Mostra HAIIRO: intervista a Maurizio Cianciarelli
La promozione e l’analisi dei linguaggi culturali contemporanei rappresentano uno degli strumenti attraverso cui la nostra Associazione Culturale Giappone in Italia intende favorire il dialogo tra tradizioni, sensibilità e contesti diversi. Mostre, presentazioni editoriali e incontri con gli autori non sono soltanto eventi artistici, ma occasioni di riflessione sui modi in cui le culture si osservano, si traducono e si trasformano reciprocamente.
In questa prospettiva si inserisce l’inaugurazione della mostra HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza di Maurizio Cianciarelli, ospitata presso lo Spazio Garde di Milano, in via Tortona, 37. La mostra, che prende il nome dall’omonima raccolta dell’autore, propone un dialogo visivo tra le fotografie di Cianciarelli e le calligrafie di Kinuko Miura, costruendo un percorso ispirato alla tradizione poetica giapponese del tanka. Questo termine indica un tipo di poesia tradizionale giapponese articolata in 31 sillabe, tradizionalmente scritta come una singola riga ininterrotta. La parola tanka si traduce in “breve canzone” e si diffonde particolarmente nell’ambiente delle corti, che la caratterizza come poesia elegante.
L’evento è stato introdotto da Paolo Legazzi, critico letterario ed esperto di poesia giapponese, insieme al Presidente della nostra Associazione, Alberto Moro. Fin dall’inaugurazione è apparso evidente come HAIIRO non si configuri come una semplice esposizione fotografica, ma come un progetto di ricerca estetica e concettuale che mette in relazione immagine, parola e percezione del tempo.
La visita alla mostra è articolata attorno ai nove nuclei tematici individuati da Cianciarelli nel suo lavoro: Passaggi, Tracce, Resilienza, Movimento, Sogno, Ricordi, Similitudini, Apparizioni e Transizioni. Temi che non funzionano come categorie rigide, ma come traiettorie emotive, capaci di guidare lo spettatore all’interno di una riflessione più ampia sull’impermanenza.
Le fotografie non rappresentano soggetti iconici o fortemente simbolici, ma elementi ordinari: paesaggi anonimi, segni del tempo, animali, cieli nuvolosi. È una scelta precisa, come spiega Cianciarelli: «Volevo che le persone si connettessero con il proprio intimo attraverso le immagini». L’assenza di un soggetto narrativamente dominante consente allo spettatore di proiettare la propria esperienza, costruendo una relazione personale con le opere.
In questo senso, il legame tra fotografia e poesia non è mai illustrativo. «Lettura e visione», osserva l’autore, «accendono entrambe l’immaginazione verso ciò che rimane sospeso: quello che accade attorno alla cornice della fotografia e quello che resta implicito nel testo poetico». Il tanka diventa così una matrice emotiva, più che un riferimento testuale diretto, mentre il senso emerge nello spazio intermedio tra parola e immagine.
La scelta del bianco e nero rafforza questa poetica della sospensione. Oltre a essere affine allo stile di Cianciarelli, l’assenza di colore sottrae l’immagine a una definizione univoca, lasciando emergere una dimensione ambigua e aperta. «La poesia giapponese ha cambiato il mio modo di fotografare», afferma l’autore. «Passare dal colore al bianco e nero è stata una scelta anche violenta, ma necessaria per catturare l’essenza delle cose». È proprio in questa essenzialità dunque che risuonano chiaramente concetti centrali dell’estetica giapponese, come wabi-sabi e mono no aware, intesi come attenzione al pathos silenzioso degli oggetti e alla loro transitorietà.
Il titolo stesso del progetto concentra questi significati. Haiiro (灰色), “grigio”, unisce i kanji di cenere e colore, evocando ciò che resta dopo la trasformazione. La cenere diventa metafora di una presenza assente, di qualcosa che è stato e che continua a esercitare una forza simbolica, pur non essendo più pienamente visibile.
Centrale nel progetto è anche il concetto di mono no aware, che Cianciarelli riconosce come parte integrante del suo processo creativo: «È una sensazione che mi portavo dietro mentre fotografavo. Cercavo metafore che non esistevano ancora». Questo concetto estetico giapponese infatti esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Trovare una traduzione esaustiva a questo concetto risulta complesso in ogni lingua; il suo corrispettivo in italiano può essere "pathos", "sensibilità estetica" o "partecipazione emotiva alle cose". Da qui nascono accostamenti visivi privi di un nesso logico immediato, come nuvole associate a tronchi, che nascondono significati latenti. «È un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione», conclude, «perché, costruendosi quasi casualmente, mi ha permesso di esternare la mia interiorità».
Dal punto di vista formale, HAIIRO traduce la struttura del tanka in un linguaggio visivo. Cinque fotografie corrispondono ai cinque versi della poesia, con formati che variano: quadrati, rettangolari o dittici verticali in relazione alla metrica (5-7-5-7-7). «La verticalità della scrittura giapponese mi ha ispirato», spiega Cianciarelli, «mi ha permesso di creare dittici verticali, come i kanji disposti sulla pagina». Tuttavia, l’autore sottolinea come il pubblico tenda a essere più colpito dalle immagini che dal processo complesso che le lega alla poesia. Questo infatti è un processo che richiede una doppia sensibilità, poetica e fotografica, non sempre facile da far incontrare.
La scelta di realizzare una mostra, oltre al libro, risponde anche all’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico. «Il libro comporta una fruizione solitaria», osserva l’autore, «mentre la mostra ti permette di presentarti al pubblico e di coglierne immediatamente le reazioni». Le fotografie esposte sono infatti una selezione ridotta rispetto al volume, ma consentono un dialogo più immediato e condiviso.
Nel corso dell’intervista, l’autore ha raccontato il suo lungo e profondo avvicinamento alla cultura giapponese, iniziato in giovane età; il cuore della realizzazione di HAIIRO. «Mi sono avvicinato al Giappone da bambino, affascinato dagli ideogrammi. Il fatto che i kanji siano così distanti dal nostro modo di scrivere e che racchiudano un significato in ciò che appare come un disegno mi ha attratto fin da allora». Da qui nasce anche l’inserimento della calligrafia nel progetto, non come semplice elemento decorativo, ma come parte integrante del discorso visivo. Il desiderio di confrontarsi con un’alterità radicale, dotata di tradizioni, usi e livelli di raffinatezza molto diversi da quelli occidentali, ha rappresentato uno stimolo costante nel suo percorso. Per spiegare il suo legame, Cianciarelli richiama inoltre il pensiero di Claude Lévi-Strauss, che definì il Giappone “la parte oscura della luna”, una metafora che il fotografo sente profondamente affine.
È particolarmente interessante, nel contesto dei rapporti culturali tra Italia e Giappone, osservare come Cianciarelli sia riuscito a interiorizzare questa cultura in modo spontaneo e naturale. Le fotografie infatti rappresentano scenari ritratti in Italia, visti però con l’occhio dell’estetica giapponese. Pur partendo da matrici culturali differenti, le due tradizioni condividono una profonda attenzione alla riflessione, al pensiero e al legame con le rispettive eredità storiche. Un’affinità che aiuta a comprendere anche il forte interesse reciproco tra i due paesi, evidente nella partecipazione del pubblico alla mostra, composto da visitatori italiani e giapponesi.
