Recensione: "Divinità e demoni femminili giapponesi" di Silvia Favaretto

"Divinità e demoni femminili giapponesi"

Nell’immaginario comune tarocchi e oracoli spesso si congiungono e, a chi non ha interesse per questo magico mondo, risultano comparabili o addirittura equivalenti. Le funzioni che svolgono sono, effettivamente, simili: rivelano, attraverso la divinazione, previsioni sul nostro futuro o interpretazioni del nostro presente.

Nei tarocchi, però, si ha un numero specifico di carte, tra arcani minori e maggiori, e una serie di figure che si ripetono tra le varie edizioni, mentre negli oracoli si ha più libertà nel disegnare un mazzo: quello di Silvia Favaretto, che accompagna il manuale “Divinità e demoni femminili giapponesi”, propone interessanti rivisitazioni delle figure folkloristiche giapponesi, tra kami, yōkai, onryō e altre entità che ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di noi stessi, ma anche di passate ere nipponiche per mezzo delle particolari illustrazioni.

Nelle moderne interpretazioni di Silvia Favaretto, le figure che tradizionalmente sono consumate dalla gelosia o dalla passione, che si trovano punite per atti fuori dal loro controllo, ricevono ognuna una grazia, e vedono il loro destino tramutato in qualcosa di più gentile, un’offerta di un ramo di ulivo in segno di riappacificazione con sé stesse.

Le illustrazioni sono semplici, ma cariche di significato e di simbolismi su cui il soggetto della lettura si può proiettare e in cui si può rivedere. Attraverso uno dei metodi di consultazione offerti al lettore, si ha la possibilità di fare domande all’oracolo per identificare un problema e la sua possibile soluzione, oppure leggere il proprio passato, presente e futuro con una nuova chiave di comprensione. Ogni mito legato a queste figure è rivisto in un’ottica generale, per cui chiunque può ritrovarsi nelle carte senza focalizzarsi sul senso stretto delle storie a cui fanno riferimento.

Il mazzo offre quindi un interessante spunto sia per chi è già familiare con il folklore giapponese, sia per chi ci si deve ancora avvicinare. Chi invece non ha ancora confidenza con la cultura mitologica giapponese, avrà sicuramente modo di scoprirne una parte attraverso le divinazioni e la consultazione del manuale.

 

Beatrice Artico, studentessa


Recensione: "Una stanza per Momoko" di Chisako Wakatake

 

"Una stanza per Momoko"

Momoko è una donna sola. Una donna contraddittoria e infantile, a tratti egoista e con poca intelligenza emotiva nei confronti dei figli e di chi le sta attorno; eppure, i suoi pensieri, che nel libro “Una stanza per Momoko” scorrono come rivoletti senza inizio e fine definiti, sono più condivisibili di quanto sia facile ammettere.

Una stanza per Momoko” è una riflessione sulla vita da parte di una donna imperfetta. Razionale e ottimista, nel suo intimo si lascia andare a pensieri che, per via delle convenzioni sociali a cui la realtà mondiale è abituata, risultano scomodi e rappresentanti di un’indole da cui noi, in qualità di lettori, vorremmo prendere le distanze, fingere altezzosamente che non ci appartengano, e che nel corso del libro siamo costretti ad affrontare. Ma Momoko non li respinge, questi pensieri, e fa di loro un’importante lezione su sé stessa e sul ragionare sui lati negativi della propria personalità, cosicché la portino sulla strada per migliorarsi, per accettarsi.

La protagonista si trova a tratti a essere persino felice della morte del marito – è la prima volta che finalmente riesce a godersi del tempo da sola. Il suo inspiegabile entusiasmo nei confronti di quella che convenzionalmente dovrebbe essere una tragedia mette il lettore scomodamente a confronto con i sentimenti che si cerca normalmente di reprimere, come se dentro ognuno di noi ci fosse uno spettatore, che detti una legge morale personale a cui ci dobbiamo attenere, e con cui dobbiamo fare i conti anche per ciò che pensiamo intimamente.

Momoko riconosce e accetta perfino gli errori commessi nella sua vita da mamma – senza autocommiserazione, pur avendo cercato di rompere il ciclo opprimente della tradizione misogina che ha sempre portato le donne a vivere in funzione di qualcun altro. Comprende che nel suo tentativo identitario ha fallito, di nuovo rinforzando i ruoli di obbligo femminili, non dando ascolto alle richieste della figlia e vedendola come un’estensione di sé, e di ciò che avrebbe voluto la Momoko-bambina, piuttosto che come una persona a pieno titolo. Comprende di aver fallito quando realizza che ha lasciato la figlia credere che avesse una preferenza per il figlio, quando invece li ha amati entrambi. Momoko accetta, e poi torna altalenante sui suoi passi e cerca delle giustificazioni per cui potersi togliere le sue colpe di dosso: non è la protagonista perfetta, ma è realistica e in quanto tale piena di difetti e tratti che la rendono umana. Del resto, è difficile mantenere un’opinione risoluta e salda su argomenti che tocchino le proprie corde più profonde, che mettano in discussione la propria persona e la percezione che ha l’altro di essa.

