Una fetta di Giappone: i pizzaioli di Tokyo

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Tsubasa Tamaki è un pizzaiolo che non ha mai messo piede in Italia. "Certo, mi piacerebbe visitare l'Italia", ha detto Tamaki in un'intervista, "ma nella mia mente, voglio concentrarmi sulla creazione della pizza giapponese-napoletana".

Tamaki getta il sale direttamente nel forno, esaltando così il sapore dell'impasto.
Il suo forno è riscaldato fino a raggiungere una temperatura di 900°: di conseguenza l'impasto risulta troppo caldo per essere maneggiato di fretta.

Ma ciò che distingue davvero la pizza di Tamaki è la manciata di patatine al cedro giapponese con cui arricchisce il tutto all'ultimo minuto, che glassano la pasta e ne lasciano un leggero retrogusto amarognolo.

Solo dopo 10 mesi dall'apertura di Pizza Studio Tamaki (o PST) l'anno scorso, la famosa guida Michelin raccomandava già la sua pizza. 

Ma se Tokyo è diventata un'improbabile fornitrice di ottima pizza, è soprattutto grazie ad un ristorante aperto più di due decenni fa, chiamato Seirinkan. Il suo proprietario, Susumu Kakinuma, ha studiato come pizzaiolo a Napoli e ha portato a casa le sue nuove conoscenze. 

Kakinuma è considerato il padre della cultura della pizza di Tokyo e ad oggi ha formato molti dei migliori pizzaioli della città. Ha anche ispirato Tamaki, che ha lavorato in uno dei suoi ristoranti prima di decidere di aprire la propria attività.


"Matsue? Ma cosa ci andate a fare??"

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Quando si parla di viaggi in Giappone le mete più popolari sono solitamente le grandi città: Tōkyō, Kyōto, Ōsaka, Hiroshima. Sono tutte città a loro modo incantevoli, dotate di un fascino particolare, tappe d'obbligo quando si visita il Giappone per la prima volta. Purtroppo però queste città vengono spesso visitate solo per moda e viste come gli unici posti interessanti in tutto il Giappone.

Nell'aprile di quest'anno sono stata in viaggio in Giappone con il mio ragazzo, che lo visitava per la prima volta. Alle sopracitate mete “classiche” abbiamo aggiunto anche una tappa in una piccola località e la nostra scelta ha suscitato molta perplessità negli amici giapponesi. “Matsue? Ma cosa ci andate a fare??”.

Matsue è il capoluogo della prefettura di Shimane, nella regione del Chūgoku, ed ha una popolazione di quasi 196.000 abitanti. Per chi viene da una provincia che nel suo complesso ne conta 15.000 in meno, non è un posto tanto piccolo, ma per gli amici abituati a città come Kyōto e Tōkyō si tratta di una cittadina senza nulla di particolarmente interessante. Grave errore! Infatti, nonostante il nostro soggiorno sia stato breve, abbiamo potuto smentire chi dubitava della nostra scelta.

Matsue è raggiungibile in circa due ore e mezza con un treno espresso che parte da Okayama (stazione di cambio a circa 45 minuti da Ōsaka e meno di 40 da Hiroshima). Il viaggio è meno confortevole che in Shinkansen, ma il paesaggio che scorre fuori dal finestrino, dopo essere stati nelle città più caotiche, è una piacevole boccata d'aria fresca. Si attraversa una campagna prima pianeggiante e poi collinosa in cui si vedono piccoli villaggi con molte case dai tetti coperti di lucidissime tegole marroni o nere, molti campi e prati con il fieno appeso a seccare. Poco prima di raggiungere la destinazione si costeggia a tratti il lago Nakaumi, mentre Matsue si trova sul lago Shinji, il settimo più ampio di tutto il Giappone.

Matsue offre diverse strutture in cui alloggiare, soprattutto ryokan (locande tradizionali, con costi molto più contenuti rispetto alle località più rinomante) ed è proprio in una di queste che anche noi abbiamo alloggiato. Le camere hanno il pavimento in tatami, sono arredate in modo molto essenziale con i tipici tavolini bassi e si dorme nei futon. Le strutture offrono agli ospiti bagni comuni con vasche termali e, in alcune, anche private.