A completare questo percorso di interiorizzazione della cultura giapponese contribuisce anche il cinema, in particolare quello di Yasujirō Ozu. «I film di Ozu raccontano la quotidianità e la vita», afferma Cianciarelli, riconoscendo in questo linguaggio una forte affinità con il neorealismo italiano. Un mezzo che lo ha aiutato a tenere insieme i molteplici elementi, estetici, filosofici ed emotivi, confluiti nel progetto HAIIRO.
In definitiva, HAIIRO. Un racconto dell’impermanenza si configura come un dispositivo di relazione: tra fotografia e poesia, tra Italia e Giappone, tra autore e pubblico. Un progetto che non mira a fornire chiavi di lettura univoche, ma invita lo spettatore a sostare nell’incertezza, ad accogliere la sospensione e a riconoscere, nel mutamento continuo delle cose, una forma silenziosa di permanenza.
Articolo di Emanuela Fedele
10 Dance: il film giapponese come Dirty Dancing
C'è qualcosa nelle produzioni asiatiche che affascina il pubblico e attira folle di nuovi e vecchi fan. Tanto che, nonostante il successo globale di Squid Game con la sua storia enigmatica e avvincente, sono altri i generi di film e serie a promuovere il gusto per il cinema e la televisione asiatici. Tra questi, Quando la vita ti dà mandarini, Atelier e persino Weak Hero: titoli che ci stanno aiutando a scoprire di più sulla cultura, la cucina e l'abilità dei loro sceneggiatori e registi asiatici.
E se ci concentriamo su opere di un singolo Paese, sebbene il 2025 sia stato uno degli anni migliori per le produzioni sudcoreane, vale la pena ricordare che anche il Giappone esporta prodotti di ottima fattura in termini di estetica e dialoghi, soddisfacendo i più alti standard che meritiamo come pubblico. Dal thriller I Saw the Devil (2010) a opere più romantiche come First Love (2022), ci sono molte opzioni sulle nostre piattaforme di streaming per godersi una bella serata in casa con un po' di popcorn.
Sull'onda del successo di film e serie giapponesi, abbiamo in questo film una nuova storia LGBTQ+ incredibilmente deliziosa, arrivata su Netflix pochi giorni prima della fine dell'anno. Si intitola 10Dance, un dramma romantico che racconta la storia di due ballerini con stili completamente opposti, Ryoma Takeuchi nei panni di Shinya Suzuki e Keita Machida nei panni di Shinya Sugiki, che devono unire le forze e ballare insieme per competere in un campionato multidisciplinare. La storia d'amore è ispirata a un manga BL (Boys' Love), che si concentra sulla forte rivalità tra i due, esplorando passione e romanticismo nel trend enemies to lovers (da nemici ad amanti).
Gli attori principali di questo film, già acclamato come una nuova fonte d'ispirazione per il cinema inclusivo con un importante messaggio di libertà, hanno parlato in diverse interviste della loro alchimia sullo schermo e di come si sono preparati per i loro ruoli. Machida, in un'intervista u Elle Japan, ha raccontato come una scena con la sua co-protagonista gli sia rimasta impressa per tutta la durata delle riprese: «Ho quasi pianto quando ho visto il personaggio di Ryoma ballare. Ero così commosso che tremavo dall'emozione. Quella sensazione mi è rimasta dentro da allora, quindi è stato facile immergermi nelle scene di flashback». Takeuchi, da parte sua, ha commentato come sia riuscito a trasmettere ciò che volevano nelle loro scene di danza: «Eravamo così assorti durante le riprese che non riuscivamo nemmeno a pensare lucidamente. Ma credo che sia stato proprio perché l'abbiamo affrontata di petto, pienamente consapevoli dei rischi, che il pubblico ha percepito la sensualità del film».
Indubbiamente, la trama avvincente di 10 Dance ci ha ricordato la storia di Frances "Baby" Houseman e Johnny Castle, i protagonisti dell'iconico film Dirty Dancing, diretto da Emile Ardolino e interpretato da Jennifer Grey e Patrick Swayze, non solo per i temi di danza e musicali, ma anche perché in entrambi i film vediamo come il risveglio sessuale e la tensione emotiva irrisolta permeano i dialoghi. Ciononostante, il fatto che utilizzino due personaggi maschili conferisce al film un tocco più interessante e sorprendente rispetto ad altre produzioni che hanno tentato, senza successo, di copiare la premessa del film di Ardolino.
Il prisma dell'amore: il nuovo anime di Netflix
Sta per arrivare su Netflix la nuova serie anime "Il prisma dell’amore": una storia all'insegna del romanticismo e dell'arte, narrata con suggestioni storiche in un racconto dal respiro internazionale. Firmata da Yoko Kamio, apprezzato autrice di "Boys Over Flowers", e prodotta da Wit Studio, la serie si inserisce nel solco delle storie di crescita personale, ma lo fa con un’ambientazione insolita e affascinante: la Londra dei primi del Novecento. Si parla di ambizione, talento e sentimenti, attraverso il racconto di un’età in cui tutto sembra possibile e labile allo stesso tempo.
La trama
La protagonista è Lili Ichijoin, giovane pittrice giapponese che lascia il suo Paese per studiare alla prestigiosa Saint Thomas Art Academy di Londra. Il trasferimento non è solo un sogno, ma anche una scommessa: i genitori le impongono di diventare la migliore studentessa entro sei mesi, altrimenti dovrà tornare a casa e rinunciare alle sue aspirazioni artistiche. In questo contesto competitivo e stimolante, la giovane si trova ad affrontare un ambiente nuovo, una cultura diversa e la pressione costante del fallimento. Un giorno incontra Kit Church, brillante studente inglese, erede di una famiglia aristocratica e già considerato un genio della pittura. Sicuro del proprio talento ma emotivamente distante, Kit diventa per Lili al tempo stesso un avversario e un punto di riferimento. La loro rivalità inaugura una sfida fatta di pennelli, idee e visioni del mondo opposte. Ma dietro il confronto artistico prende forma qualcosa di più profondo: la determinazione e la sincerità di Lili iniziano a scalfire le difese di Kit, dando vita a un legame che cresce tra insicurezze, slanci romantici e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.
"Il prisma dell’amore" racconta così un percorso di formazione in cui l’arte diventa linguaggio dei sentimenti e lo sfondo storico amplifica il senso di scoperta. La serie segna un nuovo capitolo nella carriera di Yoko Kamio, autrice che ha fatto la storia dello shōjo manga con "Boys Over Flowers", opera da record per diffusione mondiale e adattamenti in numerosi Paesi. Non a caso, Kamio ha dichiarato di voler raccontare una storia capace di restituire luce e speranza in un’epoca in cui sogni e ideali sembrano sempre più difficili da difendere
Il cast tecnico e vocale
La serie nasce dalla mente di Yoko Kamio, responsabile della creazione e della sceneggiatura insieme a Saki Fujii. La produzione è affidata a Wit Studio, già noto per titoli di grande impatto come Attack on Titan e B: The Beginning. Alla regia troviamo un team di grande esperienza composto da Kazuto Nakazawa, Tetsuya Takahashi e Saki Fujii. Nakazawa ha, in passato, lavorato anche alle sequenze animate di Kill Bill: Volume 1. Le musiche sono curate di Naoki "naotyu" Chiba, mentre il tema principale è interpretato dai Chilli Beans. I character design originali sono firmati da Kamio e adattati per l’animazione da Yasuko Takahashi. Nel cast vocale originale spiccano Atsumi Tanezaki nel ruolo di Lili Ichijoin e Koki Uchiyama in quello di Kit Church.
