionali. Questo libro è strutturato in modo da essere letto nell’ordine preferito – o anche solo per consultare singole schede al bisogno –, ma il consiglio della redazione di Kappaland è quello di ripercorrere il nostro stesso sentiero, lasciandovi guidare attraverso gli anni: appagherà molto più di quanto possiate immaginare. In fondo, la storia dell’animazione giapponese è di per sé un racconto ricco di personaggi, storie, colpi di scena, periodi di disorientamento e momenti di fulgore, tutte cose che andrebbero perdute se raccolte in un freddo ordine alfabetico.

Il metodo adottato nella costruzione di questa nuovissima edizione permetterà inoltre di rimettere ordine nella storia dell’animazione giapponese giunta nel nostro paese, dove film e serie televisive sono stati importati in massa e in modo disordinato per diversi decenni, confondendo il pubblico e creando equivoci sulla qualità di alcune produzioni: è stato per questa ragione che anime d’epoca, creati con mezzi di fortuna, finivano per essere messi a confronto senza alcuna pietà con altri recentissimi e dal florido budget. Scoprire perché un anime appaia di fattura più grezza rispetto a un altro è davvero molto importante per imparare ad apprezzarlo, anche perché in molti casi è proprio grazie all’inventiva degli studi d’animazione più poveri che le tecniche più innovative, sviluppatesi poi nel tempo, hanno trovato un nido in cui nascere.

La cosa che sorprenderà di più consiste nello scoprire l’enorme quantità di anime di questo periodo “classico” divenuti celebri in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta, andando a costituire una sorta di Empireo di personaggi amati ancora oggi ed elencati tra i più famosi di sempre, recuperati in continuazione per sequel, remake e chi più ne ha, più ne metta.

Non è tutto. Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non vuole trattare l’animazione nipponica a compartimenti stagni come se si fosse sviluppata separatamente dalla cinematografia animata del resto del mondo. È molto interessante sapere cosa avveniva altrove negli stessi periodi, scoprire in quale modo l’Occidente ha influenzato e ispirato il Sol Levante e, di conseguenza, come il Giappone sia stato in grado di ricambiare. L’opera è stata concepita per comprendere meglio l’origine dei plot di molti anime, che attingono a piene mani dalla tradizione, da testi letterari e da eventi storici, anche se fin troppo spesso viene ignorato il come e il perché. È pensata inoltre per svelare in che modo diverse produzioni siano talvolta insospettabilmente connesse fra loro. Presenta anche i film pilota di diversi progetti, alcuni mai realizzati, altri arrivati sugli schermi con successo, altri ancora scomparsi dopo la prima presentazione e divenuti quelli che in Giappone sono definiti “anime fantasma”. Si parla anche delle coproduzioni con l’estero, di personaggi occidentali animati nel Sol Levante e di autori provenienti da tutto il mondo che hanno collaborato, nonostante le frontiere, pur di dare origine a vere e proprie meraviglie.

Per la stessa ragione, è importante ricordare che, dal loro primo arrivo massiccio in Italia alla fine degli anni Settanta, gli anime sono stati uno spartiacque generazionale. Gli adulti sbirciavano inorriditi i cartoni animati dei giovanissimi, pontificando su quanto fossero più belli “quelli di una volta” o, per fare un esempio, “i film di Walt Disney”, senza considerare alcune cose: (a) anche gli anime erano “quelli di una volta”, perché in quel periodo venivano trasmessi in Italia quelli prodotti negli anni Sessanta e nei primi Settanta, e quindi paradossalmente più vicini proprio alla generazione dei genitori; (b) gli anime erano prevalentemente prodotti seriali televisivi, con budget infinitamente più bassi dei lungometraggi cinematografici d’animazione statunitensi; (c) a causa della devastazione portata dalla Seconda Guerra Mondiale e del successivo periodo di assestamento durante l’occupazione americana del suolo giapponese, il Sol Levante poté sviluppare il proprio cinema d’animazione solo diversi decenni dopo rispetto agli Stati Uniti.