Dopo una vita passata a prendersi cura degli altri, ora Momoko è sola. Si intrattiene imparando da appunti raffazzonati tra trasmissioni televisive e visite in biblioteca, e seguendo le tradizioni nelle quali è cresciuta, pur non avendo un pubblico a cui dare spettacolo. Fa pace con le difficoltà vissute in famiglia attraverso l’amore che prova: per i parenti, che non vede dal momento in cui ha lasciato casa per rincorrere i suoi sogni, molti anni addietro; per la città natale da cui era stata esiliata come persona non grata; per il monte Hakkaku, che, da segno di oppressione in una vita che lei sentiva non appartenerle, si era tramutato in pretesto per conoscere l’uomo che sarebbe diventato suo marito; per il caro dialetto del Tōhoku, che, da lampante fonte di otherness da parte di chi esisteva attorno a lei nella capitale, diventa un rifugio sicuro negli ultimi anni dalla solitudine, che la porta ad avere conversazioni con sé stessa più che con altre persone. Vive fino all’ultimo una vita di contraddizioni interiori, che si palesano in voci diverse difficilmente discernibili dalla realtà, dalle voci di chi invece è nella stanza con lei.

Con maestria Chisako Wakatake ci presenta una protagonista che non dobbiamo necessariamente amare o giustificare, ma che riusciamo a capire. Momoko è, dopotutto, il riflesso di un inevitabile stadio della vita – la sua non è un’esperienza unica, è condivisa anzi, attraverso le generazioni, da persone indipendentemente dalla loro cultura o dal loro sesso. È uno scalino imprescindibile, la solitudine e la testardaggine nel non esternare i propri rammarichi per come si è trattato qualcuno, che sia parte della famiglia o meno. Ma è anche un esempio di forza di volontà nel voler cambiare; esiste un limite di età per fare pace? Fino alla fine, Momoko cerca, a modo suo, di fare ammenda con le persone che ha ferito, al punto di intravedere uno spiraglio di perdono da parte della figlia tramite la nipote, che le confessa che quando la madre è stressata, involontariamente parla nell’amato dialetto del Tōhoku – che sia questo incontro vero, o l’ultima proiezione di Momoko prima della morte, sta al lettore decidere; per Momoko, è sicuramente il suo momento di redenzione.

Beatrice Artico, studentessa


Articolo: "Inaugurata con successo Onironautica 3, alla Fondazione Luciana Matalon fino al 29 novembre"

Inaugurata “Onironautica 3” alla Fondazione Luciana Matalon

Sabato 22 in doppia rappresentazione l’omonima pièce teatrale con la danza butoh di Luan Machado

Milano – Si è svolta con successo l’inaugurazione di “Onironautica 3”, il nuovo progetto multidisciplinare ideato da Nello Taietti ospitato alla Fondazione Luciana Matalon fino al 29 novembre 2025. Ultimo atto di una trilogia iniziata nel 2019 e proseguita nel 2023, l’evento ha registrato un ottimo afflusso di pubblico fra semplici appassionati, addetti ai lavori e giornalisti, confermando l’interesse crescente verso un percorso artistico che unisce fotografia, teatro e danza in un’indagine poetica e visionaria sull’universo onirico.

A introdurre il progetto è stata Vera Agosti, critica, storica dell’arte e curatrice della mostra, che ha illustrato con chiarezza la multidisciplinarietà di “Onironautica 3”, spiegando come Taietti riesca a far dialogare linguaggi diversi — fotografia, teatro, danza, musica e calligrafia — in un percorso simbolico e spirituale. Nello Taietti trasforma i propri sogni in immagini, parole e movimento, intrecciando fotografia, teatro e danza in un percorso poetico e visionario. un’esperienza immersiva e multidisciplinare che unisce Oriente e Occidente, sogno e realtà, in una riflessione profonda sul potere visionario dell’arte. Il cuore del progetto è una pièce di teatro-danza, scritta e diretta da Taietti, ricca di riferimenti alla filosofia, poesia, alchimia e musica, ma soprattutto alla cultura e mitologia giapponese, come dimostrano gli echi alla Madama Butterfly di Puccini, oltre alla centralità nello spettacolo della danza butoh, simbolo di introspezione e rinascita.  Accanto allo spettacolo, la mostra fotografica di Taietti presenta 65 ritratti e primi piani degli attori e ballerini, capaci di cogliere il movimento e la drammaticità di gesti, sguardi e corpi; il bianco e nero evoca la dimensione del sogno, mentre il colore rappresenta la realtà. A completare il percorso, 20 immagini di Gianmarco Taietti, dedicate al backstage della pièce, e una raffinata selezione di opere calligrafiche di Sisyu, celebre artista giapponese, che reinterpretano i temi della tradizione orientale in chiave contemporanea.”