Dopo una passeggiata lungo la pista ciclabile che costeggia il lago Shinji ci siamo diretti verso il centro e gli obiettivi principali della nostra visita: il castello di Matsue e la casa di Lafcadio Hearn. Dei dodici castelli feudali rimasti in Giappone, quello di Matsue è il secondo più grande (dopo Himeji), il terzo più alto e il quinto più antico. Si trova su una piccola collina al centro di un tranquillo parco circondato da canali. Seguendo gli ampi sentieri di ghiaia, che si snodano attraverso il bosco, oltre a poter raggiungere il castello da più direzioni, si possono trovare anche dei piccoli templi shintoisti.
Una volta arrivati alla biglietteria abbiamo avuto una piacevole sorpresa: per favorire l'afflusso turistico non solo locale, la tariffa di tutte le attrazioni turistiche della città è dimezzata per tutti i turisti stranieri.
Il castello è molto imponente, ma come altri castelli giapponesi, appare leggero ed elegante. L'interno è per lo più spoglio, salvo qualche statua e alcuni pannelli, purtroppo solo in giapponese. Salendo le ripide scale di legno si raggiunge l'ultimo piano del castello, da cui si gode di una bella vista della città e del lago. La parte più interessante resta però la sala di uno dei piani inferiori dedicata ai dodici castelli feudali ancora esistenti, di cui cinque, tra cui quello di Matsue, riconociuti come tesoro nazionale. Partendo dalla lista in cui sono indicate le principali caratteristiche di classificazione (anno di costruzione, altezza e superficie), la serie di fotografie appese lungo il perimetro della sala accompagna il visitatore in un piccolo viaggio attraverso alcuni simboli della storia giapponese.

Poco distante dal castello si trovano anche il museo di storia e la vecchia residenza di Lafcadio Hearn, un nome molto noto tra gli studiosi di cultura giapponese. Hearn era un giornalista e scrittore irlandese, famoso per i suoi studi sul Giappone, e molto legato alla città di Matsue, dove lavorò come insegnante e si sposò, ottenendo anche la naturalizzazione giapponese. In realtà, nella piccola residenza che si può visitare soggiornò per pochissimo tempo, ma si tratta comunque di una visita interessante.

Per quanto si tratti di una piccola località Matsue offre anche un servizio di autobus turistici che fermano in prossimità di tutte le attrazioni principali. A bordo una voce narrante racconta vari aneddoti riguardo alla città e su degli schermi vengono mostrate varie fotografie di come appariva Matsue in passato. Purtroppo, per chi non lo parla, tutto è esclusivamente in giapponese. La mancanza di traduzioni in altre lingue sia nei luoghi di interesse che dei menù nei ristoranti è un segno della poca popolarità di Matsue come meta turistica, ma la popolazione è molto ospitale e cordiale e credo che con la loro politica possano ottenere dei buoni risultati. Con questo articolo mi auguro di aver dato il mio contributo per far conoscere Matsue e magari aver invogliato qualcuno ad inserirla come tappa nel suo prossimo viaggio in Giappone.

Articolo di Maddalena Pologna


tokyo tsukiji

Tokyo Tsukiji

Abbiamo intervistato Nicola Tanzini, fotografo appassionato, che ha raccontato il mercato di Tsukiji a Tokyo, attraverso una serie di scatti oggi raccolti nel libro "Tokyo Tsukiji", edito da Contrasto

Come è nato questo progetto dedicato al mercato di Tsukiji?

Il progetto è nato casualmente. Ero a Tokyo per svolgere un lavoro fotografico, ma non avevo ipotizzato o preparato nulla su Tsukiji. Sono andato a Tsukiji da turista e, per caso, la prima volta che ci sono stato, sono arrivato quando le attività erano già concluse. Però ormai ero lì e quindi ho deciso di visitarlo: mentre stavo passeggiando per questa struttura enorme, sono stato colpito da una persona che, in maniera molto naturale, stava fumando una sigaretta. Ho cominciato a vedere che intorno a me c'erano tantissime persone che, come lui, si stavano rilassando in tanti modi diversi al termine della giornata di lavoro, dedicando un attimo a se stessi. Certo, una cosa normalissima che viviamo quotidianamente. Ma da lì è nata l'idea. Anche se il progetto è ambientato totalmente dentro il mercato del pesce, non è una rappresentazione di esso: è un lavoro che vuole affrontare un momento quotidiano normalissimo, all'interno di Tsukiji.

Devo dire che oggi questo lavoro sta assumendo anche un altro lavoro al quale io, con tutta onestà, non avevo pensato, che è quello di essere documento anche storico, visto che Tsukiji sta chiudendo e verrà spostato altrove. Ho appreso dalle tante persone con le quali mi sto confrontando, che questo lavoro piace proprio per il suo valore documentale, e la cosa mi fa molto piacere, anche se non era stato pensato con questo spirito

Ha avuto modo di confrontarsi con le persone fotografate?