L’impatto dell’animazione giapponese nel nostro paese ebbe purtroppo anche effetti molto negativi. Gli studi d’animazione italiani furono letteralmente sterminati dall’arrivo degli anime, a causa dell’importazione indiscriminata e strabordante di prodotti nipponici da parte delle televisioni nazionali. Per la rete pubblica e per i network privati si rivelò più semplice ed economico attingere a un serbatoio contenente un quarto di secolo di materiale già pronto da mandare in onda, piuttosto che ordinare o coprodurre animazione sul suolo nazionale: gli studi italiani non riuscirono a reggere la concorrenza di una tale mole di titoli, specialmente contro serie televisive che contavano mediamente dai venti ai cinquanta episodi ciascuna, e così si verificò il tracollo di una piccola industria nazionale fiorente e innovativa, che fino ad allora godeva di ottima salute, anche grazie al massiccio impiego dei cartoni animati in campo pubblicitario. Il comprensibile astio provato da autori e animatori nei confronti dell’animazione giapponese avrebbe dovuto essere rivolto agli importatori, che costrinsero la maggior parte delle eccellenze nazionali a rivolgersi altrove. Tutto il contrario di quanto accaduto vent’anni prima in Giappone, quando le reti televisive e le case di produzione avevano investito energie e denaro per riemergere dal buio del passato e partecipare alla ricostruzione del Paese, credendo nell’animazione come mezzo espressivo e fonte di guadagno.

L’animazione giapponese era dunque in forte ritardo sulla scena internazionale, se si considera che la Disney aveva già prodotto il suo primo lungometraggio, Biancaneve e i sette nani, nel 1937; eppure recuperò terreno molto velocemente. Ecco perché gli anime propriamente detti esistono solo dal 1958, quando la Toei realizzò il primo lungometraggio animato a colori (Hakuja den), pensando finalmente anche all’esportazione, e iniziò a organizzarsi come vera e propria industria solo a partire dal 1963, grazie al grandissimo successo della prima vera serie televisiva (Tetsuwan Atom). Prima di allora erano stati realizzati innumerevoli cortometraggi e anche qualche mediometraggio, prevalentemente in bianco e nero, spesso muti, musicali o comici — a parte quelli di propaganda bellica, sponsorizzati dal governo e quindi con budget ben più alti — protagonisti di un’altra era in cui venivano tendenzialmente definiti manga eiga (traducibile grossomodo come “film-fumetto”), spesso realizzati da una sola persona o poco più, e dei quali è necessario trattare in separata sede. Benché l’animazione giapponese abbia origine agli albori del Novecento, grazie a maestri di prima grandezza e a diverse opere seminali di squisita fattura, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese deve necessariamente iniziare dagli anni Sessanta, includendo però anche la fine degli anni Cinquanta.

Per rendere la lettura il più scorrevole possibile, è stato scelto l’ordine cronologico. Per renderla più chiara, si è deciso di presentare gli anime con il loro titolo originale giapponese, perché molti di essi non sono mai giunti nel nostro Paese, mentre altri sono stati presentati più volte e con titoli diversi. I titoli italiani sono riportati in coda ai dati di ogni scheda, includendo anche la data della loro prima apparizione in Italia.

Sempre in favore di chiarezza, si è evitato di usare terminologia tecnica giapponese laddove non fosse strettamente necessario. Fanno ovviamente eccezione due parole legate alla natura di questo libro e divenute ormai di uso comune, come manga e anime. Vale tuttavia la pena ricordare che anime è il termine giapponese che indica i cartoni animati in generale, in particolar modo quelli prodotti dal 1958 in poi. Ha origine dalla pronuncia della parola inglese animation, che trascritta con i caratteri sillabici giapponesi diventa a-ni-me-e-shi-yo-n, abbreviata in a-ni-me. Manga è invece la parola giapponese con cui sono indicati i fumetti, anche se prima degli anni Sessanta era sovente usata anche per l’animazione, nei già citati *manga eiga* (al cinema) o nei *tv manga* (sui teleschermi casalinghi), terminologia quest’ultima rimasta in uso alternativamente ad anime fino ai primi anni Settanta.

Detto questo, si augura “buona lettura”, ma con un’avvertenza: come scrisse Luigi Bernardi di Granata Press, editore della primissima versione di questo libro, «il rischio di indigestione è alto». L’invito è comunque a questo buffet, nel quale si scopriranno sicuramente molti piatti sconosciuti, ma in cui sarà possibile ritrovare anche alcune pietanze capaci di riportare nostalgicamente indietro nel tempo.

Buona lettura.

i vostri Kappa
 
 
P.S.: prossimamente arriveranno in libreria anche Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1900 – 1957 e, ovviamente, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1970 – 1974. Ma dovrete pazientare: per fare un buon lavoro ci vuole tempo. Sì, anche nel XXI secolo. 
 
