Il peso delle aspettative sociali sui giovani nella società giapponese: analisi libro "La ragazza del convenience store"

“La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka è un libro che ha riscosso un discreto successo in Giappone nel 2016. Ciò che ha attratto i lettori è stata soprattutto la capacità di Sayaka di rappresentare perfettamente la società giapponese contemporanea come ancora troppo legata a solide aspettative sociali che sembrano pesare ancora molto sui giovani nella transizione all’età adulta. Vediamo, quindi, quali sono queste aspettative attraverso l’analisi dei protagonisti del libro.

photo credits: theguardian.com

La società giapponese è stata interessata da numerosi cambiamenti socioeconomici a partire dal dopoguerra. Il Giappone in quel periodo, infatti, era una nazione in grande crescita economica, costruita su tre pilastri in particolare: famiglia, azienda e scuola. Questo sistema prevedeva una precisa divisione dei ruoli, in cui solamente agli uomini spettava mantenere economicamente la famiglia, mentre le donne dovevano occuparsi delle faccende di casa e dell’educazione dei bambini. Questi ultimi, anche a quell’età, erano comunque spinti ad ottenere ottimi risultati a scuola, poiché dovevano diventare poi i lavoratori del domani. Questo, quindi, era il modello di vita che la maggior parte delle persone seguiva, stimolati anche dalle favorevoli condizioni economiche.
Tuttavia, la situazione cambiò radicalmente con lo scoppio della bolla avvenuto nei primi anni ’90. Prima di tutto, in ambito lavorativo si passò da un tipo di lavoro stabile e duraturo a uno più incerto e flessibile. Le compagnie, infatti, furono costrette a ridurre il personale e assumere a tempo determinato con la politica economica adottata in quel periodo. Se negli anni precedenti, quindi, i giovani potevano legarsi quasi a vita ad una compagnia, ora invece si manifestava un preoccupante senso di precarietà. Tutto ciò ebbe, naturalmente, conseguenze importanti anche all’interno della società.

photo credits: scmp.com

Precarietà e aspettative sociali nei giovani

Con un tipo di lavoro per lo più precario risultava molto difficile impegnarsi in un matrimonio e nella creazione di una famiglia. Ciononostante, entrambi erano e sono tutt’oggi spesso considerati importanti per la transizione all’età adulta dei giovani. Ma cosa significa diventare adulti in Giappone? In generale, una persona per essere considerata pienamente matura dovrebbe conformarsi alle aspettative sociali, che risultano essere differenti in base al genere. Per quanto riguarda le donne, infatti, diverse indagini hanno dimostrato come la maggior parte di loro abbiano intenzione di sposarsi e avere bambini. Tuttavia, a partire dagli anni ’90 sempre più donne hanno deciso di rifiutare il matrimonio per dedicarsi totalmente alla propria carriera. Questa scelta, però, non viene spesso accolta con piacere e, soprattutto nei media, accade che vengano etichettate con termini dispregiativi, quali “parassiti”.

La maturità maschile e l’idea di “mascolinità”, invece, sembrano essere più legati alla figura del salaryman. Un uomo, infatti, secondo l’ideale deve essere diligente, responsabile e dedito al lavoro per mantenere la propria famiglia economicamente. Come vediamo, quindi, le aspettative hanno ancora un peso importante per i giovani, ma occorre comunque notare come negli ultimi anni siano aumentati stili di vita differenti. Si stima, infatti, che tra il 1995 e il 2010, la percentuale di donne ancora single sotto i 34 anni sia passata dal 19,7% al 26,6%. Gli uomini, invece, nella stessa fascia di età dal 37,3% al 42,9%. Tuttavia, coloro i quali non si adattano al “normale” stile di vita vengono spesso allontanati dalla presunta “normalità” e incolpati per la precarietà del Giappone. Come vedremo, esattamente ciò che accade ai due protagonisti del romanzo di Murata Sayaka.

photo credits: amazon.it

“La ragazza del convenience store”

Konbini Ningen è un romanzo scritto da Murata Sayaka nel 2016 e vincitrice nello stesso anno del prestigioso premio Akutagawa. L’autrice ha affermato in un’intervista al Japan Times che per la sua scrittura si è ispirata alla sua esperienza personale come commessa in un konbini. Il romanzo è uscito in Italia nel 2018 con il titolo “La ragazza del convenience store”, tradotto da Gianluca Coci. La protagonista è Keiko, una ragazza di 36 anni considerata “strana” dalle persone intorno a lei per la sua situazione lavorativa e sentimentale. Molto simile a lei è Shiraha, un anno più piccolo di Keiko, che, come vedremo, ricoprirà all’interno del romanzo un ruolo altrettanto importante.

photo credits: wikipedia.org

Il ruolo del konbini

Il konbini, o convenience store, ricopre un ruolo importante all’interno del romanzo. È, infatti, di norma un ambiente regolato da precise direttive, rituali e ripetizioni che tutti i commessi devono seguire. Per Keiko, il konbini rappresenta però un luogo in cui finalmente sente di essere “normale”, proprio grazie al fatto che queste regole sono scritte nero su bianco su un manuale. Al di fuori, invece, la situazione è ben diversa, poiché nella vita quotidiana non esiste alcun manuale che possa spiegarle come vivere in modo “normale”. Il konbini, quindi, diventa per Keiko il rifugio perfetto in cui ogni problema sparisce e si può sentire finalmente una persona come tutte le altre.
Inoltre, il konbini sembra avere un altro punto in comune con la società giapponese. Entrambi, infatti, si basano su di un equilibrio che, se alterato, richiede l’espulsione dell’elemento disturbatore. Esattamente come Keiko viene spesso esclusa quando si trova al di fuori del suo negozio, così anche nel konbini in più episodi coloro che alterano questo equilibrio vengono esclusi. Questo accade prima con un attaccabrighe e poi con Shiraha, come vedremo il secondo personaggio più importante del romanzo.