C'è molta interazione nelle foto, non sono scatti rubati. Non sono ritratti posati, ma loro sapevano di essere fotografati, tranne quelle foto scattate mentre le persone stanno svolgendo un lavoro ecco. Non ho mai avuto riscontri negativi: mi ricordo solo di poche persone che mi hanno chiesto molto gentilmente di non essere fotografate e ho ovviamente rispettato la loro volontà. Un lavoro dedicato alla presentazione di uno stato d'animo e fisico non aveva bisogno di essere in qualche modo rubato: è tutto spontaneo nel senso che non c'è niente di posato, però nelle tante immagini dove c'è stata un'interazione, c'è stata un'assoluta accettazione della cosa da parte dell'interlocutore

Su quali progetti sta lavorando adesso?

Il lavoro su Tokyo non è ancora concluso. E comunque rientra in un progetto più ampio a cui sto lavorando, dedicato ad alcune grandi metropoli: New York, Shanghai, Tokyo, Milano e Londra. Un percorso abbastanza lungo ancora in fase di elaborazione. Un lungo reportage che vuole raccontare, attraverso aspetti particolari della città, sia le ambientazioni che le persone che la popolano. 

 

 

Una selezione di 30 scatti è esposta fino al 4 novembre 2018 presso Leica Store di Milano: l'esposizione, curata da Benedetta Donato, è patrocinata dall'Istituto Giapponese di Cultura di Roma.

Intervista di Federica Lucrezia Tornaghi


Tōdaiji 

Tōdaiji - Il grande tempio di legno di Nara

Il Tōdaiji (東大寺, Grande tempio orientale) è uno dei più grandi templi del Giappone: costituisce infatti la più grande struttura lignea mai costruita. Edificato intorno al 752 d.C, il tempio rappresentava il punto di riferimento per tutti i santuari buddisti sparsi per il territorio giapponese. Sebbene le dimensioni attuali rappresentino solo due terzi dell'estensione nel periodo di massimo splendore (terremoti e incendi non sono stati caritatevoli), il Tōdaiji rimane una struttura dalle dimensioni colossali che custodisce al suo interno un vero tesoro.

Nandaimon

nandaimonL'ingresso principale al Tōdaiji è il Nandaimon, la Grande porta del Sud. L'originale del periodo Nara è stato distrutto da un tifone, e infatti questo portale è una ricostruzione del periodo kamakura. Il portale di legno non è solo sorvegliato dai numerosissimi cervi che vagano per il santuario, ma anche da due guardie d'eccezione. Ni-oDisposti nelle logge laterali si trovano infatti due Ni-ō, i due re guardiani del Nandaimon. Le statue colossali (più di 8 metri d'altezza) secondo la tradizione sarebbero state realizzate in soli 69 giorni, in un incredibile sforzo creativo. Il loro aspetto guerresco e l'espressione spaventosa si addicono perfettamente alla loro natura di guardiani.

Daibutsuden

DaibutsuAll'interno del Daibutsuden (Sala del grande Buddha) si trova la più grande statua in bronzo di tutto il Giappone, il Daibutsu (大仏), ossia la statua del Buddha Vairocana. Alta ben 15 metri, si narra che per la costruzione di queste 440 tonnellate di scultura vennero consumate tutte le risorse di bronzo del paese e che in seguito questo materiale scomparve per secoli prima di poter essere riutilizzato. La colossale effige del Buddha è accompagnata da altre sculture che adornano la sala centrale. todaiji lanternDavanti al Daibutsuden si trova la famosa lanterna ottagonale, costruita in contemporanea al santuario. La lanterna, dalla tipica forma a pagoda, poggia su una base di pietra. I pannelli presentano bellissime immagini di musicisti.

Chiosco del Tōdaiji

todaijiIl daibutsuden è preceduto da un vastissimo chiosco e da un gigantesco portale, il chūmon o portale principale; un tempo, ai due lati dell’edificio, esistevano due spettacolari pagode a cinque piani che purtroppo andarono distrutte in uno dei molti incendi da cui l’antica capitale fu flagellata nel corso della sua storia. Il chiosco consiste di una vasto camminamento centrale che conduce al daibutsuden, circondato da verde, alberi e dalla mura che abbracciano gli edifici del complesso. Bell towerNei pressi del chiosco è possibile trovare la Torre della Campana, una struttura in legno risalente al primo decennio del 1200 che ospita al suo interno un'enorme campana di circa 26 tonnellate.

