Approfondimenti: Il rapporto dei giapponesi con la religione

Il contesto religioso giapponese sembra essere alquanto differente dal nostro, ma nonostante questo il concetto di religione “occidentale” fu introdotto in Giappone nel periodo moderno. Quali sono le religioni in Giappone? Ma soprattutto, che rapporto hanno i giapponesi con la religione? Scopriamolo insieme!

Chiunque abbia avuto la fortuna di visitare il Giappone si sarà accorto di come i giapponesi si impegnino spesso in varie attività religiose. All’interno del paese è possibile trovare un tempio buddhista o un santuario shintoista a poca distanza l’uno dall’altro. Mentre gli scaffali di una qualsiasi libreria sono spesso pieni di libri riguardanti tematiche spirituali o appartenenti alle cosiddette “nuove religioni”. Per molti, inoltre, è normale impegnarsi in varie attività religiose. Ad esempio, il 1° di gennaio molti giapponesi si recano nel tempio vicino casa per celebrare l’arrivo del nuovo anno, in una pratica chiamata Hatsumōde. Negli ultimi anni, poi, sono aumentati i matrimoni di tipo cristiano, favoriti spesso su quelli shintoisti per la loro atmosfera romantica. Come vediamo, quindi, il panorama delle religioni in Giappone si distingue per la sua natura sincretica, per via delle varie religioni presenti nel paese.

Storia del termine “religione”

Il termine religione (shūkyō宗教) fu introdotto per la prima volta in Giappone con l’ingresso dei dizionari buddhisti dalla Cina. Tuttavia, il senso attribuito a questo termine oggi ha la sua origine nella parola inglese di “religione”, diventando quindi la traduzione di un concetto occidentale. In particolare, il termine fu un prodotto di origine moderna, adottato in seguito all’apertura del paese al resto del mondo intorno al 1870. Durante i primi anni, però, la parola fu utilizzata quasi esclusivamente dagli intellettuali e dagli ufficiali di governo.

Successivamente, l’entrata delle teorie scientifiche (in particolare quelle di Darwin) spinse la religione a far parte della sfera privata e non scientifica. In questo, però, il governo giapponese escluse da questa categoria lo Shintō e lo rese una religione di stato, per i suoi collegamenti con l’imperatore. Fu solo dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, che venne inclusa anch’essa nella categoria e staccata definitivamente dagli organi di stato.

Le religioni in Giappone

Come abbiamo detto, il panorama religioso giapponese si caratterizza per il suo sincretismo. Sicuramente le religioni tradizionali hanno ancora il loro peso all’interno della società, non tanto in termini di affiliazioni ma di diffusione delle pratiche. Infatti, oltre alle varie festività che si celebrano in santuari e templi, lo shintoismo da una parte offre ancora vari servizi come ad esempio la benedizione dei terreni. Il buddhismo, invece, ha ancora il suo peso nelle pratiche funerarie anche se negli ultimi anni ne sono nate di nuove non religiose. Esistono, però, ancora due tipologie di religioni, ossia le cosiddette “nuove religioni” e “nuove nuove religioni”. Le prime sono nate verso la fine dell’800 e prendono molti elementi dalle religioni tradizionali. Ugualmente le seconde si rifanno alle altre religioni, ma riprendono elementi anche dal movimento New Age di origine statunitense e sono nate verso la fine del ‘900.

I giapponesi sono religiosi?

Per rispondere a questa domanda occorre prima di tutto chiarire cosa si intende per religioni in Giappone. Sia ora che in antichità la fede religiosa è stata sempre staccata dall’attività. Quindi, partecipare ad una cerimonia, comprare un amuleto o leggere un libro sulla spiritualità non significa necessariamente essere credenti. Oggi, complici anche i vari cambiamenti socioeconomici, una cospicua percentuale di giapponesi risponderebbe che non è credente di nessuna religione. Secondo una statistica del giornale Yomiuri, infatti, il numero di credenti in una qualsiasi religione calò dal 56% nel 1965 al 22,9% nel 2005.

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Letture di Giappone in Italia: "Dall'Hokkaidō al Kyūshū" di Serena Lavezzi

“Dall’ Hokkaidō al Kyūshū” di Serena Lavezzi è un vademecum per chiunque voglia approcciarsi al panorama della letteratura moderna e contemporanea giapponese.

Il testo prende in esame il vasto patrimonio che gli autori hanno lasciato al piacere del lettore, in primis a quello dell’autrice che ne racconta il lavoro con trasporto e passione.
Pur non esistendo un esplicito criterio di selezione, ne esiste uno chiaro di organizzazione e il saggio si trasforma in una biblioteca nella quale i volumi siano ordinati per area geografica, partendo da nord. Gli scrittori scelti sono presentati in paragrafi e riuniti in capitoli secondo l’isola o la regione di appartenenza, e qui riassunte alcune delle loro produzioni di maggior pregio o preferite dall’autrice.

La scrittura semplice e chiara di stampo blogger apre questo libro tanto a chi è appassionato da tempo di Giappone o di letteratura, soprattutto contemporanea, quanto a chi vi si è approcciato da poco. Le note introduttive su pronuncia ed epoche della storia giapponese, in aggiunta a un breve glossario consentono infatti a chiunque di sfruttare al massimo il contenuto del testo.

Più che di un vero e proprio viaggio si tratta di una guida

Lo schema è molto semplice: il capitolo si apre con una presentazione del territorio e qualche cenno storico per poi dedicarsi alla presentazioni degli autori nati in quei luoghi. Lo spazio maggiore è riservato ai loro lavori più che al rendere al lettore un’immagine vivida del paesaggio: fornendo semplici informazioni al lettore è affidato il compito, una volta tra le mani uno dei libri che l’autrice consiglia, di trovare quegli elementi da sé. Il passo indietro fatto da Serena Lavezzi è efficace proprio in virtù di questo gioco che vede protagonisti il libro e il suo futuro lettore. Sarà quest’ultimo a viaggiare. Ci auguriamo, presto, letteralmente dall’ Hokkaidō al Kyūshū.

Un estratto:

[…]
Ultima tappa nella regione di Chūgoku è la cittadina di Shimonseki, nella prefettura di Yamaguchi. Qui, nel 1185, si combatterono i due clan samurai rivali degli Heike e dei Genji nella battaglia di Danno-ura. Molti secoli più tardi, nel 1895, la città torna a essere protagonista della storia. In aprile si firmò il trattato di pace che pose fine alla prima guerra cino-giapponese, tra l’Impero e la dinastia Qing. In queste prefetture ci tratterremo per conoscere cinque autori, tre donne e due uomini. Scrittori di gialli, promesse della letteratura contemporanea, un’autrice classica e quella che più di tutti mi ha portato ad amare la cultura nipponica.

__

Nata Nel 1986, Serena Lavezzi ha conseguito due lauree in Storia; ha pubblicato diversi romanzi ambientati in Giappone e partecipato con successo a concorsi letterari nazionali; oggi si occupa di scrittura a tempo pieno e gestisce il blog Penne d’Oriente.

Serena Lavezzi, Dall’Hokkaidō al Kyūshū, Scrittori giapponesi moderni e contemporanei, Edizioni Stilnovo, Milano, 2021, 158 pp.
ISBN 978-88-99080-22-8

Articolo scritto da: Beatrice Varriale

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Approfondimenti: Arti Marziali tra tradizione, storia e cultura

Quando si pensa al Giappone generalmente vengono evocate nella nostra testa immagini di fiori di ciliegio, di templi shintoisti o di quei vicoli a Tokyo costellati di insegne su cui ci sono miriadi di kanji. Tuttavia è inevitabile fare anche il collegamento con gente che indossa un ”gi” dalla cintura nera e che urla mentre tira calci. In poche parole, ci vengono in mente le arti marziali. Ma perché facciamo questa associazione?

La Genesi delle Arti Marziali in Giappone

L’Asia è sempre stata la culla delle arti marziali. Dalla Cina, passando per la Corea e finendo in Thailandia. E il Giappone non è assolutamente da meno. È doveroso iniziare ricordando che la terra del Sol Levante ha quasi sempre attinto dalla Cina, in materia di arte e filosofia. Gli ideogrammi usati dal popolo nipponico si ispirano ai pittogrammi cinesi, tanto per fare un esempio, e anche in termini dottrinali si è studiato con profondo interesse il taosimo zen e il confucianesimo, integrandoli con gli insegnamenti shinto.