Le figure di Keiko e Shiraha

Keiko, la protagonista, è stata considerata una ragazza “strana” fin da piccola a causa del suo comportamento fuori dagli schemi. La ragazza si impegnerà a cambiare soprattutto per non far soffrire i propri genitori, ma il suo mutismo finirà per farli preoccupare ugualmente. Una volta finita l’università, Keiko andrà a vivere da sola e continuerà il suo lavoro part-time al konbini trovato qualche anno prima. Keiko, quindi, rappresenta quel cambiamento avvenuto dopo lo scoppio della bolla che ha portato al consolidamento di una nuova forma di individualizzazione. Da quel momento, infatti, sempre più giovani hanno preferito non sposarsi e vivere da soli, sebbene ciò non sia ben visto all’interno della società. Per quanto riguarda l’ambito lavorativo, invece, secondo i dati raccolti dal ministero del lavoro giapponese nel 2011 il 40% delle aziende non valuta positivamente esperienze da freeter, un termine per indicare giovani che non si impegnano in modo volontario in lavori stabili.

Keiko tenterà, quindi, di diventare “normale” con l’aiuto di Shiraha, un uomo di 35 anni non molto diverso da lei. Anche lui, infatti, alla sua età non ha un lavoro stabile e vive da solo, ma è possibile notare alcune differenze con Keiko. Shiraha, infatti, al contrario di Keiko conosce bene le regole che governano la società esterna, ma volontariamente sceglie di non seguirle. È stanco, inoltre, di essere trattato come “anormale” e ciò fa riversare la sua rabbia sulle persone intorno a lui. Ciononostante, si dimostrerà ben lontano da quell’ideale di “uomo mascolino” visto in precedenza. Infatti, il suo comportamento non sarà diligente e responsabile, quanto piuttosto da parassita, come lui stesso affermerà durante una conversazione con Keiko. Tuttavia, alla fine, il piano per cambiare la sua situazione dovrà fare i conti con la scelta di Keiko, che lo spingerà a cercare un’altra soluzione.

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Approfondimenti: La rivolta di Shimabara

La rivolta di Shimabara fu un episodio particolarmente violento della storia del Giappone, in cui persero la vita molte persone di fede cristiana. Siete curiosi di scoprire le cause di questa ribellione e cosa successe in quei giorni? Questa è una storia che non tutti conoscono.

Le cause della rivolta

Photo credits: alchetron.com

La rivolta di Shimabara ebbe luogo nell’era Tokugawa del Giappone (1600-1868), e durò ben cinque mesi, dal dicembre del 1637 all’aprile dell’anno dopo. Tutto iniziò dal discontento che serpeggiava tra i contadini della penisola di Shimabara e Amakusa, a metà degli anni ’30 del 1600.

Infatti, il popolo era stanco di dover subire le angherie dei lord locali, da cui venivano tassati in modo sproporzionato. Inoltre, gli effetti della carestia avevano fatto soffrire gli strati più bassi della popolazione, che pativano ancora la fame.

I lord locali, inoltre, perseguivano gli abitanti di queste regioni perché erano cristiani. Infatti, il bando sul cristianesimo era stato introdotto dallo shogun Toyotomi Hideyoshi nel 1587, che vedeva la fede cattolica come una “perniciosa dottrina”.

Shimabara

Photo Credits: alchetron.com

Il governo centrale, infatti, temeva che il cristianesimo potesse mettere in dubbio le basi ideologiche su cui si fondava il Giappone. Di conseguenza, tale religione poteva minare il potere politico dello shogun e aprire il paese ad un’invasione europea. Per questo motivo, durante gli anni vennero fatti crocifiggere e torturare diversi cristiani giapponesi.

All’insoddisfazione generale si unirono anche i rōnin (samurai senza padrone), non contenti delle condizioni nelle quali vivevano.

L’assedio di Hara

Shimabara

Photo Credits: wikipedia.org

L’inizio della rivolta si ebbe con l’assassinio di un magistrato locale nel 17 dicembre del 1637. Il leader della ribellione fu un giovane di sedici anni, molto carismatico, dal nome di Amakusa Shirō. I ribelli, dopo alcune battaglie, si radunarono nel castello di Hara, costruendo delle vere e proprie fortificazioni fatte di legno.

Tuttavia, ben presto le forze dello shogunato Tokugawa iniziarono l’assedio della roccaforte, il più grande da quello di Osaka del 1615. A prendere parte all’assedio fu anche il famoso spadaccino Miyamoto Musashi, in qualità di consigliere di un daimyō. Di Musashi si racconta che venne disarcionato da cavallo a causa di una pietra tiratagli da un contadino.
Le forze shogunali chiesero l’aiuto dell’esercito olandese, che gli fornì munizioni e armi di particolare potenza, come i cannoni. Tuttavia, tali armamenti non ebbero l’effetto desiderato, e anzi, i ribelli sbeffeggiarono le forze shogunali, deridendole per aver chiesto aiuto a stranieri.