Il cast tecnico e vocale
Netflix rilascia "Il prisma dell’amore" il 15 gennaio 2026, in esclusiva sulla piattaforma. La serie è composta da 20 episodi. Pochi giorni prima, l’8 gennaio 2026, debutta anche l’adattamento manga disegnato da Maki Minami sulla piattaforma Shōnen Jump+.
Recensione: "Una stanza per Momoko" di Chisako Wakatake
"Una stanza per Momoko"
Momoko è una donna sola. Una donna contraddittoria e infantile, a tratti egoista e con poca intelligenza emotiva nei confronti dei figli e di chi le sta attorno; eppure, i suoi pensieri, che nel libro “Una stanza per Momoko” scorrono come rivoletti senza inizio e fine definiti, sono più condivisibili di quanto sia facile ammettere.
“Una stanza per Momoko” è una riflessione sulla vita da parte di una donna imperfetta. Razionale e ottimista, nel suo intimo si lascia andare a pensieri che, per via delle convenzioni sociali a cui la realtà mondiale è abituata, risultano scomodi e rappresentanti di un’indole da cui noi, in qualità di lettori, vorremmo prendere le distanze, fingere altezzosamente che non ci appartengano, e che nel corso del libro siamo costretti ad affrontare. Ma Momoko non li respinge, questi pensieri, e fa di loro un’importante lezione su sé stessa e sul ragionare sui lati negativi della propria personalità, cosicché la portino sulla strada per migliorarsi, per accettarsi.
La protagonista si trova a tratti a essere persino felice della morte del marito – è la prima volta che finalmente riesce a godersi del tempo da sola. Il suo inspiegabile entusiasmo nei confronti di quella che convenzionalmente dovrebbe essere una tragedia mette il lettore scomodamente a confronto con i sentimenti che si cerca normalmente di reprimere, come se dentro ognuno di noi ci fosse uno spettatore, che detti una legge morale personale a cui ci dobbiamo attenere, e con cui dobbiamo fare i conti anche per ciò che pensiamo intimamente.
Momoko riconosce e accetta perfino gli errori commessi nella sua vita da mamma – senza autocommiserazione, pur avendo cercato di rompere il ciclo opprimente della tradizione misogina che ha sempre portato le donne a vivere in funzione di qualcun altro. Comprende che nel suo tentativo identitario ha fallito, di nuovo rinforzando i ruoli di obbligo femminili, non dando ascolto alle richieste della figlia e vedendola come un’estensione di sé, e di ciò che avrebbe voluto la Momoko-bambina, piuttosto che come una persona a pieno titolo. Comprende di aver fallito quando realizza che ha lasciato la figlia credere che avesse una preferenza per il figlio, quando invece li ha amati entrambi. Momoko accetta, e poi torna altalenante sui suoi passi e cerca delle giustificazioni per cui potersi togliere le sue colpe di dosso: non è la protagonista perfetta, ma è realistica e in quanto tale piena di difetti e tratti che la rendono umana. Del resto, è difficile mantenere un’opinione risoluta e salda su argomenti che tocchino le proprie corde più profonde, che mettano in discussione la propria persona e la percezione che ha l’altro di essa.
Dopo una vita passata a prendersi cura degli altri, ora Momoko è sola. Si intrattiene imparando da appunti raffazzonati tra trasmissioni televisive e visite in biblioteca, e seguendo le tradizioni nelle quali è cresciuta, pur non avendo un pubblico a cui dare spettacolo. Fa pace con le difficoltà vissute in famiglia attraverso l’amore che prova: per i parenti, che non vede dal momento in cui ha lasciato casa per rincorrere i suoi sogni, molti anni addietro; per la città natale da cui era stata esiliata come persona non grata; per il monte Hakkaku, che, da segno di oppressione in una vita che lei sentiva non appartenerle, si era tramutato in pretesto per conoscere l’uomo che sarebbe diventato suo marito; per il caro dialetto del Tōhoku, che, da lampante fonte di otherness da parte di chi esisteva attorno a lei nella capitale, diventa un rifugio sicuro negli ultimi anni dalla solitudine, che la porta ad avere conversazioni con sé stessa più che con altre persone. Vive fino all’ultimo una vita di contraddizioni interiori, che si palesano in voci diverse difficilmente discernibili dalla realtà, dalle voci di chi invece è nella stanza con lei.
Con maestria Chisako Wakatake ci presenta una protagonista che non dobbiamo necessariamente amare o giustificare, ma che riusciamo a capire. Momoko è, dopotutto, il riflesso di un inevitabile stadio della vita – la sua non è un’esperienza unica, è condivisa anzi, attraverso le generazioni, da persone indipendentemente dalla loro cultura o dal loro sesso. È uno scalino imprescindibile, la solitudine e la testardaggine nel non esternare i propri rammarichi per come si è trattato qualcuno, che sia parte della famiglia o meno. Ma è anche un esempio di forza di volontà nel voler cambiare; esiste un limite di età per fare pace? Fino alla fine, Momoko cerca, a modo suo, di fare ammenda con le persone che ha ferito, al punto di intravedere uno spiraglio di perdono da parte della figlia tramite la nipote, che le confessa che quando la madre è stressata, involontariamente parla nell’amato dialetto del Tōhoku – che sia questo incontro vero, o l’ultima proiezione di Momoko prima della morte, sta al lettore decidere; per Momoko, è sicuramente il suo momento di redenzione.
Beatrice Artico, studentessa
Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku
Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.
Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.
Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.
La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.
Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.
Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.
Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.
La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.
Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.
Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.
Dr Elena Maria Colizzi
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Le vacanze dei reali: ville imperiali nella natura giapponese
Lontano dal fragore delle capitali e dal caldo torrido dell’estate, esistono in Giappone luoghi dove il tempo sembra rallentare. Sono le residenze di villeggiatura della famiglia imperiale: ville eleganti, immerse nella natura, sorte tra l’Ottocento e il Novecento. Si tratta di un patrimonio spesso poco conosciuto, ma ancora oggi capace di raccontare una storia unica tra estetica e potere.
Queste residenze estive non nacquero, infatti, come semplici luoghi di svago, ma come spazi pensati anche per la rappresentanza diplomatica, la cura della salute e la contemplazione estetica.
Alcune di queste dimore, come la villa imperiale di Tamozawa a Nikkō, coniugano l’eleganza architettonica giapponese con influssi occidentali, a testimonianza di un periodo di modernizzazione culturale. Altre, come la villa di Hayama, si affacciano sul mare e offrono rifugi silenziosi per l’imperatore e la sua famiglia. Persino il paesaggio naturale – il bosco, il giardino, la risaia – diventa parte integrante dell’esperienza residenziale, secondo una concezione estetica radicata nel pensiero aristocratico giapponese.
