Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata

Conosci i nostri soci: Vittorio Porro e la libreria Tanabata 

A pochi passi da Porta Romana, tra gli eleganti palazzi di via Adige, si nasconde un piccolo angolo di Giappone: è solo una vetrina, ma non passa certo inosservata. Ad accogliermi, una piantina di bambù adornata da decine di tanzaku, strisce di carta colorata sulla quale la comunità affezionata alla libreria Tanabata ha scritto i propri desideri, secondo la tradizione dell’omonima festa del 7 luglio (clicca qui per saperne di più).

L’inventario è sorprendentemente ricco: sugli scaffali trovano posto prodotti autentici giapponesi, dalle tazze per la cerimonia del tè - realizzate a mano, ognuna diversa - ai simpatici daruma, piccole statuette raffiguranti il primo patriarca zen, simbolo di perseveranza e impegno al fine di raggiungere i propri obiettivi.

E naturalmente, i veri protagonisti: i libri, dai grandi classici dell’epoca Heian ai più recenti bestseller.

Cullati dal tintinnio dei furin - campanelle a vento mosse dalla piacevole brezza milanese, tanto attesa dopo settimane di caldo afoso - e inebriati dal profumo dei dolci preparati dal signor Vittorio Porro e dai suoi collaboratori in occasione del Tanabata (impossibile non notare i simpatici volti dei due amanti leggendari impressi sui biscotti), ha così inizio la nostra intervista alla scoperta di questa affascinante realtà e di alcuni imperdibili titoli in catalogo.

La vostra libreria ha un nome evocativo e poetico, “Tanabata”, che evoca l’incontro tra mondi distanti: che storia racconta e cosa rappresenta per voi portarla avanti a Milano?

Tanabata è una leggenda di origine cinese, ormai abbastanza nota - citata in molti romanzi famosi - e racconta la storia di due stelle, la Tessitrice e il Mandriano celesti, che vivono divise dalla Via Lattea. Un bel giorno, però, si vedono, si innamorano e cominciano a non lavorare più, trascorrendo tutto il tempo insieme: vengono così condannati a potersi incontrare solo una volta l’anno, la notte del 7 di luglio, data in cui si festeggia in Giappone il Tanabata Matsuri, o “festival delle stelle innamorate”.

La festa del Tanabata in origine era dedicata proprio alle lettere, alla poesia, alla calligrafia: questa è la ragione dietro alla scelta del nome della libreria.

La libreria nasce nel 2000 come agenzia di traduzione e nel tempo è diventata un vero “rifugio per gli amanti del Giappone”. In che modo la vostra iniziale attività di traduttori ha influenzato l'identità attuale?

Il lavoro di traduzione è sempre proseguito in parallelo alla conduzione della libreria: ultimamente, le traduzioni sono un po’ diminuite. Per questa ragione, ci stiamo ora dedicando quasi a tempo pieno a Tanabata, l’unico luogo a Milano dove si trovi un’autentica rappresentanza della letteratura giapponese.

A questo punto concedetemi una domanda sulla traduzione letteraria dal giapponese. Negli ultimi anni, è sempre più frequente incontrare parole lasciate in originale - shōji, senpai, kodomo - accompagnate da note o glosse. È come se certi termini portassero con sé un piccolo mondo che si rifiuta di essere completamente tradotto. Secondo voi, questa scelta di abbandonare un precedente approccio “domesticante” in favore di una traduzione più esotizzante può affascinare e arricchire il lettore, oppure rischia di creare una barriera invisibile per chi si avvicina per la prima volta alla letteratura giapponese?

Secondo me, questo fatto è positivo, a patto di non esagerare. Ad esempio, lei cita kodomo (“bambino”), che è una parola il cui equivalente esiste in italiano: non ritengo necessario lasciarla in giapponese. Diverso è quando si tratta di un tipico prodotto giapponese, come il tofu, o di particolari elementi architettonici o religiosi difficili da rendere in un’altra lingua.

Proponete non solo libri, ma anche ceramiche, fūrin (campanelle a vento), teiere, kimono e altro ancora. Cosa vi guida nella ricerca di manufatti così da creare un “angolo di Giappone” in Italia?

Lo scopo è quello di offrire manufatti artigianali e rappresentativi di diversi aspetti della cultura giapponese, oggetti tipici e tradizionali alla portata di tutti, ma che difficilmente si possono trovare altrove in Italia.

Nelle recensioni i clienti raccontano che entrare in libreria è come “teletrasportarsi in Giappone”, grazie non solo alla vasta scelta di opere e manufatti provenienti direttamente dal Sol Levante, ma anche e soprattutto grazie alla cura ed alla gentilezza del personale. Quanto è importante per voi il rapporto con il pubblico?

Direi che il rapporto con la clientela è molto importante: noi cerchiamo di  mettere a proprio agio il cliente, lasciandolo tranquillamente consultare i testi senza interferire e poi, se richiesto, aiutandolo nella scelta. Questo approccio ci distingue dalle librerie di catena, dove è più difficile rapportarsi individualmente con il lettore.

Tra gli scaffali di "Tanabata" convivono classici e voci contemporanee, ma è proprio una di queste ultime ad averci colpito in particolare. Mi riferisco a Vanishing World (Edizioni e/o, 2025) di Murata Sayaka, un libro che inquieta, affascina e interroga profondamente chi legge. Personalmente, a voi cosa ha lasciato questa lettura?

A me personalmente ha un po’ inquietato: l’ho considerato essenzialmente un libro di fantascienza, che descrive un mondo che potrebbe magari un giorno concretizzarsi, caratterizzato però da aspetti estremamente particolari, come lo stravolgimento dei rapporti familiari ed extraconiugali, o il finale in cui i bambini perdono le caratteristiche genetiche dei genitori biologici e finiscono per assomigliarsi tutti fra loro (similmente ai bambini alieni del classico di fantascienza I figli dell’invasione di John Wyndham, ndr.).

Vanishing World è uscito in Giappone col titolo originale Shōmetsu Sekai nell’aprile 2015, praticamente in parallelo all’indagine pubblicata dal quotidiano di Tōkyō Mainichi Shinbun sul fenomeno ormai noto come sekkusu banare, l’allontanamento dal sesso da parte dei giovani giapponesi. La coincidenza sembra quasi profetica, dato che nel romanzo il desiderio sessuale è rimosso, sterilizzato, trasformato. Secondo voi, è corretto definire Murata Sayaka come una delle più lucide interpreti della società giapponese contemporanea?

Direi di sì, poiché tratteggia un fenomeno molto attuale e presente, pur utilizzando un linguaggio un po’ fantascientifico. Forse il senso di inquietudine provato dal lettore si può addurre, in parte, proprio al fatto che alcuni dei processi narrati da Murata si stiano già in un certo senso producendo: il tono dell’autrice sarebbe dunque non più solo profetico, ma anche descrittivo di tendenze già in atto.

Come librai e mediatori culturali, credete che la letteratura possa avere un ruolo attivo nel decostruire l’immaginario collettivo su famiglia, identità e genere?

Senz’altro, sì. Penso che, nella società odierna come nelle epoche passate, l’intellettuale ricopra un ruolo importante nella costruzione e decostruzione di questi concetti, servendosi della fantasia per esplorare infinite possibilità all’interno di categorie apparentemente così rigide.

C’è un tipo in particolare di lettrice o lettore a cui consigliereste questo libro? A chi, invece, consigliereste magari di partire da un’altra opera dell’autrice? E quale, eventualmente?

Vanishing World è senz’altro un libro problematico da interiorizzare, che mette a dura prova il lettore: per cui lo consiglierei a soggetti interessati all'argomento e che desiderano informarsi sul background sociologico, così da riuscire ad apprezzare maggiormente l’opera. I temi trattati sono il confine tra naturale ed artificiale, la natura dei rapporti umani e le possibili declinazioni del concetto di famiglia. Personalmente, consiglierei di iniziare ad approcciare l’opera di Murata Sayaka a partire da La ragazza del Convenience Store (Edizioni e/o, 2021), una lettura dai toni decisamente più tranquilli e rilassati, ma comunque carica di significato, tratta dall'esperienza personale dell’autrice e sempre legata alla tematica della difficoltà nel sottostare alle norme sociali.

Quali titoli consigliate a chi, come la sottoscritta, è rimasto affascinato da Murata Sayaka e si trova alla ricerca di qualcosa che ne raccolga l’eco?

Consiglierei l’autrice Sakuraba Kazuki, in particolare i titoli Red Girls (Edizioni e/o, 2021) - saga familiare che esplora la tematica dei rapporti generazionali - e Non è un lavoro per ragazze (Edizioni e/o, 2023), che possiede una simile carica dirompente. Il primo romanzo è ambientato nel dopoguerra, in un paese scarsamente popolato del Giappone rurale, e si tratta di una lettura facilmente avvicinabile, come La ragazza del Convenience Store: ulteriori punti di contatto con l’opera di Murata sono la presenza di elementi di realismo magico e di protagoniste femminili non convenzionali. Il secondo libro, invece, si basa su di una premessa più sconcertante: una ragazza tredicenne aiuta l’amica e coetanea a sbarazzarsi del genitore abusante, ma una volta concluso l’omicidio, si fa restituire il favore.