Nello Taietti“È stata un’emozione profondissima vedere finalmente prendere forma ciò che da tanto tempo custodivo nel cuore. Ammetto che la tensione è stata grande: se scattare e scrivere i testi è stato un processo quasi naturale, costruire l’insieme, intrecciare ogni frammento in un unico racconto, ha richiesto un’energia intensa, quasi febbrile. So di aver commesso errori, come fotografo e come regista. Ma non li rinnego. Li sento parte di questa visione, della mia verità. Ho voluto che tutto fosse esattamente così: imperfetto, vivo, autentico. È ciò che ho visto, ciò che ho sentito, e che ho cercato di trattenere per un istante – per poi lasciarlo fluire dentro lo spettacolo, come un sogno che finalmente trova voce e corpo”

Il momento più intenso della serata è stato senza dubbio la dimostrazione di danza butoh del ballerino Luan Machado, protagonista dell’omonimo spettacolo “Onironautica 3”, in programma sabato 22 novembre con doppia rappresentazione alle ore 16 e alle 18. La sua performance, carica di energia rituale e sospensione emotiva, ha offerto un’anteprima del cuore pulsante dell’intero progetto: un viaggio interiore in cui corpo, spirito e sogno si fondono in una sola, profonda vibrazione.

Attorno alla scena, le tredici opere calligrafiche di Sisyu, artista e calligrafa giapponese, hanno creato uno spazio immersivo e simbolico, evocando un dialogo tra culture e linguaggi, tra visibile e invisibile, esperienza estetica e meditativa al tempo stesso.

Con Onironautica 3, patrocinato dal Consolato Generale del Giappone a Milano, Nello Taietti conclude un lungo percorso artistico e spirituale totale, capace di trasformare l’arte in rito e il sogno in forma viva, strumento di conoscenza. Tra danza butoh, suoni e immagini sospese tra realtà e visione, l’artista invita lo spettatore a esplorare il confine sottile tra vita e morte, materia e spirito, visione e realtà.

Onironautica 3 – dal 7 al 29 novembre 2025. Orari: 10:00–13:00 | 14:00–19:00. Ingresso libero

Fondazione Luciana Matalon, Milano

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Articolo: "Yoshitaka Amano: "Racconterò Matera in Giappone""

Matera accende i riflettori sulla creatività internazionale e celebra uno dei più grandi maestri dell’animazione contemporanea. In occasione dell’anteprima stampa del Matera Film Festival, la città dei Sassi rende omaggio a Yoshitaka Amano, artista e illustratore giapponese celebre in tutto il mondo per il suo tratto poetico e visionario e per l’immaginazione senza tempo che ha contribuito a definire opere iconiche dell’animazione e del videogioco, tra cui l’universo di Final Fantasy.

L’evento speciale, realizzato in collaborazione con Lucca Comics & Games, segna un ponte culturale tra due capitali dell’arte e della fantasia: Matera, città patrimonio UNESCO, e Lucca, simbolo globale della cultura pop e dell’immaginazione contemporanea.

Amano si presenta con un sorriso discreto, il caratteristico cappello e un album sotto il braccio: al suo interno, schizzi e disegni realizzati nelle ultime ore proprio a Matera.

Il festival conferma così la sua vocazione internazionale e la sua capacità di creare contaminazioni culturali inedite, portando a Matera protagonisti che hanno segnato la storia dell’arte visiva globale.


Articolo: "“Sarà l'arte a guidarci”: all’Oval del Lingotto apre Artissima, 176 gallerie dai 5 continenti"

Tema guida del 2025: «Manuale operativo per Nave Spaziale Terra». Tra i progetti speciali spicca l’arrivo di «Anonymous Art Project» dal Giappone

L’arte come una bussola da usare per orientarsi nella galassia del presente. Ha aperto ieri le porte la trentaduesima edizione di Artissima, la grande fiera torinese interamente dedicata all’arte contemporanea. Anche quest'anno il cuore pulsante della kermesse è l'Oval, dove domani si entrerà nel vivo della festa.

Tema guida del 2025: “Manuale operativo per Nave Spaziale Terra”. Un titolo che sembra un invito, o forse un avvertimento, a scrivere insieme le istruzioni per affrontare il futuro. Ispirata all’omonimo libro del visionario Richard Buckminster Fuller, che nel 1969 immaginava la Terra come un’astronave senza manuale, questa edizione di Artissima si presenta come una piattaforma di riflessione collettiva: dopo i sogni, l’ignoto e l’ecologia degli anni passati, ora è tempo di raggruppare le idee e mettere in pratica nuove sperimentazioni. Saranno gli artisti a guidare il mondo alla ricerca delle regole da scrivere nel libretto di istruzioni.