 
ANIME – GUIDA AL CINEMA D’ANIMAZIONE GIAPPONESE: 1958 – 1969
cm 16,5 x 24, 264 pagine, ISBN 9788885457416
Kappalab
 
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Uno sguardo al primo Japan Film Festival Online

Organizzato dalla Japan Foundation in collaborazione con le varie sedi estere, tra cui l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma è stato presentato in 20 paesi del mondo il primo festival di cinema giapponese online: il Japan Film Festival Plus.

Il JFF è stato ideato per promuovere il cinema giapponese nel mondo e faceva parte di un progetto, “Japanese Film Anytime, Anywhere”, inizialmente avviato nel 2016 in alcuni paesi asiatici e in Australia, per poi raggiungere progressivamente Cina, Russia e India, con l’intento di presentare le più recenti uscite cinematografiche giapponesi.

Nel 2019/20 è stato proposto in 56 città di 12 diversi paesi, registrando oltre 170.000 spettatori.

Quest’anno, dovendo far fronte all’emergenza sanitaria globale, la Japan Foundation ne ha promosso una versione online, definita Plus, per una condivisione in streaming dell’evento in ben cinque continenti.

La versione “Plus” è stata una raccolta di contenuti di vario genere, tra cui lungometraggi, video-interviste ai registi, articoli di approfondimento e corti d’animazione, poi trasmessi sulla piattaforma del festival dal 26 febbraio al 7 marzo.

I 30 titoli, che spaziavano dal thriller alla commedia, dagli anni ’50 alle ultime uscite, erano disponibili in streaming gratuito previa registrazione per un tempo limitato di 24 ore da quella di proiezione, scaglionata in tre turni mattutini: 9.00/11.00/13.00. Una volta scaduto il tempo di visione, si rendevano disponibili i film successivi, con una media di tre al giorno.

Numerose sono state le tematiche trattate, sia proprie della cultura e della società giapponesi sia riflessioni di carattere universale, ad esempio l’amore, in tutte le sue forme.

Una menzione particolare meritano i cortometraggi in Stop Motion di Yashiro Takeshi, un professionista di questa tecnica di animazione, che hanno ritratto le avventure di Norman e il suo pupazzo di neve e di una piccola e generosa volpe di nome Kon.

Una bellissima iniziativa, insomma, che ha attirato l’attenzione di curiosi e interessati, ma se ve la siete persa, non vi resta che aspettare l’anno prossimo!

 

Amanda De Luca


LE PROPRIETA' ARMONICHE IN OZU 

 

di Anna Laura Longo 

L’Istituto Giapponese di Cultura di Roma ha portato in questi giorni a conclusione la rassegna intitolata Vi racconto Ozu, dedicata al cineasta giapponese di cui ricorre il 12 dicembre l’anniversario  univoco della nascita e della morte. Pur essendo sospesa l’apertura al pubblico dell’Istituto stesso, i  film sono risultati disponibili in digitale, in versione originale con sottotitoli in italiano o inglese. 

Le proprietà armoniche presenti nelle pellicole di Yasujirō Ozu – collocabili tra gli anni ’30 e ’60 - continuano a condurci flessibilmente tra derive e incubazioni temporali, all’interno delle quali si  disciolgono in forme molteplici le vite e i contatti esistenziali. Tutto avviene nel segno del  mutamento. Tra passaggi e maturazioni più o meno significative ogni accadimento, seppur flebile, diviene uno squarcio carico di rilievo, in grado di stagliarsi dinanzi alla vista dell’osservatore, senza tracce di stravolgimento. 

Nei confini di una concezione geometrica ammaliatrice si riversa un alone di pacata intensità. Quasi  una mobilitazione poetica prende corpo e lascia spazio alla circolarità delle esperienze, avvolte da  tracce di vaghezza o sospensione, o ancora plasmate dai risvolti temporali che si annodano tra forme di scorrimento o di apparente fissità. La circolarità e il senso del divenire inquadrano dunque posture  umane differenziate, che perseguono o disattendono a volte i desideri e le aspettative più o meno  recondite. Resistenza e arrendevolezza, dissolvimento o inseguimento delle speranze, coraggio o  parvenza di libertà sono solo alcuni degli indizi rintracciabili e afferrabili nelle trame che variamente  si dispiegano. 