C’è qualche titolo in particolare, tra quelli in catalogo presso la libreria Tanabata, che secondo lei meriterebbe più attenzione, magari perché offuscato da nomi più noti?

Personalmente, ritengo di sì. Ultimamente, romanzi molto decantati come Tokyo Sympathy Tower (L’Ippocampo edizioni, 2025), concepito anche grazie all'utilizzo dell’intelligenza artificiale, e Strani disegni (Einaudi, 2025), il thriller scritto dal misterioso creator mascherato Uketsu, hanno catalizzato l’attenzione degli appassionati di letteratura giapponese; tuttavia, ritengo che vi siano numerose altre opere altrettanto degne di nota, seppur meno recenti. Per quanto riguarda il genere giallo, Yokomizo Seishi è un maestro del settore: io consiglio in particolare Il detective Kindaichi (Sellerio, 2019), che racconta l’esordio del giovane investigatore, La locanda del gatto nero (Sellerio, 2019), caposaldo del genere del “delitto senza volto” e Fragranze di morte (Sellerio, 2022), edizione che raccoglie due romanzi brevi dell’autore.

Per quanto riguarda invece la letteratura femminile contemporanea, ci sono voci a cui secondo lei andrebbe dato maggior risalto?

Un’altra scrittrice contemporanea che esplora l’universo della distopia è Ogawa Yōko, di cui consiglio in particolare L’isola dei senza memoria (ilSaggiatore, 2021), che descrive un’epidemia di oblio collettivo: trovo però molto valida tutta la sua bibliografia. Quasi sua omonima, Ogawa Ito esplora ancora una volta i legami intergenerazionali in Ribon - messaggero d’amore (Neri Pozza, 2020), un dolce racconto sull'amore tra nonna e nipote.

Mentre ringrazio Vittorio Porro per averci aperto uno spiraglio sul suo vivace e curatissimo universo, la libreria già comincia ad animarsi con l’arrivo dei primi clienti, che si attardano tra le file di narrativa, rigorosamente senza fretta, concedendosi il piacere di perdersi nell'affascinante offerta letteraria. Prima di lasciare il negozio, il nostro intervistato mi porge un paio di quei deliziosi biscotti che avevo adocchiato all'inizio della mattinata: un piccolo gesto che, proprio come i desideri affidati al venticello estivo, sa infondere una grande dose di speranza.

Sofia Dagradi, studentessa

LIBRERIA TANABATA
Indirizzo: Via Adige, 7 20135 Milano
E-mail: info@tanabata.it
Telefono: 02 546 3980
Sito web: tanabata.it

 


Recensione "Gli ultimi soldati dell’imperatore. I giapponesi che non si arresero dopo il 1945" di Antonio Besana

La guerra è senza dubbio una delle dinamiche, nella storia dell’uomo, che sfuggono a qualsiasi tipo di logica: resta un mistero irrisolvibile come l’essere umano, capace di progettare strumenti quali l’intelligenza artificiale, di costruire infrastrutture che connettano i due emisferi e di sviluppare cure per contrastare pandemie, non sia ancora in grado di coesistere pacificamente sullo stesso pianeta.
È proprio all'interno di questo fenomeno, di per sé quasi inspiegabile, che emergono dinamiche altrettanto bizzarre, capaci di affascinare e allo stesso tempo turbare il senso comune: è il caso, ad esempio, dei militari comunemente conosciuti come “soldati fantasma giapponesi” (zanryu nippon hei, letteralmente “soldati giapponesi lasciati indietro”). 

Antonio Besana (Milano, 1955), professore al MIMM (Master di International Marketing Management) presso l’Università Cattolica di Milano, ha negli ultimi anni affiancato alla carriera accademica quella di scrittore, coltivando la propria passione per la storia militare. Le sue pubblicazioni si distinguono per il focus su episodi meno noti all'interno delle più ampie dinamiche di guerra: in Vite incrociate. La pietà per il nemico nella Seconda Guerra Mondiale (Edizioni Ares, 2022), ad esempio, esplora tredici casi in cui i soldati hanno saputo riconoscere e rispettare la sofferenza degli avversari; ancora, ne Il bambino di El Alamein (Edizioni Ares, 2023) racconta la triste storia del più giovane soldato italiano arruolato durante il secondo conflitto mondiale. 

Nel suo nuovo libro, l’autore si concentra sulle storie dei soldati giapponesi i quali, non avendo ricevuto la notizia della resa o rifiutandosi di credervi, continuarono a combattere nelle giungle del Sud-Est asiatico, talvolta persino per decenni. Un’impresa di ricerca ardua, come l’autore stesso ammette, soprattutto per la difficoltà nel reperire fonti tradotte in inglese.

Come sottolinea lo stesso Besana, è naturale interrogarsi sul motivo di questa profonda incapacità di accettare la realtà della sconfitta. A tal proposito, Ōoka Shōhei, prigioniero di guerra sull’isola di Leyte e autore di Nobi (titolo italiano La guerra del soldato Tamura, 1951), scrive: “Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità.” Pur non essendo uno dei “soldati fantasma”, in quanto è stato rimpatriato al termine del conflitto, Ōoka è una delle voci più autorevoli della letteratura di guerra giapponese, e con questa citazione coglie perfettamente come per quei soldati la resa rappresentasse una casualità insopportabile, un evento in grado di vanificare la loro missione e di negare il senso stesso della fedeltà all’imperatore il cui culto, nel frattempo, era stato smantellato dalla Costituzione “imposta” dalle Forze Alleate nel 1947.

Trovo che Besana, alternando resoconti puntuali, tratti da testimonianze dirette dei reduci, a riflessioni più ampie di natura etica e culturale, riesca con efficacia a restituire la complessità di queste vicende. Particolarmente significativo è il passo tratto dalla cronaca No Surrender: My Thirty-Year War di Onoda Hiroo, ufficiale dell'intelligence giapponese, nascostosi nella giungla dell’isola di Lubang per poi arrendersi ai rappresentanti dell’esercito statunitense e filippino ventinove anni dopo la resa formale del Giappone:

Non ne avevamo mai parlato, ma tutti noi avevamo sperato che un giorno saremmo tornati in Giappone. E ora io solo tornavo, lasciando gli spiriti dei miei insostituibili camerati sull’isola. Tornavo in un Giappone che aveva perso la guerra trent’anni prima. Tornavo nella terra dei miei avi, per la quale avevo combattuto fino al giorno prima. Se non ci fosse stata gente intorno a me, avrei battuto il capo per terra, gemendo. [...] Per la prima volta osservavo dall’alto il mio campo di battaglia. Perché mai avevo combattuto laggiù per trent’anni? Per chi avevo combattuto? In nome di quale causa?

Proprio come i protagonisti del genere isekai (sottogenere fantasy in cui un individuo ordinario viene reincarnato in un universo parallelo), particolarmente amato dal pubblico giapponese, ma con un’esperienza ben più concreta e drammatica, questi “eroi tragici” si ritrovano catapultati in un mondo al quale non sentono più di appartenere. Lo stesso Onoda, incapace di adattarsi alla realtà del Giappone del dopoguerra, scelse infatti di trasferirsi in una colonia agricola giapponese in Brasile.  

Besana accompagna simili resoconti a citazioni dal codice etico del Bushidō (“la via del guerriero”), ispirato a testi fondanti della tradizione samuraica come lo Hagakure:

Hagakure, il testo classico del Bushidō scritto all’inizio del XVIII secolo, inizia con le parole: Bushidō è un modo di morire’. Solo un samurai preparato e disposto a morire in ogni momento può dedicarsi completamente al suo signore.”

Attraverso questa duplice lente - da una parte la cruda realtà raccontata in prima persona, dall'altra la millenaria eredità storico-culturale - l’autore riesce a raccontare quanto, per i protagonisti di queste vicende, fosse più accettabile rifugiarsi nell'autoinganno che tutte le loro sofferenze non fossero state vane, piuttosto che accettare la “banalità” della resa. Continuare a credere nella propria missione, e nutrire la speranza di un ritorno a un Giappone immutato, era forse l’unico modo per sopravvivere alle loro terribili condizioni autoinflitte per anni. In questo senso, ricollegandoci anche al pensiero di Ōoka, potremmo parlare di “assurdo” nel senso sartriano del termine: la contraddizione intrinseca tra il bisogno umano di attribuire un significato all'esistenza e l’assenza, nella realtà, di un fine ultimo oggettivo. 

Besana sottolinea infatti come, contrariamente a quanto dettato dall'immaginario collettivo, che tende a schernire questi soldati o a etichettarli come fanatici, la loro resistenza nascesse da sentimenti profondamente umani. Lo dimostra anche il passaggio dedicato ai kamikaze, in cui viene riportata la commovente lettera scritta da Ichizō Hayashi, membro di una forza d’attacco speciale, alla madre prima di partire per una missione suicida: “Sono felice di avere l’onore di essere stato scelto come membro di una forza d’attacco speciale che sta andando in battaglia, ma non posso fare a meno di piangere quando penso a te, mamma.”). 