I galleristi

All’Oval, 176 gallerie da cinque continenti - di cui 81 italiane e 93 straniere - portano un universo di visioni, un po’ meno numerose dello scorso anno, ma più concentrate sulla qualità. Ventisei le new entry, cinque italiane, e tra i nomi torinesi non mancano colonne come Guido Costa Projects, Tucci Russo, Franco Noero e Giorgio Persano.

Le sezioni

Le sezioni storiche - Main Section, New Entries, Monologue/Dialogue e Art Spaces & Editions - si intrecciano con le tre curate: Present Future, Back to the Future e Disegni. Tredici i premi in palio, a confermare l’anima competitiva e curiosa della fiera.

I progetti speciali

Tra i progetti speciali spicca l’arrivo di “Anonymous Art Project” dal Giappone, che porta quattro protagonisti della scena nipponica contemporanea e intreccia responsabilità personale e partecipazione collettiva. Sarà presentato oggi pomeriggio alle 15.30 nell'Area WoW.

In perfetta sintonia con il tema “spaziale”, inoltre, quest’anno Artissima vola alto grazie al patrocinio dell’Agenzia Spaziale Italiana e alle collaborazioni con Thales Alenia Space e Altec, che fondono creatività e tecnologia in un’unica orbita.

Dove e quando

La fiera sarà aperta al pubblico il 31 ottobre e 1 novembre 2025 dalle 12 alle 20 e domenica 2 novembre 2025 dalle 11 fino alle 19, con incontri, talk e laboratori creativi per i più piccini volti a svelare i segreti del mondo dell'arte e del collezionismo.

Fuori dall’Oval

Ad accompagnare le attività all'Oval, un'enorme festa artistica sparsa per tutta la città. Alle Gallerie d’Italia apre “The screen is a muscle”, il Parco Michelotti diventa cinema all’aperto con “New Acid” di Basim Magdy, il Principi di Piemonte ospita un progetto di Renato Leotta, la Pinacoteca Agnelli presenta l’opera di Paul Pfeiffer, vincitore del Premio Pista 500, mentre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo arriva Angharad Williams. Anche lo showroom Vanni si unisce alla magia con una nuova serie di occhiali d’artista firmati Nicola Bizzarri.

Torino, ancora una volta, vibra al ritmo dell’arte contemporanea: il suo autunno inizia da qui, con lo sguardo puntato verso lo spazio e verso noi che lo abitiamo.

Una rete culturale senza precedenti

«Quella che abbiamo avviato è una collaborazione senza precedenti, tanto che oggi a Torino si trovano tre direttori legati alla storia di Artissima: io, Sarah Cosulich alla PinacotecaFrancesco Manacorda al Castello di Rivoli – dice Luigi Fassi, direttore della fiera -. Per non parlare di figure come Chiara BertolaDavide QuadrioBeatrice Merz e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo».

Le origini di Artissima e il suo legame col territorio

Artissima – ricorda il direttore - è nata nel 1994, in un periodo segnato dalla crescita impetuosa dell’autorevolezza del Castello di Rivoli, che ne ha rappresentato il punto di riferimento. La fiera non è mai stata un vezzo o un semplice corollario: le sue radici affondano nel tessuto culturale torinese, nel collezionismo e nella storia viva della città.

Collaborazioni istituzionali e valore sociale

«Oggi proseguiamo questo percorso, con un intenso scambio istituzionale: non c’è istituzione con cui non stiamo collaborando. Ci lega un profondo senso di amicizia e la convinzione condivisa che esista un valore sociale autentico nel nostro lavoro». E aggiunge: «I collezionisti vengono a Torino per vedere le mostre e vivere questa energia. Questa settimana ha un ruolo fondamentale nel far emergere la rete di produzione e relazioni che sostiene l’intero sistema dell’arte. Lavoriamo per la scena nazionale, al servizio del Paese e del suo sistema culturale, con l’obiettivo di costruire un ponte solido con la scena internazionale».

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Articolo: ""Grani di pace" da Guinnes: un messaggio di speranza al mondo attraverso l’arte"

A forma di orizuru, la simbolica gru di carta giapponese, l’installazione è candidata al libro dei primati come la più grande e unica opera collettiva certificata.

Mentre in Europa si andava addensando lo spettro di una guerra nucleare, la "Statua della Pace" di Hiroshima ha suggerito alla Fondazione Made in Sicily di riprendere e attualizzare il simbolo della gru di carta, che ne è il cuore, realizzando l’opera d’arte collettiva “Grani di pace”, composta da chicchi di riso in ceramica, che formano appunto un orizuru, la gru di carta. Il riso è simbolo di nutrimento e vita.