L’assedio si concluse nell’aprile del 1638. I ribelli finirono a corto di cibo e furono annientati dall’esercito alleato, non senza prima aver causato ingenti perdite a quest’ultimo.

Le conseguenze

Shimabara

Photo credits: mag.japaaan.com

I 37.000 ribelli furono tutti decapitati. Tra questi vi era anche Amakusa Shirō, la cui testa venne esposta a Nagasaki per un lungo lasso di tempo, in segno di avvertimento.

Inoltre, lo shogunato sospettava che dietro alla rivolta vi fossero i cattolici europei. Per questo motivo, espulse dal paese tutti i mercanti portoghesi e rese ancora più pesante il bando sul cristianesimo. Infatti, da questo momento in poi la comunità cristiana in Giappone sopravvisse solamente grazie alla segretezza con cui venivano svolti i vari riti.

Questi cristiani venivano chiamati “kakure kirishitan”, i “cristiani nascosti”, che arrivavano a camuffare statuette cristiane con icone buddiste per non farsi scoprire dalle autorità shogunali.

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WEB SERIE: Guardians of Japan - Episodio 02 - Tokugawa Ieyasu

Dopo il primo episodio di Guardians of Japan, condiviso due settimane fa sul nostro canale YouTube, oggi condividiamo con voi il secondo appuntamento della serie con un focus speciale dedicato a Tokugawa Ieyasu.

Alla fine dell'episodio inoltre, potete trovare un'intervista esclusiva ad Hayate Masao, attore che ha interpretato proprio Tokugawa Ieyasu nello show Netflix "Age of Samurai: battle for Japan"! Godetevi l'episodio e fateci sapere cosa ne pensate nei commenti!!

Questa web serie è stata originariamente creata da Japan Italy Bridge che ha gentilmente deciso di donare il contenuto e la distribuzione all'Associazione Culturale Giappone in Italia.

 


WEB SERIE: Guardians of Japan

Arriva finalmente la nuova Web Serie di Giappone in Italia: Guardians of Japan! Dedicata ai Samurai, in compagnia di Angie ed Erika andremo ad esplorare vari argomenti legati ad uno dei lati e mondi più affascinanti del Giappone.

Cominciamo subito con la review dello show Netflix "Age of Samurai: battle for Japan"! Godetevi l'episodio e fateci sapere cosa ne pensate nei commenti!!

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Approfondimenti: L’Ambasciata Tenshō

Il 2015 è stato il 530° anniversario dell’arrivo in Italia dell’Ambasciata Tenshō, in giapponese 天正遣欧少年使節 Tenshō ken’ō shōnen shisetsu (letteralmente “Missione in Europa dei ragazzi dell’era Tenshō”): il primo marzo del 1585 i giovani partecipanti all’Ambasciata sbarcarono infatti a Livorno, proseguendo poi il loro viaggio verso altre città della penisola fino ad arrivare a Roma, dove incontrarono il Papa.

Le origini dell’Ambasciata

Con l’arrivo di Francesco Saverio nel 1549 il cristianesimo iniziò a diffondersi e sempre più missionari si recarono in Giappone. Per questo motivo il daimyō Oda Nobunaga, che all’epoca aveva conquistato la maggior parte del Paese, concesse la costruzione di numerosi seminari cristiani per la diffusione della religione, e così molti giapponesi diventarono credenti. Proprio da uno di questi seminari vennero scelti i quattro ragazzi che avrebbero partecipato alla Missione Tenshō, in un viaggio che dal Giappone avrebbe portato loro alla volta dell’Europa.

I partecipanti

I quattro ragazzi facenti parte dell’Ambasciata vennero scelti personalmente da Alessandro Valignano, gesuita italiano impegnato in attività missionarie, nonché ideatore dell’Ambasciata stessa: fu così che furono selezionati Itō Mancio, Michele Chijiwa, Giuliano Nakaura e Martino Hara, tutti dell’età di circa 13 anni e studenti presso un seminario nel Kyūshū, l’isola a Sud del Giappone.
Il loro viaggio aveva un duplice scopo: da una parte far avvicinare il Giappone all’Occidente, dando occasione agli europei di entrare in contatto con gli orientali; dall’altro ottenere dal Papa aiuti finanziari e la conferma del monopolio per la Compagnia di Gesù sulle missioni nel Paese.

Ambasciata Tenshō

photo credits: wikipedia.org

Il viaggio

La nave dell’Ambasciata partì il 20 febbraio del 1582 dal porto di Nagasaki, sotto il comando del capitano Ignacio de Lima. Dopo essere sbarcati a Macao il 9 marzo, i quattro giovani dovettero aspettare fino alla fine dell’anno per ottenere i mezzi che permettessero loro di raggiungere l’Europa, dove giunsero l’11 agosto del 1584, al termine di un viaggio lungo e faticoso. Da Lisbona, dove l’Ambasciata venne presentata all’arcivescovo della città e al famoso autore Fray Luis de granada, si recarono poi a Toledo e a Madrid, in cui visitarono numerose chiese e cattedrali, oltre a essere ricevuti da Filippo II.