Lo sguardo resta in generale avvinto nei margini di una diramazione di gesti e sguardi, dialoghi e  interazioni, dove gli ambienti, connotati con sobrietà sapiente, divengono veri e propri luoghi  sinergici, incunaboli di trasformazioni autentiche. 

L’invito è certamente quello di tornare a scoprire ed approfondire le evoluzioni stilistiche  riscontrabili in alcuni titoli salienti come Tarda primavera, Una gallina nel vento, Viaggio a Tokyo e  molti altri, per situarsi e dare sostanza ad una calda e al contempo austera visione, presumibilmente rigenerante. 

 

Fonte immagine in evidenza : https://www.moviedigger.it/vi-racconto-ozu-rassegna-gratuita/


"Aki no aware": la compenetrazione emotiva nell’autunno di Dolls e Little Forest

Siamo agli albori dell’XI secolo, quando la dama di corte Murasaki Shikibu compone ciò che i critici letterari contemplano come primo esempio di romanzo psicologico, nonché cardine della letteratura giapponese: ci riferiamo senza dubbio al Genji monogatari. Uno dei maggiori contributi dell’opera, che ruota intorno alle vicende amorose del “Principe Splendente”, è quello di aver riportato in auge un concetto basilare dell’estetica giapponese, il mono no aware.

Nel Genji monogatari, infatti, questo termine raggiunge la massima espressione, acquisendo una rinnovata definizione. Più che concetto estetico volto a sottolineare una bellezza che desta un coinvolgimento personale alla vista, il mono no aware assume un carattere di melancolia derivante dalla consapevolezza che ciò che si osserva sarà destinato a sfiorire.

La “sensibilità (aware 哀れ) delle cose (mono 物)” delinea così una percezione che accomuna ciascun soggetto nella partecipazione emotiva alla trasformazione degli elementi naturali nel tempo. Alla base della cultura estetica, della poesia e della letteratura giapponese, questo concetto ha fortemente influenzato anche gran parte delle opere cinematografiche moderne e contemporanee.

Registi del calibro di Mizoguchi Kenji e Ozu Yasujirō, in film come Tarda primavera (Banshun, 1949) e Tardo autunno (Akibiyori, 1960), hanno tentato di suscitare l’empatia dello spettatore nei confronti dei personaggi attraverso una poetica incentrata sull’ordinarietà della vita quotidiana e l’inevitabile susseguirsi delle stagioni. E di certo, a rivelare maggiormente la sensazione di caducità, disillusione e isolamento dell’essere umano nel suo rapporto complesso con la natura è, tra tutte le stagioni, l’autunno (aki 秋).

Il capolavoro Dolls (2002), diretto da “Beat Takeshi” Kitano, ne è una chiara testimonianza. Il film si svolge su un intreccio di tre vicende che indagano il tema dell’amore. Quello rappresentato da Kitano, però, non è l’amore ardente e impulsivo che prelude a un intuibile lieto fine. Al contrario è silenzioso e all’apparenza celato, tuttavia carico di una potenzialità emotiva che sfocia in disperazione, follia e inevitabilmente violenza.

In particolare, la condizione di incomunicabilità che affligge i personaggi (tematica affrontata in modo magistrale da Michelangelo Antonioni nel cinema italiano) è evidente nel primo episodio, il più emblematico. I due “vagabondi legati”, Matsumoto e Sawako, iniziano infatti un lento cammino senza meta, quasi come unica reazione possibile a un legame ormai compromesso. E’ in questo processo di accettazione del destino che il senso di solitudine, il silenzio e la frustrazione prendono il sopravvento sulle personalità dei personaggi, indifferenti alle risa dei passanti e all’incessante scorrere del tempo.

La cura dell’altro e la dipendenza reciproca generano così un progressivo autoannullamento dei due innamorati, fisicamente legati soltanto da una corda rossa durante l’intero cammino. Nessuna possibilità di evasione, ma in fin dei conti nessuna vera intenzione. Qui l’allusione romantica del regista è riconducibile al “filo rosso del destino” (Unmei no akai ito), una leggenda popolare cinese diffusa in Giappone secondo cui ogni persona è legata alla propria anima gemella da un indistruttibile filo rosso.

