Penne del Sol Levante - Sei Quattro di Hideo Yokoyama

Buon weekend lettori, bentornati alla nostra rubrica letteraria. Oggi vi parlo di un giallo poliziesco molto particolare, uscito in Italia l’anno scorso, Sei Quattro di Hideo Yokoyama.

Tutto ruota intorno alla figura del poliziotto Mikami, assegnato alla sezione dedicata ai rapporti con i giornalisti. Proveniente dal reparto investigativo veste malamente i panni di addetto stampa, si sente declassato e sogna di poter ritornare al suo vecchio incarico. Nel frattempo, ad esacerbare la situazione, si creano situazioni spiacevoli con i giornalisti e Mikami viene coinvolto, suo malgrado, in un caso del tutto particolare.

Il capo della Polizia, infatti, sta organizzando una visita in città per incontrare Amamiya Yoshio, testimone di un vecchio caso risalente a quattordici anni prima. Il rapimento di sua figlia, una bambina di sette anni di nome Shoko, rimasto insoluto dopo che il rapitore era riuscito a prelevare il riscatto. Il cadavere della bimba era stato ritrovato poche ore più tardi e la polizia non possedeva alcun indizio per individuare il colpevole. Per la famiglia era stato un colpo senza ritorno.
Quando Mikami si reca dall’uomo per organizzare l’incontro con il capo della Polizia, Amamiya Yoshio gli dice che non c’è alcun bisogno di farlo. Si evince chiaramente che è successo qualcosa ai tempi del rapimento finito male, cosa si nasconde nei rapporti dei poliziotti della squadra mobile che si occupavano del caso? Qualcuno sta nascondendo qualcosa, ma cosa? Chi ne è responsabile? E perché sembra ci sia un altro poliziotto che indaga e precede il protagonista presso tutti i testimoni?

A questa situazione d’incertezza e confusione si aggiunge la scomparsa improvvisa della figlia di Mikami, Ayumi, un’adolescente problematica sparita nel nulla senza lasciare traccia. I poliziotti di tutto il Giappone la stanno cercando senza sosta, senza successo. Le telefonate mute che ricevono i coniugi Mikami turbano le loro nottate e condizionano ogni azione alla luce del sole. E' Ayumi che chiama? Perché non parla? Dove si trova?

 

 

Ci troviamo di fronte a un romanzo giallo-poliziesco sui generis, dalla trama fitta e intimistica. Sono le riflessioni personali del protagonista ad accompagnarci per tutta la storia, piuttosto che le classiche indagini poliziesche. Se volete saperne di più venite a leggere la recensione completa su Penne d’Oriente. Buona lettura!


Radio

Penne del Sol Levante - Radio Imagination di Seiko Ito

Buongiorno lettori, ben tornati alla rubrica Penne del Sol Levante. Oggi vi racconto un libro unico nel suo genere, una storia fantasiosa ma iperealistica al tempo stesso. Vi presento Radio Imagination di Seiko Ito, edito da Neri Pozza.

Il romanzo è scritto in prima persona da un uomo imprigionato sulla cima di una cryptomeria giapponese, un albero sempreverde della famiglia dei cipressi. Il protagonista, che si darà il nome di DJ Ark, inizia a raccontare aneddoti ed eventi della sua vita come un vero e proprio speaker radiofonico. Tanto che ribattezza la sua radio Imagination. Al lettore, ma anche allo stesso DJ, è fin da subito chiaro che c’è qualcosa che non va nella sua stramba situazione: intanto non ha idea di come possa essere finito su un albero, né d’altro canto il motivo che lo tiene legato proprio lì. Lui però parla e racconta senza sosta al vuoto cosmico che lo circonda, alle persone che forse lo ascoltano...e in effetti un giorno iniziano ad arrivare delle “telefonate” a questa radio evanescente e immaginifica.

Persone, voci, intervengono e raccontano la loro vita, cosa gli è successo, perché si sono ritrovate d’improvviso a sentire Radio Imagination. Il romanzo da monologo si trasforma in coro.
Il mistero verrà svelato più avanti, grazie a una curiosa telefonata che renderà chiaro a tutti ciò che è già intuibile e lampante nel corso della lettura del romanzo di Seiko Ito.


