I FONDATORI
Nel 1367, durante il periodo Muromachi (1336-1573), Ashikaga Yoshimitsu (足利 義満, 1358-1408) assunse il titolo di shōgun, ovvero di supremo capo militare e signore feudale, e decise di finanziare e promuovere le proposte artistiche di due attori e drammaturghi dell’epoca a suo avviso particolarmente interessanti, Kan’ami Kiyotsugu (観阿弥 清次, 1333-1384) e suo figlio Zeami Motokiyo (世阿弥 元清, 1363-1443). Questo fu il punto di partenza per quello che oggi conosciamo come Teatro Nō (能楽, Nōgaku), ovvero una delle forme del teatro classico giapponese più conosciuta e complessa.

Kan’ami e Zeami furono gli iniziatori di un processo di trasformazione durato decenni, che portò dal sarugaku (猿楽, lett. “musica di scimmie”), una forma di intrattenimento che combinava acrobazie circensi e mimica, ad una nuova forma di rappresentazione codificata, accompagnata da musica e danze, basata sull’artificio (difatti Nō si può tradurre con “artificio”) come espediente volto a creare suggestione e stupore nello spettatore.

Photo credits: http://nidodepalabras.blogspot.com

 

I TRATTATI DI ZEAMI
Zeami dedicò la propria vita al teatro, scrivendo e applicando nella pratica dell’insegnamento numerosi trattati sull’argomento, lasciati poi in eredità al genero Konparu Zenchiku (金春 禅竹, 1405-1468 circa), che cristallizzò il Nō attraverso una codificazione ancora più formale.

I punti chiave della filosofia designata da Zeami furono la poetica del fiore e l’estetica della grazia.
Il fiore è metafora dell’emozione suscitata nello spettatore, quindi del fascino e dell’abilità dell’attore; infatti si distingue tra “il fiore del momento” (jibun no hana), cioè la bellezza e la sinuosità di un corpo giovane che recita sul palco, e il “fiore autentico” (makoto no hana), la sapienza e la maestria che superano i limiti del tempo e dell’età. La buona riuscita della performance dipende dalla capacità dei teatranti di cambiare ed evolversi, di essere fuggevoli proprio come il fiore che cresce con delicatezza prima di spegnersi.

Yūgen, ovvero la grazia necessaria per provocare suggestioni profonde in chi guarda; l’attore deve esercitare l’armonia dei movimenti, la coordinazione tra danza, musica e recitazione in modo che la sua interpretazione risulti fine, elegante e potente. Chi si esibisce deve riuscire a mantenere l’imprescindibile tensione che lega l’interprete alla platea, per questo grande importanza è data all’esercizio e alla pratica costanti.

Photo credits: http://watabi.it

 

LE MASCHERE DEL TEATRO NŌ
Le opere inscenate nel Teatro Nō toccano temi limitati quali eventi storici, leggende e racconti con elementi soprannaturali, e i figuranti recitano la maggior parte delle loro apparizioni indossando particolari maschere che rappresentano dei tipi stereotipati, ovvero muniti di connotati utili al loro riconoscimento: personaggi femminili, presenze demoniache, spiriti dei morti… Le maschere sono parte integrante dell’attore, fatta eccezione per i ruoli da bambini e da personaggi maschili vivi.

L’uso della maschera richiede molta tecnica da parte del teatrante. Ogni maschera infatti è costruita in modo da dare l’impressione di cambiare espressione in base a giochi di luce e movimenti della testa di chi la porta; perciò diventa importante il controllo del corpo e dei muscoli facciali, per “rattristare” la maschera quando il personaggio è triste o “rallegrarla” quando è felice. La gamma delle emozioni che si possono simulare copre comunque una gamma più vasta: le maschere sono adattabili a qualsiasi intenzione il ruolo richieda.

Photo credits: http://viverezen.it

 

 

Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com

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