Il teatro Bunraku

Il teatro Bunraku (文楽)è il teatro dei burattini giapponese. Sviluppatosi nel corso del XVII e XVIII secolo è, assieme al Kabuki, al No e al Kyogen, una delle quattro forme di teatro tradizionale. Il Bunraku è chiamato anche Ningyo Joruri (人形浄瑠璃 ningyo: bambola, joruri: forma di narrazione drammatica), poiché quando nel XVI secolo i burattinai itineranti si stabilirono a Kyoto, allora capitale del paese, quest’arte si fuse con quella del Joruri, i cui precursori erano degli attori itineranti ciechi che cantavano le gesta dello Heike Monogatari, un poema epico militare, accompagnando il canto al suono di uno strumento musicale chiamato biwa. Successivamente, quando il biwa fu sostituito dallo shamisen, una chitarra a tre corde la cui cassa è costruita con pelle di gatto, iniziò a svilupparsi lo stile Joruri, che deve il suo nome a una delle opere più conosciute: la leggenda dell’amore tra Minamoto no Yoshitsune e Lady Joruri.

Le marionette del Bunraku sono grandi i due terzi del corpo umano e vengono manovrate ognuna da tre persone: L’omozukai è il manovratore principale, il quale sorregge il burattino con la mano sinistra, mentre con l’altra manovra la mano destra. Egli essendo la persona più importante sul palco è visibile accanto al burattino, mentre i due assistenti hidarizukai e ashizukai, che manovrano rispettivamente la mano sinistra e le gambe, sono vestiti di nero e hanno il viso coperto. Il canto dell’opera da parte del narratore chiamato taiyu è accompagnato dal suono dello shamisen, e occasionalmente anche dal taiko, il tamburo tradizionale giapponese.

I drammi del Bunraku sono di due tipi: i jidaimono, ovvero i drammi storici e i sewamono, drammi domestici, in genere tratti da eventi d’attualità dell’epoca. I suicidi d’amore divennero l’argomento preferito del teatro delle marionette. La maggior parte di questi drammi, in cui il protagonista è combattuto dal conflitto tra giri (doveri sociali) e ninjo (sentimenti umani) fu scritta dal celeberrimo drammaturgo Chikamatsu Monzaemon (1653-1724).

 

Giulia Pozzetto