L’anno successivo arrivarono in Italia, dove parteciparono a un banchetto indetto dal Duca e dalla Duchessa della Toscana, per poi recarsi a Pisa e infine a Roma, nel 22 marzo del 1985, dove incontrarono Papa Gregorio e il suo successore, Papa Sisto V. Il 3 giugno, alla fine di numerose cerimonie e un intenso scambio di doni e conoscenze, l’Ambasciata partì da Roma per tornare in Giappone: durante il viaggio passarono anche per Venezia, in cui erano in atto le celebrazioni per il patrono della città, San Marco, e per Milano, in cui i quattro giovani vennero ritratti da Urbano Monte, e questi disegni sono l’unica prova rimasta ad oggi che ci mostri il loro aspetto.

Nel 1587 Toyotomi Hideyoshi aveva ordinato l’espulsione di tutti i missionari cristiani dal Giappone e non fu perciò facile per i membri dell’Ambasciata fare ritorno in Giappone: dopo lunghi negoziati Valignano e i ragazzi riuscirono a sbarcare a Nagasaki il 21 luglio del 1590, otto anni e mezzo dopo la loro partenza, e vennero successivamente ricevuti da Hideyoshi stesso con un grande banchetto in cui i giovani raccontarono del loro viaggio e delle loro impressioni sull’Europa.

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Approfondimento: Yasuke, il samurai mozambicano

Quella di Yasuke è una storia molto affascinante e particolare, che forse non tutti conoscono. L’uomo africano servì sotto Oda Nobunaga in qualità di samurai e lo assistette in innumerevoli battaglie e scontri. Yasuke fu testimone di alcuni dei momenti più cruciali della storia del Giappone.

Le origini

Yasuke samurai

Le origini di Yasuke non sono ancora del tutto chiare. Vari studiosi nel corso degli anni hanno provato a determinare da dove provenisse l’uomo, senza tuttavia raggiungere una conclusione unanime. È possibile che Yasuke fosse mozambicano, così come la maggior parte degli africani che sbarcavano in Giappone nel XVI secolo al seguito dei portoghesi. Un’altra teoria è che fosse etiope, dal momento che gli uomini etiopi spesso erano venduti come schiavi ai portoghesi.

La storia di Yasuke

Yasuke

Yasuke sbarcò in Giappone nel 1579 al servizio di Alessandro Valignano, famoso gesuita e supervisore delle missioni cristiane nelle Indie. Il suo arrivo nella capitale nel 1581 destò molta curiosità nel popolo giapponese, che non aveva mai visto una persona africana. Ugualmente incredulo fu il daimyō Oda Nobunaga, al quale Yasuke fu presentato. Infatti, Nobunaga credeva che la sua pelle fosse colorata con inchiostro nero. Ordinò allora di spogliarlo dalla vita in su e di strofinarglela. Quando il daimyō realizzò che la sua pelle era nera, si interessò a lui e, dopo qualche tempo, lo fece samurai al suo servizio.

È probabile che Yasuke sapesse parlare giapponese, avendolo forse imparato da Valignano. È certo che a Nobunaga piacesse intrattenere delle conversazioni con lui. Infatti, l’interesse del daimyō era tale che si stima che Yasuke fosse probabilmente il suo unico servitore non giapponese. Inoltre, al samurai africano venne data una residenza e, forse, una katana cerimoniale.
La storia documentata di Yasuke giunge alla fine con il suicidio di Nobunaga nel 1582 a Kyoto. Il daimyō era infatti assediato dalle forze nemiche, che Yasuke aiutò a combattere.

Sfortunatamente, il samurai africano venne fatto prigioniero dall’esercito di Mitsuhide, generale nemico di Nobunaga. Una versione della storia è che tale generale avesse risparmiato Yasuke, dicendo che era una bestia e non un uomo. Per questo non andava ucciso, ma portato nella chiesa cristiana di Kyoto. Tuttavia, non ci sono prove che ciò sia realmente accaduto. Non ci sono ulteriori informazioni su di lui negli scritti posteriori. Di conseguenza, le sorti di Yasuke sono sconosciute.

L’eredità di Yasuke

Yasuke

La figura di Yasuke ha ispirato molti prodotti di intrattenimento non solo in Giappone, ma anche nel resto del mondo. Infatti, il samurai africano è stato raffigurato in molteplici opere, a partire proprio da manga, anime e videogiochi. Ad esempio, il videogioco storico Nioh del 2017 include una raffigurazione di Yasuke, che è diventato protagonista dell’anime Yasuke prodotto da Netflix nel 2021. Inoltre, nel 2019 è stato annunciato un film con attori in carne ed ossa incentrato proprio sulla figura del samurai africano.

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Approfondimenti: L'ultimo Samurai, la vera storia

“L’ultimo samurai”, diretto da Edward Zwick e uscito nelle sale nel 2003, ha affascinato il pubblico con la sua epica, il suo dramma e le sua atmosfera suggestiva. Ispirato ad una storia vera, la pellicola ripercorre le gesta di un militare straniero che prima viene convocato nella terra del Sol Levante per combattere dei ribelli ma che poi passa dalla parte del presunto nemico, tutto questo durante un periodo di cambiamenti sociali decisivi per la storia del Giappone. Ma quanto c’è di vero nel lungometraggio? E in cosa differisce dai fatti realmente accaduti? Scopriamolo insieme!

Il quadro storico della vicenda

photo credits: wikipedia.org

Partiamo esaminando la storia vera che c’è dietro l’opera di Zwick, e iniziamo dal contesto storico in cui versava il Giappone all’epoca.