 

 

 

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Tanabata, la festa delle stelle innamorate - Tra mito e tradizione

Tra le numerose ricorrenze del Paese del Sol Levante, particolare importanza è riconosciuta ai gosekku, cinque feste molto sentite che scandiscono, nel corso dell'anno, i cambi di stagione e i periodi di raccolto. Tra queste, la festa di Tanabata è sicuramente una delle più amate e costituisce ancora oggi un appuntamento importante nelle estati giapponesi.

Storia del Tanabata

tanabata

Come gli altri gosekku, le origini culturali del Tanabata sono da cercare nella tradizione cinese dove viene celebrata una ricorrenza simile nello stesso periodo, chiamata Qixi. Il Giappone del periodo Nara (710-784), succube dell'influenza culturale cinese, tra l'VIII e il X secolo iniziò a importare numerose festività e tradizioni dal continente, tra le quali anche il Tanabata. Tradizionalmente, l'introduzione di questa festa in Giappone è attribuita all'Imperatrice Koken, nel 755 d.C. Nonostante le origini antichissime, la festa di Tanabata diventa popolare soprattutto all'inizio del periodo Edo (1603-1868). Prima era festeggiata soprattutto all'interno della corte imperiale. È proprio in questo periodo che nel Tanabata confluiscono molte delle tradizioni e delle usanze tipiche dell'Obon, un'altra festa nipponica che cade il 15 agosto. Per la vicinanza temporale, le due ricorrenze hanno finito per influenzarsi reciprocamente.

Mitologia del Tanabata

Le origini culturali del Tanabata sono comunemente ricondotte alla leggenda delle divinità Orihime e Hikoboshi, personificazioni delle stelle Vega e Altair. Orihime, la principessa tessitrice, figlia dell'Imperatore Celeste, Tentei, dedita a cucire gli abiti degli dei; Hikoboshi giovane pastore, a guardia delle greggi del cielo.tanabata mito Vedendo sua figlia triste, Tentei decise di farle incontrare l'altro ragazzo, affinché i due potessero sposarsi. Tra loro fu amore a prima vista e i due giovani si abbandonarono alla passione, dimenticandosi dei rispettivi compiti. Ne conseguì che nessuno più cuciva gli abiti per le divinità e i buoi di Hikoboshi, senza nessuno che li controllasse, scorrazzavano sfrenati per i pascoli celesti. Rei di non aver assolto i propri doveri, Tentei decise punire i due amanti, costringendoli a non vedersi mai più, separati dal fiume della Via Lattea. Solo per un giorno all'anno, tuttavia, a Orihime e Hikoboshi fu permesso di potersi rincontrare, attraversando il fiume celeste. E quel giorno è proprio Tanabata.

Tradizioni e Usanze

Tradizionalmente, la festa viene celebrata il settimo giorno del settimo mese. La data stabilita per il Tanabata è dunque il 7 luglio. In realtà, quest'usanza è relativamente recente, visto che è solo con l'introduzione del calendario gregoriano - alla fine dell' '800 - che il settimo mese è luglio. Prima, secondo il tradizionale calendario lunisolare nipponico, che fa iniziare l'anno da febbraio, il settimo mese era agosto, ed è per questo motivo che in molte località del Giappone i festeggiamenti sono"rimandati" di un mese. Inoltre, la sua presenza in agosto aiutava maggiormente gli agricoltori a identificare i periodi di raccolto. Per questo motivo, il Tanabata continua a essere festeggiato ad agosto soprattutto nelle zone rurali.Tra le molte tradizioni del Tanabata, la più famosa è senza dubbio l'usanza di scrivere i propri desideri su alcune striscioline di carta, chiamate tanzaku, e di appenderle ai bambù. Si pensava che l'unione ben augurante delle due divinità avrebbe senza dubbio aiutato i desideri a realizzarsi.

tanabata tanzakuL'usanza di scrivere su striscioline di carta deriva dal fatto che, in epoca Edo, i bambini in occasione del Tanabata esprimevano il desiderio di migliorare la propria calligrafia e di conseguenza si allenavano scrivendo vari caratteri su piccoli ritagli di carta. Le bambine, invece, erano solite chiedere più bravura nei lavori manuali.Tra le altre decorazioni tipiche della festa, sono le lanternine di carta (zen-washi), i kimono di carta (kamigoromo) e i fukinagashi (filamenti di carta) che richiamano i fili degli abiti tessuti da Orihime. Molte città giapponesi si trasformano radicalmente in vista del Tanabata. Tra le celebrazioni più sfarzose, c'è sicuramente quella di Sendai. La città viene addobbata da più di 5.000 decorazioni che abbelliscono le strade per i tre giorni in cui dura la festa (dal 6 all'8 agosto), e i festeggiamenti sono preceduti da un attesissimo spettacolo pirotecnico.