A metà ottobre “Grani di pace”, potente immagine di un ideale ponte tra culture - italiana e giapponese -, ha raggiunto il record di 1000 chicchi, apposti uno dopo l’altro da persone provenienti da ogni latitudine. L’ultimo lo ha aggiunto l’arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice, la settimana scorsa. Ora la candidatura al Guinness World Records, come prima opera collettiva certificata (i partecipanti sono stati fotografati nell’atto della deposizione del proprio chicco), contribuisce a fare del nostro Paese il centro propulsore di un forte messaggio di speranza. L’installazione sarà itinerante, insieme alle foto di ogni singolo contributo e del libro con le firme dei partecipanti (Libro della Pace) che l’artista palermitana Veronica Mancuso ha corredato di una copertina in ceramica.

Tutta l’iniziativa si deve alla Fondazione Made in Sicily, impegnata nel trasformare la memoria e la tradizione della Sicilia in strumenti e occasioni di dialogo internazionale, tra arte, design, artigianato e innovazione. I chicchi erano stati realizzati dagli studenti del liceo artistico Ciro Esposito di Santo Stefano di Camastra (ME), fusi con smalto cristallino e kintsugi dorato dall'artista giapponese Aya Oguma. Il kintsugi è l’arte giapponese di riparare con l’oro la ceramica. Mani straniere, di Paesi distanti migliaia di chilometri, ma in congiunzione fraterna, non hanno creato barriere ma profondi legami. ‘Grani di Pace’ è una pietra miliare nel progetto della Fondazione dal titolo “Kizuna: crepe che uniscono popoli – Kintsugi tra Sicilia e Giappone”, che vede la partecipazione di artisti siciliani tra i più noti al mondo, come il maestro di ceramica Domenico Boscia, e di tanti artisti siciliani, italiani, (Joe Manganello, Vincenzo Bonfante, Giuliana Di Franco) e giapponesi (Nakajima Hiroyuki, Ryoku) di chiara fama, desiderosi di alimentare il Kizuna, parola giapponese che significa legame tenace, in questo caso tra i tra popoli, un legame non dato dalla vicinanza fisica quanto piuttosto da un’unione nutrita di riconoscimento, affetto, amicizia e che implica reciproca assunzione di responsabilità.

La Fondazione Made in Sicily è nata il 9 maggio 2025, giorno dell’arrivo a Palermo della nave scuola della Marina Militare Vespucci, in tour promozionale del Made in Italy. E proprio la Vespucci ha avuto un ruolo fondamentale nella sua ispirazione. Caso o destino? Giovanni Callea e Davide Morici lavorano nel campo della promozione dei prodotti siciliani all’estero: per loro, però, non è mai stato solo business, ma una questione di vero amore per la propria terra, e questo approccio li ha portati a imbattersi in personaggi eccezionali. Occorre tornare indietro, al tempo del tour mondiale della Vespucci, che ha circumnavigato il globo in 20 mesi, toccando 28 Paesi e 35 porti nei 5 continenti con l’obiettivo di svolgere attività di formazione per gli allievi ufficiali, sostenendo al contempo l'eccellenza italiana (Made in Italy). Callea e Morici, in concomitanza con le tappe della nave negli Usa, organizzavano per conto del Consolato Generale d’Italia prima, e in collaborazione con Enit successivamente, eventi di valorizzazione dei prodotti e della cultura siciliana, incontrando i siciliani emigrati più rappresentativi dell’isola e scoprendo quanto le radici italiane e siciliane siano ancora sentite appassionatamente, anche dalle nuove generazioni. Da quell’esperienza è emerso il tema delle ‘Radici’, quale legame spontaneo e fecondo tra popoli lontani. Dalla promozione di prodotti per il consorzio a quella delle persone con la Fondazione, il passo è stato breve e rapido.

 

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Articolo: "Il Giappone a Cannes 2026"

Il Giappone sarà il grande protagonista della prossima edizione del Marché du Film di Cannes, l'importante mercato cinematografico che si svolge parallelamente al Festival sulla Croisette. L'annuncio ufficiale è arrivato direttamente dal Tokyo International Film Festival, dove Guillaume Esmiol, direttore esecutivo del Marché du Film, ha svelato che il Paese del Sol Levante sarà il Country of Honour 2026, un prestigioso riconoscimento che celebra le nazioni che hanno dato un contributo straordinario all'industria cinematografica mondiale. Una scelta che non sorprende, considerando la lunga storia d'amore tra il cinema nipponico e il festival francese, e che promette di portare una ventata di animazione giapponese e cinema di genere sulle rive della Costa Azzurra.