Siamo a metà del XIX secolo, e il Paese è una nazione isolata e fortemente ancorata alle tradizioni. La volontà dell’Imperatore vede il Giappone proiettato in un’era di prosperità e supremazia militare e politica assoluta, ma la sua è una visione difficile da realizzare e minata da diverse problematiche.

Tuttavia le cose cambiano quando nel 1853 l’ammiraglio statunitense Matthew Perry giunge sulle coste nipponiche con le sue navi, in un momento dove i giapponesi si stavano pian piano aprendo, ancora timidamente, all’estero, almeno sul piano commerciale. Quello che porta Perry, però, fa gola all’Imperatore, che trova una risposta ai suoi dilemmi e ai suoi piani: l’americano era infatti arrivato con navi moderne, e con la conoscenza di tecnologie e strumenti avanzati che potevano sopperire all’arretratezza giapponese. A seguito di queste novità, e dei successivi scambi con l’occidente, dal 1866 al 1869 iniziò il periodo della Restaurazione Meiji: era intenzione dell’Imperatore Mutsuhito modernizzare e industrializzare il Giappone, ponendolo in una posizione di rilevanza nello scacchiere economico mondiale come potenza capitalista.

Per portare a compimento tutto questo, si attuarono una serie di riforme e trasformazioni, tra cui quelle che vedevano una nuova casta sociale emergere a scapito di quella vecchia: un sistema di prefetture e amministrazioni locali date in mano a funzionari statali avrebbe preso il posto dello shogunato e dei samurai, privando de facto questi ultimi di tutto il loro potere e della loro autorità. Ma lo shogun Tokugawa e i suoi guerrieri erano tutt’altro che d’accordo nel venire oscurati, e da qui cominciò una ribellione e una serie di battaglie che prendono il nome di Guerra Boshin.

Jules Brunet e il suo ruolo nella Guerra Boshin

photo credits: wikipedia.org

Per contrastare i rivoltosi, l’Imperatore chiese aiuto all’Occidente, per cui al suo servizio si presentò l’ufficiale francese Jules Brunet. Questi aveva combattuto in Messico a supporto della Francia dal ’62 al ’64, ricevendo i più alti riconoscimenti militari. Esperto di artiglieria e di tattiche di ingaggio europee, fu selezionato come candidato perfetto per aiutare gli imperialisti giapponesi.

Tuttavia, col passare del tempo, Brunet si ritrovò a lottare a fianco dei Tokugawa, allenando a sua volta i samurai nell’uso delle armi occidentali e delle strategie di guerra moderne. Tutt’oggi si sa poco circa la figura del soldato francese e delle motivazioni che lo spinsero a cambiare bandiera, ma molti ipotizzano si trattasse di un idealista che, affascinato dallo spirito e dalla mentalità dei clan appartenenti allo shogun, avesse ritenuto giusto schierarsi a loro favore, contrastando quella che di fatto era una tirannia.

Jules Brunet prese parte a molte battaglie spalleggiando i Tokugawa, durante la Guerra Boshin, ma l’Impero era troppo forte. A seguito dell’editto del 1868 che scioglieva in maniera definitiva tutti i poteri e l’autorità legata allo shogun e che perseguiva ogni samurai rimasto, i ribelli continuarono a subire diverse sconfitte, sia sul campo che sul piano morale: numerosi signori feudali decisero infatti di arrendersi e passare dalla parte dell’Imperatore, ritenendo che fosse la cosa più saggia da fare non solo per la loro sopravvivenza ma anche per l’unità e il futuro prospero del Giappone.

Non potendo contare su un appoggio completo da parte della madre patria, giacché avrebbe significato una guerra tra nazioni, Brunet lasciò la terra del Sol Levante e tornò in Europa, dove avrebbe continuato la sua carriera militare coinvolto in altre campagne. Nel frattempo, l’epoca dei samurai e dello shogunato vedevano il loro tramonto.

Differenze con “L’ultimo Samurai”

photo credits: wikipedia.org

Il film del 2003 condivide alcune analogie con i fatti realmente accaduti, mentre differisce in altre cose. Questo ha portato ad aspre critiche, sia verso Hollywood sia verso l’idea stereotipata e miticizzata che gli occidentali hanno degli orientali.

Ma andiamo con ordine. Nella pellicola, il personaggio ispirato al francese Jules Brunet è qui un ex capitano del Settimo Cavalleria statunitense, chiamato Nathan Algren. Convocato dall’Imperatore per sedare la ribellione, sia allea con i samurai e sposa i loro ideali solo dopo esser stato fatto prigioniero da loro, superando l’iniziale avversione nei confronti di Matsumoto (il leader portavoce della rivolta) e della sua gente. Il periodo in cui si colloca il racconto per il grande schermo, inoltre, si svolge nei tardi anni ’70 del 1800, quindi un decennio dopo la vera Guerra Boshin (1868 – 1869). Per finire, altri due elementi: viene omesso che parte dei samurai passarono dalla parte dell’Impero, asserendo invece che tutti andarono contro il nemico e perirono di conseguenza; non viene nemmeno indicato che anche i rivoltosi dello shogun utilizzavano armi occidentali, dato che ne L’ultimo Samurai questi ultimi combattono ancora con metodi e armi tradizionali e all’antica.

