3 cose che non sapevi sul San Marino Jinja - Shinto in Italia
3 cose che non sapevi sul San Marino Jinja – Shinto in Italia Una delle cose più attraenti del Giappone e dei suoi abitanti è la perenne e voluta capacità di I giapponesi hanno un rapporto abbastanza complesso con la definizione di cosa sia religione e Ma uno degli aspetti più toccanti ed emozionanti di chiunque vada in Giappone è l’esperienza al E se ti dicessi che per ripetere questa esperienza non c’è bisogno di andare in Giappone, ma puoi Per farlo non servirà una porta che collega a un altro mondo come negli anime, ma ti basterà Che cos’è il San Marino Jinja Il San Marino Jinja (サンマリノ神社) è un santuario shintoista chiamato così proprio perché Photo credits: http://sanmarinojinja.com Il santuario è nato per volere dell’associazione Japan San Marino Friendship Society, il cui Nella religione shintoista, il santuario ha una importanza fondamentale: è il luogo che custodisce È quindi il luogo in cui ci si reca per mostrare riverenza ad uno spirito, consci di ciò che Il San Marino Jinja è dedicato ad Amaterasu (天照), la meravigliosa dea che splende nel cielo. Il Il San Marino Jinja è l’unico santuario shintoista in Europa A testimoniare che si tratti di un vero edificio shinto ci sono i torii, simboli del Giappone e della In ogni caso il santuario sammarinese è una vera rarità europea. Dal 2019 infatti, il santuario è Ad ergere queste strutture nel mondo sono stati giapponesi emigrati o espiantati in vari punti del Il San Marino Jinja è stato eretto in onore del terremoto del 2011 Se abbiamo parlato di cose interessanti e curiose, non possiamo esentarci dall’aspetto Il “Gran Terremoto del Tohoku” è stato l’evento sismico più nefasto della storia di un paese già Il santuario è quindi stato fondato per ricordare le 29.000 vite umane vittime di questi tragici Il San Marino Jinja deriva dal Gran Santuario di Ise Nonostante il passaggio che precede l’arrivo al tempio, con i toro e il torii abbiano una portata Ma per i giapponesi, qualità batte quantità 10-0 a ogni partita. Il cipresso utilizzato per il San Marino Jinja deriva dall’Ise Jingu (伊勢神宮), che prende il Come visitare il San Marino Jinja Non ci sono limiti di nessun genere per visitare il San Marino Jinja. Il monumento è visitabile 24/7 Anche il sito del santuario esorta alla libertà religiosa, affermando che lo shinto non entra mai in È possibile ritrovare il jinja anche su Google Maps cercando il tempio per nome o inserendo Quanto costa visitare il San Marino Jinja La visita al jinja, nonostante sia sito in un agriturismo, è assolutamente gratuita. Testo di Marco Di Martino, dimartino.marco22@gmail.com
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rimanere eterei e difficilmente codificabili. L’aspetto religioso è uno di questi.
cosa no. Tanto è vero che credenza popolare vuole che, come dice un detto, i giapponesi
nascano shintoisti per derivazione familiare, si sposino cristiani per via della bellezza del rito, e
muoiano buddhisti per reincarnarsi.
santuario, specie in occasione di eventi specifici dove migliaia di persone confluiscono per una
piccola offerta e una preghiera.
assaporarne il gusto rimanendo in nel nostro stivale?
seguirci al San Marino Jinja
situato a San Marino. Nello specifico, lo si può trovare nella frazione di Lesignano, tra le colline del
titano, una zona ricchissima di verde presso l’agriturismo Podere Lesignano di Serravalle.
presidente è il professor Hideaki Ase e ha visto la sua inaugurazione nel 2014, dove 150 persone
hanno partecipato alla kermesse, tra cui Yoko Kishi, madre dello scomparso e allora primo
ministro del Giappone, Abe Shinzō.
l’anima di un kami, un’anima eterea nonché divinità della religione nipponica.
rappresenta quel determinato kami. Non esiste un rapporto 1:1 spirito-monumento. Infatti, oggi, in
Giappone, si contano circa 88.000 santuari shintoisti.
sole. Una figura così importante per il popolo nipponico e rappresentata un po’ ovunque, dal
nome della nazione “Nihon” alla bandiera nazionale. Si crede che la famiglia imperiale giapponese
derivi dalla dea Amaterasu, il che ci fa capire l’importanza di questo luogo.