In questo calderone culturale ci sono anche le arti marziali. Il Giappone ha cominciato a sentirne la necessità quando sul campo di battaglia le loro armi si rompevano ed erano costretti ad usare braccia e gambe. Ecco allora che le cosiddette ”forme” e i vari stili di combattimento della Cina iniziarono a solleticarli e a sedurli, e in poco tempo, a partire circa dall’era Sengoku, i giapponesi svilupparono scuole di lotta e di pensiero marziale tutte loro, anche se inizialmente erano prerogativa della casta guerriera.

Avendo quindi origine dai samurai, le arti marziali nipponiche sono pregne di filosofia, disciplina e perizia di guerra. Analizzeremo prettamente quelle che sono le discipline più famose e diffuse, al giorno d’oggi, per meglio capire un lato del paese del Sol Levante che ha radici profonde e un’importanza da non sottovalutare.

Sumo

Arti Marziali sumo

photo credits: Wikitionary.org

Risulta doveroso iniziare con lo sport nazionale del Paese, il sumo.

Nasce ad Hokkaidō, attorno al VI secolo. Ha una matrice shintoista, giacché era un tipo di lotta celebrativa che si attuava quando i raccolti risultavano abbondanti, rendendo così grazie agli déi in un modo giocoso ma dalle connotazioni comunque religiose. Altro rimando allo shintoismo è la corda che i praticanti portano come cinta, chiamata ”yokozuna”, la quale sia per forma che per materiali richiama quelle che vengono impiegate nei riti e nelle decorazioni dei templi shinto.

Se volessimo paragonarlo ad un tipo di combattimento occidentale, potremmo accostarlo al wrestling, dato che si tratta di due individui che lottano in maniera ravvicinata, cercando di sbilanciarsi in uno scontro di attrito, forza fisica e resistenza. Vince chi atterra l’avversario o chi lo butta fuori dall’arena, detta ”dohyō”. Il motivo della grossa corporatura dei combattenti si deve perciò alla necessità di resistere allo sfidante e di sovrastarlo con la propria energia e stazza.

Il sumo è amato e seguito da molti, di qualsiasi età, e tiene viva la tradizione giapponese assieme alla voglia di intrattenimento degli amanti delle arti marziali.

Kendo e Iaido

Arti Marziali

photo credits: @jiemin.lee1994 on Instagram

Il kendo è una disciplina che si rifà agli antichi guerrieri samurai, e discende dalle tecniche kenjutsu legate ai più formidabili spadaccini delle epoche passate. Si basa sul combattimento con spade di bambù (”shinai”) e i duellanti indossano un’armatura protettiva (”bōgu”). Viene insegnato a colpire alcuni punti critici del corpo, come la testa, le mani per disarmare il nemico, e le gambe per impedirne il movimento. Questo ovviamente in linea teorica e sportiva, visto che fortunatamente l’era sanguinaria degli stati combattenti è finita da un pezzo.

Ad ogni modo, il kendo è estremamente seguito e praticato, anche dagli occidentali, e molte shinai e bōgu sono frutto di un’alta abilità di artigianato nipponico, il che dà lustro tutt’ora a quelle piccole botteghe dove un tempo c’era molta più richiesta di spade e corazze di qualità.

L’altra faccia della medaglia è lo iaido. Anch’esso prevede l’utilizzo di una spada, ma è focalizzato sul colpire per primi ed impedire all’avversario di fare mosse ulteriori. È un tipo di arte molto più meditava e dove la concentrazione e una precisione letale la fanno da padrona. Generalmente, in molti praticano sia il kendo che lo iaido per forgiarsi al meglio come guerrieri spadaccini.

Il kendo e lo iaido poggiano inoltre sugli insegnamenti teorici e pratici di Miyamoto Musashi, una figura leggendaria risalente al XVI secolo. Era un abile spadaccino e un profondo conoscitore delle varie scuole di pensiero dell’epoca, e si diceva non perdesse mai un duello. Con il suo ”Libro dei cinque anelli” ha messo insieme tutto quello che aveva imparato sul campo di battaglia e dai vari maestri con i quali si era confrontato. Potremmo dire fosse la controparte giapponese dello stratega cinese Sun Tzu, un generale intelligente e scaltro che a sua volta aveva indagato sulla natura e le modalità della guerra e delle sue tecniche.

Karate

Arti Marziali

photo credits: My-personaltrainer.it

Probabilmente il tipo di arte marziale più famoso e praticato, se si considerano i seguaci oltreoceano.

Il karate nacque sul finire del XIX secolo, ad Okinawa, quando quest’ultima e altre isole vennero annesse al Giappone. La popolazione dell’allora Regno del Ryūkyū era contraria all’adesione con l’impero nipponico, per cui ideò uno stile di combattimento che permettesse di contrastare i giapponesi. Mischiarono tecniche cinesi a metodi di combattimento autoctoni, dando vita al karate che conosciamo oggi. Da lì, si sviluppò in seguito anche il judo, incentrato sulle prese e sull’adattamento ad ogni tipo di situazione.

Terminata la seconda guerra mondiale, molti americani che avevano basi per tutta Okinawa, scoprirono quest’arte marziale, e tornati in patria la fecero diffondere a macchia d’olio. Questo diede il via all’esplosione del fenomeno, che culminò negli anni ’80 quando il culto dell’esercizio fisico e l’amore per lo sport erano praticamente un’ossessione per gran parte dei cittadini statunitensi. Aggiungiamoci il contributo che diede il cinema, con toni esasperati e ispiratori (non scordandoci neanche dell’iconico Bruce Lee), e capiremo come gli stili di lotta orientali fecero presa sull’occidente.

Ultime Considerazioni

Per il Giappone, quindi, le arti marziali sono di fondamentale importanza, perché racchiudono parte della loro storia ma anche un’ampia parentesi che lo ha saputo mettere in contatto con l’Ovest, sia a livello culturale che commerciale. Per molti non è solo uno sport, ma anche uno stile di vita, una filosofia, un modo per scoprire se stessi e per migliorarsi tramite la disciplina e l’esercizio. Una realtà che ha saputo incantare milioni di persone, e che è una delle colonne portanti della società del paese del Sol Levante.

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Approfondimento: Il periodo Kamakura – L’ascesa dei samurai

Il periodo Kamakura è un’era di notevole importanza nella storia del Giappone. Esso infatti segna l’avvento dei samurai, la casta guerriera, e l’istituzione del feudalesimo nel paese del Sol Levante. Inoltre, in questi anni ci fu uno sviluppo delle arti, con capolavori letterari come lo Heike Monogatari o lo Shin Kokin Wakashū.

La capitale Kamakura

photo credits: khanacademy.org

Il Periodo Kamakura viene fatto iniziare nel 1185, quando Minamoto no Yoritomo prese il potere. Infatti, quest’ultimo stabilì ufficialmente la sede dello shogunato e la capitale a Kamakura, sua città natale, nel 1192. La città divenne quindi il centro dell’attività politica e culturale e ci si riferisce a questo governo come “lo shogunato Kamakura”. La fine di quest’epoca coincise con la distruzione del governo feudale nel 1333 e la temporanea istituzione dell’imperatore Go Daigo.

Lo shogunato

photo credits: gaijinpot.com

Minamoto no Yoritomo chiamò il suo shogunato “bakufu”, ovvero governo della tenda. Yoritomo seguì l’esempio della famiglia Fujiwara, di epoca Heian, nella gestione del potere. Inoltre, una volta assicurato il controllo sulle province del Giappone centrale e occidentale, nominò dei funzionari che distribuì nei territori assoggettati.

Alcuni di questi funzionari erano chiamati shugo e avevano il compito di amministrare le province dello shōgun. Da questa classe sociale derivano proprio i daimyō, nel XV secolo. Questi ultimi, infatti, stanchi di servire come semplici governatori dello shōgun, iniziarono a rivendicare sempre più potere per sé stessi, ammassando immense forze militari.

La famiglia Hōjō

photo credits: wikipedia.org

Tuttavia, Yoritomo non seppe mantenere stabile il suo dominio e, alla sua morte, si creò un vero e proprio vuoto di potere. Infatti, il reggente dello shōgun, lo shikken Hōjō Tokimasa, prese le redini del governo, togliendo qualsiasi potere alla figura shogunale. Sotto il dominio degli Hōjō, la corte imperiale fu posta sotto il diretto controllo dello shogunato, e l’imperatore venne privato di qualsiasi potere politico.