Come abbiamo visto, ci sono certe similitudini con le vicende di Jules Brunet, ma Edward Zwick ha tralasciato (volontariamente o meno, questo non possiamo saperlo) certi dettagli e si è preso delle libertà narrative. Se da una parte è normale che ciò accada per adattare al meglio una storia, anche secondo un personale gusto e una volontà di mandare un certo messaggio, dall’altra quando si tocca la storia con la ‘s’ maiuscola è bene fare attenzione a certe cose.

Come accennato prima, alcuni critici si sono lamentati proprio di questo, redarguendo la pochezza degli americani, i quali avrebbero dipinto la casta samurai come retrograda e talmente testarda da non scendere a compromessi. Questo, sempre secondo le accuse, perché il film doveva veicolare quei valori tipici e cari allo spettatore medio: onore, liberismo e sfida al progresso. A questo si aggiungerebbe anche una visione troppo pura e romantica dei samurai stessi, che in realtà, già a partire dal XVII secolo, con la conclusione delle guerre intestine al Paese, si erano disabituati alla lotta e avevano ceduto all’ozio e alla corruzione dei costumi.

Per quanto legittime e fondate possano esser state le criticità all’opera di Zwick, è sempre bene ricordare che nell’industria dell’intrattenimento bisogna arrivare a patti. Il pubblico vuole la sua parte, così come i produttori e gli azionisti. Condannare in toto L’ultimo samurai sarebbe quindi ingiusto, poiché, veridicità o meno, si andrebbe a toccare una grandiosa gemma appartenente alla settima arte, a partire dalle ottime prove attoriali, passando per una messa in scena poetica e idilliaca, per poi finire con le maestose musiche di Hans Zimmer.

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Approfondimenti: Il rapporto dei giapponesi con la religione

Il contesto religioso giapponese sembra essere alquanto differente dal nostro, ma nonostante questo il concetto di religione “occidentale” fu introdotto in Giappone nel periodo moderno. Quali sono le religioni in Giappone? Ma soprattutto, che rapporto hanno i giapponesi con la religione? Scopriamolo insieme!

Chiunque abbia avuto la fortuna di visitare il Giappone si sarà accorto di come i giapponesi si impegnino spesso in varie attività religiose. All’interno del paese è possibile trovare un tempio buddhista o un santuario shintoista a poca distanza l’uno dall’altro. Mentre gli scaffali di una qualsiasi libreria sono spesso pieni di libri riguardanti tematiche spirituali o appartenenti alle cosiddette “nuove religioni”. Per molti, inoltre, è normale impegnarsi in varie attività religiose. Ad esempio, il 1° di gennaio molti giapponesi si recano nel tempio vicino casa per celebrare l’arrivo del nuovo anno, in una pratica chiamata Hatsumōde. Negli ultimi anni, poi, sono aumentati i matrimoni di tipo cristiano, favoriti spesso su quelli shintoisti per la loro atmosfera romantica. Come vediamo, quindi, il panorama delle religioni in Giappone si distingue per la sua natura sincretica, per via delle varie religioni presenti nel paese.

Storia del termine “religione”

Il termine religione (shūkyō宗教) fu introdotto per la prima volta in Giappone con l’ingresso dei dizionari buddhisti dalla Cina. Tuttavia, il senso attribuito a questo termine oggi ha la sua origine nella parola inglese di “religione”, diventando quindi la traduzione di un concetto occidentale. In particolare, il termine fu un prodotto di origine moderna, adottato in seguito all’apertura del paese al resto del mondo intorno al 1870. Durante i primi anni, però, la parola fu utilizzata quasi esclusivamente dagli intellettuali e dagli ufficiali di governo.

Successivamente, l’entrata delle teorie scientifiche (in particolare quelle di Darwin) spinse la religione a far parte della sfera privata e non scientifica. In questo, però, il governo giapponese escluse da questa categoria lo Shintō e lo rese una religione di stato, per i suoi collegamenti con l’imperatore. Fu solo dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, che venne inclusa anch’essa nella categoria e staccata definitivamente dagli organi di stato.

Le religioni in Giappone

Come abbiamo detto, il panorama religioso giapponese si caratterizza per il suo sincretismo. Sicuramente le religioni tradizionali hanno ancora il loro peso all’interno della società, non tanto in termini di affiliazioni ma di diffusione delle pratiche. Infatti, oltre alle varie festività che si celebrano in santuari e templi, lo shintoismo da una parte offre ancora vari servizi come ad esempio la benedizione dei terreni. Il buddhismo, invece, ha ancora il suo peso nelle pratiche funerarie anche se negli ultimi anni ne sono nate di nuove non religiose. Esistono, però, ancora due tipologie di religioni, ossia le cosiddette “nuove religioni” e “nuove nuove religioni”. Le prime sono nate verso la fine dell’800 e prendono molti elementi dalle religioni tradizionali. Ugualmente le seconde si rifanno alle altre religioni, ma riprendono elementi anche dal movimento New Age di origine statunitense e sono nate verso la fine del ‘900.

I giapponesi sono religiosi?

Per rispondere a questa domanda occorre prima di tutto chiarire cosa si intende per religioni in Giappone. Sia ora che in antichità la fede religiosa è stata sempre staccata dall’attività. Quindi, partecipare ad una cerimonia, comprare un amuleto o leggere un libro sulla spiritualità non significa necessariamente essere credenti. Oggi, complici anche i vari cambiamenti socioeconomici, una cospicua percentuale di giapponesi risponderebbe che non è credente di nessuna religione. Secondo una statistica del giornale Yomiuri, infatti, il numero di credenti in una qualsiasi religione calò dal 56% nel 1965 al 22,9% nel 2005.