cultura shintoista, che crede fermamente che queste porte siano un varco sovrannaturale, che
separa il mondo terreno da quello in cui abitano gli spiriti.
stato riconosciuto come dalla Jinja Honcho, l’associazione dei santuari shintoisti. Con questo
passaggio, si può dire che il San Marino Jinja sia ufficialmente l’unico santuario in cui celebrare un
kami in Europa. Ma non è un unicum nel mondo.
mondo. Sono una rarità, ma ce ne sono. Possiamo trovare altri santuari fuori dai confini nipponici
in Taiwan, nelle isole delle Marianne Settentrionali e a Palau. Infine, ci sono degli shinto shrine
anche alle Hawaii, meta prediletta dalla popolazione nipponica, e del Nambei Jingu di San Paolo
in Brasile, sede della più grande comunità nipponica al di fuori del paese del sol levante.
tristemente storico per cui è stato eretto questo luogo. Infatti, il San Marino Jinja è stato eretto
in memoria delle vittime di quanto accaduto a seguito degli eventi dell’11 Marzo 2011.
morfologicamente prone ai fenomeni sismici. Si tratta infatti del terremoto più forte mai registrato
in Giappone e del sesto terremoto più potente al mondo, con una magnitudine di 9.1 registrata
dai sismografi. Questo fu causa scatenante per un maremoto, uno tsunami. Le negligenza umana
portò alla reazione di alcuni reattori nucleari della centrale TEPCO di Fukushima, la Daichi Plant.
eventi, nonché le centinaia di migliaia di animali coinvolte nella catastrofe.
abbastanza importante, il tempio in sè non è grandissimo. Anzi, si tratta di uno spazio aperto con
un piccolo monumento.
nome dall’omonima città, Ise, situata nella prefettura di Mie, in un passaggio importantissimo per
il Tokaido. Per capire l’importanza di questo legno e della sua provenienza, si pensi che l’Ise
Jingu è la casa dello Yata no Kagami (八咫鏡), una delle tre regalie del Giappone, assieme alla
spada Kusanagi e al gioiello Yakasani. Lo specchio Yata è il simbolo della saggazza.
e aperto a tutti, senza nessuna discriminazione religiosa o culturale di sorta. Ci si può avvicinare al
temizuya, l’altare, battere le mani due volte e inchinarsi.
contrasto con le altre religioni, in quanto religione non convenzionale e per questo aperto a tutte le
manifestazioni religiose.
l’indirizzo Via dei Dativi 75 a Serravalle, Repubblica di San Marino.Segui Giappone in Italia
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"A Tōkyō con Murakami. La città che gira le viti del mondo" di Sallusti Giorgia
A Tōkyō con Murakami. La città che gira le viti del mondo “A Tōkyō con Murakami. La città che gira le viti del mondo” è il nuovo titolo di Passaggi di dogana, la collana di Giulio Perrone Editore che indaga i luoghi a partire dagli autori che li hanno vissuti e raccontati. L’opera scritta da Giorgia Sallusti è in uscita il 26 Gennaio per mostrarvi una Tōkyō mai vista prima. Così come dice il titolo, il viaggio in cui ci trasporta la scrittrice prevede di farci scoprire i vari luoghi toccati dall’esperienza del nostro amato Murakami e riportarti direttamente dalla sua penna. Se vi piace viaggiare, se vi manca Tokyo o volete conoscerla, o se Murakami Haruki è già nelle vostre librerie, il 26 Gennaio correte alla scoperta di “A Tōkyō con Murakami. La città che gira le viti del mondo” di Giorgia Sallusti. Photo credits: Giulio Perrone Editore Volete saperne di più sull’autrice? Giorgia Sallusti, (Roma, 1981) è libraia, yamatologa, traduttrice. Laureata in lingue e civiltà orientali alla Sapienza, ha aperto Bookish, libreria indipendente specializzata in letterature del Nord Africa, del Medio e dell’Estremo Oriente. È autrice e voce del podcast “Yamato. Un viaggio nel Giappone che non vi hanno mai raccontato” (Emons Record). Ha tradotto “Io, lui e Muhammad Ali” di Randa Jarrar per Racconti edizioni, e “Ace. Cosa ci rivela l’asessualità sul desiderio, la società e il significato del sesso” di Angela Chen per Mondadori. Scrive di libri per «Il manifesto» e «Altri animali», rivista di cui è anche editor, occupandosi di Giappone, Oriente e femminismi. Testo di Danila Alfano, danilaalfano0@gmail.com
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La scrittrice ci accompagna non solo tra vari quartieri, tra le situazioni più comuni che si possono vivere nella più grande metropoli del mondo ma soprattutto tra le narrazioni di Murakami Haruki: sono i posti vissuti dai suoi personaggi e i loro pensieri e punti di vista a dare un contorno e una luce diversa alla Tokyo che conosciamo o crediamo di conoscere.