Eppure, laddove sarebbe facile cadere nella cieca glorificazione di una lealtà assoluta, o nel fascino esotizzante di una cultura così distante dalla nostra, lo scrittore è estremamente abile nel non oltrepassare mai questa soglia. Il racconto è difatti bilanciato da riferimenti lucidi e puntuali alle atrocità commesse dai reparti giapponesi a danno dei vicini asiatici durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’autore non manca nemmeno di citare un toccante episodio - perfettamente in linea con il precedente Vite incrociate - di riconciliazione tra due reduci giapponesi e due americani sull'isola di Peleliu, avvenuta nel 2013 e raccontata nel documentario Once were enemies (2017) della regista Eva Wunderman.

Al netto di tutto ciò, Gli ultimi soldati dell’Imperatore è un libro che mi sento di consigliare caldamente, non solo a chiunque sia appassionato di storia e cultura giapponese, ma anche a chi, magari, non ha mai amato particolarmente l’insegnamento scolastico della storia. Le riflessioni che ne emergono toccano, infatti, corde universali e possono parlare a tutti, soprattutto in un presente che, purtroppo, è ancora profondamente dilaniato dalla guerra.

Sofia Dagradi, studentessa


Tanabata: le diverse interpretazioni del Festival delle Stelle

Ogni anno, in estate, il Giappone si trasforma in un tripudio di colori, luci e desideri: si tratta della festa del Tanabata, letteralmente “la notte del settimo giorno”, conosciuta anche come Festival delle Stelle.

Celebrata tradizionalmente il 7 luglio, Tanabata si svolge in alcune regioni anche il 7 agosto, secondo il calendario lunare. Nella tradizione giapponese, infatti, molte festività ricorrono in date in cui il numero del giorno coincide con quello del mese: ad esempio, il 3 marzo si celebra lo Hina Matsuri (Festa delle Bambole), il 5 maggio il Kodomo no Hi (Giornata dei Bambini), il 7 luglio il Tanabata e così via.

Qualunque sia la data, la magia resta la stessa: città grandi e piccole si riempiono di installazioni artistiche in carta, lanterne fluttuanti, bancarelle di prelibatezze tipiche e desideri scritti su tanzaku, strisce colorate appese a canne di bambù e affidate al vento. Questi piccoli fogli di carta colorata si ricoprono di sogni di fortuna, salute, successo negli studi o nel lavoro, ma soprattutto d'amore, tema centrale di questa celebrazione. 

A rendere davvero unica questa celebrazione, però, è la sua adattabilità alle tradizioni locali, dando vita a festival (matsuri) tanto diversi quanto straordinari. Scopriamo quindi tre degli eventi Tanabata più iconici e originali del Paese!

Sendai Tanabata Matsuri

Tra i festival più celebri spicca senza dubbio quello di Sendai, vivace centro urbano nella prefettura di Miyagi. Qui, Tanabata si celebra dal 6 all’8 agosto con un evento che attira ogni anno oltre due milioni di visitatori, grazie alla raffinatezza e alla cura artigianale che lo contraddistinguono.

Le origini di questo festival risalgono al periodo Edo (1603–1868), quando fu introdotto nella regione dal signore feudale (daimyō) Date Masamune. Da allora, le vie commerciali della città si trasformano ogni anno in una galleria a cielo aperto, riempiendosi di migliaia di decorazioni realizzate in washi (letteralmente “carta giapponese”), lunghe anche diversi metri e apprezzate per il loro valore artistico.

Le strisce colorate vengono fabbricate a mano da famiglie, scuole o aziende, e sono contraddistinte da motivi tradizionali o simbolici che sfruttano la natura traslucida del materiale. Ogni decorazione è diversa, ma tutte contribuiscono a creare un’atmosfera visiva di rara bellezza.

Le celebrazioni iniziano ufficialmente la sera del 5 agosto con un suggestivo spettacolo pirotecnico, durante il quale si può ammirare la poesia dei fuochi d’artificio giapponesi (hanabi, letteralmente “fiori di fuoco”). La serata è arricchita da eventi culturali, laboratori creativi e musica dal vivo, mentre gli spettatori possono assaggiare diverse specialità regionali, passeggiando tra le bancarelle.

Tra le vie addobbate e l’allegro vociare delle folle, Tanabata a Sendai non è solo un evento a cui assistere, ma una vera e propria esperienza nella quale immergersi: una celebrazione sentita da tutta la comunità, che partecipa attivamente all’allestimento dei quartieri.

Shonan Hiratsuka Tanabata Matsuri

Ogni estate, nella città costiera di Hiratsuka, non lontano da Tokyo, si celebra uno degli eventi più spettacolari e partecipati della regione del Kantō, capace di attirare quasi due milioni di visitatori in soli tre giorni.
Celebrato tra il 4 e il 6 luglio, lo Shonan Hiratsuka Tanabata Festival trasforma il centro cittadino in un grande palcoscenico a cielo aperto, dove la tradizione incontra la vivacità della festa popolare.

A caratterizzare l’evento sono principalmente le maestose decorazioni sospese lungo le gallerie commerciali e le strade della città: enormi stelle filanti colorate (fukinagashi), realizzate in carta, pendono da sfere ornamentali chiamate kusudama (letteralmente “palla medicinale”), composte da unità geometriche ispirate alla dalia e introdotte come ornamento tipico nei festival Tanabata nel 1946.

Durante i tre giorni del festival, la città ospita inoltre cerimonie tradizionali, spettacoli dal vivo, una parata con carri allegorici e decine di bancarelle che offrono street food e prodotti locali. Tra le attrazioni più attese figura la grande processione di mille danzatori in yukata, che percorrono le vie della città al ritmo di musiche tradizionali. Intorno alla stazione di Hiratsuka, inoltre, si snodano palchi con performance per tutti i gusti: dal teatro giapponese alle esibizioni pop, passando per dimostrazioni di arti marziali e musica folk.

Negli ultimi anni, grazie alla crescente popolarità dell’evento, si è persino diffusa l’usanza di celebrarvi matrimoni in stile Tanabata, ispirati alla romantica leggenda alla base della festività. I protagonisti del mito sono infatti due amanti, la principessa tessitrice Orihime e il pastore celeste Hikoboshi, i quali, separati dalla Via Lattea, possono riunirsi soltanto in occasione della settima notte del settimo mese: chi desiderasse conoscere meglio questa affascinante storia, può trovare maggiori informazioni all'interno di un precedente approfondimento sul nostro blog. 

Asagaya Tanabata Matsuri

Nel cuore pulsante di Tokyo, il quartiere bohémien di Asagaya si trasforma durante i primi giorni di luglio in un universo colorato e fiabesco per accogliere uno dei festival Tanabata più originali dell’arcipelago. Questa consuetudine nacque nel 1954, su iniziativa dei commercianti locali, con l’obiettivo di rivitalizzare il quartiere commerciale durante i mesi estivi, solitamente caratterizzati da un calo delle vendite a causa del caldo.

Oggi, lo Asagaya Pearl Center, la lunga galleria coperta che si estende dall’uscita sud della stazione, diventa un punto di riferimento immancabile per chi visita Tokyo in estate. In occasione del Tanabata, infatti, vengono appese al soffitto numerosissime haribote, enormi sculture in cartapesta. Queste creazioni rappresentano una vera e propria esplosione di creatività: personaggi dei cartoni animati, figure della cultura pop, creature fantastiche e persino satira sociale si mescolano in una parata sospesa che affascina adulti e bambini.

Ogni haribote è unica, spesso realizzata a mano da commercianti, scuole elementari, asili, gruppi locali e artisti che partecipano a concorsi pubblici. I temi cambiano ogni anno e seguono le tendenze del momento, rendendo il festival un’originale testimonianza della società giapponese contemporanea. Una delle particolarità più affascinanti di questo festival è inoltre la possibilità di assistere alla creazione delle decorazioni: circa dieci giorni prima dell’inizio dell’evento, al termine dell’orario di apertura dei negozi, è possibile vedere gli abitanti del quartiere intenti a costruire le loro opere davanti alle botteghe.

Durante il festival, infine, le strade di Asagaya si animano con bancarelle di street food, pesca yo-yo e una grande varietà di giochi per bambini, contribuendo a creare un’atmosfera familiare, coinvolgente e giocosa.


Il fascino del Tanabata risiede nella sua capacità di unire poesia e partecipazione popolare, folklore e innovazione, raccogliendo intorno a sé intere comunità. Che ci si trovi sotto alle raffinate decorazioni di Sendai, tra le coreografie festose di Hiratsuka o in mezzo alle sculture pop di Asagaya, l’obiettivo del festival resta lo stesso: celebrare l’amore, la speranza e il sogno.