L'edizione 2026 del Marché du Film, in programma dal 12 al 20 maggio, vedrà quindi il Giappone co-ospitare la serata inaugurale e occupare un posto di primo piano in tutti i principali appuntamenti della manifestazione. Non solo panel e networking events, ma anche showcases dedicati specificamente all'animazione nipponica e al cinema di genere, due settori in cui il Paese asiatico eccelle da decenni e continua a dettare legge a livello internazionale. L'obiettivo dichiarato è quello di rafforzare le reti professionali con la community cinematografica globale e promuovere l'industria dei contenuti giapponese sui mercati internazionali.

Tra le iniziative più attese figura un summit dedicato all'industria cinematografica giapponese, pensato per favorire collaborazioni e innovazione, oltre a una giornata speciale interamente dedicata alle proiezioni di film nipponici. Un'occasione unica per celebrare oltre 120 anni di storia del cinema di una delle nazioni più influenti del panorama mondiale, che vanta una produzione annuale di circa 1.200 film e richiama ancora oggi 150 milioni di spettatori nelle sale cinematografiche ogni anno, per un incasso complessivo di 1,3 miliardi di dollari.

La storia del cinema giapponese è costellata di nomi leggendari che hanno fatto la storia della Settima Arte mondiale. Da Kenji Mizoguchi e Yasujirō Ozu fino ad Akira Kurosawa, vincitore della Palma d'Oro nel 1980, passando per autori contemporanei del calibro di Hirokazu Kore-edaKiyoshi Kurosawa e Naomi Kawase, senza dimenticare i talenti emergenti come Chie Hayakawa, che continuano a portare il cinema nipponico nella Selezione Ufficiale di Cannes. Un legame profondo con la Croisette che si riflette anche nella massiccia presenza di case di vendita giapponesi nel Palais des Festivals e nel Japan Pavilion, coordinato da UniJapan, presenza fissa al Village International.

"Siamo davvero entusiasti e orgogliosi che il Giappone sia stato scelto come Paese d'Onore", ha dichiarato Junichi Sakomoto, presidente del Comitato Esecutivo per il Giappone, Country of Honour 2026. "Rappresenta un'opportunità meravigliosa per mostrare il fascino del cinema giapponese su un palcoscenico globale. Non vediamo l'ora di vedere la ricca cultura cinematografica del Giappone, insieme ai suoi talenti emergenti e alle sue tecnologie, brillare ancora di più a livello internazionale".

Per Guillaume Esmiol, la scelta ha anche un significato personale particolarmente toccante. "Il Giappone occupa un posto unico nel cinema internazionale e la sua eredità creativa continua a ispirare generazioni di cineasti. È anche uno dei Paesi più rappresentati e dinamici al Marché du Film, con case di vendita e produttori molto attivi", ha spiegato il direttore esecutivo, rivelando poi le sue radici nipponiche: "A un livello più personale, è una bellissima opportunità per rendere omaggio alla mia eredità culturale".

L'organizzazione della partecipazione giapponese sarà curata dal Comitato Esecutivo per il Giappone, Country of Honour 2026, in collaborazione con il Ministero dell'Economia, del Commercio e dell'Industria (METI) e la Japan External Trade Organization (JETRO). I dettagli specifici del programma e le istituzioni partecipanti saranno annunciati all'inizio del 2026. Il Giappone si unisce così a Brasile (2025), Svizzera (2024), Spagna (2023) e India (2022) come quinto Paese d'Onore, un'iniziativa lanciata dal Marché du Film per riconoscere le nazioni che hanno dato contributi eccezionali all'industria cinematografica globale. Il Festival di Cannes 2026 si concluderà il 23 maggio, tre giorni dopo la chiusura del Marché.

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Kokedama Mi Amor: Angela porta l’antica arte giapponese dei ‘bonsai volanti’ in Puglia

Coltivare piante senza un vaso. Farlo in maniera completamente naturale, solo attraverso del muschio. È l’antica arte del kokedama adottata da Angela in “Kokedama Mi Amor”, un progetto in cammino e in continua evoluzione. La storia dei kokedama affonda le radici nel Giappone del Seicento, periodo storico di chiusura ricordato come il periodo Edo, e del quale la donna di Cisternino si è profondamente innamorata, tanto da importare la tecnica di coltivazione in Puglia. Tutto ha inizio nell’ottobre 2022, con l’Asparagus Setaceus e le sue foglie sottili come piume. Angela è a Barcellona quando partecipa a un workshop sull’arte del kokedama. Ancora non sa che quell’appuntamento diverrà il seme di una grande passione e quella pianta la prima di una lunga serie.