Inoltre, la classe militare, rappresentata dai signori delle province, crebbe sempre più in importanza e in autorità. Simbolo della militarizzazione della società è la stesura, nel 1232, del primo codice di legge militare della storia del Giappone, il Goseibai Shikimoku.

photo credits: wikiwand.com

 

Le invasioni mongole

photo credits: wikipedia.org

Durante il periodo Kamakura, si verificarono le due tentate invasioni del Giappone ad opera dei mongoli, una nel 1274 e l’altra nel 1281. Furono eventi sensazionali, di straordinaria importanza. I mongoli riuscirono ad arrivare in Giappone e combattere l’esercito shogunale, che subì molte perdite.

Tuttavia, dopo poco tempo dal loro arrivo, le navi mongole, in entrambe le occasioni, furono spazzate via da violenti tifoni. I preti shintō attribuirono questi eventi al “vento divino”, o kamikaze, che aveva protetto il Giappone. Nonostante ciò, le conseguenze di queste invasioni furono decisive per il declino, e, in ultimo, la dissoluzione del bakufu di Kamakura.

La guerra civile e la caduta dello shogunato

photo credits: nextstopasia.tumblr.com

Dopo le invasioni, gli Hōjō dovettero affrontare una guerra civile. Lo stato aveva speso ingenti somme di denaro per difendersi dai mongoli. Inoltre, molti nobili erano insoddisfatti: avevano aiutato il governo con la promessa che quest’ultimo li avrebbe ricompensati con terre e denaro. Invece, lo shogunato non donò ricompense a nessuno.

Nel 1331 gli Hōjō esiliarono Go Daigo, l’imperatore che si era ribellato, ma le forze lealiste insorsero e presero il potere nel 1333. Il periodo che segue è detto “Restaurazione Kenmu”. Qui, l’imperatore fece una serie di riforme per ristabilire la supremazia della corte sul dominio militare. Tuttavia, i successivi sviluppi videro la presa di potere di un’altra linea di shōgun, quella degli Ashikaga.

Arte

photo credits: sworld.co.uk

Nel periodo Kamakura ci fu un generale cambiamento negli stili artistici e nei temi delle opere, che riflettono la natura travagliata di quegli anni. Ad esempio, l’Hōjōki descrive, in termini buddhisti, il concetto di impermanenza delle cose mondane, tutte destinate a svanire.

Allo stesso modo, lo Heike Monogatari narra della storia della famiglia Taira, concentrandosi sui racconti di guerra e di samurai. Inoltre, le raccolte di antologie di poesie giapponesi, come lo Shin Kokin Wakashū. prodotto nel XIII secolo, continuarono ad avere molta popolarità.

La scultura divenne una delle arti principali e fu caratterizzata da uno stile molto realistico. Lo stile realista Kamakura venne fuso con la più elegante arte Nara per dare vita ad opere eccezionali. Una di queste è quella dell’artista Kōkei, ovvero la grandiosa statua in bronzo dell’Ammitabha Buddha del tempio Kōtokuin di Kamakura, del XIII secolo.

I tempi travagliati influenzarono anche la pittura, anch’essa molto realista, i cui temi iniziarono a riguardare la rappresentazione di spettri e degli inferni buddhisti.

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News & Curiosità: Rooftop gardens a Tokyo, ecco i migliori

I rooftop gardens sono oasi di verde che si trovano sulla cima di edifici come centri commerciali e grattacieli. Non tutti sono a conoscenza di questi piccoli spazi segreti di natura, il che li rende posti perfetti per rilassarsi all’ombra e godersi un momento di relax lontani dalle masse. In questo articolo ve ne suggeriamo alcuni, in modo che possiate già inserirli nel vostro itinerario per un futuro viaggio a Tokyo.

Per chi non la conosce bene o per chi ci si reca per la prima volta, Tokyo può apparire una città caotica: file e file di grattacieli ed edifici che si stagliano alti nel cielo ostruendo la visuale, treni della metropolitana carichi di persone, incroci stradali larghi e trafficati a sfondo di una fiumana di gente che si dirige senza sosta in ogni direzione. Per fortuna esistono numerosi luoghi per sfuggire a tutta questa confusione, ma sempre rimanendo all’interno della città: stiamo parlando dei rooftop gardens.

Tokyu Plaza Omotesando Harajuku – Omohara Forest

Indirizzo: 4-39-3 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: omohara.tokyu-plaza.com/en
Orari: il giardino è aperto dalle 8.30 alle 21
Come arrivarci: scendere alla stazione di Meiji Jingumae con le linee Chiyoda/ Fukutoshin; scendere alla stazione di Harajuku con la linea JR Yamanote; scendere alla stazione di Omotesando con le linee Chiyoda/Hanzomon/Ginza

Photo credits: japantravel.com

Situato tra i quartieri giovanili e alla moda di Harajuku e Omotesando, questo giardino è al sesto piano del centro commerciale Tokyu Plaza: famoso per il suo ingresso dai numerosi specchi a effetto caleidoscopico, l’edificio ospita numerosi negozi famosi oltre a vari caffè e ristoranti. La sera il giardino viene illuminato, e diventa quindi l’occasione perfetta per scattare qualche foto al panorama notturno di Harajuku.

Ginza Six – Ginza Six Garden

Indirizzo: 6-10 Ginza, Chuo-ku, Tokyo
Contatti: https://ginza6.tokyo.e.abf.hp.transer.com/contact
Orari: il giardino è aperto dalle 7 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione di Ginza con le linee Ginza, Marunouchi, Hibiya

Photo credits: timeout.com

Il quartiere di Ginza è noto per la sua atmosfera di eleganza e alta classe. All’ultimo piano del celebre centro commerciale Ginza Six si trova un giardino di ben 4000 metri quadri, il più grande di tutta la zona; al suo interno si possono trovare numerose panchine in cui rilassarsi, un piccolo tempio, alberi e vegetazione che cambiano in base alla stagione.

Miyashita Park

Indirizzo: Blocco sud: 1-26 Shibuya, Shibuya-ku, Tokyo. Blocco nord: 6-20 Jingumae, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://www.miyashita-park.tokyo/
Orari: il parco apre dalle 8 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione di Shibuya con le linee JR/Ginza/Hanzomon/Fukutoshin/Inokashira/Denentoshi/Toyoko

rooftop gardens

Photo credits: archello.com

Il parco di Miyashita venne inizialmente realizzato nel 1930 per poi essere rimodellato in preparazione dei Giochi Olimpici di Tokyo del 1964; successivamente, nel 2011, venne utilizzato come campo parco sportivo dove potersi dedicare allo skateboarding e al bouldering; nel 2020 l’edificio è stato ulteriormente rinnovato ed è nato il Miyashita Park: un complesso a 3 piani comprendente anche un hotel e il parco sul tetto. Nel parco è ancora possibile trovare le pareti da bouldering e l’area dove potersi esercitare con lo skateboard, ma sono stati aggiunti anche caffè e spazi erbosi dove potersi rilassare.

Rooftop gardens a Tokyo: Shibuya Parco Rooftop Park

Indirizzo: 15-1 Udagawacho, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://shibuya.parco.jp.e.aiv.hp.transer.com/info/facilities/
Orari: il centro commerciale è aperto dalle 11 alle 20
Come arrivarci: arrivare alla stazione di Shibuya con le linee Yamanote/Ginza e prendere l’uscita Hachiko; con la linea Hanzomon prendere le uscite 6 o 7

Photo credits: parco.co.jp

Al nono piano del centro commerciale Shibuya Parco troviamo un ampio spazio verde che comprende anche un’area eventi chiamata Garden Stage in cui poter godere di musica dal vivo o fare shopping nella zona market con vari stand che vendono cibo o oggetti di artigianato.

Seibu Ikebukuro Main Store – Rooftop Garden

Indirizzo: 1-28-1 Minami-Ikebukuro, Toshima-ku, Tokyo
Contatti: https://www.sogo-seibu.jp/ikebukuro/
Orari: il centro commerciale apre dalle 10 alle 21
Come arrivarci: arrivare alla stazione di Ikebukuro con le linee JR/Seibu Ikebukuro/ Tobu Tojo/Marunouchi/Yurakucho e prendere l’uscita Est.