Ma leggendo questo libro, troviamo una piacevolissima sorpresa! Il viaggio che compiremo non è solo uno: Giorgia Sallusti, accennandoci le sue esperienze passate e raccontandoci aneddoti e retroscena storici legati alla costruzione della Tōkyō che ci si presenta sotto gli occhi, ci porta in una Tokyo diversa da come ve la ricordavate.
Con una fluidità di scrittura che la scrittrice fa sembrare naturale, questo libro trasporta il lettore non in una città, ma in molteplici mondi, quasi come se, con l’ausilio di svariate porte, si possa entrare e uscire da Tōkyō per ritrovarla sempre nuova e diversa.
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HAYAO MIYAZAKI
Un giovane ragazzino si trasferisce e, affiancato da un airone parlante, scopre che la sua nuova dimora nasconde l’ingresso di un mondo fantastico. Questa è la brevissima sinossi del più recente lungometraggio targato Hayao Miyazaki, il grande maestro dell’animazione giapponese conosciuto per essere regista, sceneggiatore, produttore, animatore, mangaka e fondatore del famoso studio di produzione cinematografica Ghibli. Il film in questione si intitola Il ragazzo e l’airone (君たちはどう生きるか, Kimi-tachi wa dō ikiru ka. 2023) ed è forse l’ultimo della serie lunghissima di capolavori usciti dalla mente e dalle mani di questo artista giapponese. Photo credits: http://ciakmagazine.it BIOGRAFIA DI UN MAESTRO Photo credits: http://unive.it Myazaki nasce nel 1941 nei pressi di Tōkyō, durante il secondo conflitto mondiale, da famiglia benestante; il padre produceva componenti di aerei militari nella fabbrica di sua proprietà, arricchendosi grazie alla guerra e suscitando per questo l’antipatia del figlio, mentre la madre soffriva di tubercolosi spinale, una malattia che la costrinse a letto per molti anni. L’infanzia di Hayao fu costellata da numerose letture di fumetti giapponesi, i cosiddetti manga, un interesse che ben presto si trasformò in una passione così forte da spingere lo stesso Miyazaki a disegnare le sue idee e storie su carta, nello stesso periodo in cui Osamu Tezuka, il Dio dei Manga, operava al suo massimo splendore. Nel 1985 Miyazaki fondò il suo personale studio d’animazione, lo studio Ghibli, dove sono nati i più celebri lungometraggi del maestro, i più maturi e utili per capire appieno i suoi temi cari: il volo, l’ambientalismo, i bambini come portatori di speranza nel futuro, la guerra contrapposta all’amore e alla pace, armi contro una società sempre meno umana… Temi specifici dell’autore che meritano di essere approfonditi attraverso l’analisi di alcuni di questi film. TEMI CARI ALL’AUTORE Il mio vicino Totoro (となりのトトロ, Tonari no Totoro. 1988) Photo credits: http://studioghibli.it La maggior parte dei protagonisti di Miyazaki sono bambini, ma in questo lungometraggio più che in altri il tema centrale è proprio il mondo infantile come rifugio dalla tristezza della vita: due sorelline si trasferiscono con il papà in campagna, per stare più vicine alla mamma che è ricoverata in un ospedale della zona. Qui incontreranno creature fantastiche di ogni tipo, tra cui Totoro, il paffuto custode del bosco metà orso e metà procione. Porco Rosso (紅の豚, Kurenai no buta. 1992) Photo credits: http://mymovies.it In questa pellicola Miyazaki affronta i temi del volo, della guerra (soprattutto aerea) e dell’amore senza limiti: il protagonista è il pilota d’aereo Marco, cacciatore di taglie che insegue sul suo biplano rosso i “pirati del cielo”, aviatori rimasti disoccupati dopo la fine della guerra che hanno iniziato a rubare per vivere. Marco però è rimasto vittima di un incantesimo durante una battaglia di cui è l’unico sopravvissuto, ed ora ha la faccia di un maiale (secondo la visione culturale giapponese, essere l’unico sopravvissuto in battaglia è un disonore). Questo difetto però non impedirà a Fio di innamorarsi di lui, a dimostrazione che l’amore non conosce confini. È un film pregno di riferimenti storici e anche politici, come suggerisce l’aggettivo rosso nel titolo. Principessa Mononoke (もののけ姫, Mononoke-hime. 1997) Photo credits: http://mymovies.it Durante il periodo Muromachi (1336-1573), il clan dei Tatari sfrutta le risorse naturali senza sosta e ritegno, quindi per sopravvivere alla barbarie umana, il Dio della Foresta trasforma gli animali in grandi e forti bestie. Un giorno il guerriero ed eroe Ashitaka uccide per sbaglio una di queste, attirando su di sé una potente maledizione che lo costringe a chiedere aiuto al clan dei Tatara; mentre si reca da loro incontra la Principessa Mononoke, una ragazza metà donna e metà lupo che ha il potere di comunicare con la Natura e odia gli esseri umani per il modo in cui trattano la natura. Il messaggio sotteso è lampante: Miyazaki auspica la convivenza pacifica tra Natura e Uomo denunciando la crudeltà con cui gli esseri umani si appropriano di ciò che non appartiene loro ergendosi a padroni del mondo. Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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Da mangaka ad animatore il passo fu breve, considerato il forte legame simbiotico che ancora oggi lega il linguaggio del manga e quello dell’anime: con il lungometraggio pionieristico La leggenda del serpente bianco (白蛇伝, Hakujaden. 1958) Hayao Myazaki debutta come animatore, per poi acquisire sempre più esperienza negli anni a venire presso la casa di produzione Toei Doga e collaborando a prodotti animati del calibro di Le Avventure di Lupen III (ルパン三世, Rupan Sansei 1972) e Heidi (アルプスの少女ハイジ, Arupusu no shōjo Haiji. 1974). 
Il parallelismo con la situazione familiare del piccolo Hayao è chiaro e nel corso della pellicola si comprende come la figura di Totoro e il mondo incantato da cui proviene siano la rappresentazione della fantasia sconfinata delle bambine, che così sfuggono al dolore provato per le condizioni di salute della mamma.

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LE ORIGINI DELL’ANIMAZIONE GIAPPONESE
AGLI ALBORI 1958: La casa di produzione Toei Doga, oggi operante nel settore come Toei Animation (madre di Dragon Ball, Slam Dunk, Sailor Moon e One Piece, tra gli altri) produce il primo lungometraggio animato e a colori del Giappone, che verrà proiettato solo al cinema: Hakuja den, ovvero La leggenda del serpente bianco, storia del travagliato amore tra uno studente e una principessa che in realtà è un demone, il Serpente Bianco per l’appunto. Lo stile è disneyano, con animazioni fluide, colori delicati e inserzioni musicali, ancora lontano dalle caratteristiche grafiche tipiche degli anime, ad esempio gli occhi grandi e le espressioni caricaturali; ciò nonostante Hakuja den apre le porte all’era dell’animazione giapponese anche sul piccolo schermo, poiché vince come miglior film per ragazzi alla Mostra del Cinema di Venezia e ottiene il primo premio al concorso Mainichi, raggiungendo così una buona popolarità. È interessante sapere che il lungometraggio precursore di tutti gli anime tratti di una leggenda cinese e sia stato creato dalla Toei proprio per tendere un ponte tra Cina e Giappone dopo i brutti trascorsi storici e politici tra i due Paesi. Photo credits: festival-cannes.com OSAMU TEZUKA, IL DIO DEI MANGA 1963: Il manga, cioè il fumetto giapponese, diventa la base principale da cui attingere materiale da animare. Figura chiave di questo importante passaggio è Osamu Tezuka, autore del celeberrimo Tetsuwan Atom (Astro Boy in occidente): mangaka di spicco che diede una spinta innovativa al fumetto giapponese e poi si affacciò al mondo dell’animazione fondando la casa di produzione Mushi Production; viene ricordato come “Dio dei manga” ed egli stesso definì le sue passioni per il fumetto e per l’animazione rispettivamente coma “una moglie e un’amante”. La sua opera, Atom dal Braccio di Ferro (traduzione di Tetsuwan Atom), narra delle avventure belle e brutte Di un piccolo automa dalla storia simile a Pinocchio, di nome Atom. Prima personaggio su carta, acquisisce fama anche all’estero quando diventa il protagonista di una trasposizione animata, serializzata in TV. Ecco che nasce il concetto di anime a puntate con continuità narrativa, episodio dopo episodio. Inoltre Tetsuwan Atom presentava le caratteristiche grafiche e stilistiche