Ancora oggi, alcune di queste ville continuano ad accogliere la famiglia imperiale, mentre altre sono diventate musei o parchi aperti al pubblico. Visitandole, si entra in contatto con un’idea dell’estate fatta di distacco simbolico dal mondo quotidiano, di equilibrio tra potere e contemplazione. Una forma di villeggiatura che, al di là del privilegio, racconta un modo profondamente giapponese di abitare la natura e il tempo.
Residenze immerse nella natura
Tra i verdi monti di Nikkō, avvolta dal silenzio dei cedri e dalla fresca brezza delle alture, si cela una delle più affascinanti testimonianze della villeggiatura imperiale giapponese: la Villa Imperiale di Tamozawa. Costruita nel 1899 per offrire un rifugio estivo al Principe Ereditario Yoshihito, futuro imperatore Taishō (1912 - 1926), questa residenza rappresentò anche una delle prime espressioni materiali del nuovo stile di vita imperiale, capace di coniugare rappresentanza, benessere e contemplazione.
La villa sorse su fondamenta storiche: alcune sue sezioni risalivano al periodo Edo e furono trasferite da precedenti palazzi imperiali, creando così un complesso che univa armoniosamente stili architettonici di epoche diverse. Il risultato fu una dimora in legno di oltre cento stanze, tra le più grandi dell’intero Giappone, in cui si alternavano lunghi corridoi, fusuma (pareti scorrevoli tradizionali giapponesi) decorate con motivi naturalistici e sale da ricevimento dedicate ad accogliere anche funzionari occidentali, arricchite da elementi moderni come tavoli da biliardo e impianti di illuminazione elettrica.
Ma la funzione di Tamozawa non fu solo stagionale. L’imperatore Hirohito (Shōwa, 1926 - 1989) vi si rifugiò durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale: ancora oggi, è possibile individuare nel giardino i rifugi antiaerei scavati nel terreno. Dopo un periodo di abbandono, la villa è stata restaurata e riaperta nel 2000 come museo, permettendo a chi la visita di immergersi nei ritmi e nei rituali dell’aristocrazia imperiale.
Altra località prediletta fu Hakone, celebre per i suoi panorami montani e le sue sorgenti termali. Qui, sulle sponde del Lago Ashinoko, fu costruita nel 1886 la Villa Imperiale di Hakone (Hakone Rikyū), destinata a ospitare l’imperatore Meiji e la sua corte durante i mesi più caldi. A differenza di Tamozawa, Hakone aveva una funzione ancora più sanitaria: l’altitudine, l’aria fresca e le celebri acque termali della zona offrivano condizioni ideali per una villeggiatura salubre e rigenerante.
Ancor più di altre residenze, inoltre, Hakone fu un importante teatro della diplomazia imperiale: il promontorio naturale su cui si ergeva offriva una vista spettacolare sul lago e, nelle giornate più terse, sull’inconfondibile profilo del Monte Fuji, cornice ideale per ricevere ospiti stranieri. Tra le sue sale vennero accolti regnanti europei e ministri provenienti da tutto il mondo, dall’Austria al Siam. L’edificio originale fondeva sapientemente architettura giapponese e suggestioni occidentali, offrendo agli ospiti un ambiente che fosse al contempo tradizionale e aperto al moderno.
Purtroppo, il complesso fu quasi completamente distrutto dal Grande Terremoto del Kantō del 1923 e successivamente danneggiato dal sisma del Kita-Izu nel 1930. Tuttavia, lo spirito del luogo non andò perduto: nel 1946 l’area fu donata alla prefettura di Kanagawa, che trasformò il sito in uno spazio pubblico. Così nacque il Parco Onshi-Hakone, un giardino paesaggistico che oggi conserva l’essenza della residenza originaria: tra i vialetti curati e le terrazze panoramiche, il visitatore può ancora intuire il gusto estetico dell’aristocrazia Meiji.
Geografia politica
Nel Giappone moderno, la villeggiatura imperiale non fu mai un atto neutro o semplicemente privato. La scelta di ritirarsi stagionalmente in luoghi come Nikkō, Hakone o Nasu rispondeva a una precisa logica politica, simbolica e territoriale per cui il sovrano, incarnazione vivente dello Stato secondo la Costituzione Meiji, non si limitava a “fuggire” dall’afa estiva della capitale, ma tracciava con i suoi spostamenti una vera e propria geografia del potere. Ogni residenza stagionale diveniva un polo di influenza, un’estensione del centro imperiale verso le periferie, spesso scelte per la loro bellezza naturale, la salubrità dell’aria e il legame col pensiero shintō.
Allontanarsi da Tōkyō per stabilirsi temporaneamente in aree più remote significava, da un lato, riaffermare la continuità tra corte imperiale e territorio nazionale, in una visione capillare del potere; dall’altro, offriva occasioni strategiche per esercitare soft power attraverso l’ospitalità internazionale, il sostegno alla scienza e la promozione turistica. Molte delle ville estive, infatti, erano progettate per accogliere dignitari stranieri, artisti e scienziati, come nel caso della Hakone Rikyū, dove lo stile giapponese si incrociava con elementi occidentali, o della villa di Nikkō, visitata da membri della nobiltà europea. Questi spazi ibridi non solo esprimevano il dialogo tra tradizione e modernizzazione, ma si facevano palcoscenico del prestigio imperiale.
Nel contempo, la presenza della famiglia imperiale in queste località comportava benefici tangibili per le comunità circostanti: le infrastrutture e i servizi venivano migliorati, seppur nel rispetto della conservazione del paesaggio naturale.
La villeggiatura imperiale, quindi, non era solo un momento di riposo, ma anche un gesto di legittimazione territoriale, un atto di rappresentanza internazionale, uno strumento di influenza culturale e un veicolo della visione ecologica del potere. Persino in vacanza, l’imperatore non smetteva mai di esercitare il proprio potere e, soprattutto, di adempiere ai propri doveri.
Continuità e uso nel tempo
La tradizione della villeggiatura imperiale giapponese ha saputo attraversare le epoche adattandosi al mutare della società e della sensibilità dei sovrani. La Villa Imperiale di Nasu, edificata nel 1926 su un terreno appartenente alla famiglia imperiale fin dal 1890, incarna perfettamente questa continuità. Fu l’allora principe ereditario Hirohito (futuro imperatore Shōwa) a scegliere personalmente il luogo, colpito dalla vista sui monti durante una visita nel 1923. Qui, pochi anni dopo, iniziò la sua consuetudine estiva, culminata simbolicamente nella sua prima ascesa al monte Chausu, vetta più alta della prefettura.
Fino ai giorni nostri, Nasu è rimasta una residenza estiva privata per gli imperatori, ma il suo ruolo non è stato solo simbolico o ricreativo. La villa ha contribuito infatti a plasmare l’identità del luogo, trasformandolo in una delle mete estive più apprezzate del paese, con milioni di visitatori ogni anno. Nel 2008, grazie a una decisione dell’imperatore Akihito, circa metà della vasta tenuta fu aperta al pubblico e integrata nel Parco Nazionale di Nikkō, con un gesto che ha unito il rispetto della tradizione alla valorizzazione del bene collettivo.