Tanabata in Italia - 2018

In questo articolo vi proponiamo tutti gli eventi Tanabata organizzati in Italia e previsti per il 7 luglio. 

 


Hikawa-maru

Un giorno a Yokohama

Una tranquilla giornata a Yokohama

Era da un po’ di tempo che avevo in mente di recarmi a Yokohama ma non avevo mai trovato il momento giusto per andarci. Eppure Yokohama non è una meta che passa inosservata: la città, centro della prefettura di Kanagawa, è seconda in Giappone per numero di popolazione, è un fondamentale scalo commerciale per l’area di Tokyo e uno dei porti più importanti del paese.

Con alcuni amici perciò decidiamo di passarci una giornata. Da Tokyo, partendo dalla stazione di Shinjuku, prendiamo la Shonan-Shinjuku Line e in circa 35 minuti arriviamo. È una fresca e bella mattinata e, usciti dalla stazione, una delle prime cose che sentiamo è un piacevole odore di mare, il che ci sorprende visto l’intensa attività portuale della città. Camminando un po’, l’atmosfera non fa che migliorare e ci accorgiamo di quanto poco basti per allontanarsi dalla bella ma frenetica Tokyo: troviamo chi parla sulle panchine, chi passeggia sul lungomare, chi fa jogging e chi porta a spasso il cane. Il tutto con davanti un mare tranquillo.

Foto di cose

Per giungere alla nostra prima tappa passiamo vicino alla zona del porto che fu storicamente adibita alla permanenza degli stranieri, conosciuta come Kannai. Yokohama, con l’apertura del Giappone agli altri Stati a seguito della restaurazione Meiji del 1868, è stato il primo porto nel quale agli stranieri fu consentito commerciare. Gli edifici presenti (in gran parte ricostruzioni a seguito di disastri naturali e bombardamenti) sono infatti in linea con lo stile dell’epoca. Passiamo attraverso il bello (ma piccolo) parco Yamashita e arriviamo alla nave-museo Hikawa Maru. Questo transatlantico era stato per molti anni un lussuoso mezzo di trasporto nelle rotte tra Yokohama, Vancouver e Seattle. Nel dopoguerra fu messo in disarmo, attraccato permanentemente, e aperto ai visitatori. La nave è fedelmente conservata come quando era in attività ed esplorando l’interno della nave abbiamo l’impressione di rivivere le esperienze degli ospiti di inizio XX secolo. Molto suggestivo.

Senza accorgercene si fa ora di pranzo e allora cogliamo l’occasione per recarci in uno delle zone che rendono celebre Yokohama, la sua Chinatown. Nonostante sia presente anche in altre città come Nagasaki e Kobe, la Chinatown di Yokohama è la più grande di tutta l’Asia ed ha una popolazione residente stimata tra le 3000 e 4000 persone. Fatti pochi metri ci sembra davvero di essere entrati in una via affollata di Shangai, con ristoranti che fanno a gara per sgargianti decorazioni ed altri negozi che mettono in vendita un po’ di tutto: amuleti, lanterne, incenso, spezie e oggettistica tradizionale cinese. Per una cifra fissa, quasi tutti i ristoranti offrono menu all you can eat e noi, ovviamente, ne approfittiamo passando più di due ore impegnati a provare qualsiasi cosa ci ispiri.

Un po’ appesantiti usciamo dal ristorante e dopo un altro breve giro nel quartiere, ci dirigiamo verso la Yokohama Marine Tower, il più grande faro su terraferma del mondo. All’ingresso prendiamo l’ascensore e dopo una salita a dir poco lunga ci troviamo all’ultimo piano dove è possibile accedere all’osservatorio. La torre infatti, alta 106 metri, offre una vista speciale della città e se il tempo è dalla vostra parte, è possibile vedere anche il monte Fuji. Purtroppo non siamo stati molto fortunati e del monte Fuji abbiamo visto sì e no la sagoma, ma in compenso la vista della città, dato anche che il sole stava tramontando, era davvero notevole. Rimaniamo per un po’ incantati ad ammirare questa città, così viva ma allo stesso tempo tranquilla, e una volta usciti oramai è già buio. La fortuna stavolta è dalla nostra parte perché in periodo autunnale/invernale a Yokohama di norma vengono allestite delle belle illuminazioni nella zona del lungomare, e così tornare a passeggiare da quelle parti diventa la nostra mossa successiva. Oltre alle luci che, unite con la vista e il rumore del mare danno vita a un effetto molto piacevole, nelle strade della baia troviamo anche molte bancarelle, negozi, spettacoli all’aperto e tanta tanta gente.