Angela vive fuori dall’Italia per più di quindici anni, parte con lo zaino in spalla all’età di 20. Viaggia instancabile, da sola, come una gipsy. Una vera gitana che ha sempre apprezzato scoprire gli angoli più nascosti del mondo, imparare e fare nuove esperienze. Per un lungo periodo dimora a Barcellona, ma nel 2018 torna nella sua città, in Valle d’Itria: sente un richiamo viscerale della terra natia, che asseconda. Riprende la sua quotidianità in Puglia, lavora nell’ambito turistico, ma sente che qualcosa ancora le manca, e così riparte ancora una volta per la Spagna. Una nuova ma breve parentesi nella città gotica, un intervallo di tempo sufficiente per salutare qualche vecchia conoscenza e soprattutto un suo amico, proprietario di una gelateria in centro: nel locale resta meravigliata da alcune sfere volanti, i kokedama. Ne resta davvero colpita tanto da aderire a un workshop tematico: è l’11 ottobre 2022.

Un’esistenza ricca di spostamenti. La donna rientra in Patria e nella sua amata campagna, dalla sua giunga domestica, inizia a ‘sporcarsi le mani’ avviando di fatto un progetto bellissimo: divulgare la cultura del kokedama – nato come “il bonsai dei poveri”, nonché dei giardinieri che non potevano – nell’antica società nipponica – permettersi vasi costosi.

Ad oggi sono già passati tre anni. Angela utilizza diverse piante per le sue creazioni artigianali: dalla Dracaena Marginata di origine tropicale al Chlorophytum, anche noto come la pianta ragno o nastrino, passando per l’albero della fortuna, la cosiddetta pachira acquatica, considerata in alcune tradizioni asiatiche un elemento capace di attirare energia positiva. Ancora, le piante grasse e il peperoncino, più mediterranee la pungente e resistente Opuntia, più celebre come Fico d’India, e l’ulivo simbolo di vita e abbondanza.

L’ambizione: rendere la particolare tecnica di coltivazione una professione. Dai workshop in giro per la Puglia a mercatini e bomboniere per ogni ricorrenza. L’attività di Angela sta assumendo una dimensione a tutto tondo, diviene molto più di un semplice hobby, una mission per promuovere la tradizione delle piante senza vaso intese non solo come idea regalo, uniche e originali, in grado di lasciare le persone senza parole, ma ancor prima come tecnica delicata e potente che unisce curiosi attorno ad un tavolo di convivialità, invita loro ad alimentare manualità e spirito creativo e connettersi con la vita, in silenzio, con rispetto e meraviglia. La creazione diventa un ricordo della giornata da portare a casa.

“Essendo un’anima nomade uno dei miei sogni è avere un camper per girare non solo la Puglia ma organizzare workshop per l’intera Italia – svela Angela – Abbiamo bisogno di rallentare. La vita corre, è piena di problemi. Si vive perennemente con il telefono in mano. Occorrerebbe prendersi del tempo, disconnettere il cervello dalla frenesia mondana e connettersi con la parte più profonda e intima del proprio essere. Sporcarsi le mani di terra, entrare a contatto con la natura, lavorare sui kokedama può essere un ottimo antidoto”.

Un kokedama è una pianta comune e come tale richiede tutte le dovute attenzioni di un qualsiasi vegetale. Quanto lo differenzia è il suo vaso naturale, totalmente fatto a mano. La sua cura equivale a quella di una pianta in vaso tradizionale. L’unica variante è il modo di innaffiarlo: va immerso in acqua per circa 5 minuti. Strizzarlo delicatamente dopo per eliminarne gli eccessi e rimetterlo al suo posto (può poggiare su pietra o ardesia, trovare applicazione in una struttura di ferro, essere appeso con un banale filo o un macramè). L’operazione di irrorazione va ripetuta a seconda di stagione, tipologia della pianta e peso del kokedama. Il segnale per bagnarlo è la sua leggerezza: se la sfera risulta leggera significa che la terra ha assorbito l’acqua, dunque il kokedama va innaffiato. Per tradizione la tecnica di coltivazione originale è quella con il muschio, risalente al 1600, che rispecchia la perfezione dell’estetica giapponese: etimologicamente, la parola kokedama significa “palla di muschio”. Tuttavia, può anche essere creato mediante copertura in fibra di cocco, un’idea introdotta più di recente con l’obiettivo di sfruttare in modo creativo il materiale di scarto del frutto esotico.


Psylocke torna in Sai: Dimensional Rivals

Sai, la reinterpretazione in chiave feudale giapponese di Psylocke creata dalla visionaria Peach Momoko, sta per tornare con una serie a fumetti che promette di ridefinire i confini della narrazione multiversale Marvel. Dopo il suo debutto nel 2021 all'interno della celebre DEMON DAYS SAGA e l'esplosione di popolarità grazie alla sua presenza in Marvel Rivals, la guerriera psichica ottiene finalmente una miniserie tutta sua che vedrà la collaborazione di alcuni dei più acclamati artisti del panorama fumettistico internazionale. L'approccio narrativo scelto da Momoko per questa serie rappresenta un esperimento audace nel formato supereroistico Marvel, fondendo estetica manga, folklore giapponese e dinamiche multiversali in un'opera corale che celebra la diversità stilistica del medium fumettistico.