 


Speciale Tanabata 2025: sei modi per celebrare la Festa delle Stelle in Italia

Speciale Tanabata 2025: sei modi per celebrare la Festa delle Stelle in Italia

Il 7 luglio di ogni anno, in Giappone si celebra il Tanabata, conosciuto anche come “Festa delle Stelle Innamorate”. Quest'antica tradizione affonda le sue radici in una leggenda, la quale narra la storia della principessa tessitrice Orihime e del pastore celeste Hikoboshi. I due personaggi rappresentano due stelle - Vega e Altair - che possono incontrarsi soltanto una volta l’anno, proprio nella settima notte (significato letterale di tanabata 七夕, ndr) del settimo mese.

Orihime, figlia del dio del cielo, è una talentuosa tessitrice che intreccia le nuvole; Hikoboshi è un pastore che conduce il suo gregge tra le stelle. Secondo la leggenda, il loro amore fu così profondo da far trascurare loro i rispettivi doveri, spingendo il padre di Orihime a separarli interponendo fra loro la Via Lattea, una barriera invisibile nel mezzo del cielo. Solo una volta l'anno, grazie alla clemenza divina, è loro concesso attraversare questo confine e riunirsi.

Tanabata è molto più di una semplice festa: è il momento in cui speranza, desideri e legami si intrecciano sotto il cielo estivo. In Giappone, è consuetudine scrivere i propri desideri su sottili strisce di carta colorata chiamate tanzaku, le quali vengono appese ai rami di bambù nella speranza che il vento le porti lontano, trasformando i sogni in realtà.

Anche in Italia questa tradizione affascina e coinvolge sempre più persone. Dal nord al centro, città e luoghi di cultura ospitano eventi che reinterpretano il Tanabata attraverso leggende, laboratori, momenti di riflessione e celebrazioni condivise. Questo speciale presenta sei appuntamenti imperdibili per vivere la magia delle stelle innamorate anche qui, sotto il cielo italiano.

Tanabata al Planetario - Milano

Il 7 luglio 2025, il Civico Planetario Ulrico Hoepli di Milano celebra il Tanabata con uno spettacolo dal titolo suggestivo “La festa delle stelle innamorate - tra miti celesti e armonia giapponese”. L’evento nasce dalla volontà di unire scienza e mito, raccontando la leggenda di Orihime e Hikoboshi attraverso un affascinante viaggio tra le stelle. La serata prevede una narrazione coinvolgente che introduce i partecipanti al significato profondo di questa festa, illustrando le costellazioni di Vega e Altair, le stelle a cui sono associati i protagonisti della storia.

Attraverso proiezioni al planetario, sarà possibile osservare il cielo notturno e capire come, secondo la tradizione, la Via Lattea divida queste due stelle innamorate, permettendo loro di incontrarsi solo in una notte all'anno. Oltre all'esperienza astronomica, la serata prevede momenti di riflessione e la possibilità per il pubblico di scrivere i propri desideri su tanzaku da appendere a un ramo di bambù, in linea con l’usanza giapponese. L’evento rappresenta un’occasione unica per vivere il Tanabata in un contesto culturale e scientifico, immersi in un’atmosfera sospesa tra realtà e leggenda.

Tanabata per bambini in Biblioteca - Bologna

La Biblioteca Salaborsa Ragazzi di Bologna dedica il 7 luglio 2025 a un evento speciale per i più piccoli, offrendo una serata all’insegna della magia delle stelle e dei desideri. Pensato per bambini tra i 3 e i 7 anni, l’appuntamento propone letture di storie giapponesi legate alla tradizione del Tanabata, filastrocche e narrazioni che introdurranno i piccoli partecipanti al fascino della cultura nipponica.

La parte pratica dell’incontro prevede un laboratorio creativo in cui i bambini potranno realizzare i propri tanzaku, scrivendo o disegnando i loro desideri su colorate strisce di carta, da appendere poi ai rami di bambù allestiti per l’occasione. L’atmosfera, studiata per essere accogliente e rilassante, aiuta a stimolare la fantasia e l’immaginazione, avvicinando i più piccoli a una festa che parla di sogni e speranze. L’evento è un’opportunità preziosa per le famiglie che desiderano far scoprire ai propri figli tradizioni culturali lontane ma universali nel loro significato.

Tanabata Zen - San Giorgio di Nogaro (UD)

Nel suggestivo contesto del “My August Japanese Garden” a San Giorgio di Nogaro, vicino a Udine, si svolge il 6 luglio 2025 il “Tanabata - Festival delle Stelle”. Questo evento propone un approccio più meditativo e introspettivo alla festa giapponese, invitando i partecipanti a un’immersione totale nella pace e nella bellezza del giardino zen.

Il pubblico è accolto in un ambiente che fonde elementi naturali come l’acqua, le pietre e le piante, tradizionalmente usati per evocare armonia e serenità secondo la tradizione buddhista e shintō. Sarà possibile partecipare a momenti di rilassamento guidato e meditazione, oltre a scrivere i propri desideri su tanzaku da appendere ai rami di bambù, secondo l’usanza. A completare l’esperienza, una degustazione di tè giapponese selezionato. Il festival rappresenta un’occasione per riscoprire se stessi e i propri intenti, immergendosi in una dimensione di quiete e spiritualità.

Tanabata culturale al MAO - Torino

Il Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino celebra il Tanabata il 5 e 6 luglio 2025 con una serie di iniziative che uniscono arte, cultura e partecipazione attiva. I visitatori potranno esplorare esposizioni dedicate alla tradizione giapponese, scoprendo le connessioni tra arte, storia e mito che fanno da sfondo alla festa delle stelle innamorate.

Sabato 5 luglio si tiene il laboratorio “Come un ciliegio in fiore”, con una visita alla collezione Asia Orientale seguita da un workshop di arte effimera con sale colorato. Domenica 6 luglio, in programma due visite guidate: una alla mostra “Haori”, che racconta il Giappone del primo Novecento attraverso i kimono maschili, e una alla collezione permanente dedicata al Giappone, con opere che spaziano dalle statue buddhiste alle xilografie ukiyo-e.

Torino Matsuri - Torino

Il weekend del 5 e 6 luglio torna per la decima edizione il Torino Matsuri, un evento a cura dell'Associazione Yoshin Ryu: due giornate ricche di workshops, eventi letterari, spettacoli e concerti con le colonne sonore dello Studio Ghibli, dimostrazioni di arti marziali tradizionali, street food giapponese e molto altro!

In occasione della festa Tanabata, il salice dell’Associazione sarà addobbato, come da tradizione, di tanzaku, strisce di carta colorata sui quali le persone potranno scrivere i loro desideri. Inoltre, verrà ricreato il clima festivo dei matsuri, festività tradizionali legate al culto dei kami che da secoli animano le estati giapponesi!

Tanabata: Il Festival delle Stelle - Ventimiglia di Sicilia 

Venerdì 18 luglio, l’Associazione Culturale Sicilia Giappone organizza, in collaborazione con l’Associazione Astronomica ORSA Palermo, l’evento Tanabata: Il Festival delle Stelle: un viaggio tra cultura giapponese e scienza, nella suggestiva cornice dell’Osservatorio Astronomico Giorgio Puglia.

A partire dalle 16:30, il programma dell’evento guiderà i partecipanti in un’immersione tra racconti tradizionali, laboratori di origami, scrittura dei desideri (tanzaku) e una serata osservativa con telescopi e divulgazione scientifica, per ammirare il cielo e scoprire la storia dell’astronomia orientale.

Sei modi diversi di vivere il Tanabata, tra poesia e contemplazione, natura e città. Che sia davanti a un giardino zen o sotto un cielo digitale, ciò che conta è il desiderio che nasce nel cuore e si affida al vento.
Per saperne di più, consulta gli approfondimenti cliccando sulle varie attività!

 

 

 


Conosci i nostri soci: Chiara Lorenzetti e il restauro kintsugi

Chiara Lorenzetti e il restauro kintsugi
Un’intervista in vista della prossima diretta Instagram di Giappone in Italia 

Chiara Lorenzetti fotografata da Stefania Maniscalco

Nella cornice di una nuova rubrica dedicata a conoscere meglio i soci convenzionati dell'Associazione Giappone in Italia, incontriamo Chiara Lorenzetti, restauratrice da oltre trent'anni e riconosciuta dal 2007 Eccellenza Artigiana dalla Regione Piemonte. Nel suo laboratorio Chiaraarte, fondato a Biella nel 1991, si occupa di restauro conservativo ed estetico di ceramiche e oggetti lignei policromi e dorati, con una particolare attenzione al restauro tradizionale giapponese kintsugi.

Cos'è il kintsugi? Nelle parole di Chiara:

Kintsugi 金継ぎ - kin 金: oro, tsugi 継ぎ: riparare - è una tecnica artistica ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze tenmoku in ceramica per la cerimonia del tè, Cha no yu. Le linee di rottura, unite con lacca urushi, sono lasciate visibili, evidenziate con polvere d’oro. Gli oggetti in ceramica riparati con l’arte Kintsugi diventano vere opere d'arte: l'impreziosire con la polvere d'oro ne accentua la loro bellezza, rendendo la fragilità un punto di forza e perfezione.