Photo credits: lightdesign.jp

Al nono piano di uno dei centri commerciali più affollati di tutta Tokyo, il Seibu di Ikebukuro, troviamo un’ampia terrazza in cui potersi distrarre dallo shopping: al suo interno vi è persino un piccolo laghetto ispirato alle opere di Monet, oltre a numerosi posti per sedersi con comodità magari gustando uno spuntino.

Rooftop gardens a Tokyo: Meguro Sky Garden

Indirizzo: 1-9-2 Ohashi, Meguro-ku, Tokyo
Contatti: https://www.city.meguro.tokyo.jp/shisetsu/shisetsu/koen/tenku.html
Orari: dalle 7 alle 21
Come arrivarci: stazione di Ikejiri Ohashi con la Denentoshi line

rooftop gardens tokyo

Photo credits: tripadvisor.com

Tra tutti i giardini che abbiamo visto fino ad adesso, di sicuro il Meguro Sky Garden è quello con la posizione più inusuale, infatti si trova in cima alla Superstrada metropolitana di Tokyo; dalla forma circolare e con una circonferenza di 400 metri,ospita più di 1000 alberi tra cui pini e ciliegi; vi sono inoltre un’area giochi per bambini, un giardino giapponese e un boschetto di bambù.

Tokyo Midtown Hibiya – Park View Garden

Indirizzo: 1-1-2 Yurakucho, Chiyoda-ku, Tokyo
Contatti: www.hibiya.tokyo-midtown.com
Orari: il giardino è aperto dalle 8 alle 23
Come arrivarci: scendere alla stazione Hibiya con le linee Hibiya/Chiyoda/Mita; scendere a Ginza con le linee Ginza/Marunouchi/Hibiya ; scendere alla stazione Yurakucho con le linee Yamanote/Keihin-Tohoku/Yurakucho.

Photo credits: japantravel.com

Vicino al parco di Hibiya e al Palazzo Imperiale, il complesso Tokyo Midtown Hibiya è stato costruito nel 2018 ed è “fratello” del Tokyo Midtown Roppongi. Tra gli uffici e i negozi all’interno della costruzione, al sesto piano è possibile trovare un ampio spazio in cui passare del tempo tranquilli: l’architettura in legno e la vegetazione sono incorniciate dalle vetrate del palazzo e sullo stesso piano si trovano anche due ristoranti.

Atrè Ebisu – Ebisu Green Garden

Indirizzo: 1-5-5, Ebisu-Minami, Shibuya-ku, Tokyo
Contatti: https://www.atre.co.jp.e.ww.hp.transer.com/store/ebisu
Orari: da novembre a febbraio dalle 10 alle 17
Come arrivarci: scendere alla stazione di Ebisu con le linee Yamanote/Hibiya/Saikyo

rooftop gardens tokyo

Photo credits: timeout.com

Un piacevole spiazzo di verde al settimo piano del centro commerciale Atrè Ebisu. Ourcgè non ci siano alberi è molto particolare in quanto offre una varietà di fiori e piante molto variegata.

Rooftop gardens a Tokyo: Ark Hills – Ark Garden

Indirizzo: 1-12-32 Akasaka, Minato-ku, Tokyo
Contatti: www.arkhills.com
Orario: dalle 8 alle 21
Come arrivarci: prendere l’Uscita 3 alla stazione Roppongi-Itchome con la linea Namboku

rooftop gardens

Photo credits: arkhills.com

Una serie di terrazze collegate tra loro formano il complesso giardino dell’Ark Hills Garden: creato circa 30 anni fa, a seconda dei giardini che lo compongono cambiano il tema e le piante che vi si trovano. Aperto solo in primavera e in autunno.

Ispirazione: timeout.com

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News & Curiosità: I konbini, i negozi aperti 24h presenti in tutto il Giappone

I convenience store, o konbini, come sono popolarmente conosciuti oggi, sono ormai diventati fondamentali nel panorama commerciale giapponese contemporaneo. Il grande aumento del numero dei negozi, i loro orari e la varietà dei servizi e prodotti offerti li hanno resi quasi un’istituzione. Ma quali sono i fattori che hanno contribuito al loro sviluppo?

Da quando questa tipologia di negozi sono stati introdotti in Giappone verso la fine degli anni ‘60, un’intera generazione di consumatori è cresciuta con i suoi servizi. Per molti di loro i konbini sono diventati essenziali come l’aria che respiriamo ed è difficile immaginare la loro vita senza questi negozi. Un caso eclatante fu quello del famoso giocatore di calcio che ha militato anche in Serie A, ossia Nakata Hidetoshi. Pensate, infatti, che Nakata, quando era ancora in attività, ammise in alcune interviste che una scomodità del vivere all’estero era proprio la mancanza dei konbini.

Negli anni precedenti, tuttavia, era molto difficile trovare dei konbini nelle aree più montuose e isolate del paese. Questo perché naturalmente il basso numero di abitanti e gli alti costi del trasporto rendevano complicata una loro apertura. In ogni caso, oggi molte compagnie si sono attrezzate per arrivare in queste aree attraverso delle unità mobili.

La nascita del termine “konbini”

Se da una parte la vita delle persone fu influenzata dall’introduzione di questa tipologia di negozio, dall’altra il loro modo sempre nuovo di utilizzare i suoi servizi influenzò il suo sviluppo. Inizialmente il termine di riferimento era “konbiniensu sutoa” (dall’inglese “convenience store”), introdotto per la prima volta nel ’70 dal giornale Asahi. Dopo qualche anno, le due parole furono unite ed indicavano un piccolo negozio che vendeva articoli di prima necessità e aperto per molte ore. E’ solo durante gli anni ’80 però che possiamo vedere un primo cambiamento sostanziale. In quel periodo, infatti, solo la prima parola “konbiniensu” era utilizzata spesso in libri, articoli di giornale e in TV. Dopodiché, agli inizi degli anni ’90 il numero di questi negozi arrivò a toccare le 40.000 unità in tutto il Giappone, diventando sempre più importante. Così, il termine konbini entrò ufficialmente nel linguaggio popolare.

I konbini oggi

Il numero dei negozi, quindi, aumentò esponenzialmente, arrivando a superare oggi i 56.000 punti vendita in tutto il Giappone. Una delle ragioni del successo è stata sicuramente la loro politica di marketing, che gli ha permesso di andare incontro alle richieste di ogni cliente. Molti giovani, infatti, passano tanto tempo all’interno dei konbini per rilassarsi, giocare o mangiare durante la pausa pranzo.

Allo stesso tempo, è aumentato in maniera esponenziale anche il numero di clienti più anziani. Le cause possono essere rintracciate nei cambiamenti socioeconomici che hanno colpito il Giappone negli ultimi anni e hanno portato sempre più anziani a rimanere soli. Pertanto, in una situazione del genere un konbini vicino casa risulta essere molto comodo per loro. Oggi, infatti, a qualunque ora i clienti possono comprare un pasto, pagare una bolletta, inviare fax o ritirare soldi dal proprio conto corrente. Non sorprende, quindi, che per molti il konbini sia ormai un’infrastruttura fondamentale su cui poter contare in ogni momento.

photo credits: wego.com

Nuovi timori portati dal loro sviluppo

Come abbiamo visto, lo sviluppo dei konbini ha fornito un grande supporto ad un sempre maggior numero di persone. Allo stesso tempo, però, sono nati nuovi discorsi e preoccupazioni riguardo la loro espansione. Uno di questi riguarda sicuramente la possibile introduzione nel mercato giapponese di prodotti esteri portati dalle grandi compagnie americane che possiedono questi negozi. Tuttavia, oggi i konbini seguono una linea di prodotti principalmente giapponesi e, quindi, non possiedono molti prodotti esteri. Oltre a questo, sono spesso criticati per la cattiva qualità del cibo offerto, non in grado, secondo molti, di contribuire alla salute del corpo.

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Approfondimento: Il periodo Heian - Apogeo della cultura giapponese

Il periodo Heian fu una delle epoche più importanti e culturalmente ricche della storia giapponese. La cultura aristocratica e la produzione letteraria e artistica raggiunsero il loro periodo di apogeo grazie a capolavori come il Genji Monogatari. Inoltre, proprio in questi anni si andò a delineare l’ascesa al potere della classe sociale dei bushi, i guerrieri giapponesi, noti anche come samurai.