Particolarmente interessante è la vocazione scientifica e naturalistica che ha accompagnato la frequentazione della villa: lo stesso Hirohito si dedicò per decenni allo studio dei protisti e delle piante locali, pubblicando quattro volumi sulla flora di Nasu e lasciando in eredità una collezione di oltre 60.000 esemplari ora conservata presso il Museo Nazionale di Scienze Naturali di Tōkyō. Suo figlio Akihito ha proseguito questa linea di ricerca con studi sulla classificazione dei pesci della famiglia dei gobidi, mentre l’attuale imperatore Naruhito, appassionato di escursionismo, è oggi impegnato attivamente nelle politiche di conservazione delle acque.
Così, quella che era nata come una fuga estiva dal caldo cittadino si è trasformata nel tempo in un crocevia di cultura, scienza e paesaggio, testimoniando il profondo legame tra la famiglia imperiale e la natura giapponese.
Sofia Dagradi, studentessa
Recensione "Libro delle Ombre. Hiroshima, 80 anni dopo" di Giuseppe Carrieri
Libro delle Ombre
Un documentario di Giuseppe Carrieri per l’ottantesimo anniversario di Hiroshima
A ottant’anni dal 6 agosto 1945, giorno in cui la prima bomba atomica fu sganciata sulla città di Hiroshima, il documentario Libro delle Ombre, diretto da Giuseppe Carrieri, sceglie con coraggio di non concentrarsi sulla guerra, bensì sulla pace. Ed è proprio questa parola - “pace” - a risuonare più frequentemente nel racconto, ancor più della parola “guerra”: una scelta non solo lessicale, ma anche profondamente politica e poetica.
Carrieri, regista e documentarista napoletano da anni attivo nel panorama del cinema del reale, firma un’opera di rara delicatezza visiva e spirituale, capace di trasformare il linguaggio documentaristico in una riflessione poetica sul trauma, la memoria e la possibilità di rinascita.
Come assenza non solo di conflitto, ma anche di discriminazione: così viene definita la pace da alcuni hibakusha (sopravvissuti alla bomba atomica, oggi membri dell’organizzazione Nihon Hidankyō, insignita del Premio Nobel per la Pace 2024), quando viene chiesto loro che significato abbia davvero questa parola. È commovente constatare come i testimoni non si richiudano mai su un dolore nazionale, ma si aprano invece a un respiro universale, non mancando di rivolgere un pensiero anche a chi, ancora oggi, si trova a vivere nel mezzo di una guerra.
Carrieri intreccia un delicatissimo poema in prosa con testimonianze orali, immagini dei giorni immediatamente successivi al disastro, disegni essenziali e intensamente evocativi e scorci della Hiroshima di oggi. Il bianco torna più volte a occupare lo schermo, dapprima come luce accecante e assordante, che richiama l’istante della deflagrazione, poi come velo in sovrimpressione durante le testimonianze, a suggerire come l’onda d’urto della bomba abbia continuato a propagarsi nel tempo, lasciando una traccia profonda ben oltre l’impatto iniziale.
La fotografia di Emanuele Stalla restituisce con delicatezza questo doppio livello temporale: da un lato, i frammenti delle vite conclusesi quel 6 agosto, conservati all’interno del Museo della Pace; dall’altro, i viali alberati, le acque limpide, le aiuole fiorite simbolo di una Hiroshima rinata.
Fin dalle prime scene, il documentario costruisce un parallelismo simbolico tra la luce degli hanabi, i fuochi d’artificio estivi che sbocciano come peonie nel cielo notturno, e quella del fungo atomico. L’intero film si muove poi sul contrasto tra luce e ombra: paradossalmente, è la luce ad apparire distruttiva, mentre l’ombra - della montagna, dei palazzi, dei luoghi riparati - si rivela salvifica, in grado di proteggere dalla deflagrazione.
Le ombre, nel Libro delle Ombre, non rappresentano il buio, ma il rifugio. Non l’oblio, ma la sopravvivenza. È grazie a esse, ci ricordano gli hibakusha, se qualcuno ha potuto continuare a vedere la luce. E finché possediamo un’ombra, fino a quel momento siamo vivi.
A tessere il filo di questo racconto è la voce narrante di Mayu Seto, dolce e colma di speranza, che guida lo spettatore attraverso un’intima meditazione sull’eternità e sull’impermanenza, due concetti profondamente radicati nella sensibilità giapponese. Fin dall’epoca dello Heike Monogatari, capolavoro dell’epica giapponese, la cultura nipponica contempla il ciclo di splendore e caduta, interrogandosi sulla fugacità dell’esistenza e sulla fragilità della gloria umana. Celebre è il prologo dell’opera, che così recita: “Il suono del campanile del Gion Shōja riecheggia l’impermanenza di tutte le cose. I fiori di ciliegio, tanto amati, rivelano il destino dei potenti: la loro caduta, rapida come un sogno di primavera. Le loro gesta, infine, si disperdono come polvere al vento.”
Eppure, nonostante l’evidenza della caducità della vita umana, gli hibakusha - o forse, più in generale, l’essere umano - continuano a sperare, in qualche forma, di poter sfiorare un’idea di eternità. C’è chi la cerca raccogliendosi davanti al proprio altare di famiglia, piangendo i volti amati che non ci sono più, spesso accompagnato dal silenzioso fardello del senso di colpa dei sopravvissuti; chi la invoca rivolgendosi ai kami del santuario; e chi, infine, la coltiva nel silenzio più profondo, custodendo dentro di sé la memoria dell’atomica come una fiamma che continua a bruciare.
Sofia Dagradi, studentessa
Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata
Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata
A pochi passi da Porta Romana, tra gli eleganti palazzi di via Adige, si nasconde un piccolo angolo di Giappone: è solo una vetrina, ma non passa certo inosservata. Ad accogliermi, una piantina di bambù adornata da decine di tanzaku, strisce di carta colorata sulla quale la comunità affezionata alla libreria Tanabata ha scritto i propri desideri, secondo la tradizione dell’omonima festa del 7 luglio (clicca qui per saperne di più).
L’inventario è sorprendentemente ricco: sugli scaffali trovano posto prodotti autentici giapponesi, dalle tazze per la cerimonia del tè - realizzate a mano, ognuna diversa - ai simpatici daruma, piccole statuette raffiguranti il primo patriarca zen, simbolo di perseveranza e impegno al fine di raggiungere i propri obiettivi.
E naturalmente, i veri protagonisti: i libri, dai grandi classici dell’epoca Heian ai più recenti bestseller.
Cullati dal tintinnio dei furin - campanelle a vento mosse dalla piacevole brezza milanese, tanto attesa dopo settimane di caldo afoso - e inebriati dal profumo dei dolci preparati dal signor Vittorio Porro e dai suoi collaboratori in occasione del Tanabata (impossibile non notare i simpatici volti dei due amanti leggendari impressi sui biscotti), ha così inizio la nostra intervista alla scoperta di questa affascinante realtà e di alcuni imperdibili titoli in catalogo.

La vostra libreria ha un nome evocativo e poetico, “Tanabata”, che evoca l’incontro tra mondi distanti: che storia racconta e cosa rappresenta per voi portarla avanti a Milano?
Tanabata è una leggenda di origine cinese, ormai abbastanza nota - citata in molti romanzi famosi - e racconta la storia di due stelle, la Tessitrice e il Mandriano celesti, che vivono divise dalla Via Lattea. Un bel giorno, però, si vedono, si innamorano e cominciano a non lavorare più, trascorrendo tutto il tempo insieme: vengono così condannati a potersi incontrare solo una volta l’anno, la notte del 7 di luglio, data in cui si festeggia in Giappone il Tanabata Matsuri, o “festival delle stelle innamorate”.