Quel giorno il tempo è volato, e giusto il tempo di bere qualche birra e mangiare qualcosa che già era ora di tornare verso Tokyo. Tanti erano i posti che ancora volevamo vedere, come per esempio il complesso Cosmoworld con la sua ruota panoramica, il museo del ramen, il grande giardino Sankeien, la fabbrica della birra Kirin e molti altri. Troppi per un solo giorno!

Soddisfatti e, nonostante le attività della giornata, rilassati dalle belle caratteristiche della città, prendiamo il treno con l’intenzione però, prima o poi, di ritornare per finire i nostri itinerari.

Marco Furio Mangani Camilli


Danjiri Matsuri: la corsa dei carri

Il Danjiri Matsuri è uno dei festival più caratteristici del Giappone e senz'altro il più iconico di Osaka. Nato nel sedicesimo anno dell'era Genroku (1703) sulle basi del già esistente Inari Matsuri, fu creato dal daimyo (signore feudale) del castello di Kishiwada al fine di pregare per un abbondante raccolto. Molti signori di Kishiwada si alternarono negli anni ma il festival, che fin da subito riscosse un enorme partecipazione popolare, rimase un appuntamento fisso della città. Solo per quell'occasione i cancelli che impedivano agli abitanti della città l'accesso al castello venivano lasciati aperti e tanta era l'entusiasmo che il festival venne soprannominato Kenka Matsuri (matsuri del combattimento), in quanto una vera e propria forma di competizione venne presto ricercata dai partecipanti.

Abitando vicino Tokyo avevo solo sentito parlare di questo matsuri, come del più animato e perfino pericoloso del suo genere. Nel mese di settembre però, ospite di Yasuhiro, un amico di Osaka, ho deciso di andare a vedere coi miei occhi di cosa si trattasse. Quando arriviamo alla stazione di Kishiwada sono circa le dieci del mattino e le strade sono già piene di gente. Vedo subito molta gente vestita in abito tradizionale da festival, disposta attorno a degli speciali carri, i danjiri, delle costruzioni in legno alte 3.8 metri, lunghe 2.5 e con ognuno un peso di 4 tonnellate. Ogni carro, decorato con intarsi (horimono) rappresentanti scene di celebri battaglie e racconti di guerra, viene trainato dalle 500 alle 1000 persone per mezzo di funi lunghe circa 200 metri. Seppur i partecipanti ridano e parlino animosamente tra loro, nell'aria si avverte il fermento di una grande festa che sta per iniziare.

Il gruppo in carica di trainare ogni danjiri è composto dagli abitanti di un cho (un'area composta da un certo numero di isolati), ognuno con dei kanji distintivi impressi sugli abiti: ciò porta a un senso di comunità tra gli abitanti di Kishiwada e della città stessa.

I carri e le persone iniziano a muoversi lentamente verso uno dei tre santuari della zona per ricevere il miya-iri, la benedizione shintoista prima della corsa. Osservando, noto che ogni persona attorno ai danjiri ha un ruolo ben preciso, come infatti Yasuhiro, ormai grande conoscitore dell'evento, mi conferma: c'è chi ha la funzione di trainare il carro, chi di aprire la strada al suo passaggio, chi di tenere alto lo spirito dei partecipanti con incitamenti e percussioni di tamburi ed infine chi, solo uno per ogni gruppo, ha l'onore di posizionarsi sopra il carro durante la corsa. Essi sono i daigu-gata, i carpentieri del quartiere che hanno preso parte attiva alla realizzazione del danjiri, e sulla cui sommità si esibiscono in danze evocative.

Oramai ci siamo, i carri sono usciti dai santuari cominciano a compiere il loro tragitto attorno all'area del castello aumentando sempre di più la loro velocità. Siamo quindi nel vivo del matsuri, e io e Yasuhiro decidiamo di posizionarci in uno dei punti dove è possibile assistere allo yari-mawashi, ovvero la svolta dell'angolo. Esso è uno dei tratti distintivi del danjiri matsuri in quanto, senza diminuire la velocità, gli enormi carri vengono fatti svoltare in delle strette curve, mentre gli osservatori assistono in trepidazione alla scena.

Vista anche la pericolosità della manovra (in passato ci sono stati incidenti molto gravi) certe aree sono chiuse per i “non addetti ai lavori” e l'unico modo di entrarci è indossare un indumento che dimostri la propria appartenenza, o familiarità, con uno dei quartieri di Kishiwada.