Heyankyō, la nuova capitale

Il periodo Heian inizia con lo spostamento della capitale ad Heiankyō, l’attuale Kyōto, nel 794 d.c. ad opera dell’imperatore Kanmu. La fine di quest’epoca coincise con la presa di potere, nel 1185 d.c., di Minamoto no Yoritomo, il primo shōgun del Giappone.

photo credits: wikipedia.org

La posizione strategica della città fu uno dei motivi per cui fu scelta: era vicina ad un fiume che sfociava nel mare. Inoltre, poteva essere raggiunta facilmente dalle province orientali via terra. Per questa ragione, Kyōto rimase la capitale del Giappone per circa mille anni.

Così come era successo con la precedente capitale, Nara, anche Heian venne modellata sulla base di Chang’an, l’antica capitale cinese, oggi Xi’an. Tuttavia, la nuova sede della corte imperiale era più grande e articolata.

Nel primo periodo Heian, l’imperatore Kanmu continuò a perseguire una politica basata sul sistema cinese della dinastia Tang, attraverso le riforme del codice Ritsuryō. Tuttavia, con il passare del tempo gli equilibri di potere mutarono e l’Imperatore finì per perdere molto del suo potere.

La famiglia Fujiwara

photo credits: japantimes.co.jp

Il declino del potere dell’Imperatore ebbe inizio con la crescente influenza che la famiglia Fujiwara deteneva a corte. I Fujiwara erano infatti riusciti ad unire, attraverso matrimoni combinati, la propria famiglia con quella imperiale. Di conseguenza, vari esponenti Fujiwara riuscirono ad acquisire ruoli di potere all’interno dello stato, diventando persino reggenti dell’Imperatore.

La loro ricchezza crebbe inesorabilmente e finirono per avere completo controllo sulla corte, grazie soprattutto all’abilità del loro membro, Fujiwara no Michinaga. Infatti, i Fujiwara, tra i vari poteri che avevano ottenuto, potevano detronizzare l’imperatore in qualunque momento e metterne un altro al suo posto.

photo credits: japanwondertravel.com

In questo periodo, l’aristocrazia si occupò in principal modo della gestione terriera, concentrandosi sulla ricchezza delle proprie famiglie. Il Giappone aveva perso quel senso di unità che lo aveva caratterizzato negli anni precedenti.

La classe militare

La presa di potere delle famiglie aristocratiche coincise con la formazione di una nuova classe sociale, i bushi. I proprietari terrieri infatti si dotarono di forze di polizia locali per proteggere loro stessi e i propri domini, in modo del tutto indipendente dall’autorità imperiale. Di conseguenza, le classi sociali privilegiate che risiedevano all’interno dei domini degli aristocratici divennero parte di una nuova élite militare, i samurai.

photo credits: japantravel.com

Queste famiglie militari gravitavano attorno ai nobili aristocratici che possedevano i terreni nelle quali si trovavano. I Fujiwara, il clan dei Taira e quello dei Minamoto erano solo alcune tra le famiglie aristocratiche che erano supportate da questi guerrieri.

Con il tempo, i Fujiwara persero il potere a corte e vennero gradualmente sostituiti dai Taira. Tuttavia, questi ultimi furono attaccati dai Minamoto, che presero il potere nel 1185. Minamoto no Yoritomo, il nuovo generale regnante, creò il sistema feudale che avrebbe caratterizzato il Giappone per i successivi sette secoli, il bakufu o shogunato.

La religione

Il periodo Heian vide l’avvicendarsi di innumerevoli innovazioni dal punto di vista culturale. In primis, ci fu uno sviluppo considerevole del buddhismo, che portò alla creazione di due nuove sette, ovvero la Tendai e la Shingon.

photo credits: freemansauction.com

La prima ottenne grande successo, in quanto promuoveva principi che favorivano la legittimazione del potere imperiale. Non a caso, lo stesso Imperatore Kanmu era un grande seguace e patrono di questa setta.

La setta Shingon, invece, si distingueva per il suo largo uso di poesia, calligrafia e scultura. Entrambe le sette cercavano, attraverso i loro insegnamenti, di connettere lo stato e la religione, cercando l’appoggio dell’aristocrazia per una sorta di “buddhismo aristocratico”.

La letteratura

L’introduzione dei due alfabeti sillabici giapponesi fu molto popolare all’interno della letteratura di questo periodo. Inoltre, vennero creati nuovi generi, come quello del romanzo e del saggio narrativo.

photo credits: wikimedia.org

Il romanzo più famoso è sicuramente il Genji Monogatari (Il racconto di Genji) della scrittrice Murasaki Shikibu, composto tra il 1000 e il 1012. Quest’opera viene considerata da molti come uno dei primi romanzi nel mondo e continua ad ispirare molti artisti della nostra epoca. Il romanzo narra delle avventure amorose di Genji, un figlio dell’Imperatore del Giappone, che ha perso la madre in tenera età. Il protagonista cercherà questa figura materna per tutta la vita, cercando di riempire il suo vuoto tratteggiando la figura di una donna ideale, eterea.

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Approfondimenti: Torii, I simboli del Giappone

In questo articolo andiamo alla scoperta di un altro iconico simbolo della cultura giapponese. A chi non è mai capitato di vedere qualche immagine ritraente tal struttura a due colonne sormontata da un grande architrave, magari di un bel rosso vermiglio? Se ancora non la conoscete, vi sarete chiesti cosa sia mai…presto fatto! Proseguite nella lettura per scoprirlo.

I simboli del Giappone: il Torii

Che cos’è dunque e cosa rappresenta questa peculiare struttura così evidentemente caratteristica del Sol Levante? Si tratta del Torii (鳥居) e non è altro che un portale di accesso a un’area sacra. Rappresenta un punto di passaggio simbolico fra sacro e profano, mondo umano e divino, e come tale collocato sul cammino che conduce all’interno dei luoghi sacri. Spesso lo si trova adornato con la shimenawa – corda sacra con appesi gli shide (四手), caratteristiche strisce di carta a zigzag – tipica dello shintoismo.

photo credits: Flavia per Giappone in Italia

Generalmente i Torii vengono associati ai santuari shintoisti (jinja · 神社), tant’è che sulle mappe il simbolino ⛩ designa i santuari shintō mentre la swastica i templi buddhisti. Tuttavia sono presenti anche all’ingresso di tombe e templi buddhisti, come nel caso dei complessi jisha (寺社). In tali complessi ibridi, a un tempio buddhista è annesso almeno un santuario shintoista (chinjusha · 鎮守社) a funzione tutelare del kami (spirito/dio) protettore di quel tempio o area.

Non sempre però questi portali sono posti in corrispondenza di santuari o templi. Possono trovarsi infatti anche ai confini esterni di un’area sacra, ad esempio su una roccia o ai piedi di una montagna (luogo spirituale di per sé, poiché sede dei kami o kami essa stessa). Addirittura – nelle zone di campagna o residenziali in particolare – anche per strada, dove può capitare di imbattersi in mini-Torii, anche solo disegnati, a scopo preventivo anti-vandalico. Infatti, poiché considerati sacri, fungono da dissuasori verso chiunque fosse tentato di deturpare l’area.

photo credits: ameblo.jp/a1212777/

A proposito di sacralità e rispetto, è buona norma donare un Torii in segno di gratitudine verso un determinato kami qualora si riceva una grazia. Non solo a livello individuale, ma anche collettivo. Tipico il caso delle aziende: non è strano che un’azienda si adoperi per donare un Torii al fine di ingraziarsi la divinità degli affari. Sulla via (sandō · 参道) che conduce al luogo sacro può essercene uno solo o anche di più, fino formare vere e proprie gallerie. Come nel caso del famoso Fushimi Inari Taisha di Kyōto.

photo credits: Flavia per Giappone in Italia

Simboli di fortuna, prosperità e benessere, i Torii si presentano nelle più svariate dimensioni e tipologie. Prima di passare in rassegna la loro estetica però, scopriamo un po’ di più sulle loro origini.

Là, dove “stanno gli uccelli”

Partiamo dal nome. Torii (鳥居) è formato dalle parole “uccello” (tori · 鳥) e “essere/stare” (i[ru] · 居). Potremmo tradurlo “il risiedere degli uccelli’.

Cosa c’entrano gli uccelli?