proprie degli anime come li conosciamo noi oggi, dettandone i canoni per gli anni a seguire. PAROLA D’ORDINE: INNOVAZIONE È sempre lui, un passo avanti a tutti quando si tratta di innovazione: nel 1965, Osamu Tezuka con la sua Mushi Production, rilascia la prima serie TV animata a colori, tratta dall’omonimo manga di Osamu dal nome Jungle Taitei (Kimba il leone bianco). La scelta a colori, sicuramente più accattivante per lo spettatore ma più costosa in termini di produzione, costrinse le altre case d’animazione ad adattarsi velocemente al cambiamento per non essere tagliate fuori dal mercato e in alcuni casi, portò anche ai primi casi di spionaggio industriale. L’anno dopo, nel 1966, ci fu un’altra novità: il primo anime per ragazze, fetta di pubblico completamente trascurata fino ad allora. Stavolta arriva prima la casa Toei, con la trasposizione animata del manga Mahōtsukai Sally (Sally la maga), che come dice il nome fu il precursore del genere Mahō Shōjo, anime pensati per un pubblico femminile caratterizzati dalla presenza di maghette. Si pensi per esempio a Ojamajo Doremi (Magica Doremì) o a Card Capture Sakura. Infine, per citare un altro dei tanti sviluppi che hanno costellato il panorama dell’animazione giapponese nel suo decennio di nascita, si può parlare dell’ascesa dell’horror nel 1968 e di come il mondo dell’animazione abbia colto la palla al balzo per lavorare a nuovi progetti in linea con le nuove tendenze macabre. Un prodotto di questo fenomeno è l’anime GeGeGe no Kitarō (tradotto letteralmente come Kitaro dell’eh-eh-eh), la storia di uno yōkai dalle sembianze di un ragazzino, quindi una creatura spettrale del folklore giapponese, che con l’aiuto di suo padre fa da tramite tra il mondo degli umani e il mondo degli spettri, cercando di mantenere la pace. Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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TRA KAPPA, ROKUROKUBI E IKIRYŌ
Photo credits: hyakumonogatari.com Yōkai. È un termine generico che indica qualsiasi mostro, spettro o creatura magica protagonista di racconti e leggende tradizionali giapponesi. Solitamente si tratta di animali antropomorfi o di esseri mutaforma, oppure ancora di strani individui in grado di padroneggiare poteri soprannaturali e arrecare danni agli esseri umani. Nella maggior parte delle narrazioni, gli Yōkai sono entità malvagie e pericolose per gli uomini, che le temono e cercano di starne alla larga, pena incontri spiacevoli, maledizioni o addirittura morte. Esistono innumerevoli storie e leggende popolate dagli Yōkai, molto spesso raccontate ai bambini per spaventarli, intrattenerli o divertirli. Si parla ad esempio di Kappa, rane umanoidi che mangiano i più piccoli, di Rokurokubi, mutaforma che possono allungare a dismisura il proprio collo, e di Ikiryō, spiriti infestanti che perseguitano i vivi. Famose sono anche le Kitsune, entità ingannevoli che possono assumere forma di donna e di volpe, e la Yuki-Onna, una ragazza bellissima che strega gli uomini di passaggio sui monti innevati. Offritegli un cetriolo e vi lascerà andare. è il Kappa, uno Yōkai piccolo quanto un bimbo, ma verde e squamoso come una rana. Viene raffigurato con guscio da tartaruga e becco d’uccello, sempre vicino ad un corso d’acqua perché quello è il suo habitat naturale: nella tradizione si apposta a riva del fiume e aspetta che arrivi qualche bambino da mangiare. Per capire a fondo questa rappresentazione va saputo che in epoca passata, nei villaggi giapponese era uso abbandonare i bambini nati morti alla corrente dei fiumi e lasciarli al loro destino, magari nelle grinfie di un Kappa affamato. Questa creatura del folklore però è temuta soprattutto perché rapisce bambini e animali dai villaggi, per poi annegarli e divorarli. Allora cosa fare per rendere innocuo un Kappa? Basta regalargli un cetriolo, di cui va matto, o svuotare la depressione piena d’acqua che ha sulla testa, dalla quale trae energia vitale. Photo credits: tradurreilgiappone.com Gli umani sono costantemente animati da sofferenza, odio, rammarico, invidia, gelosia, e mossi da questi