La festa del Tanabata in origine era dedicata proprio alle lettere, alla poesia, alla calligrafia: questa è la ragione dietro alla scelta del nome della libreria.
La libreria nasce nel 2000 come agenzia di traduzione e nel tempo è diventata un vero “rifugio per gli amanti del Giappone”. In che modo la vostra iniziale attività di traduttori ha influenzato l'identità attuale?
Il lavoro di traduzione è sempre proseguito in parallelo alla conduzione della libreria: ultimamente, le traduzioni sono un po’ diminuite. Per questa ragione, ci stiamo ora dedicando quasi a tempo pieno a Tanabata, l’unico luogo a Milano dove si trovi un’autentica rappresentanza della letteratura giapponese.
A questo punto concedetemi una domanda sulla traduzione letteraria dal giapponese. Negli ultimi anni, è sempre più frequente incontrare parole lasciate in originale - shōji, senpai, kodomo - accompagnate da note o glosse. È come se certi termini portassero con sé un piccolo mondo che si rifiuta di essere completamente tradotto. Secondo voi, questa scelta di abbandonare un precedente approccio “domesticante” in favore di una traduzione più esotizzante può affascinare e arricchire il lettore, oppure rischia di creare una barriera invisibile per chi si avvicina per la prima volta alla letteratura giapponese?
Secondo me, questo fatto è positivo, a patto di non esagerare. Ad esempio, lei cita kodomo (“bambino”), che è una parola il cui equivalente esiste in italiano: non ritengo necessario lasciarla in giapponese. Diverso è quando si tratta di un tipico prodotto giapponese, come il tofu, o di particolari elementi architettonici o religiosi difficili da rendere in un’altra lingua.
Proponete non solo libri, ma anche ceramiche, fūrin (campanelle a vento), teiere, kimono e altro ancora. Cosa vi guida nella ricerca di manufatti così da creare un “angolo di Giappone” in Italia?
Lo scopo è quello di offrire manufatti artigianali e rappresentativi di diversi aspetti della cultura giapponese, oggetti tipici e tradizionali alla portata di tutti, ma che difficilmente si possono trovare altrove in Italia.
Nelle recensioni i clienti raccontano che entrare in libreria è come “teletrasportarsi in Giappone”, grazie non solo alla vasta scelta di opere e manufatti provenienti direttamente dal Sol Levante, ma anche e soprattutto grazie alla cura ed alla gentilezza del personale. Quanto è importante per voi il rapporto con il pubblico?
Direi che il rapporto con la clientela è molto importante: noi cerchiamo di mettere a proprio agio il cliente, lasciandolo tranquillamente consultare i testi senza interferire e poi, se richiesto, aiutandolo nella scelta. Questo approccio ci distingue dalle librerie di catena, dove è più difficile rapportarsi individualmente con il lettore.
Tra gli scaffali di "Tanabata" convivono classici e voci contemporanee, ma è proprio una di queste ultime ad averci colpito in particolare. Mi riferisco a Vanishing World (Edizioni e/o, 2025) di Murata Sayaka, un libro che inquieta, affascina e interroga profondamente chi legge. Personalmente, a voi cosa ha lasciato questa lettura?
A me personalmente ha un po’ inquietato: l’ho considerato essenzialmente un libro di fantascienza, che descrive un mondo che potrebbe magari un giorno concretizzarsi, caratterizzato però da aspetti estremamente particolari, come lo stravolgimento dei rapporti familiari ed extraconiugali, o il finale in cui i bambini perdono le caratteristiche genetiche dei genitori biologici e finiscono per assomigliarsi tutti fra loro (similmente ai bambini alieni del classico di fantascienza I figli dell’invasione di John Wyndham, ndr.).
Vanishing World è uscito in Giappone col titolo originale Shōmetsu Sekai nell’aprile 2015, praticamente in parallelo all’indagine pubblicata dal quotidiano di Tōkyō Mainichi Shinbun sul fenomeno ormai noto come sekkusu banare, l’allontanamento dal sesso da parte dei giovani giapponesi. La coincidenza sembra quasi profetica, dato che nel romanzo il desiderio sessuale è rimosso, sterilizzato, trasformato. Secondo voi, è corretto definire Murata Sayaka come una delle più lucide interpreti della società giapponese contemporanea?
Direi di sì, poiché tratteggia un fenomeno molto attuale e presente, pur utilizzando un linguaggio un po’ fantascientifico. Forse il senso di inquietudine provato dal lettore si può addurre, in parte, proprio al fatto che alcuni dei processi narrati da Murata si stiano già in un certo senso producendo: il tono dell’autrice sarebbe dunque non più solo profetico, ma anche descrittivo di tendenze già in atto.
Come librai e mediatori culturali, credete che la letteratura possa avere un ruolo attivo nel decostruire l’immaginario collettivo su famiglia, identità e genere?
Senz’altro, sì. Penso che, nella società odierna come nelle epoche passate, l’intellettuale ricopra un ruolo importante nella costruzione e decostruzione di questi concetti, servendosi della fantasia per esplorare infinite possibilità all’interno di categorie apparentemente così rigide.
C’è un tipo in particolare di lettrice o lettore a cui consigliereste questo libro? A chi, invece, consigliereste magari di partire da un’altra opera dell’autrice? E quale, eventualmente?
Vanishing World è senz’altro un libro problematico da interiorizzare, che mette a dura prova il lettore: per cui lo consiglierei a soggetti interessati all'argomento e che desiderano informarsi sul background sociologico, così da riuscire ad apprezzare maggiormente l’opera. I temi trattati sono il confine tra naturale ed artificiale, la natura dei rapporti umani e le possibili declinazioni del concetto di famiglia. Personalmente, consiglierei di iniziare ad approcciare l’opera di Murata Sayaka a partire da La ragazza del Convenience Store (Edizioni e/o, 2021), una lettura dai toni decisamente più tranquilli e rilassati, ma comunque carica di significato, tratta dall'esperienza personale dell’autrice e sempre legata alla tematica della difficoltà nel sottostare alle norme sociali.
Quali titoli consigliate a chi, come la sottoscritta, è rimasto affascinato da Murata Sayaka e si trova alla ricerca di qualcosa che ne raccolga l’eco?
Consiglierei l’autrice Sakuraba Kazuki, in particolare i titoli Red Girls (Edizioni e/o, 2021) - saga familiare che esplora la tematica dei rapporti generazionali - e Non è un lavoro per ragazze (Edizioni e/o, 2023), che possiede una simile carica dirompente. Il primo romanzo è ambientato nel dopoguerra, in un paese scarsamente popolato del Giappone rurale, e si tratta di una lettura facilmente avvicinabile, come La ragazza del Convenience Store: ulteriori punti di contatto con l’opera di Murata sono la presenza di elementi di realismo magico e di protagoniste femminili non convenzionali. Il secondo libro, invece, si basa su di una premessa più sconcertante: una ragazza tredicenne aiuta l’amica e coetanea a sbarazzarsi del genitore abusante, ma una volta concluso l’omicidio, si fa restituire il favore.