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Letture di Giappone in Italia: "Dall'Hokkaidō al Kyūshū" di Serena Lavezzi

“Dall’ Hokkaidō al Kyūshū” di Serena Lavezzi è un vademecum per chiunque voglia approcciarsi al panorama della letteratura moderna e contemporanea giapponese.

Il testo prende in esame il vasto patrimonio che gli autori hanno lasciato al piacere del lettore, in primis a quello dell’autrice che ne racconta il lavoro con trasporto e passione.
Pur non esistendo un esplicito criterio di selezione, ne esiste uno chiaro di organizzazione e il saggio si trasforma in una biblioteca nella quale i volumi siano ordinati per area geografica, partendo da nord. Gli scrittori scelti sono presentati in paragrafi e riuniti in capitoli secondo l’isola o la regione di appartenenza, e qui riassunte alcune delle loro produzioni di maggior pregio o preferite dall’autrice.

La scrittura semplice e chiara di stampo blogger apre questo libro tanto a chi è appassionato da tempo di Giappone o di letteratura, soprattutto contemporanea, quanto a chi vi si è approcciato da poco. Le note introduttive su pronuncia ed epoche della storia giapponese, in aggiunta a un breve glossario consentono infatti a chiunque di sfruttare al massimo il contenuto del testo.

Più che di un vero e proprio viaggio si tratta di una guida

Lo schema è molto semplice: il capitolo si apre con una presentazione del territorio e qualche cenno storico per poi dedicarsi alla presentazioni degli autori nati in quei luoghi. Lo spazio maggiore è riservato ai loro lavori più che al rendere al lettore un’immagine vivida del paesaggio: fornendo semplici informazioni al lettore è affidato il compito, una volta tra le mani uno dei libri che l’autrice consiglia, di trovare quegli elementi da sé. Il passo indietro fatto da Serena Lavezzi è efficace proprio in virtù di questo gioco che vede protagonisti il libro e il suo futuro lettore. Sarà quest’ultimo a viaggiare. Ci auguriamo, presto, letteralmente dall’ Hokkaidō al Kyūshū.

Un estratto:

[…]
Ultima tappa nella regione di Chūgoku è la cittadina di Shimonseki, nella prefettura di Yamaguchi. Qui, nel 1185, si combatterono i due clan samurai rivali degli Heike e dei Genji nella battaglia di Danno-ura. Molti secoli più tardi, nel 1895, la città torna a essere protagonista della storia. In aprile si firmò il trattato di pace che pose fine alla prima guerra cino-giapponese, tra l’Impero e la dinastia Qing. In queste prefetture ci tratterremo per conoscere cinque autori, tre donne e due uomini. Scrittori di gialli, promesse della letteratura contemporanea, un’autrice classica e quella che più di tutti mi ha portato ad amare la cultura nipponica.

__

Nata Nel 1986, Serena Lavezzi ha conseguito due lauree in Storia; ha pubblicato diversi romanzi ambientati in Giappone e partecipato con successo a concorsi letterari nazionali; oggi si occupa di scrittura a tempo pieno e gestisce il blog Penne d’Oriente.

Serena Lavezzi, Dall’Hokkaidō al Kyūshū, Scrittori giapponesi moderni e contemporanei, Edizioni Stilnovo, Milano, 2021, 158 pp.
ISBN 978-88-99080-22-8

Articolo scritto da: Beatrice Varriale

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Approfondimenti: Arti Marziali tra tradizione, storia e cultura

Quando si pensa al Giappone generalmente vengono evocate nella nostra testa immagini di fiori di ciliegio, di templi shintoisti o di quei vicoli a Tokyo costellati di insegne su cui ci sono miriadi di kanji. Tuttavia è inevitabile fare anche il collegamento con gente che indossa un ”gi” dalla cintura nera e che urla mentre tira calci. In poche parole, ci vengono in mente le arti marziali. Ma perché facciamo questa associazione?

La Genesi delle Arti Marziali in Giappone

L’Asia è sempre stata la culla delle arti marziali. Dalla Cina, passando per la Corea e finendo in Thailandia. E il Giappone non è assolutamente da meno. È doveroso iniziare ricordando che la terra del Sol Levante ha quasi sempre attinto dalla Cina, in materia di arte e filosofia. Gli ideogrammi usati dal popolo nipponico si ispirano ai pittogrammi cinesi, tanto per fare un esempio, e anche in termini dottrinali si è studiato con profondo interesse il taosimo zen e il confucianesimo, integrandoli con gli insegnamenti shinto.

In questo calderone culturale ci sono anche le arti marziali. Il Giappone ha cominciato a sentirne la necessità quando sul campo di battaglia le loro armi si rompevano ed erano costretti ad usare braccia e gambe. Ecco allora che le cosiddette ”forme” e i vari stili di combattimento della Cina iniziarono a solleticarli e a sedurli, e in poco tempo, a partire circa dall’era Sengoku, i giapponesi svilupparono scuole di lotta e di pensiero marziale tutte loro, anche se inizialmente erano prerogativa della casta guerriera.

Avendo quindi origine dai samurai, le arti marziali nipponiche sono pregne di filosofia, disciplina e perizia di guerra. Analizzeremo prettamente quelle che sono le discipline più famose e diffuse, al giorno d’oggi, per meglio capire un lato del paese del Sol Levante che ha radici profonde e un’importanza da non sottovalutare.