sentimenti negativi commettono peccati o gravi atrocità che nella narrazione tradizionale giapponese vengono puniti in un modo singolare. Attraverso una maledizione. È quello che succede ai Rokurokubi, normali uomini e donne di giorno, spiriti in grado di allungare il collo all’infinito di notte; la testa “si stacca” dal corpo per vagare tormentata, sfogare così i suoi malesseri interiori, terrorizzando chi se la ritrova davanti al chiaro di luna o attaccando piccole prede. I Rokurokubi non sono consci della maledizione con cui convivono, infatti si considerano esseri umani a tutti gli effetti. Peccato che a volte siano riconoscibili agli occhi degli altri grazie ad un minuscolo particolare: un livido rosso alla base del collo. Photo credits: yokai.com Anche il folklore popolare occidentale è popolato dai fantasmi. Basti pensare ai castelli infestati o alle case abbandonate, ambientazioni perfette per storie e film sugli spettri. Mentre i fantasmi occidentali sono le anime dei morti che non riescono a lasciare questo mondo perché hanno delle questioni in sospeso da risolvere, in Giappone gli Ikiryō sono le anime che escono dal corpo ancora vivo del proprietario per perseguitare le vittime della sua collera e del suo odio; veri e propri fantasmi viventi generati da un sentimento così cupo e radicato da non riuscire a rimanere chiuso in corpo. Photo credits: yokai.com Nel Giappone antico le donne, soprattutto quelle bellissime e misteriose, venivano associate alla malizia e all’inganno. Erano fonte di problemi per gli uomini che rimanevano ammaliati dalla loro bellezza sovraumana e perdevano la testa. Nel folklore nipponico infatti le figure ingannevoli sono rappresentate da donne incantevoli e incomprensibili, che appaiono all’improvviso sul cammino dei viaggiatori per prendersi gioco di loro. Tra le più famose abbiamo la Kitsune, in giapponese volpe, uno Yōkai mutaforma che si presenta come animale, ma può trasformarsi in donna e anche rendersi invisibile (la sua presenza è tradita solo dagli specchi d’acqua, dove si riflette indipendentemente dalla forma che assume). Photo credits: ramen-nation.com La Yuki-Onna, o Donna delle Nevi, è invece uno spettro pallido, vestito di bianco, con capelli neri e occhi penetranti che terrorizzano i viandanti durante le tempeste di neve nei boschi; ha il potere di confondere gli uomini fino a condurli alla morte. Photo credits: bakemono.lib.byu.edu Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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MOMIJIGARI: Autunno fa rima con foliage.
photo credits: inspiringvacations.com Autunno fa rima con foliage. Le foglie degli alberi si tingono di colori vivaci, regalando al mondo paesaggi incantevoli, intrisi di una magica atmosfera autunnale; i viali, i parchi e i marciapiedi si ricoprono di foglie cadute dai rami, dipingendo le strade di giallo, arancione, rosso e marrone; lo scalpiccio divertito dei più piccoli si mescola alla meraviglia e gli adulti ne approfittano per rilassarsi ammirando i colori dell’autunno. In Giappone il rapporto tra esseri umani e natura è profondamento simbiotico, legato alla filosofia Shintoista, ovvero al culto autoctono del Giappone. Per questo non stupisce che l’atto di osservare le foglie d’autunno e ricercare i paesaggi più suggestivi abbia un nome: Momijigari. Momijigari si scrive con i kanji di “foglie rosse” e “caccia”, quindi letteralmente è la caccia alle foglie rosse, un rituale che consiste nel visitare insieme ad amici e parenti i siti più caratteristici quando le foglie cambiano colore. Proprio come in primavera per l’Hanami (“guardare i fiori di ciliegio”), anche per il Momijigari esistono previsioni metereologiche ad hoc per sapere in tempo reale dove vedere il foliage migliore. La storia del Momijigari ha origini antiche ed aristocratiche. Risale infatti all’Epoca Heian (794-1185), il periodo di massimo splendore della corte imperiale giapponese, quando i nobili si dilettavano leggendo, componendo poesie o discorrendo di temi filosofici circondati ed ispirati dalla natura autunnale. Si tratta di un passatempo