C’è qualche titolo in particolare, tra quelli in catalogo presso la libreria Tanabata, che secondo lei meriterebbe più attenzione, magari perché offuscato da nomi più noti?
Personalmente, ritengo di sì. Ultimamente, romanzi molto decantati come Tokyo Sympathy Tower (L’Ippocampo edizioni, 2025), concepito anche grazie all'utilizzo dell’intelligenza artificiale, e Strani disegni (Einaudi, 2025), il thriller scritto dal misterioso creator mascherato Uketsu, hanno catalizzato l’attenzione degli appassionati di letteratura giapponese; tuttavia, ritengo che vi siano numerose altre opere altrettanto degne di nota, seppur meno recenti. Per quanto riguarda il genere giallo, Yokomizo Seishi è un maestro del settore: io consiglio in particolare Il detective Kindaichi (Sellerio, 2019), che racconta l’esordio del giovane investigatore, La locanda del gatto nero (Sellerio, 2019), caposaldo del genere del “delitto senza volto” e Fragranze di morte (Sellerio, 2022), edizione che raccoglie due romanzi brevi dell’autore.
Per quanto riguarda invece la letteratura femminile contemporanea, ci sono voci a cui secondo lei andrebbe dato maggior risalto?
Un’altra scrittrice contemporanea che esplora l’universo della distopia è Ogawa Yōko, di cui consiglio in particolare L’isola dei senza memoria (ilSaggiatore, 2021), che descrive un’epidemia di oblio collettivo: trovo però molto valida tutta la sua bibliografia. Quasi sua omonima, Ogawa Ito esplora ancora una volta i legami intergenerazionali in Ribon - messaggero d’amore (Neri Pozza, 2020), un dolce racconto sull'amore tra nonna e nipote.

Mentre ringrazio Vittorio Porro per averci aperto uno spiraglio sul suo vivace e curatissimo universo, la libreria già comincia ad animarsi con l’arrivo dei primi clienti, che si attardano tra le file di narrativa, rigorosamente senza fretta, concedendosi il piacere di perdersi nell'affascinante offerta letteraria. Prima di lasciare il negozio, il nostro intervistato mi porge un paio di quei deliziosi biscotti che avevo adocchiato all'inizio della mattinata: un piccolo gesto che, proprio come i desideri affidati al venticello estivo, sa infondere una grande dose di speranza.
Sofia Dagradi, studentessa
LIBRERIA TANABATA
Indirizzo: Via Adige, 7 20135 Milano
E-mail: info@tanabata.it
Telefono: 02 546 3980
Sito web: tanabata.it

HIROSHIMA, 80 anni fa: un manga e due romanzi per non dimenticare
Il 6 agosto 1945, alle ore 8:15 del mattino, mentre la gente si apprestava ad andare al lavoro, il bombardiere americano Enola Gay sganciò sulla città giapponese di Hiroshima una bomba chiamata Little Boy, provocando la prima esplosione nucleare della storia su un’area abitata, e causando duecentomila vittime, quasi esclusivamente civili. Il secondo bombardamento nucleare avvenne appena tre giorni dopo, il 9 agosto, sempre a opera dell’esercito americano, sulla città giapponese di Nagasaki.
Come ogni anno, Kappalab si unisce alla commemorazione della tragica ricorrenza perché la memoria storica non venga mai cancellata, e gli errori del passato non vengano ripetuti.
Per non dimenticare mai, e per non permettere a chi governa i nostri Paesi di commettere di nuovo gli stessi assurdi crimini contro l'umanità.
Hiroshima: nel paese dei fiori di ciliegio di Fumiyo Kono
Hiroshima, dieci anni dopo l’esplosione della bomba atomica che ha spazzato via troppe vite umane e distrutto il futuro dei sopravvissuti. È il 1955, e Minami vive nella consapevolezza che nonostante tutti gli sforzi, probabilmente non riuscirà mai più a essere felice. Eppure il mondo continua a esistere nonostante le più grandi tragedie, e Minami sta per scoprire che i fiori di ciliegio, così delicati e fragili, possono tornare a fiorire, intorno e dentro di lei.
Fumiyo Kono, nata a Hiroshima il 28 settembre 1968, inizia a disegnare fumetti durante il liceo. Dopo aver studiato scienze all'università di Hiroshima, si trasferisce a Tokyo e diventa assistente di alcuni fumettisti, fino al debutto come autrice nel 1995 con Machikado Hanadayori. Seguono manga come Pippina Note, Kokko-san, Nagai Michi e Kappa no Neneko, ma è con Yunagi no Machi, Sakura no Kuni (ovvero Hiroshima: nel paese dei fiori di ciliegio) che raggiunge la notorietà internazionale, ricevendo due prestigiosi premi: il Grand Prize del Japan Media Arts Festival nel 2004 (che vincerà anche nel 2009), e il Creative Award del Tezuka Osamu Cultural Prize nel 2005.
In questo angolo di mondo di Fumiyo Kono
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la giovane Suzu affronta con candore e tenacia il difficile periodo presso la città portuale di Kure, ad appena un’ora di distanza da Hiroshima, dove trascorre i suoi giorni da sposa novella di un ufficiale della marina giapponese, in un ambiente familiare e sociale a lei sconosciuto fino a poco tempo prima. Nonostante i razionamenti imposti dall’esercito nipponico, e nonostante i bombardamenti dell’aviazione americana, Suzu si impegna per la propria famiglia e per il prossimo nei giorni antecedenti e successivi al lancio della bomba atomica, portando avanti il suo messaggio di pace e speranza.
La storia da cui Sunao Katabuchi (regista di Mai Mai Miracle, Princess Arete e assistente alla regia di Hayao Miyazaki in Kiki: consegne a domicilio) ha realizzato l’omonimo e premiatissimo film d’animazione campione d'incassi in Giappone nel 2016.
La tomba delle lucciole di Akiyuki Nosaka
Giugno 1945, Seconda Guerra Mondiale: le forze armate americane attaccano il Giappone con bombe incendiarie, riducendo a immensi roghi interi villaggi fatti di case di legno. Seita è ancora un bambino, e non capisce quello che gli sta accadendo intorno, e durante la fuga per la sopravvivenza con la sorellina Setsuko, perde di vista la madre. Questa è la drammatica epopea di due bambini, costretti a vagare soli tra le macerie di Kobe, un paese ridotto in cenere, ed è una denuncia contro gli orrori di qualsiasi guerra, che come al solito colpisce soprattutto gli innocenti.
Basato sulle personali esperienze dell’autore durante la Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo ha ricevuto il prestigioso Premio Naoki Sanjugo nel 1967, è stato trasposto nel 1988 nell’omonimo film d’animazione diretto da Isao Takahata (celebre per Heidi, Anna dai Capelli Rossi, Ponpoko) e, di nuovo, in uno struggente film dal vivo nel 2005 prodotto dalla NTV.
Recensione "Gli ultimi soldati dell’imperatore. I giapponesi che non si arresero dopo il 1945" di Antonio Besana
La guerra è senza dubbio una delle dinamiche, nella storia dell’uomo, che sfuggono a qualsiasi tipo di logica: resta un mistero irrisolvibile come l’essere umano, capace di progettare strumenti quali l’intelligenza artificiale, di costruire infrastrutture che connettano i due emisferi e di sviluppare cure per contrastare pandemie, non sia ancora in grado di coesistere pacificamente sullo stesso pianeta.