Questo libro si inserisce benissimo in quella categoria di genere giapponese che io individuo nel post tragedia del marzo 2011, quando si susseguirono il terremoto, lo tsunami e la catastrofe nucleare della centrale di Fukushima. Come si può ben immaginare è stato un periodo terribile per i giapponesi (e non solo) e più autori hanno cercato di parlarne, nei modi più svariati. In questo caso la volontà è quella di pacificare gli spiriti dei tanti morti subiti dal paese e d’altra parte anche quella di accompagnare i vivi verso un futuro che ancora può e deve esistere, nonostante il dolore. A suo modo, e per questo motivo, è un libro che merita attenzione.
Nella speranza di avervi incuriosito, vi lascio con la recensione completa su Penne d’Oriente. Buon fine settimana!


Boccioli

Penne del Sol Levante - Mille gru di Yasunari Kawabata

Bentornati nella rubrica Penne del Sol Levante! Oggi parliamo di un classico della letteratura giapponese, Mille gru di Yasunari Kawabata.

Questo romanzo breve è colmo di immagini oniriche e scorci estetici, qui l'autore fa di tutto per invitarci a godere della bellezza di ogni singolo dettaglio della narrazione. Un oggetto d'arredo, una stoffa, il panorama oltre una porta scorrevole, una tazza da tè. Ogni cosa racchiude un piccolo mondo di armonia, leggerezza, contemplazione. Come il fazzoletto dal motivo mille gru, indossato da una delle protagoniste, che non solo dà il titolo al romanzo, ma si erge anche a simbolo di giovinezza e speranza. E' questa la forza e la bravura di Kawabata, far sì che il lettore venga immerso in una miriade di stimoli sensoriali. Ne abbiamo ulteriore prova dall'uso che fa della cerimonia del tè, arte antichissima che in Giappone viene praticata ancora oggi.

Nella storia una delle protagoniste indiscusse è proprio questa cerimonia, luogo non solo della tradizione, ma anche spazio fisico rappresentato dal tempio Engakuji di Kamakura e infine ambiente in cui si dipana tutto il groviglio amoroso della trama.

Il giovane Kikuji vive cercando di crearsi uno spazio libero dall'opprimente figura del padre defunto, a cui tutte le donne che lo circondano erano legate in un modo o in un altro. E sono queste stesse figure femminili a invadere la quieta vita solitaria del ragazzo, tentando di trovargli una moglie.

Alle sue vicende sentimentali e disincantate si sovrappone la storia della sua famiglia, del padre e delle sue amanti, della figura fuggevole della madre.

Consiglio questo breve romanzo a chi ha voglia di conoscere, o riscoprire, un Giappone antico, nostalgico, puro. Le bellissime descrizioni, i colori e la grande capacità  narrativa di Kawabata ci restituiscono una visione incantevole di questi personaggi e dei loro turbamenti.

Sperando che questa breve presentazione vi abbia incuriosito, vi rimando a Penne d'Oriente dove troverete la recensione completa e i dati tecnici del libro.

Buona lettura!


Strada kriino

Penne del Sol Levante - Una storia crudele di Natsuo Kirino

Penne del Sol Levante - Natsuo Kirino

Oggi vi diamo il benvenuto in una nuova rubrica del sito, Penne del Sol Levante, dedicata alla letteratura giapponese e agli scrittori del Giappone.

Iniziamo con una storia dalle tinte forti, creata dalla maestra del thriller nipponico, l'autrice Natsuo Kirino. Ormai il suo nome è noto anche ai lettori italiani, sono infatti state tradotte molte delle sue opere e a breve uscirà  il suo ultimo lavoro, dal titolo In. La scrittrice, il cui vero nome è Mariko Hashioka, è nata a Kanazawa nel 1951 e ha al suo attivo diversi premi letterari conquistati grazie ai suoi romanzi.

Il libro di cui voglio parlarvi oggi si chiama Una storia crudele ed è l'autobiografia di una scrittrice, Ubukata Keiko, che da piccola era stata rapita da un uomo e tenuta prigioniera nella sua casa per un anno. Una sera, desiderosa di raggiungere il padre in un quartiere notturno, la bimba viene avvicinata da uno sconosciuto che tiene in braccio un gatto; una volta soli in un vicolo, l'uomo la stordisce e se la porta via.