L’arte Kintsugi vede la sua origine in Giappone nel periodo Muromachi, sotto lo shogunato di Ashikaga Yoshimasa (1435-1490). Yoshimasa ruppe una delle sue chawan per la cerimonia del tè, e i maestri ceramisti giapponesi cercarono di mettervi riparo usando l'estetica del wabi sabi e i materiali a loro disposizione: lacca urushi per incollare e oro per coprire le rotture. Il risultato ottenuto fu apprezzato da Yoshimasa; la sua tazza non solo era stata riparata ma aveva preso una vita nuova, carica delle sue imperfezioni e proprio per questo ricca di bellezza: era diventata unica.

La tecnica è complessa: abbisogna di elevata manualità e precisione, nonché di calma e pazienza. I materiali usati sono lacca urushi, estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, farina, argilla e polvere d'oro puro. Il processo di polimerizzazione della lacca avviene nel muro, un ambiente caldo (20°) con umidità relativa intorno al 70 - 90%.

L'arte kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nella filosofia Zen; partendo dal wabi sabi, tre sono i concetti in essa racchiusi: mushin, mujō e mono no aware. Mushin, "senza mente", è un concetto che esprime la capacità di lasciar correre, dimenticando le preoccupazioni e liberando la mente dalla ricerca della perfezione. Mujō si traduce con "impermanenza"; l'esistenza, senza eccezioni, è transitoria, evanescente, incostante e tutte le cose sono destinate alla fine. Accettare tale condizione è avere un approccio sereno e consapevole della vita. Mono no aware, "empatia verso gli oggetti", è una malinconia triste e profonda per le cose; apprezzandone la loro decadenza si arriva ad ammirarne la bellezza.

In previsione di una diretta Instagram sul canale ufficiale dell’Associazione, in data giovedì 3 luglio alle ore 12:00, dedicata ad approfondire le diverse tecniche del kintsugi - non solo oro, ma anche argento, lacche urushi, yobitsugi, raden e maki - Chiara si racconta ai nostri lettori in questa intervista, condividendo il suo percorso professionale e umano e offrendo uno sguardo lucido e appassionato su un'arte che in Italia è ancora poco conosciuta o compresa.

Al telefono, Chiara è estremamente gentile e disponibile, e dalla sua voce traspare non solo una grande passione per la propria attività e per la cultura a tutto tondo, ma anche il desiderio di fare chiarezza sul significato autentico del kintsugi, una tecnica di restauro artigianale, creativa e complessa. Proprio di questo ci parlerà più nel dettaglio in occasione della diretta, durante la quale ci sarà spazio anche per una sessione Q&A: invitiamo quindi lettrici e lettori a preparare eventuali domande, riflessioni e curiosità da rivolgere a Chiara durante l’incontro.

Chi è Chiaraarte e di cosa si occupa oggi?

Chiaraarte è il mio laboratorio d'arte e restauro, nato nel 1991 a Biella con l'intento di essere un punto di riferimento per il restauro di bambole antiche.
Ora, a distanza di più di trent'anni, mi occupo di restauro ceramiche, sia con restauri estetici, conservativi che kintsugi; eseguo restauro di oggetti in legno policromi e dorati, con dorature a guazzo.
Mi occupo di restauro kintsugi dal 2015: dai miei studi è nato il libro "Kintsugi, l'arte di riparare con l'oro" che, oltre ad essere un manuale tecnico, esplora la cultura e la storia giapponese del periodo Higashiyama bunka.
Nel corso dell'anno conduco corsi di kintsugi tradizionale e contemporaneo, team building aziendali, conferenze; ultimamente ho creato nuovi corsi di restauro ceramiche.
È questo un modo nuovo di intendere il restauro che mi appaga e mi spinge ad approfondire le mie conoscenze.

Nel suo sito racconta di essere cresciuta circondata dall’arte, all'interno del negozio d’antiquariato del padre, e di aver poi frequentato l’Istituto per l’Arte e il Restauro “Palazzo Spinelli” a Firenze. Come è nata, da questo percorso, la sua passione per la cultura Higashiyama ed in particolare per il kintsugi?

L'inizio è stato abbastanza casuale: nel 2015 un'amica pubblicò sulla mia pagina Facebook l'immagine di una tazza restaurata con l'oro. Approfondii, nonostante la difficoltà nel reperire informazioni all'epoca, e decisi - vista la mia natura di restauratrice - di approcciarmi alla tradizione, con materiali e strumenti giapponesi. Curiosamente, però, attratta principalmente dalla bellezza della tecnica, tralasciai la cultura e l'arte giapponese, concentrandomi più sui passaggi (all'epoca davvero difficili e sperimentali) che sul contesto culturale.
Solo nel 2018, dopo essere stata ospite in Giappone di TvTokyo, aver conosciuto e lavorato con il mio maestro Hiroki Kiyokawa e aver potuto raccogliere personalmente la lacca urushi a Daigo, nella prefettura di Ibaraki, mi sono sentita parte di un tutto più grande e armonioso, che non era più solo tecnica, ma Arte.
L'incontro con il Giappone è stata la svolta nel mio modo di lavorare al restauro, con un approccio più poetico, profondo, quasi meditativo: la ceramica non è un numero ma ogni volta una storia a sé, personale, intima e creativa.

In che modo l’arte del kintsugi si declina oggi nel contesto italiano, e in particolare nella sua produzione artistica?

Se parliamo strettamente di restauro, l'arte kintsugi è vista con diffidenza: in Italia noi professionisti del settore seguiamo le linee guida della Teoria del Restauro di Brandi, che presuppone che il restauro non danneggi in alcun modo l'opera, sia reversibile e poco invasivo sulla leggibilità dell'opera stessa, tutte caratteristiche che non si trovano nel restauro kintsugi. In Italia il kintsugi è visto più come la realizzazione di una nuova opera d'arte che per quello che realmente è: una tecnica, creativa, di restauro. Ecco, la parola creativa e la parola restauro in Italia non vanno assolutamente d'accordo!
Come detto prima, oltre al restauro mi occupo quindi anche di formazione e divulgazione nella speranza che i due mondi possano incontrarsi nel rispetto reciproco.
Il mio approccio all'arte kintsugi è un approccio legato, ove possibile, alla tradizione, con l'utilizzo di materiali e strumenti tradizionali giapponesi. Non nego di aver fatto fatica anch'io, all'inizio, ad accettare questa visione creativa, ma ultimamente mi sto aprendo a tecniche sempre tradizionali, che però offrono una visione più ampia rispetto al solo utilizzo dell'oro: argento, lacche urushi colorate, yobitsugi, raden, maki.
Insomma, anche le restauratrici hanno un'anima estrosa!

"Mancanze", manufatto realizzato da Chiara Lorenzetti

In occasione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 ha collaborato con atleti come Gabriele Detti, Bebe Vio e Vanessa Ferrari. Ritiene che questa esperienza possa rappresentare un esempio di come un’arte apparentemente “alta” e radicata nella cultura giapponese riesca invece a veicolare messaggi universali e contemporanei?

Certamente. In questi anni ho collaborato con psicologi, psichiatri, counselor, coach; ho partecipato a team building aziendali, a eventi presso ospedali nei reparti oncologici, presso strutture di accoglienza per disabili, per donne vittime di abusi, giovani con disturbi della personalità; sono stata ospite di programmi televisivi su Report, Rai2, RSI1 Svizzera.
L'oro nelle crepe non è solo oro che impreziosisce una ceramica e la rende adatta a usi alimentari ma assume un altissimo valore simbolico di valorizzazione della fragilità, della capacità di superare le difficoltà, del condividere e mostrare la fatica, il dolore e la rinascita. Io, mentre restauro, sento spesso questa forza così potente e cerco, nei miei gesti lenti, di interpretarne la cura.

Se potesse sfatare un luogo comune particolarmente diffuso sul kintsugi, così come viene percepito in Italia, quale sceglierebbe e perché?

In Italia, come nel resto del mondo (e sì, anche in Giappone!) si è diffusa, a fronte della difficoltà nell'apprendere l'arte kintsugi tradizionale, dei suoi tempi lunghi e del costo dei materiali, una versione moderna, contemporanea, immediata, semplificata, e con utilizzo di materiali non naturali. Questa versione non è univoca, ma molteplice per materiali e modalità di esecuzione.
È da intendersi kintsugi o no? La mia opinione è che lo sia, che sia un'evoluzione, e che sia così per ogni forma d'arte: senza innovazione saremmo fermi ai tempi della pietra.
E quindi a cosa dobbiamo fare attenzione? A capire se è stata usata la tecnica tradizionale o no. Spetta a chi pratica quest'arte essere onesto nella descrizione dei materiali usati e dei passaggi effettuati.
Ma soprattutto dobbiamo essere attenti a cogliere la bellezza della perfezione dell'oro, la semplicità delle linee, la preziosità delle mani sapienti degli artigiani.
Perché kintsugi insegna il rispetto e la forza, potente e sommessa, del silenzio. E non è, ahimè, una linea d'oro buttata in malo modo su una ceramica solo per marketing.