È proprio all'interno di questo fenomeno, di per sé quasi inspiegabile, che emergono dinamiche altrettanto bizzarre, capaci di affascinare e allo stesso tempo turbare il senso comune: è il caso, ad esempio, dei militari comunemente conosciuti come “soldati fantasma giapponesi” (zanryu nippon hei, letteralmente “soldati giapponesi lasciati indietro”).
Antonio Besana (Milano, 1955), professore al MIMM (Master di International Marketing Management) presso l’Università Cattolica di Milano, ha negli ultimi anni affiancato alla carriera accademica quella di scrittore, coltivando la propria passione per la storia militare. Le sue pubblicazioni si distinguono per il focus su episodi meno noti all'interno delle più ampie dinamiche di guerra: in Vite incrociate. La pietà per il nemico nella Seconda Guerra Mondiale (Edizioni Ares, 2022), ad esempio, esplora tredici casi in cui i soldati hanno saputo riconoscere e rispettare la sofferenza degli avversari; ancora, ne Il bambino di El Alamein (Edizioni Ares, 2023) racconta la triste storia del più giovane soldato italiano arruolato durante il secondo conflitto mondiale.
Nel suo nuovo libro, l’autore si concentra sulle storie dei soldati giapponesi i quali, non avendo ricevuto la notizia della resa o rifiutandosi di credervi, continuarono a combattere nelle giungle del Sud-Est asiatico, talvolta persino per decenni. Un’impresa di ricerca ardua, come l’autore stesso ammette, soprattutto per la difficoltà nel reperire fonti tradotte in inglese.
Come sottolinea lo stesso Besana, è naturale interrogarsi sul motivo di questa profonda incapacità di accettare la realtà della sconfitta. A tal proposito, Ōoka Shōhei, prigioniero di guerra sull’isola di Leyte e autore di Nobi (titolo italiano La guerra del soldato Tamura, 1951), scrive: “Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità.” Pur non essendo uno dei “soldati fantasma”, in quanto è stato rimpatriato al termine del conflitto, Ōoka è una delle voci più autorevoli della letteratura di guerra giapponese, e con questa citazione coglie perfettamente come per quei soldati la resa rappresentasse una casualità insopportabile, un evento in grado di vanificare la loro missione e di negare il senso stesso della fedeltà all’imperatore il cui culto, nel frattempo, era stato smantellato dalla Costituzione “imposta” dalle Forze Alleate nel 1947.
Trovo che Besana, alternando resoconti puntuali, tratti da testimonianze dirette dei reduci, a riflessioni più ampie di natura etica e culturale, riesca con efficacia a restituire la complessità di queste vicende. Particolarmente significativo è il passo tratto dalla cronaca No Surrender: My Thirty-Year War di Onoda Hiroo, ufficiale dell'intelligence giapponese, nascostosi nella giungla dell’isola di Lubang per poi arrendersi ai rappresentanti dell’esercito statunitense e filippino ventinove anni dopo la resa formale del Giappone:
“Non ne avevamo mai parlato, ma tutti noi avevamo sperato che un giorno saremmo tornati in Giappone. E ora io solo tornavo, lasciando gli spiriti dei miei insostituibili camerati sull’isola. Tornavo in un Giappone che aveva perso la guerra trent’anni prima. Tornavo nella terra dei miei avi, per la quale avevo combattuto fino al giorno prima. Se non ci fosse stata gente intorno a me, avrei battuto il capo per terra, gemendo. [...] Per la prima volta osservavo dall’alto il mio campo di battaglia. Perché mai avevo combattuto laggiù per trent’anni? Per chi avevo combattuto? In nome di quale causa?”
Proprio come i protagonisti del genere isekai (sottogenere fantasy in cui un individuo ordinario viene reincarnato in un universo parallelo), particolarmente amato dal pubblico giapponese, ma con un’esperienza ben più concreta e drammatica, questi “eroi tragici” si ritrovano catapultati in un mondo al quale non sentono più di appartenere. Lo stesso Onoda, incapace di adattarsi alla realtà del Giappone del dopoguerra, scelse infatti di trasferirsi in una colonia agricola giapponese in Brasile.
Besana accompagna simili resoconti a citazioni dal codice etico del Bushidō (“la via del guerriero”), ispirato a testi fondanti della tradizione samuraica come lo Hagakure:
“Hagakure, il testo classico del Bushidō scritto all’inizio del XVIII secolo, inizia con le parole: ‘Bushidō è un modo di morire’. Solo un samurai preparato e disposto a morire in ogni momento può dedicarsi completamente al suo signore.”
Attraverso questa duplice lente - da una parte la cruda realtà raccontata in prima persona, dall'altra la millenaria eredità storico-culturale - l’autore riesce a raccontare quanto, per i protagonisti di queste vicende, fosse più accettabile rifugiarsi nell'autoinganno che tutte le loro sofferenze non fossero state vane, piuttosto che accettare la “banalità” della resa. Continuare a credere nella propria missione, e nutrire la speranza di un ritorno a un Giappone immutato, era forse l’unico modo per sopravvivere alle loro terribili condizioni autoinflitte per anni. In questo senso, ricollegandoci anche al pensiero di Ōoka, potremmo parlare di “assurdo” nel senso sartriano del termine: la contraddizione intrinseca tra il bisogno umano di attribuire un significato all'esistenza e l’assenza, nella realtà, di un fine ultimo oggettivo.
Besana sottolinea infatti come, contrariamente a quanto dettato dall'immaginario collettivo, che tende a schernire questi soldati o a etichettarli come fanatici, la loro resistenza nascesse da sentimenti profondamente umani. Lo dimostra anche il passaggio dedicato ai kamikaze, in cui viene riportata la commovente lettera scritta da Ichizō Hayashi, membro di una forza d’attacco speciale, alla madre prima di partire per una missione suicida: “Sono felice di avere l’onore di essere stato scelto come membro di una forza d’attacco speciale che sta andando in battaglia, ma non posso fare a meno di piangere quando penso a te, mamma.”).
Eppure, laddove sarebbe facile cadere nella cieca glorificazione di una lealtà assoluta, o nel fascino esotizzante di una cultura così distante dalla nostra, lo scrittore è estremamente abile nel non oltrepassare mai questa soglia. Il racconto è difatti bilanciato da riferimenti lucidi e puntuali alle atrocità commesse dai reparti giapponesi a danno dei vicini asiatici durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’autore non manca nemmeno di citare un toccante episodio - perfettamente in linea con il precedente Vite incrociate - di riconciliazione tra due reduci giapponesi e due americani sull'isola di Peleliu, avvenuta nel 2013 e raccontata nel documentario Once were enemies (2017) della regista Eva Wunderman.
Al netto di tutto ciò, Gli ultimi soldati dell’Imperatore è un libro che mi sento di consigliare caldamente, non solo a chiunque sia appassionato di storia e cultura giapponese, ma anche a chi, magari, non ha mai amato particolarmente l’insegnamento scolastico della storia. Le riflessioni che ne emergono toccano, infatti, corde universali e possono parlare a tutti, soprattutto in un presente che, purtroppo, è ancora profondamente dilaniato dalla guerra.
Sofia Dagradi, studentessa