Io e Yasuhiro ci troviamo quindi al limite dell'area consentita al pubblico e in mezzo a tanta altra gente ci sporgiamo un po' di qua e un po' di là per riuscire a veder meglio lo spettacolo. Forse incuriosita dalla presenza di uno straniero tra gli spettatori oppure mossa da semplice bontà, una donna già nel vivo della celebrazione mi mette al collo una sciarpa coi kanji del quartiere dicendomi: “ Vai, ma solo per 5 minuti!”. Io e Yasuhiro ci guardiamo un attimo e subito oltrepassiamo la zona interdetta al resto del pubblico trovandoci, tra gli sguardi stupiti dei presenti, molto vicino a dove il danjiri svoltava dopo la curva. Assistiamo quindi alla scena da vicinissimo dopodiché, soddisfatti, torniamo a riconsegnare il “lasciapassare” alla donna insieme coi nostri ringraziamenti.

Alla fine della giornata lascio Kishiwada per andare a vedere un'altra zona di Osaka, ma con la sensazione di aver assistito a qualcosa di speciale, un evento capace di unire tutti gli abitanti della città attorno ad un'unica tradizione, parte integrante della loro identità.         

      

Marco Furio Mangani Camilli


Un'estate in Giappone. Diario di viaggio

La nostra rubrica estiva 2017 vi conduce alla scoperta di sette località, sette mete lontane dai classici itinerari turistici, alla scoperta di un Giappone più vero, più autentico. Uno stimolo a visitare questo paese, o a ritornarci, con gli occhi aperti su realtà diverse. Tutti gli articoli sono di Marianna Zanetta di Japan Soul Travel.

 

Prima tappa: Tokyo

www.giapponeinitalia.org/un-estate-in-giappone-1-tokyo

 

 

Seconda tappa: Meoto Iwa e Futami Okitama Jinja

www.giapponeinitalia.org/24074-2-meoto-iwa-futami-okitama-jinja

 

 

Terza tappa: Enoshima

www.giapponeinitalia.org/day-trip-from-tokyo-enoshima

 

 

Quarta tappa: Nagoya

www.giapponeinitalia.org/viaggio-giappone-estate-nagoya

 

 

Quinta tappa: Misawa, Hachinohe, Aomori

www.giapponeinitalia.org/unestate-giappone-diario-viaggio-quinta-tappa-caccia-matsuri-nel-nord-del-giappone

 

 

Sesta tappa: Hiroshima

www.giapponeinitalia.org/unestate-in-giappone-hiroshima

 

 

Settima tappa: Osorezan nella provincia di Aomori 


www.giapponeinitalia.org/unestate-giappone-diario-viaggio-settima-tappa-losorezan-lincontro-le-anime


Un'estate in Giappone. Diario di viaggio - Settima tappa: l'Osorezan e l'incontro con le anime

Esiste un luogo, nel nord della prefettura di Aomori, dove spazio e tempo si modificano sensibilmente, e dove le barriere del nostro mondo cedono al potere degli spiriti. È un luogo carico di Potenza e di malinconia, dove si sperimenta l’incontro con coloro che non ci sono più, dove i vivi e I morti possono incontrarsi ancora una volta. Questo luogo è l’Osorezan il cui nome è solitamente tradotto con Monte della Paura, una montagna che si innalza al centro della penisola di Shimokita; abbandonato ai confine settentrionali dell’Honshi, questo monte è ad oggi il simbolo di un sentire antico, di un Giappone tradizionale a volte dimenticato, lontano dalla modernità e dalle luci delle città del sud.

Il Monte della Paura è un luogo dal fascino innegabile. La sua origine vulcanica affiora appena si arriva nella zona; l’inconfondibile odore di zolfo, il colore grigio-giallo della superficie rocciosa, un lago dall’azzurro trasparente a lambire le sue pendici, dove nessuna forma di vita riesce a sopravvivere. Non è solo il monte della Paura, è la montagna degli inferni, dove le credenze buddhiste prendono forma sotto gli occhi di chi si avventura tra rocce e i vapori sulfurei. È il luogo dove i morti conitnuano a vivere in un’esistenza parallela, e dove è ancora possibile sperimentare un ultimo incontro con loro.

Entrando nel tempio zen alla base della montagna (il Bodaiji), si varca la soglia di un’altra dimensione, e si intraprende un cammino attraverso i diversi inferni buddhisti, tra innumerevoli statue del bodisatthva Jizō, protettore delle anime nell’aldilà, e coloratissime girandole lasciate in segno di amore e di omaggio per i propri cari.