Sumo

Arti Marziali sumo

photo credits: Wikitionary.org

Risulta doveroso iniziare con lo sport nazionale del Paese, il sumo.

Nasce ad Hokkaidō, attorno al VI secolo. Ha una matrice shintoista, giacché era un tipo di lotta celebrativa che si attuava quando i raccolti risultavano abbondanti, rendendo così grazie agli déi in un modo giocoso ma dalle connotazioni comunque religiose. Altro rimando allo shintoismo è la corda che i praticanti portano come cinta, chiamata ”yokozuna”, la quale sia per forma che per materiali richiama quelle che vengono impiegate nei riti e nelle decorazioni dei templi shinto.

Se volessimo paragonarlo ad un tipo di combattimento occidentale, potremmo accostarlo al wrestling, dato che si tratta di due individui che lottano in maniera ravvicinata, cercando di sbilanciarsi in uno scontro di attrito, forza fisica e resistenza. Vince chi atterra l’avversario o chi lo butta fuori dall’arena, detta ”dohyō”. Il motivo della grossa corporatura dei combattenti si deve perciò alla necessità di resistere allo sfidante e di sovrastarlo con la propria energia e stazza.

Il sumo è amato e seguito da molti, di qualsiasi età, e tiene viva la tradizione giapponese assieme alla voglia di intrattenimento degli amanti delle arti marziali.

Kendo e Iaido

Arti Marziali

photo credits: @jiemin.lee1994 on Instagram

Il kendo è una disciplina che si rifà agli antichi guerrieri samurai, e discende dalle tecniche kenjutsu legate ai più formidabili spadaccini delle epoche passate. Si basa sul combattimento con spade di bambù (”shinai”) e i duellanti indossano un’armatura protettiva (”bōgu”). Viene insegnato a colpire alcuni punti critici del corpo, come la testa, le mani per disarmare il nemico, e le gambe per impedirne il movimento. Questo ovviamente in linea teorica e sportiva, visto che fortunatamente l’era sanguinaria degli stati combattenti è finita da un pezzo.

Ad ogni modo, il kendo è estremamente seguito e praticato, anche dagli occidentali, e molte shinai e bōgu sono frutto di un’alta abilità di artigianato nipponico, il che dà lustro tutt’ora a quelle piccole botteghe dove un tempo c’era molta più richiesta di spade e corazze di qualità.

L’altra faccia della medaglia è lo iaido. Anch’esso prevede l’utilizzo di una spada, ma è focalizzato sul colpire per primi ed impedire all’avversario di fare mosse ulteriori. È un tipo di arte molto più meditava e dove la concentrazione e una precisione letale la fanno da padrona. Generalmente, in molti praticano sia il kendo che lo iaido per forgiarsi al meglio come guerrieri spadaccini.

Il kendo e lo iaido poggiano inoltre sugli insegnamenti teorici e pratici di Miyamoto Musashi, una figura leggendaria risalente al XVI secolo. Era un abile spadaccino e un profondo conoscitore delle varie scuole di pensiero dell’epoca, e si diceva non perdesse mai un duello. Con il suo ”Libro dei cinque anelli” ha messo insieme tutto quello che aveva imparato sul campo di battaglia e dai vari maestri con i quali si era confrontato. Potremmo dire fosse la controparte giapponese dello stratega cinese Sun Tzu, un generale intelligente e scaltro che a sua volta aveva indagato sulla natura e le modalità della guerra e delle sue tecniche.

Karate

Arti Marziali

photo credits: My-personaltrainer.it

Probabilmente il tipo di arte marziale più famoso e praticato, se si considerano i seguaci oltreoceano.

Il karate nacque sul finire del XIX secolo, ad Okinawa, quando quest’ultima e altre isole vennero annesse al Giappone. La popolazione dell’allora Regno del Ryūkyū era contraria all’adesione con l’impero nipponico, per cui ideò uno stile di combattimento che permettesse di contrastare i giapponesi. Mischiarono tecniche cinesi a metodi di combattimento autoctoni, dando vita al karate che conosciamo oggi. Da lì, si sviluppò in seguito anche il judo, incentrato sulle prese e sull’adattamento ad ogni tipo di situazione.

Terminata la seconda guerra mondiale, molti americani che avevano basi per tutta Okinawa, scoprirono quest’arte marziale, e tornati in patria la fecero diffondere a macchia d’olio. Questo diede il via all’esplosione del fenomeno, che culminò negli anni ’80 quando il culto dell’esercizio fisico e l’amore per lo sport erano praticamente un’ossessione per gran parte dei cittadini statunitensi. Aggiungiamoci il contributo che diede il cinema, con toni esasperati e ispiratori (non scordandoci neanche dell’iconico Bruce Lee), e capiremo come gli stili di lotta orientali fecero presa sull’occidente.

Ultime Considerazioni

Per il Giappone, quindi, le arti marziali sono di fondamentale importanza, perché racchiudono parte della loro storia ma anche un’ampia parentesi che lo ha saputo mettere in contatto con l’Ovest, sia a livello culturale che commerciale. Per molti non è solo uno sport, ma anche uno stile di vita, una filosofia, un modo per scoprire se stessi e per migliorarsi tramite la disciplina e l’esercizio. Una realtà che ha saputo incantare milioni di persone, e che è una delle colonne portanti della società del paese del Sol Levante.

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