In un fluire infinito di ricordi e considerazioni veniamo a conoscenza della vita di Keiko, divisa tra una madre indifferente e un padre molto amato; incontriamo Abekawa Kenji, il rapitore, un ragazzo di venticinque anni che vive in un mondo tutto suo e che farà  di Keiko una sorta di animaletto da compagnia, per soddisfare il suo bisogno di affetto e comprensione.

Quando la scrittrice all'improvviso scompare il marito ritrova il suo ultimo manoscritto, dove lei si libera di tutti i ricordi relativi a quell'episodio, da sempre rimasto segreto. L'analisi introspettiva della donna ci permetterà  di comprendere le incoerenti ma efficaci modalità  che usa l'essere umano per preservarsi e sopravvivere in situazioni di estremo pericolo e paura.

La scrittura della Kirino è essenziale, descrizioni ben delineate ed efficaci si accompagnano a una attenzione estrema per la psicologia dei personaggi. Forse il suo pregio più grande è proprio la capacità di coinvolgere il lettore e riuscire a trasmettergli le forti sensazioni della protagonista.

Se la storia vi intriga e volete saperne di più potete trovare la recensione completa sul mio blog Penne d'Oriente, dedicato alla letteratura asiatica.


Un romanzo corale: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non hanno mai un nome, i personaggi di Julie Otsuka. Nel suo primo, celebre romanzo (ancora inedito in Italia), When the Emperor was Divine (Quando l’Imperatore era un dio, 2002), sono una “madre”, una “figlia”, un “padre”, senza nome e senza volto perché potrebbero essere tutti i nomi e tutti i volti dei giapponesi rinchiusi nei campi di concentramento sperduti nei deserti più aridi e polverosi degli Stati Uniti. Sono, loro, i “nemici in casa”, e proprio per questo allontanati dalle città, dalle loro case, spossessati della loro vita, in nome di una paura tanto cieca quanto insensata.

 

È lo scavo nella memoria di una comunità, la lucida testimonianza di una discendente, ciò che sta alla base della scrittura di Julie Otsuka, nata nel 1962 negli Stati Uniti da genitori giapponesi, pittrice prima e poi, sotto l’urgenza della memoria, nel bisogno del ricordo, scrittrice.

 

Nessun nome neppure nel secondo romanzo, The Buddha in the Attic (2011) ora pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri con l’evocatore titolo Venivamo tutte per mare. L’opera è infatti corale, corale il racconto di un’illusione, quella di una vita migliore in un nuovo, accogliente Paese. La speranza delle cosiddette “spose in fotografia”, donne giapponesi sposate per procura a uomini giapponesi emigrati anni prima, mariti sconosciuti in terra sconosciuta che queste donne andavano a raggiungere.

 

Siamo all’epoca della prima ondata emigratoria di giapponesi nell’America del Nord, all’inizio del XX secolo. Gli uomini giapponesi emigrati verso gli Stati Uniti in cerca di lavoro, fuggiti da campagne battute dalle carestie, ancora immerse in una spaventosa miseria, cercano spose nella madrepatria e inviano fotografie chiedendo alle proprie famiglie di provvedere. E le spose accorrono, nella speranza di una vita migliore, verso quel marito di cui conoscono, o credono di conoscere, almeno il volto. Sulla nave, negli spazi angusti della terza classe, le donne si raccontano le loro paure, le loro speranze, i dubbi, le incertezze, la nostalgia di casa. Si consolano fra di loro, a volte si innamorano di un marinaio o di un passeggero gentile, si pentono della decisione di partire o cercano di convincersi della fortuna di una nuova vita. Soprattutto si raccontano.

 

Dalla traversata dell’oceano, all’incontro con i mariti, dall’impatto con una realtà sorprendentemente dura alla disillusione, la testimonianza di queste donne è data come da una voce, unica e molteplice al tempo stesso: la voce di un “noi” declinato all’infinito sulle esperienze e le reazioni più diverse.