A rispondere a questa domanda interviene un episodio della mitologia giapponese. Secondo la leggenda, la dea principale del pantheon giapponese, Amaterasu, decise di rinchiudersi in una grotta per isolarsi dal mondo in seguito a un grave attacco ai suoi domini a opera del fratello Susanoo. Trattandosi della dea del sole, la sua scomparsa causò un buio permanente nonché un caos generale: fauna e flora risentivano dell’assenza del sole e gli spiriti maligni potevano ora agire indisturbati. Fu così che gli altri dei cominciarono a pensare a un modo per indurla, con l’astuzia, ad uscire fuori dalla grotta. Organizzarono allora una sorta di festa fuori dalla caverna, ma soprattutto si servirono dei galli. Incuriosita dal fatto che i galli cantassero nonostante l’assenza del sole, la dea fu finalmente attirata fuori dalla grotta e fu impeditole di rinchiudervisi nuovamente. Ella comprese infine che il suo posto era dove era sempre stato: riacquistò fiducia in sé stessa e tornò rinnovata di nuova consapevolezza ai suoi doveri. I galli della trappola preparata dagli dei erano stati posizionati su di un enorme trespolo: il primo Torii.

photo credits: wikimedia.org

Miti a parte, fonti riportano dell’esistenza di antichi trespoli sacri e della loro funzione di accogliere i galli a coda lunga. C’è però un altro aspetto di cui tenere conto, sempre per rispondere alla nostra domanda: in Asia gli uccelli vengono associati al mondo ultraterreno. E in Giappone sono da sempre considerati messaggeri degli dei. Non stupirebbe allora se il passo da trespolo a portale sacro si sia effettivamente verificato. Ed è plausibile che, ad un certo punto della storia, la funzione del Torii abbia compiuto tale passo.

Torii, origine e significato

Ciononostante nulla è del tutto certo. Si sa che hanno fatto loro prima comparsa verso la metà del periodo Heian (VIII-XII sec.); che ad oggi il più antico Torii in legno risale al 1535 ed appartiene al santuario shintō Kubō Hachiman (Prefettura di Yamanashi); che invece il più antico fra quelli in pietra mai pervenuto risale al XII secolo e appartiene a un santuario shintō di Hachiman nella Prefettura di Yamagata.

Come e quando di preciso abbiano avuto origine resta però ancora ignoto. Due le principali teorie in proposito: una per cui si tratterebbe di una struttura proveniente dall’Asia continentale rielaborata in Giappone, l’altra che invece sostiene l’idea dell’origine autoctona. La prima tesi si fonda sul fatto che strutture dallo stesso ‘concept’ si ritrovano anche in Cina, Corea e India: Paifang cinese, Hongsal-mun coreano e Torana indiano. Dunque non parrebbe una coincidenza. Ma è l’India in particolare a suscitare i maggiori sospetti, tanto da un punto di vista storico quanto linguistico. Fonti del X secolo riferirebbero infatti che sarebbe stato il monaco Kūkai (fondatore del Buddhismo esoterico Shingon) a importare un secolo prima l’idea del Torana. La parola “torii” tra l’altro fa la sua prima comparsa proprio su queste fonti. Dal punto di vista linguistico, si pensa invece che “torii” possa derivare da “torana” (che in sanscrito significherebbe “palo per uccelli”). Da “torana”, anche certe lingue europee avrebbero tratto dei termini: la parola inglese “door” e le tedesche “Tür” o “Tor” in effetti suonano sospettosamente assonanti. Ma non ci sarebbe da stupirsi, si parla pur sempre di lingue indo-europee.

Per quanto riguarda la lingua giapponese comunque, diverse sono le ipotesi avanzate sulla possibile etimologia di “torii”. Una ad esempio vorrebbe che il termine derivi dal verbo tōri-iru (通り入る) ovvero “passare attraverso ed entrare” o “entrare attraversando”. In ogni caso, certo è che uno degli stili Torii più antichi, lo Shime – ne parleremo a fine articolo –, fa pensare a un’evoluzione dell’usanza di agganciare la corda shimenawa a due alberi o due pali. Lo Shime Torii potrebbe quindi rappresentare un elemento a sostegno della tesi dell’origine autoctona del Torii.

Tutte teorie molto valide e sensate. E se dietro le origini dell’iconico portale si celasse un misto fra tutte queste possibili concause?

photo credits: tenfas.apk

Torii: sacralità e purezza

Il portale Torii, si è detto all’inizio: segna il confine fra dimensione terrena e dimensione sacra, fra la fine dell’una e l’inizio dell’altra. Chi intende accedere al luogo sacro deve necessariamente passare sotto il Torii posto all’ingresso e tale passaggio rappresenta un primo step di purificazione. Dunque il Torii non solo marca un punto di transizione fra due mondi…ma si rende strumento di purificazione per l’anima di coloro che lo attraversano. L’atto purificatorio va poi rinnovato in prossimità del luogo sacro con le c.d. abluzioni rituali, cosicché l’anima giunga al suo interno priva di impurità. Se vi sono più Torii sulla strada sandō, il livello di sacralità cresce di pari passo con il loro progressivo approssimarsi al cuore del luogo sacro.

Lo Shintō attribuisce particolare importanza alla purezza e al concetto di purificazione e ciò si riflette anche nella vita quotidiana dei giapponesi. Tanto per dirne una, e per ricollegarci alle abluzioni: il modo di lavarsi e fare il bagno. Perciò, va da sé che il Torii trova perfetta applicazione nello Shintoismo: quale strumento di purificazione migliore di uno che, sin da che si ha memoria, rappresenta un punto di contatto con il mondo sacro ultraterreno? Per questo, benché non manchi anche in diversi templi buddhisti, esso è ormai assunto a simbolo dell’architettura shintō.

Va detto però che tale associazione può essere stata facilitata anche dall’azione del governo Meiji (1868-1912) che all’epoca impose la presenza dei Torii presso i soli santuari ufficialmente registrati e consacrati allo Shintō di Stato. Prima di allora, verosimilmente, erano associati a diversi tipi di luoghi sacri. Pare anzi venissero abitualmente ornati di placchette recanti sutra buddhisti.

Torii: com’è fatto

Come si può notare dalle immagini, il Torii presenta una struttura molto basica: due colonne sormontate da un architrave. Tradizionalmente per la loro realizzazione si è sempre ricorso a legno e pietra. Oggigiorno però vengono adoperati anche a materiali moderni come acciaio, bronzo, calcestruzzo, ceramica, cemento armato e, in taluni casi, anche plastica.

Per quanto riguarda il colore, quello rosso vermiglio è senz’altro il più iconico (nella cultura giapponese il rosso è associato alla vita, al sole – pensiamo alla bandiera nazionale –, è di buon auspicio e allontana negatività e sfortuna). Ma anche i colori bianco e arancio sono molto gettonati. Inoltre a seconda del materiale di realizzazione possono anche non essere dipinti e quindi mostrarsi nel colore naturale del materiale che li compone. Quando il Torii è rosso, generalmente la parte superiore dell’architrave è in nero. Possono però verificarsi combinazioni inusuali: il Torii in stile Nakayama che vedete nell’immagine sottostante, ne è un esempio interessante!

photo credits: wikipedia.org

Facciamo ora una radiografia del nostro Torii. Esso può comporsi di 13 parti. Partendo dall’alto:

  • Kasagi (笠木): il grande architrave che sormonta le due colonne;
  • Shimaki (島木): seconda trave sotto il Kasagi che, quando presente, rende il Kasagi doppio;
  • Hafu (破風): eventuale timpano collocato sopra il Kasagi;
  • Hashira (柱): la coppia di colonne, di solito cilindriche, che possono presentare o meno una certa inclinazione verso l’interno definita Uchikorobi (内転び);
  • Nuki (貫): la trave collocata fra le colonne Hashira;
  • Shimenawa (注連縄): l’eventuale corda sacra collocata in corrispondenza del Nuki;
  • Kusabi (楔): cunei (2 o 4) che servono a fermare il Nuki, non sempre presenti;
  • Gakuzuka (額束): supporto extra posto fra Kasagi (o anche Shimaki) e Nuki a sostegno del primo. Può recare o meno un’iscrizione;
  • Sasu (叉首): piccolo timpano, alternativa del Gakuzuka;
  • Daiwa (台輪): eventuali capitelli delle Hashira;
  • Chigobashira (稚児柱): pilastri secondari (4 o 8) di supporto alle Hashira presenti più che altro nello stile Torii Ryōbu;
  • Daiishi (台石) o Kamebara (亀腹): eventuali basi per le Hashira;
  • Nemaki (根巻): guaine alla base delle Hashira, alternativa ai Daiishi.

