Leggenda narra che nel XV secolo, Ashikaga Yoshimasa, l’ottavo shōgun (capo militare) dello shogunato Ashikawa (governo militare della dinastia Ashikaga), ruppe la sua tazza preferita. Provò a spedire i cocci in Cina per farla riparare, ma il risultato non lo soddisfò, a causa della scarsa qualità dei materiai utilizzati per la ricostruzione. Allora si affidò ad alcuni artigiani giapponesi che, colpiti dalla caparbietà del loro signore, decisero di riempire le crepe tra i cocci con resina laccata e polvere d’oro, in modo da rendere la tazza un gioiello unico.

Photo credits: japantimes.co.jp

La tecnica artistica del Kintsugi (金継ぎ, lett. “ricongiungere con l’oro”) consiste nell’unire i frammenti di un oggetto rotto, molto spesso una ceramica, impreziosendo le spaccature con oro, argento o lacca mescolata a polvere d’oro; in questo modo si concede nuova vita a qualcosa che altrimenti verrebbe buttato. Siccome le crepe non seguono mai uno schema regolare, ogni oggetto riparato sarà irripetibile nella sua forma, proprio grazie alle “ferite” che ha subito.

Photo credits: http://japan.travel.it

 

Si parte dall’estrazione della resina urushi, prodotta da una pianta autoctona del Giappone. Si procede mischiandola ad un amido, che può essere farina di riso o di grano, e poi si passa alla stuccatura: l’urushi così lavorata incontra l’argilla macinata fine. Dopodiché, si inizia la campitura vera e propria della crepa con la lacca ottenuta. È il momento di spolverare la polvere d’oro e lasciar asciugare il composto nelle crepe per due settimane. Passata la prima, occorre togliere l’oro in eccesso con un batuffolo di cotone di seta e al termine della seconda settimana lo si può brunire per ottenere un effetto naturale e antico.

Photo credits: http://kintsugi.chiaraarte.it

 

Il parallelismo è chiaro: sono le nostre cicatrici a fare di noi delle persone uniche, a renderci creature preziose ed importanti. I segni del nostro vissuto sono qualcosa da esibire con fierezza, perché sono la prova della nostra resilienza, anche di fronte alle peggiori cadute.

 

Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com

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