Ringraziamo ancora Chiara Lorenzetti per aver condiviso con noi il suo percorso.
Vi aspettiamo numerosi giovedì 3 luglio alla diretta Instagram e vi invitiamo a scoprire di più sul suo lavoro attraverso i suoi contatti ufficiali:

CHIARAARTE DI CHIARA LORENZETTI
RESTAURI D’ARTE DAL 1991

Indirizzo: Via Novellino 16, 13900 Biella
E-mail: info@chiaraarte.it
Sito web: www.chiaraarte.it ┃ kintsugi.chiaraarte.it


San Valentino in Giappone e il White Day!

Come in tutto il resto del mondo, in Giappone il 14 febbraio si festeggia il giorno di San Valentino バレンタインデー. Nel paese del Sol Levante però la ricorrenza ha preso un valore un po’ diverso dalla nostra, oltre ad avere varie usanze peculiari.

Bisogna innanzitutto comprendere che il Giappone, non essendo un paese particolarmente influenzato dal Cristianesimo, si cominciò a festeggiare il giorno di San Valentino solamente durante il secolo scorso.

 

Mentre qui è considerata un’occasione per gli innamorati di passare una giornata romantica insieme ed eventualmente scambiarsi reciprocamente dei regali, in Giappone di solito, durante questa giornata, è solamente la ragazza a regalare qualcosa al proprio amato, quasi sempre dei cioccolatini, acquistati o confezionati da lei stessa.

 

Il modo in cui la pratica di regalare cioccolato si sia sviluppata in Giappone non è, in realtà, ben chiaro: ci sono varie teorie al riguardo, tra cui, per esempio, che è si è diffusa grazie a Kunio Hara della Mary Chocolate Company, agenzia dolciaria di Tokyo, che si inventò la frase “Una volta l’anno, San Valentino è il giorno in cui le donne possono confessare il proprio amore con il cioccolato”. Questa frase si rivelò successivamente un’interpretazione sbagliata di una lettera che Kunio ricevette da un collaboratore stanziato a Parigi in cui il suo Socio parlava di come la festività venisse festeggiata in Occidente. Kunio, leggendo la lettera, si rese conto che, portando questa tradizione anche in Giappone, avrebbe potuto vendere più cioccolato, non realizzando però che in realtà aveva compreso male la lettera ricevuta e le usanze occidentali.

Altre fonti invece sostengono che questa pratica sia dovuta al movimento di liberazione delle donne, oppure semplicemente sia cominciata per imitare gli stranieri e promuovere le vendite dolciarie.

La teoria più popolare però è sicuramente quella legata alla Morozoff Confectionery, pasticceria di lusso di Kobe, che già nel 1936 aveva pubblicato un annuncio sul giornale con lo slogan “Invia cioccolato al tuo Valentino [la persona amata]”, e questa è la prima testimonianza in assoluto in Giappone della celebrazione della giornata. Il giornale su cui questo è stato pubblicato, il “The Japan Advertiser”, era però in inglese, e quindi era indirizzato solamente agli stranieri residenti nel paese del Sol Levante che erano già familiari con la pratica. Nonostante ciò, si pensa comunque che questo sia stato il primo tassello per la diffusione della celebrazione della festività. La piazza davanti alla stazione di Mikage, la più vicina alla vecchia sede principale della pasticceria, oggi si chiama “Piazza di San Valentino”. Inoltre, nel 1992 la città di Terni, luogo del martirio del santo, ha dato in dono alla città di Kobe la “Statua dell’Amore”, come riconoscimento del luogo di nascita della celebrazione di San Valentino in Giappone.

Oggigiorno in realtà, però, le donne che regalano il cioccolato non lo fanno solo al proprio amato o spasimante, ma anche ai propri amici, ai propri cari e persino ai colleghi.

Esistono quindi varie “categorie” di cioccolato: il Giri-choko 義理チョコ, “cioccolato dell’obbligo”, generalmente cioccolatini a basso prezzo e qualità, che vengono regalati a colleghi di lavoro, compagni di classe e conoscenti. La società giapponese è collettivista, e questo fa sentire le persone in obbligo di conformarsi il più possibile, e ciò si riflette anche in questa pratica, che fa sentire le donne in dovere di spendere tempo e denaro per fare questi regali. Negli ultimi anni l’usanza del Giri-choko è stata criticata molto e ormai si fa sempre meno.

Poi c’è il Tomo-choko チョコ, “cioccolato dell’amico”, cioccolatini regalati agli amici stretti, donati con sentimenti veritieri di affetto.

Il più ambito e conosciuto però è sicuramente il Honmei-choko 本命チョコ, ovvero “cioccolato del prediletto”. Questo è il cioccolato che si regala solamente alla persona che si ama veramente, e si usa sia per esprimere l’amore verso il proprio partner, sia per fare una vera e propria dichiarazione amorosa. Il cioccolato che viene regalato in questa occasione viene spesso preparato minuziosamente e confezionato in casa, oppure comprato in una pasticceria di lusso. 

Recentemente, questo “rito” non viene effettuato solo dalle ragazze: pur rimanendo sempre la maggioranza, in generale è un gesto fatto da chiunque voglia esprimere i propri sentimenti nei confronti di un’altra persona.

Ci sono anche altre categorie di cioccolato meno conosciute, come il Jiko-choko 自己チョコ, “cioccolato autonomo”, che si acquista e si consuma da soli, pratica sempre più diffusa dopo il 2010, oppure l’Oshi-choko 推しチョコ, in cui i giovani postano sui social foto di dolci e regali che darebbero al proprio idolo o celebrità preferita se potessero passare la giornata insieme.

 

In Giappone c’è però un’altra festività legata al giorno di San Valentino, il White Day ホワイトデー.

Avviene il 14 marzo, esattamente un mese dopo la celebrazione precedente. Gli uomini che hanno ricevuto il Honmei choko, se ricambiano i sentimenti della spasimante, per dimostrare il loro affetto dovranno regalarle cibi come il cioccolato bianco, i marshmallows e caramelle, accompagnandoli con accessori bianchi come borse, fiori, creme e biancheria intima: questo perché in Giappone si suol dire che gli uomini dovrebbero regalare qualcosa che valga circa tre volte il prezzo del regalo ricevuto a San Valentino, secondo la regola del sanbai gaeshi (三倍返し, “ritorno triplo”).

 

Anche questa festa è nata da una campagna pubblicitaria di un’azienda dolciaria, la Ishimura Manseido, che nel 1977 ha invitato gli uomini a comprare i marshmallow, chiamandola appunto Marshmallow Day マシュマロデー. L’Associazione Nazionale dell’Industria Dolciaria ha poi attribuito nel 1978 il nome attuale di “White Day” alla giornata e il suo ruolo di “risposta” ai regali di San Valentino.

Da allora, questa festività si è diffusa anche in altri paesi dell’Asia orientale, infatti si festeggia anche in Cina, Corea, Taiwan, Vietnam e altri.

 

Complessivamente però, si tende a festeggiare e spendere sempre meno per queste due giornate, criticate negli ultimi anni sia da un punto di vista sociologico, con ruoli di genere che mutano continuamente, sia da un punto di vista economico, considerata talvolta uno spreco di soldi essendo una festività puramente commerciale, soprattutto nel paese del Sol Levante.

 


Una storia che unisce culture: Yuko, sushi e kimono tra Giappone e Italia

Storia provvedutaci da Gianluca D'Elia.

 

Yuko è una donna giapponese che ha avuto il coraggio di sfidare le convenzioni e attraversare l'oceano per inseguire la libertà di esprimersi. Fin da bambina, i colori l'hanno affascinata, diventando il suo linguaggio preferito. In Giappone ha studiato arte, immergendosi nella cultura visiva del suo paese, ma il desiderio di esplorare il mondo è cresciuto con lei. Dopo anni di viaggi in ogni angolo del globo, Yuko ha scelto di fermarsi in Italia, a Reggio Emilia, dove ha trovato una nuova casa e una nuova ispirazione. Qui si è innamorata della cultura italiana, scoprendo un dialogo profondo tra la sua terra natale e il paese che l'aveva accolta. Ma Yuko non ha mai abbandonato le sue radici: ha deciso di raccontarsi attraverso due passioni che uniscono tradizione e innovazione, cucina e moda.

La preparazione del sushi è una pratica riservata agli uomini in Giappone, un lavoro codificato da regole antiche. Eppure Yuko, con tenacia e determinazione, ha deciso di rompere questo schema. Ha iniziato a preparare sushi nelle case delle persone, trasformando ogni pasto in un'esperienza culturale. Attraverso il cibo, racconta il suo paese, le sue tradizioni e la bellezza di una cultura millenaria, portandola a contatto diretto con chiunque voglia ascoltarla. Parallelamente, Yuko disegna kimono, abiti tradizionali che rielabora fondendo elementi delle culture che ha incontrato durante i suoi viaggi. Ogni kimono diventa un pezzo unico, un racconto tessuto che unisce Oriente e Occidente, tradizione e contemporaneità. Le sfide che Yuko ha affrontato non sono state poche. Superare i pregiudizi culturali, trovare il proprio posto in un paese straniero, costruire un ponte tra mondi lontani.