Di tutti questi elementi, solo l’architrave Kasagi, i pilastri Hashira e la trave Nuki sono gli elementi sempre ricorrenti (eccezion fatta per la tipologia Shime che presenta solo la corda shimenawa, invece di trave e architrave). Tutti gli altri possono essere o meno presenti, a seconda dello stile architettonico del portale.

photo credits: wikipedia.orgwikimedia.org

Tipi di Torii

Vi è un’ampia varietà di Torii, ma due sono le principali famiglie: Myōjin (明神系) e Shinmei (神明系). A colpo d’occhio sono distinguibili dall’architrave: la categoria Myōjin ha il kasagi con le punte ricurve verso l’alto, mentre nella seconda le punte sono dritte. Inoltre la tipologia Shinmei presenta delle colonne non inclinate e, almeno nelle sua forma più basica, colonne, nuki e kasagi sono arrotondati.

Sotto queste due grandi famiglie si apre poi un ventaglio di sottocategorie, di cui ci limitiamo qui a elencare le più rappresentative o caratteristiche. La tipologia Myōjin è certamente la più iconica ma la Shinmei avrebbe origini più antiche. Inoltre quest’ultima ha iniziato ad acquisire popolarità nel periodo dello Shintō di Stato, essendo questo stile distintivo dei luoghi imperiali.

Myōjin

  • Inari Torii (稲荷鳥居), tipico dei santuari dedicati ad Inari: si caratterizza per la presenza di un daiwa circolare in cima alle colonne, ove l’architrave poggia. È chiamato infatti anche Daiwa Torii (台輪鳥居). Nella sua variante Nune presenta un timpano in più in corrispondenza dell’architrave.
  • Ryōbu Torii (両部鳥居) ovvero ‘Torii a due parti’: una variante dell’Inari caratterizzata dalla presenza di due rinforzi per colonna. Esempi illustri di questa tipologia sono il Torii del santuario di Itsukushima a Miyajima (Hiroshima) e quello dell’antico Kubō Hachiman già menzionato sopra.
  • Miwa Torii (三輪鳥居), un triplice portale: è formato da 3 Torii frontali ‘concatenati’ in linea orizzontale, di cui i due laterali sono più piccoli e direttamente attaccati alle due colonne del portale centrale. Le colonne qui non sono inclinate.
  • Sannō Torii (山王鳥居) ovvero ‘Torii del re della montagna’: si caratterizza per la presenza di un timpano sopra l’architrave. Esiste una combinazione con il Ryōbu Torii detta Shimohie.
  • Nakayama Torii (中山鳥居) che deve il nome al santuario Nakayama (Prefettura di Okayama): qui l’incurvatura dell’architrave risulta particolarmente accentuata e la trave nuki non attraversa i due pilastri. I cunei kusabi sono assenti.

photo credits: Pinterestwikipedia.org

Shinmei

  • Shime Torii (注連鳥居) ossia ‘Torii delimitante’: formato dalla corda sacra shimenawa a legare insieme le due colonne hashira. Come anticipato qualche battuta fa, è la forma più elementare di Torii. Possibilmente la più antica: sarebbe all’origine dell’intera famiglia Shinmei.
  • Yasukuni Torii (靖国鳥居), che prende il nome dall’importante santuario Yasukuni di Tōkyō: si distingue dal solito stile Shinmei per la trave nuki a sezione rettangolare.
  • Ise Torii (伊勢鳥居), esclusivamente presso i santuari interno ed esterno di Ise: presenta architrave a sezione pentagonale, trave nuki rettangolare e cunei kusabi; una seconda versione presenta anche la trave secondaria shimaki a sezione rettangolare. È divenuto popolare all’inizio del ‘900, epoca dello Shintō di Stato, allorché l’interesse politico del tempo si concentrò su questi più antichi e prestigiosi santuari.
  • Kuroki Torii (黒木鳥居) ovvero ‘Torii in legno nero’: la sua caratteristica è quella di essere realizzato mantenendo la corteccia dei trochi. Tale tipologia tuttavia non è più così gettonata, vista la necessità di sostituirlo ogni circa 3 anni.
  • Shiromaruta (白丸太鳥居) o Shiroki Torii (白木鳥居), il contrario dei Kuroki: qui la corteccia viene rimossa. Sono prerogativa delle tombe imperiali.
    Torii particolari
  • Kasuga Torii (春日鳥居), originario del santuario Kasuga Taisha di Nara, si colloca fra le due tipologie Shinmei e Myōjin: presenta un architrave dritto ma colonne lievemente inclinate. Sarebbe stato il primo in assoluto ad essere verniciato in rosso. Simile al Kasuga è anche la tipologia Torii dei santuari di Hachiman, nata in epoca Heian.
  • Mihashira Torii (三柱鳥居), peculiare tipo di Shinmei a tre colonne: appare come un complesso di tre Torii intrecciati fra loro! Alcuni vi colgono un rimando alla Trinità cristiana, ma ciò non è mai stato accertato. Sembra però risalgano all’epoca in cui il cristianesimo venne bandito.
  • Hizen Torii (肥前鳥居): concludiamo con questo particolarissimo Torii dai ‘piedi’ grossi, ossia caratterizzato da pilastri che si allargano verso terra. Parrebbero essere diffusi soprattutto nella Prefettura di Saga.

photo credits: wikipedia.org

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Approfondimenti: lo Shintoismo

Lo shintoismo. La religione più diffusa in Giappone, il fulcro della spiritualità di una terra e di un popolo a stretto contatto con la natura e le tradizioni. Ma qual è la storia che si cela dietro questa dottrina? Scopriamolo assieme!

Un Breve cappello introduttivo e storico

shintoismo

photo credits: tsunagujapan.com

A dire la verità, ”religione” è un termine improprio per definire lo shintoismo. Non abbiamo infatti né testi sacri ufficiali né veri e propri dogmi di riferimento. I giapponesi credenti e praticanti non sono vincolati da nessuna regola o imposizione di sorta, e sono liberi di vivere la propria intimità spirituale come meglio credono. Tra l’altro non è cosa rara che molti shintoisti aderiscano anche ad altre religioni come l’induismo, l’islamismo o il cristianesimo, quest’ultimo particolarmente diffuso nella terra del Sol Levante. Si nota quindi una certa flessibilità e omogeneità per quanto riguarda la sfera shintoista, accomunata e rafforzata dalla tipica curiosità della gente nipponica che la spinge a contaminarsi con l’esterno, provando costantemente cose nuove e accorpandole con le proprie usanze.

Ad ogni modo, parrebbe che lo shintoismo si sia diffuso durante le ultime fasi del periodo Jōmon (il quale spazia indicativamente dall’1000 a.C fino al 300 a.C). Nel corso dei secoli lo shintoismo ha giocato un ruolo fondamentale nel contribuire a dare un’identità e una storia al Giappone, che cercava di affermarsi come paese con alle spalle una forte storia di miti e leggende. Questo perché ambiva a divenire una potenza militare e politica che aveva il diritto di supremazia proprio in virtù delle sue origini divine. Perciò, assieme al Kojiki e al Nihongi (un insieme di antiche memorie e annali), le dottrine shinto contribuirono a uniformare la nazione a livello culturale e sociale, ampliando la conoscenza filosofica per mezzo di un’integrazione di studi sul taosimo, il buddismo e il confucianesimo, e legittimando l’autorità dell’onnipotente figura dell’imperatore.

Il cuore dello Shintoismo: Kami, concetto di sacro e natura

Ma in cosa consiste esattamente lo shintoismo? Partiamo dal significato della parola. ”Shin” vuol dire ”divinità”, mentre ”to” (che sarebbe ”do” in lingua moderna) si traduce con ”via”. Per tanto lo shintoismo è la via degli dèi. Questo che significa, esattamente? E chi sono queste divinità?