 

L’Osorezan è un luogo della memoria. È una terra dove si cammina nella speranza di sentire il bisbiglio di chi non è più con noi, e dove si cerca di mantenere il ricordo e il legame con chi è dall’altra parte. E proprio questo legame è desiderato quando si arriva sulla riva del lago azzurro, mentre si guarda la verde montagna di fronte che rappresenta il paradiso, e mentre si grida il nome dei propri cari con tutto l’amore che si ha in corpo. E lo stesso legame è simboleggiato nelle innumerevoli offerte che si spargono lungo tutta la spiaggia, tra fiori, caramelle, lattine di birra e giocattoli, mentre il vento fa fischiare le girandole colorate. Ed è lo stesso legame che si cerca con tenacia e pazienza mentre si attende il proprio turno in coda per parlare con un’itako, una delle famose sciamane cieche che si radunano in questo luogo durante il matsuri locale a fine luglio; sono le sciamane che invocano i defunti, e permettono un ultimo incontro con la propria famiglia dei vivi. Un ultimo abbraccio prima della separazione definitiva.

L’Osorezan è una dimensione che entra nell’anima, un luogo distante, spirituale e profondamente intimo, che permette la riscoperta di qualcosa di estremamente radicato nell’anima giapponese, ma anche di estremamente universale. È un luogo di confine, un mondo a metà che porta su di sé la potenza del mondo dell’aldilà, e la magia di un Giappone antico che a volte si ha la sensazione di perdere in mezzo ai suoi e alle giravolte della contemporaneità.

Marianna Zanetta
Articolo originale: http://www.mariannazanetta.com/2017/08/24/where-the-spirits-dwell-the-osorezan/


Un'estate in Giappone. Diario di viaggio - Sesta tappa: Hiroshima

Hiroshima ha il suono del destino. Pronunciare il suo nome fa quasi paura, come se una sorte crudele e inevitabile ancora aleggiasse sul cielo della città. È l’emblema di una tragedia; un crimine, un orrore. Uno torto che l’umanità ha fatto a se stessa. Nel suo nome, sembra vibrare la sensazione della morte. Si immagina di essere introdotti a una realtà dove quel 6 agosto del 1945 sembra ripetersi costantemente, e dove la lugubre coltre della memoria vuole imporre un silenzio, forse un lutto rispettoso e costante per quanto è successo.

 

Ecco, forse è proprio questo. Quando si pronuncia il nome di Hiroshima si pensa di entrare in un mondo in lutto. E invece no. Hiroshima si rivelata una città viva, gioiosa, dinamica. Con un’effervescenza che corre al di sotto della superficie e che contagia per magia l’aria che si respira.

Questo non vuol dire che i segni non siano rimasti, anzi: Hiroshima sembra essere una città che non ha alcuna intenzione di dimenticare o di nascondere la tragedia. Essa infatti è li, nel mezzo della città tra i grattacieli moderni, gli schermi pubblicitari e le luci al neon; ha la forma di una piccola costruzione di cemento in stile occidentale con la cupola in rame di cui rimane solo il famigerato scheletro. La cupola della bomba atomica, con la sua sagoma cadente eppure riconoscibilissima, è li, domina lo sguardo di chi si aggira nella zona, a eterna memoria di quell’ormai lontano giorno d’agosto.

Eppure, camminando intorno al perimetro di questo fantasma, quel giorno non sembra così lontano; sembra di essere li, l’ora dopo, o il giorno dopo, nel silenzio che avvolge lo spazio, e sembra di poter immaginare dopo la deflagrazione. Siamo in effetti a poca distanza dal luogo dell’esplosione; la cupola è tutto quello che della vecchia Hiroshima è sopravvissuto, e lei sembra saperlo, e sembra voler urlare (silenziosamente, è chiaro) a ogni visitatore, ad ogni abitante del luogo, del mondo forse, quello che lei, più di settant’anni fa, ha visto. Non con rabbia. Ma con profonda tristezza, quasi con la paura di non essere ascoltata.

Ho incontrato la cupola per la prima volta in un caldo pomeriggio di metà agosto, attraversando il parco della pace. L’ho intravista quella stessa sera in mezzo alle luci della città, nell’effervescenza degli stand di street food e di unici okonomiyaki locali.

In quel turbinio di luci, la sua presenza è strana: è un monito doppio.

In tutte queste luci, ricordatevi che io ho visto.

Ma anche - nonostante quello che ho visto, guardate tutte le luci che sono fiorite.

La doppia possibilità della memoria e della rinascita, una quasi impensabile senza l’altra.

Marianna Zanetta
Articolo originale: http://www.mariannazanetta.com/2015/09/22/hiroshima-mon-amour/