Tuttavia, ha sempre trovato forza nelle parole di sua madre: “Sentiti libera di fare sempre quello che vuoi”. E così, con i suoi piatti e i suoi kimono, Yuko non solo racconta se stessa ma celebra anche l'incontro tra culture, trasformando ogni sfida in un'opportunità per creare qualcosa di straordinario.

Vi invitiamo caldamente alla visione delle fotografie evocative di Yuko scattate dalla fotografa Licia Carpi e allo straordinario filmato del regista Gianluca D'Elia al link seguente: https://www.youtube.com/watch?v=OdTsDtEIfkA


ASURA (Asura no Gotoku, 2025), Hirokazu Kore’eda

di Marcella Leonardi

 

L'articolo è tratto dal blog di cinema giapponese classico e contemporaneo NUBI FLUTTUANTI

 

Koreeda rivisita la serie TV del 1979 Like Asura, basata sull'omonimo romanzo di Mukoda Kuniko. La vita delle quattro sorelle Takezawa - l'insegnante di ikebana Tsunako, la casalinga Makiko, la bibliotecaria Takiko e la cameriera Sakiko - viene sconvolta dalla scoperta della relazione extraconiugale dell'anziano padre. Incarnando i tumultuosi semidei "asura", le donne si scontrano in modo turbolento, mettendo a confronto visioni diverse della vita e dell'amore; ma il conflitto rafforzerà il loro profondo legame e la consapevolezza di se stesse.

Con Asura il regista Koreeda riesce ad assecondare le “linee guida” della piattaforma Netflix senza però tradire la propria natura, quegli elementi stilistici e tematici che fanno di lui un autore originale e riconoscibile. Un certo grado di standardizzazione produttiva è presente, ma il regista aggira gli stereotipi con gusto ludico fino a trascenderli.

Se è vero che Asura risponde all'esigenza di internazionalità - il Giappone proposto è tradizionale, quasi una cartolina dell'immaginario del pubblico, nutrito di esotismi, mistica della preparazione del cibo, personaggi di elegante reticenza e scorci urbani caratteristici – allo stesso tempo Koreeda vi insinua inquietudine, instabilità e follia.

Il regista ricrea un Giappone "ideale", fatto di piccoli negozi, venditori ambulanti, nostalgie e vecchi rituali; l'espediente utilizzato è la collocazione della vicenda negli anni '70, in modo da poter indugiare in un mentalità trascorsa (la sottomissione femminile, la centralità dell'istituzione matrimoniale); ma è proprio attraverso le maglie di questo anacronismo affettuoso che si spalanca la crepa, l'istinto e il desiderio. Asura, ammantato di ricordi, cova una tensione profondamente contemporanea; e di rado, nella televisione attuale, si sono viste figure femminili tanto complesse e misteriose, animate da un'irriducibilità che manda in frantumi ruoli e aspettative sociali.

Le quattro sorelle, così differenti e vive, creano una fervida unità familiare non-conforme e legata da un'indissolubile scia d'amore. Ciascuna di loro cova una rivoluzione interiore, una trasformazione che è la stessa degli intensi personaggi femminili del cinema giapponese classico, in bilico tra passato e futuro; ma il Giappone di oggi, in fondo, è così differente?

Esattamente come Yuki Tanada in Tokyo Girl, 2017 (altra straordinaria serie contemporanea), Koreeda sembra suggerirci che la vita delle donne è ancora inchiodata a determinati obblighi sociali: lo status, il mantenimento delle apparenze, ma soprattutto la ricerca di un marito che garantisca la costituzione di una cellula sociale/economica e le sottragga a una disdicevole solitudine. “Meglio un marito traditore di un marito morto”, dice Tsunako a Makiko; e alle stesse conclusioni giungeva Tanada, mettendo a nudo ipocrisie, compromessi e umiliazioni della vita matrimoniale in Giappone.

Parlare del presente attraverso il filtro del passato è qualcosa che Asura compie magnificamente, trasformando ogni sequenza in una dichiarazione d’amore al cinema trascorso, al grande classicismo di Ozu e Naruse, testimoni del mistero femminile. Le quattro sorelle sono “divinità che all’esterno incarnano tutto ciò che è virtuoso; ma sono anche sprezzanti”, come spiega Satomi, marito di Makiko, all’ingenuo Katsumata. In un altro episodio la donna viene associata alla “volpe” (kitsune), secondo la mitologia giapponese.

Del resto tutta la serie è percorsa da riferimenti a leggende e letteratura giapponese, da Momotarō ai racconti di Natsume Soseki, che il regista utilizza in passaggi e transizioni, inserendoli nei dialoghi o affidandoli agli epiloghi della voce narrante fuori campo: la tradizione come saggezza, come limpidezza in un presente che sconcerta.

Si prova un enorme piacere, guardando Asura, nello scorgere il costante richiamo allo stile classico: Ozu “presiede” idealmente lo studio degli interni della serie, talora sovraffollati di oggetti, poster e decorazioni (come gli appartamenti “popolari” dei film muti degli anni ’30), altrove elegantemente ordinati da pattern e geometrie (nel caso delle classi più abbienti). C’è un’attenzione maniacale nei confronti di motivi, decori, quadrettature che si ripetono e si rincorrono visivamente.

Ci sono anche apparecchi televisivi, alcuni appena usciti dal proprio imballo (come accadeva in Ohayō, 1959 dove in primo piano spesso appariva la “scatola” ad intralciare il passaggio).

Negli anni ’70 le figure femminili sono vogliose di indipendenza, ma la collettività è sempre pronta a spiare e spettegolare: Takiko non ha un uomo, sicuramente perché “si trascura”; Makiko, sebbene sia una moglie perfetta, è costretta ad accettare il tradimento del marito (ennesimo uomo debole, come tanti ne abbiamo visti nel cinema giapponese); Tsunako, rimasta vedova, si umilia come amante (e sembra di essere tornati all’analisi finissima di Naruse nel suo As a Wife, as a Woman); Sakiko, ribelle e pulsionale come la “ragazza del cielo blu” Ayako Wakao, vive alla giornata con un pugile.
Su tutte pesa l’ombra della figura paterna, un uomo che, simile al Nakamura Ganjirō II di Erbe Fluttuanti (1959) o L’autunno della famiglia Kohayagawa (1961), gestisce in maniera irresponsabile una relazione extraconiugale, creando sofferenze tanto alla moglie quanto alla giovane amante.
Eppure, sebbene imprigionate in una quotidianità opprimente, le sorelle esprimono tutta la gioia vitale della propria “divinità”: meravigliosa la sequenza che le vede ridere e giocare insieme come le protagoniste de Il sapore del riso al tè verde (1951), dalla sensualità infantile e ribelle, sullo sfondo di rigide geometrie compositive. È impossibile carpire il segreto che le anima, l’interiorità fremente e in continua trasformazione tra luce e ombra, alla quale il mondo deve il proprio movimento.

 

 


2025: l’anno del Serpente

Courtesy InfoLounge

Secondo il calendario tradizionale cinese, il 2025 è l’anno del Serpente.

Alla suddivisione degli anni secondo i 12 segni zodiacali se ne sovrappone una seconda, detta dei “Tronchi celesti”, che vede ognuno dei cinque elementi cinesi (acqua, legno, fuoco, metallo e terra) manifestarsi in forma yin e in forma yang, creando quindi un totale di dieci Tronchi celesti. Questi, unendosi a gli animali dello zodiaco, creano un ciclo di sessant’anni. Ad esempio, il 2025 sarà non solo l’anno del Serpente, ma sarà più precisamente l’anno del Serpente di Legno yin, che si ripresenterà tra sessant’anni, nel 2085.

Nella nostra cultura, e generalmente anche oggi in quella giapponese, il serpente è un animale dalla forte simbologia negativa, ma non è sempre così. Dall’antichità, in Giappone è considerato un animale sacro e venerato come divinità dell’abbondanza e della ricchezza, oltre a essere considerato un simbolo di guarigione e rinascita, grazie alla sua grande forza vitale e alla sua capacità di curare le proprie ferite quando cambia la pelle. Inoltre, è considerato un animale porta fortuna: in particolare, fare un sogno immedesimandosi con questo animale è considerato un buon presagio.

Il Serpente è il sesto animale dello zodiaco e, secondo l’oroscopo tradizionale, le persone nate nell’anno del Serpente si contraddistinguono per la saggezza, il fascino e la predilezione per ciò che è raffinato. Più precisamente, le persone nate nell’anno del Serpente di Legno yin sono considerate determinate, perseveranti, a volte persino testarde, oltre a essere molto sagge e perspicaci. Inoltre, sono giudicate molto comunicative e amanti della conversazione, a patto che questa sia interessante e stimolante. Si dice anche che siano persone attente a mantenere un rapporto armonioso con ciò che le circonda, pur valorizzando le proprie opinioni personali. Un altro tratto caratterizzante è poi la franchezza, che però può essere un’arma a doppio taglio e portare a fraintendimenti. Nello specifico, si dice che gli uomini di questo segno siano premurosi, abbiano un buon senso estetico e siano razionali; e che le donne, invece, siano energiche, affascinanti e gentili.