Secondo la mitologia, nell’universo regnavano cinque entità primordiali, da cui nacquero a loro volta Izanagi e Izanami. Questi due, rispettivamente fratello e sorella, crearono un’isola e un insieme di arcipelaghi: Nihon, il Giappone. A seguito della loro discesa sulla terra, generarono centinaia e centinaia di esseri simili a loro, i ”kami”, e tra questi è importante ricordare Amaterasu, dea del sole e spirito tra i più potenti nella cosmogonia assieme a Tsukuyomi e Susanoo. Si pensa che la stirpe imperiale abbia avuto origine dalla prole di Amaterasu stessa, ed è per questo motivo che la discendenza e la figura dell’imperatore sono sacre. Ciò, al contempo, rende il kami dell’astro diurno il più venerato e importante in assoluto.

shintoismo

photo credits: theculturetrip.com

Ci siamo dunque imbattuti nel termine ”kami”. Difficile tradurlo, specie per via della concezione spirituale che abbiamo noi occidentali. Tuttavia con ”kami” si indica ciò che è molto vicino a un dio, ad una presenza sovrannaturale. Secondo lo shintoismo queste creature sono invisibili e vivono nel nostro stesso mondo, ma in un piano di esistenza differente. Similmente al pantheon greco, hanno sentimenti molto umani, e sono suscettibili alle preghiere e alle offerte che si fa loro. Molti di questi, vengono identificati in luoghi naturali o in fenomeni atmosferici, e da qui la concezione di sacro che i giapponesi hanno della natura.

Siccome i kami sono presenti praticamente dappertutto, l’intero mondo in cui viviamo è sacro, per gli shintoisti. Alberi, fiumi, montagne, insetti, persone e pietre vengono rispettate e viste come elementi del divino. Non è un caso che la maggior parte dei luoghi di culto shinto sia collocata in spazi naturali o ricchi di verde. La natura infatti è armonia e purificazione, il lato lucente e positivo della vita.

Praticare e sentire lo Shintoismo

La peculiarità di chi segue e pratica la dottrina shintoista è che non si persegue la ricerca di una verità assoluta. Si vive il tutto secondo una personale indagine dei sentimenti e nel rispetto del prossimo. Molta attenzione viene data alla famiglia e al rendere onore agli antenati (che a loro volta diventano kami a tutti gli effetti, in questo caso denominati ”ujigami”). Molte famiglie, se possibile, hanno un piccolo giardino che curano, perché, come spiegato prima, il verde richiama l’armonia divina. In aggiunta o alternativa si possiedono piante, una fra tutte il bonsai casalingo.

Alla luce di quanto osservato fino ad ora, possiamo notare la triplice essenza dello shintoismo: animista, perché rispetta la natura; spirituale, perché venera kami e ujigami; nazionalista, poiché si ha del territorio giapponese la massima considerazione. Proprio circa quest’ultima voce, è importante sottolineare e ricordare ancora una volta come lo shintoismo abbia aiutato il Giappone ad avere un’identità e ad affermarsi. Anche in epoca di guerra, come accadde durante il secondo conflitto mondiale, lo shintoismo divenne religione di stato, atto a valorizzare l’imperatore e a rendere incontestabile ogni suo ordine e ogni sua volontà.

Per quanto riguarda la pratica, il luogo di culto principale è denominato ”jinja”, un tempio dove è possibile pregare e fare delle offerte. Tale struttura è preceduta da un torii, l’iconico portale (tendenzialmente rosso) che sancisce l’entrata in un’area sacra, e il percorso che conduce agli altari è da percorrere come gesto di purificazione. Una volta lì, si mette una moneta in una scatola, si suona una campana, si battono le mani due volte per richiamare a sé le attenzioni dei kami, si recita una preghiera o si esprime una richiesta e infine si battono nuovamente le mani.

jinja

photo credits: (via Instagram) @o.t.hide

Ci sono inoltre giorni particolari di festa chiamati ”matsuri” in cui per le strade si venerano i kami e gli antenati, tra sfilate, carri e vivacità generale. Oppure, nel privato, si possono allestire dei kamidana, mensole su cui sorgono altarini dove poter pregare le divinità, accendendo incenso e offrendo acqua, sale o riso.

Dal 1946, la Jinja Honcho (un’associazione dei templi shintoisti) amministra quella che è ormai una chiesa a scala gerarchica a tutti gli effetti, e si occupa della preservazione e promozione culturale e storica della religione più diffusa e importante del Paese.

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Approfondimento: Periodo Nara, la prima vera capitale

Il periodo Nara viene da molti considerato come un’epoca di innovazioni culturali e amministrative di grande importanza per la storia del Giappone. Infatti, proprio questi eventi rendono Nara una delle epoche più uniche e significative, ricca di elementi affascinanti da scoprire e conoscere.

Nara, La capitale

Il periodo Nara ha inizio nel 710 d.c., a seguito della creazione della capitale imperiale di Heijō-kyō (l’attuale Nara) da parte dell’Imperatrice Genmei. Lo spostamento della capitale a Heian-kyō nel 794 d.c. da parte dell’imperatore Kanmu determina la fine del periodo Nara e l’inizio del periodo Heian.

buddha

photo credits: mirror.co.uk

Grazie alle nuove riforme del governo, l’antica Nara divenne la prima capitale stabile nella storia del Giappone. Infatti, nei secoli precedenti, la sede del governo e della corte imperiale veniva spostata a seguito della morte del sovrano. Il motivo sta nell’antica credenza secondo cui il luogo in cui avveniva la morte dell’Imperatore fosse inquinato, impuro, e non fosse più possibile viverci.

Con il passare degli anni, Nara divenne una città molto estesa, il primo vero centro urbano del Giappone. Si stima infatti che avesse una popolazione di 200,000 persone, per l’epoca un numero certamente significativo. La città fu costruita ad imitazione della capitale cinese di Chang’an, la moderna Xi’an. Inoltre, le riforme amministrative di questo periodo, i cosiddetti codici Ritsuryō, furono create a modello di quelle della dinastia Tang.

periodo Nara

photo credits: visitnara.jp

Tuttavia, questi non furono i soli elementi della cultura cinese ad essere ripresi dal governo giapponese. Infatti, tale periodo vede il Giappone prendere la Cina come esempio per questioni religiose e culturali.

Il buddhismo

I nobili della corte imperiale adottarono usi e costumi cinesi, e molti si convertirono al buddhismo. Tale religione aveva fatto la sua comparsa nel VI secolo d.c. ma è in questo periodo che divenne largamente accettata dagli aristocratici giapponesi.

Nara

photo credits: giapponeinpillole.com

L’importanza del buddhismo fu sancita proprio dalla conversione dell’imperatore Shōmu, che promosse attivamente i suoi insegnamenti. La sua opera di diffusione del credo buddhista si concretizzò nella costruzione di uno dei più grandi templi del Giappone, il Todaiji. Al suo interno, venne posta l’enorme statua di bronzo del Buddha chiamata Daibutsu, alta 16 metri. Inoltre, il buddhismo aumentò il potere della famiglia imperiale. Tuttavia, i membri delle classi meno agiate, come i contadini e gli abitanti dei villaggi, continuarono a professare lo shinto, il culto autoctono giapponese.

Le opere letterarie

Il periodo Nara fu un’epoca ricca di significativi eventi culturali. In questi anni gli uffici imperiali compilarono i cosiddetti “monumenti letterari” del Giappone. Le due prime storie nazionali, il Kojiki e il Nihonshoki, sono tra questi.

Compilate rispettivamente nel 712 e nel 720, queste opere forniscono un dettagliato resoconto di carattere mitico sull’origine dell’arcipelago, del popolo e dei regnanti giapponesi.

Nara

photo credits: donotlife.blog.jp

Esse sono di particolare importanza in quanto contengono preziose informazioni sulla cultura e, in particolare, sullo sviluppo della lingua scritta giapponese. Infatti, il Kojiki viene considerato come la più antica opera scritta della storia del paese del Sol Levante. Inoltre, queste due opere servivano a legittimare il potere imperiale. In pratica, la loro funzione era quella di compiere un resoconto e quindi di giustificare la supremazia del dominio imperiale in Giappone.

Tra gli altri lavori letterari composti in questi anni, è d’obbligo menzionare il Man’yōshū, un’antologia di poemi, e il Kaifusō, un’antologia scritta in cinese dagli imperatori stessi. Il primo è particolarmente importante in quanto è la più antica raccolta di poesie classiche giapponesi, chiamate waka. Essa si articola in 20 volumi e contiene ben 4500 componimenti.

Il Man’yōshū è importante anche per un altro motivo: utilizza uno dei primi sistemi di scrittura giapponese, chiamato man’yōgana. Quest’ultimo consiste nell’utilizzare i caratteri cinesi, I cosiddetti kanji, in due modi: nel loro senso logografico e per rappresentare foneticamente le sillabe giapponesi. Quest’ultima funzione è molto importante, in quanto rappresenta la genesi del sistema moderno di scrittura sillabica in kana, ovvero dello hiragana e del katakana.

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