 

Alcune di noi sulla nave venivano da Kyoto, avevano la pelle chiara e delicata, ed erano sempre vissute nella penombra delle stanze sul retro. Alcune venivano da Nara, e pregavano gli antenati tre volte al giorno, e giuravano di sentir ancora suonare le campane del tempio. Alcune erano figlie di contadini della prefettura di Yamaguchi, ragazze con i polsi grossi e le spalle larghe che non erano mai andate a letto dopo le nove. Alcune venivano da un piccolo villaggio nella prefettura di Yamanashi e avevano da poco visto un treno per la prima volta. Alcune venivano da Tokyo e avevano visto tutto […]”

 

La scrittura asciutta, priva di qualsiasi compiacimento, della Otsuka accompagna questa folta schiera di donne nella loro nuova vita e lo fa per mezzo di una prosa che, pur scarna, riesce ad essere lirica, a rendere vivide le immagini della vergogna, della speranza, dell’odio, della passione, della tenerezza che queste donne vissero e provarono, nel proprio corpo, sulla propria pelle. L’incontro con gli uomini e le donne americani, con i proprietari terrieri e con i bottegai, con le signore della middle class e le vicine delle baracche fra i campi è l’incontro con una realtà sconosciuta e spaventosa, è la consapevolezza della diversità, l’impatto con il razzismo. A questa quotidianità estranea e crudele non c’è modo di sottrarsi. L’ancora di salvezza, allora, l’unico legame con la propria identità è quel marito sconosciuto di cui magari non si è riuscite a riconoscere il volto al molo, tanto era vecchia la fotografia che aveva inviato in Giappone e che lo ritraeva più giovane e meno stanco, meno provato. Quel marito che da subito si era detestato, che si era rivelato violento, o freddo, o indifferente, o gentile, o premuroso. Comunque è quest’uomo a volte odiato, a volte sopportato, raramente amato, a rappresentare il tenue legame con il Giappone lontano, con il proprio mondo lasciato con dolore. L’unico individuo che, attraverso la sua esperienza, può aiutare a spiegare un sistema di vita così diverso da quello in cui si era cresciute.

 

Otsuka, a poco a poco, per brevi paragrafi scarni e incisivi che tanto ricordano un genere letterario classico della letteratura giapponese, lo zuihitsu[i] ci introduce nella quotidianità di queste donne, sino ad una svolta fatale: la deportazione delle comunità giapponesi in isolati campi di concentramento nel deserto, durante la seconda guerra mondiale. Così il filo del racconto si riannoda all’opera precedente della scrittrice,  costituendone un’ ideale anticipazione.

 

Abbandoniamo così le città, i quartieri, le case, seguendo le donne, gli uomini, i bambini giapponesi, in un nuovo calvario di privazione e dolore. Ognuno dice l’addio a suo modo, lasciandosi dietro qualcosa di sé, ad esempio quel qualcosa che dà il titolo originale al romanzo, The Buddha in the Attic, Il Buddha nella soffitta. Ognuna,  in quest’ora fatale ritrova il nome che l’autrice le restituisce come a volerne restituire la dignità. Così Shizue, Haruko, Chiye, Kimiko, Kiyono, Naruko e tutte le loro compagne ritrovano l’umanità nell’attimo in cui viene loro negata; “Alcuni di noi partirono piangendo. E alcuni di noi partirono cantando. Una di noi partì coprendosi la bocca con la mano e ridendo istericamente. […]  Kiyono partì dalla fattoria in White Road convinta di venire punita per qualche peccato commesso in una vita precedente. Devo aver calpestato un ragno. […] Chiye partì da Glendale ancora in lutto per la figlia maggiore, Misuzu, che si era buttata sotto un tram cinque anni prima. Penso a lei ogni minuto della giornata. Suteko, che non aveva figli, partì sentendosi delusa dalla vita. […] Fumiko partì da una pensione di Courtland scusandosi per qualunque problema potesse aver creato. Suo marito partì dicendole di allungare il passo e tenere la bocca chiusa, per favore. […] Kimiko lasciò la borsetta sul tavolo della cucina, ma se ne ricordò troppo tardi. Haruko lasciò un piccolo Budda ridente di ottone in un angolo della soffitta, e ancora oggi il Budda ride.

 

Rossella Marangoni

 



[i] Lo zuihitsu (lett. “lasciar scorrere il pennello”) è un genere letterario peculiare alla letteratura giapponese e comprende saggi diversi, pensieri o annotazioni, accumulati senza un ordine apparente o semplicemente per associazione di idee. Secondo il significato letterale, il termine permette di visualizzare una mano che traccia i caratteri col pennello seguendo liberamente i propri pensieri, quindi può essere ben tradotto con aforismi, miscellanea, pensieri sparsi, appunti, note, considerazioni, il tutto apparentemente annotato a caso.