Come sarà l’anno del Serpente di Legno yin? La natura beneaugurante del serpente si riflette anche nelle aspettative per l’anno, che si prospetta ricco di successo e di crescita. L’energia del Serpente sarà però mitigata dall’influenza del Legno yin, che porta naturalmente a non completare la realizzazione delle cose. Per raggiungere i nostri obiettivi sarà quindi importante perseverare nei nostri sforzi così da iniziare a raccoglierne i frutti.

 

Francesca Mora


Kokichi Mikimoto: il pioniere delle perle coltivate e la sua straordinaria storia

Kokichi Mikimoto: il pioniere delle perle coltivate e la sua straordinaria storia
Kokichi Mikimoto è il nome che ha cambiato per sempre il mondo delle perle. Da giovane sognatore a imprenditore di successo, ha creato il primo allevamento di perle coltivate, superando sfide e innovando un’intera industria. Il suo incontro con Thomas Edison, che rimase stupito dalle sue creazioni, è solo uno dei tanti momenti che hanno segnato la sua vita. Vuoi scoprire come Mikimoto ha lasciato un'impronta duratura nel settore delle perle? Segui il nostro racconto!

Chi era Kokichi Mikimoto?

Kokichi Mikimoto è nato nel 1858 a Toba, Giappone. Cresciuto in una famiglia che gestiva un'osteria di udon, ha imparato fin da giovane il valore del lavoro duro. La sua vera passione, però, erano le perle che i subacquei portavano a riva. Sin da bambino, osservava con meraviglia questi tesori marini, e il suo sogno di creare perle coltivate è iniziato proprio lì.
A soli 13 anni, ha dovuto abbandonare la scuola per sostenere la famiglia, ma la sua determinazione non si è affievolita. Nel 1888, con il supporto della moglie Ume, ha avviato il suo primo allevamento di ostriche. La strada non è stata facile: tra esperimenti falliti e quasi bancarotta, Mikimoto ha continuato a perseverare. Finalmente, nel 1893, è riuscito a creare le prime perle coltivate, cambiando per sempre il mercato delle perle.
Mikimoto non era solo un imprenditore; era un innovatore che ha avuto il coraggio di sognare in grande e ha lavorato duramente per realizzare le sue idee. La sua storia è un esempio di perseveranza e creatività che continua a ispirare, anche oggi!

La rivoluzione delle perle coltivate

La storia di Kokichi Mikimoto è una vera e propria rivoluzione nel mondo delle perle. Negli anni '80 dell'Ottocento, il mercato delle perle naturali era in crisi: la domanda superava di gran lunga l'offerta, e il prezzo delle perle era alle stelle. Mikimoto, con la sua mente innovativa, si rese conto che doveva trovare un modo per produrre perle in modo sostenibile e accessibile.
Nel 1888, ha avviato il suo primo allevamento di ostriche nella baia di Ago, ma non è stato tutto rose e fiori: i primi tentativi furono pieni di fallimenti. La vera svolta avvenne quando Kokichi Mikimoto, nonostante non avesse una formazione accademica, decise di collaborare con ricercatori universitari. Insieme, hanno scoperto che inserendo particelle di vetro all'interno dei gusci delle ostriche, si poteva stimolare il processo di formazione delle perle. Questo metodo innovativo ha cambiato radicalmente il modo di coltivare perle.
Nel 1893, dopo anni di sperimentazione e dedizione, Mikimoto riuscì finalmente a creare le prime perle coltivate emipere, un traguardo che sembrava impossibile. La sua insistenza sulla qualità e l'attenzione ai dettagli hanno fatto sì che le sue perle fossero considerate alla stregua delle migliori perle naturali.
Per promuovere le sue creazioni, ha aperto una boutique a Ginza, creando un ambiente dove i clienti potevano imparare a conoscere e apprezzare le sue perle. Ha partecipato a esposizioni internazionali, come quella in Norvegia nel 1897, mostrando al mondo il potenziale delle sue perle coltivate.
Nonostante le difficoltà iniziali e lo scetticismo del pubblico, le perle di Mikimoto hanno iniziato a guadagnare popolarità. La rivoluzione delle perle coltivate ha aperto la strada a un'industria che oggi è un simbolo di lusso e raffinatezza, segnando un cambiamento radicale non solo per Mikimoto, ma per l'intero settore!

 

Incontro con Edison e la perla leggendaria

Uno degli incontri più memorabili della vita di Kokichi Mikimoto avvenne nel 1927, quando ebbe l'opportunità di incontrare il famoso inventore Thomas Edison. Questo incontro non è stato solo un momento di celebrazione, ma anche un riconoscimento del genio innovativo di Mikimoto. Edison, noto per le sue invenzioni straordinarie, rimase sbalordito dalle perle coltivate di Mikimoto, definendole "biologicamente impossibili". Questo entusiasmo da parte di un'icona della scienza confermò il valore del lavoro di Mikimoto e il suo impatto sull'industria.
Durante questo incontro, Mikimoto presentò a Edison una perla unica, conosciuta oggi come la "perla leggendaria". Questa perla, grazie alla sua bellezza e alla sua perfezione, catturò l'attenzione di Edison, che la conservò come un simbolo del potenziale della creatività umana. La perla è ancora custodita con grande cura, rappresentando non solo il successo di Mikimoto, ma anche la fusione tra arte e scienza.
L'incontro tra Mikimoto ed Edison non è stato solo un episodio da raccontare, ma un momento che ha segnato la storia delle perle coltivate, sottolineando l'importanza della passione, dell'innovazione e della determinazione. Grazie a questa interazione, Mikimoto ha ottenuto un riconoscimento globale, consolidando il suo status non solo come imprenditore, ma anche come visionario nel mondo delle perle.

Un imprenditore di successo e diffusione nel mondo

Kokichi Mikimoto non è solo il fondatore di un'industria, ma è diventato un vero e proprio simbolo di successo. Dopo aver perfezionato la sua tecnica per la coltivazione delle perle, il suo nome è iniziato a risuonare non solo in Giappone, ma in tutto il mondo. La qualità delle sue perle e l'innovazione che portava con sé hanno attirato l'attenzione internazionale, rendendolo un pioniere nel settore.
Nel 1899, Mikimoto aprì il suo primo negozio a Ginza, un quartiere elegante di Tokyo, dove le sue perle divennero un simbolo di lusso e raffinatezza. La sua capacità di combinare tradizione e innovazione lo ha reso un leader riconosciuto nel mercato delle perle. Ma Mikimoto non si fermò qui: sognava di portare le sue creazioni oltre i confini giapponesi.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, ha iniziato a espandere il suo business aprendo negozi a Londra nel 1913, seguiti da aperture in altre città iconiche come New York, Parigi e San Francisco. La sua visione globale ha portato le perle coltivate a un pubblico sempre più vasto, cambiando per sempre la percezione delle perle nel mercato internazionale.
Mikimoto ha affrontato numerose sfide lungo il cammino, ma la sua perseveranza e il suo spirito imprenditoriale hanno permesso di superare le difficoltà. La sua strategia di marketing, che includeva eventi di gala e mostre, ha elevato ulteriormente il prestigio delle sue perle. Anche dopo la sua morte nel 1954, l'eredita di Mikimoto vive attraverso il marchio e l'industria che ha creato, continuando a ispirare generazioni di imprenditori e appassionati di perle in tutto il mondo.

L'eredità di Mikimoto

Oggi, il marchio Mikimoto è sinonimo di lusso e qualità, rappresentando un punto di riferimento nel mondo delle perle coltivate. Queste perle non sono solo gioielli, ma simboli di eleganza e raffinatezza, apprezzati in tutto il mondo. Un esempio lampante di questa eredità è il "Mikimoto Crown", indossato dalle vincitrici di concorsi prestigiosi come Miss Universe. Questo oggetto non solo celebra la bellezza, ma onora anche il lavoro pionieristico di Mikimoto.

Kokichi Mikimoto non è stato solo un innovatore nel suo campo; la sua vita è una testimonianza di come la perseveranza e l'ingegno possano trasformare un'intera industria. La sua storia continua a ispirare generazioni di imprenditori e artisti, incoraggiandoli a esplorare nuove idee e a non arrendersi di fronte alle sfide.

La visione di Mikimoto ha lasciato un'impronta indelebile non solo nel mondo della gioielleria, ma anche in quello dell'arte e della cultura. Le sue perle sono un simbolo di sogni realizzati, dimostrando che con dedizione e innovazione, è possibile cambiare il corso della storia. L'eredità di Mikimoto vive attraverso ogni perla coltivata, continuando a brillare nel cuore di chi apprezza la bellezza autentica.

 

Alessandro Molina

 

La redazione ringrazia Alessandro Molina per aver scritto questo articolo e vi invita a visitare il suo sito web per conoscerlo meglio e scoprire di più sui suoi progetti futuri. Siamo certi che troverete tante altre risorse interessanti e coinvolgenti!