Il principale riferimento culturale della pellicola, da cui la scelta del titolo, riguarda però le marionette dello spettacolo bunraku. Il film si apre infatti con una scena dell’opera teatrale I Messi dell'Inferno (Meido no hikyaku) di Chikamatsu Monzaemon. E’ proprio il drammaturgo del periodo Edo, ribattezzato lo "Shakespeare del Sol Levante", ad aver rappresentato in alcuni suoi drammi la pratica dello shinjū (心中), letteralmente il “doppio suicidio d’amore”.

La totale assenza di dialogo o di contatto fisico definisce così l’apatica fuga delle “bambole”, che percorrono le quattro stagioni tra giardini in fiore, spiagge deserte, boschi autunnali e interminabili distese di neve. E dove non riescono i personaggi nell’intento di esprimere le proprie emozioni, il compito è lasciato all’impatto visivo della natura e dei suoi colori ricorrenti, primo su tutti il rosso della foglia d’acero che percorre le vicende trasportata dal fiume, creando una perfetta analogia con il sangue sull’asfalto.

Insomma, più mono no aware di così, si muore.

L’imprescindibile legame tra essere umano e natura è tema fondamentale anche in Little Forest di Mori Jun'ichi, una miniserie basata sull’omonimo “slice of life” manga di Igarashi Daisuke. Complessivamente, l’opera è divisa in 2 parti: Summer/Autumn (2014) e Winter/Spring (2015).

Il racconto si svolge nella fittizia e circoscritta comunità di Komori (“piccola foresta”) nella regione del Tōhoku, dove la giovane Ichiko, interpretata dall’incantevole Hashimoto Ai, vive da sola in seguito all’inaspettata partenza della madre. In totale armonia con l’ambiente rurale che la circonda, Ichiko è immersa nelle tradizioni culinarie giapponesi e si dedica con meticoloso impegno a tutte le attività agricole necessarie per il proprio sostentamento. In base alle variazioni climatiche scandite dalla graduale evoluzione delle stagioni, la protagonista ci mostra la ripetitività delle azioni quotidiane nella vita agreste, come la coltivazione del riso, il taglio del legname e infine la preparazione dei piatti.

Anche Little Forest presenta pochissimi dialoghi, perlopiù inerenti agli incontri di Ichiko con gli amici Yūta e Kikko e con gli altri abitanti della comunità. Gran parte del parlato consiste di fatto in monologhi e descrizioni dettagliate delle ricette e dei metodi agricoli, nonché commenti conclusivi sulla riuscita o meno dei piatti. A intervallare i momenti di solitudine sono alcuni flashback, in cui la ragazza ricorda gli insegnamenti di cucina della madre, e gli autoreferenziali “itadakimasu” pronunciati prima delle degustazioni.

Nonostante lo stile pressoché documentaristico del film e la staticità generale della trama, Little Forest offre una miriade di spunti riflessivi. Innanzitutto, l’opera rimanda implicitamente alle differenze di vita tra campagna e città, un leitmotiv del cinema giapponese moderno. Ichiko mostra infatti sentimenti contrastanti riguardo al suo ritorno nel paese natale, una scelta perlopiù forzata, e rivela in varie occasioni le sue incertezze riguardo a una permanenza futura.

Accompagnato da una colonna sonora piuttosto suggestiva e da favolose immagini dei paesaggi circostanti, il film espone così il conflitto interiore della giovane nel suo delicato viaggio introspettivo alla ricerca di un posto nel mondo, nella costante riflessione su una possibile ricongiunzione con la madre.

Decisamente consigliato per gli appassionati di cucina giapponese. Come afferma Ichiko nell’episodio dedicato all’autunno, “nel periodo in cui gli alberi cambiano colore, le castagne candite diventano protagoniste”. Un invito da cogliere al volo, no?

Lorenzo Leva

 

Lorenzo Leva nasce a Fermo nel 1990 ed è laureato in Lingue, Mercati e Culture dell’Asia (Università di Bologna). Ha approfondito le sue conoscenze riguardanti l'economia, la cultura e la società giapponese durante un periodo di sei mesi presso la Université Paris Diderot-Paris VII di Parigi, con un Master in Asian Studies presso l'Università di Lund e un'esperienza di fieldwork presso la Waseda University a Tokyo.
Coltiva da anni una forte passione per il cinema orientale e giapponese in particolare, di cui ha analizzato l’evoluzione e le caratteristiche.

Contatti:
lorenzo.leva@gmail.com