SAI: DIMENSIONAL RIVALS debutterà il 14 gennaio come limited series di cinque numeri, con Peach Momoko non solo alla sceneggiatura ma anche ai disegni, affiancata da un ensemble stellare di artisti che include il leggendario Stan Sakai (creatore di Usagi Yojimbo), Esad RibićNatacha BustosMike del MundoSara Pichelli e altri ancora da annunciare. Questa struttura collaborativa rappresenta una rarità nell'industria mainstream americana, dove generalmente le serie mantengono un team creativo uniforme per tutta la loro durata.

La scelta di Momoko di coinvolgere artisti con background e sensibilità visive così diverse non è casuale. Come ha spiegato la stessa autrice giapponese: "Sono felice di iniziare un nuovo fumetto su Sai con artisti che ho incontrato durante eventi fumettistici e attraverso il lavoro e che ora considero amici. Per questa serie, Sai sarà la protagonista principale. Ho chiesto a vari artisti di divertirsi ritraendo Sai secondo la loro visione unica". L'approccio narrativo vedrà il personaggio viaggiare attraverso universi diversi, con ogni artista che contribuirà con la propria prospettiva stilistica e narrativa, trasformando ogni capitolo in un'esperienza visiva distinta.

Per chi non conoscesse il personaggio, Sai ha fatto la sua prima apparizione in DEMON DAYS: X-MEN #1 nel 2021, presentandosi come una guerriera psichica che utilizza le sue letali abilità per combattere gli yokai nel Giappone feudale. Si tratta di una reimmaginazione radicale di Psylocke, la ninja telepate degli X-Men, filtrata attraverso la sensibilità artistica e culturale di Momoko che ha saputo fondere elementi del folklore giapponese tradizionale con la mitologia mutante Marvel. Il successo del personaggio è stato tale da ispirare la versione di Psylocke che è diventata uno dei personaggi più giocati in Marvel Rivals, il videogioco multigiocatore che ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo.

La trama di DIMENSIONAL RIVALS vedrà Sai intraprendere un'avventura attraverso un Multiverso nuovo e guidato dalla visione dei singoli creatori, alla ricerca di un set unico di Gemme dell'Infinito. Questo elemento narrativo permette a Momoko di esplorare non solo diverse realtà alternative, ma anche diversi approcci stilistici al fumetto stesso, trasformando la serie in una celebrazione della diversità artistica del medium. L'autrice ha descritto l'opera come "quasi onirica", un lavoro collettivo in cui molteplici artisti raccontano un'unica storia attraverso diverse prospettive visive, creando uno spettacolo del mezzo fumettistico senza precedenti.

Il coinvolgimento di Stan Sakai già dal primo numero è particolarmente significativo: il maestro creatore di Usagi Yojimbo rappresenta un ponte ideale tra la tradizione narrativa giapponese e quella americana, avendo dedicato decenni alla rappresentazione del Giappone feudale attraverso il fumetto occidentale. La sua collaborazione con Momoko promette un dialogo artistico affascinante tra due diverse interpretazioni della cultura giapponese nel medium fumettistico. Gli altri artisti coinvolti portano ciascuno un bagaglio stilistico distintivo: Ribić è celebre per il suo approccio pittorico e monumentale, Bustos per le sue composizioni dinamiche e moderne, del Mundo per la sua psichedelica inventiva visiva, e Pichelli per il suo design character iconico.

Per i lettori italiani, la serie sarà preordinabile nelle fumetterie attraverso i canali di distribuzione di Panini Comics, che gestisce il catalogo Marvel nel nostro paese. L'edizione digitale sarà disponibile tramite l'app Marvel Unlimited, permettendo agli appassionati di accedere ai numeri anche in formato elettronico. La copertina principale del primo numero, realizzata dalla stessa Peach Momoko, è già disponibile per i preordini, e considerando l'enorme popolarità dell'artista tra i collezionisti, è probabile che diventi rapidamente un pezzo ricercato.

L'esperimento narrativo di SAI: DIMENSIONAL RIVALS arriva in un momento in cui Marvel sta esplorando sempre più formati non convenzionali e collaborazioni cross-culturali, riconoscendo l'influenza crescente dell'estetica manga sul mercato fumettistico occidentale. Il successo della DEMON DAYS SAGA aveva già dimostrato l'appetito del pubblico per reinterpretazioni culturalmente specifiche dei personaggi Marvel, e questa nuova serie promette di espandere ulteriormente quel territorio creativo. Con il lancio previsto per gennaio, i fan di Peach Momoko, della cultura giapponese e della sperimentazione fumettistica hanno un nuovo appuntamento imperdibile da segnare sul calendario.


Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku

Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.

Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.

Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.

La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.

Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.

Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.

Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.

La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.

Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.

Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.

Dr Elena Maria Colizzi

 

 

 

 

 

 

 

 

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