così radicato nella cultura nipponica da essere descritto addirittura in opere del calibro di Man’yōshū e di Genji Monogatari, rispettivamente, la prima raccolta di poesie giapponesi giunta a noi e il più famoso romanzo di epoca Heian. CONSIGLI PAESAGGISTICI E… CULINARI Kyōtō e Nikkō possiedono sentieri e scenari rinomati per godersi il Momijigari. A Kyōtō, la Camminata dei Filosofi parte dal tempio del Ginkakuji, il Padiglione d’Argento, per arrivare al Santuario Wakaoji. Tra ottobre e novembre passeggiare lungo questo sentiero significa perdersi tra le chiome di aceri rossi che, nei giardini, imitano i colori accesi degli edifici in legno della zona. Nikkō invece è meta autunnale per chi vuole scappare dalla frenesia della metropoli e rifugiarsi tra i templi incastonati nei boschi di aceri rossi della regione. A proposito di acero rosso, albero simbolo del Giappone… avete mai sentito parlare della tenpura di foglie d’acero? Una speciale frittura giapponese ottenuta friggendo le foglie con olio di sesamo zuccherato, dopo averle lasciate per un anno immerse in acqua e sale. Da provare assolutamente! photo credits: ilgiornaledelcibo.it Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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photo credits: jrailpass.comIL PASSATEMPO DEI LETTERATI

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ODAIBA, NEW YORK A TOKYO
photo credits: livejapan.com Uno scorcio da cartolina: il ponte di Brooklyn sullo sfondo, i grattacieli Newyorkesi dipinti dal rosso del tramonto, la Statua della Libertà che si erge fiera sull’acqua… E invece siamo a Odaiba, Tokyo! Il ponte si chiama Rainbow Bridge, i grattacieli sono quelli della capitale giapponese e la Statua della Libertà è una riproduzione in scala ridotta dell’originale. Nel 1988 la Francia, per celebrare l’intensificarsi dei commerci con il Giappone, donò temporaneamente ai giapponesi una replica della statua; La popolarità del regalo fu tale che quando venne rimosso, al suo posto se ne costruì una copia permanente. Odaiba è uno dei quartieri più conosciuti della capitale nipponica per divertimento, shopping e intrattenimento, costruito su un’isola artificiale della Baia di Tokyo e raggiungibile attraverso il suggestivo Ponte dell’Arcobaleno o a bordo di una rilassante crociera. Il quartiere nacque sotto lo shogunato Tokugawa come parte di un progetto più ampio mai concluso, ovvero la costruzione di 11 isole artificiali a protezione della baia, ma solo negli anni Novanta del Novecento iniziò a prendere la sua forma attuale. Dopo la pandemia molte attrazioni e centri commerciali presenti sull’isoletta hanno chiuso i battenti, ma Odaiba ha ancora molto da offrire a chi vuole passare una giornata di svago. E allora sarebbe magnifico se chiudendo gli occhi ci catapultassimo con la fantasia tra le strade di Odaiba, per trascorrere un pomeriggio all’insegna del divertimento. Il nostro viaggio virtuale inizia ora. photo credits: odaiba-decks.com Sta calando la sera: seduti sulla piccola spiaggia erbosa del Lungomare di Odaiba, ammiriamo lo skyline del quartiere di Minato e lo spettacolo mozzafiato del Rainbow Bridge illuminato, che si specchia nell’acqua del mare, mentre ascoltiamo le onde infrangersi sul bagnasciuga. Non c’è sensazione più rasserenante. Ci stiamo riposando dopo aver trascorso il pomeriggio a divertirci tra i negozi del Decks Tokyo Beach, il grande centro commerciale di fronte alla spiaggia, all’interno del quale si possono visitare LegoLand, Il Museo delle Cere di Madame Tussaud’s e il parco divertimenti Joypolis. photo credits: japancitytour.com Di certo non passa inosservato, con i suoi quasi 20 metri di altezza. Camminando fino al centro commerciale Diver City Tokyo, ci troviamo davanti all’imponente statua di Gundam, il famoso robot della fortunata serie d’animazione tratta dall’omonimo manga. Gli appassionati non possono perdersi le trasformazioni di questa statua semovente, accompagnate da effetti audio-visivi, che si susseguono a intervalli regolari durante tutto l’arco della giornata. photo credits: italiajapan.net Durante la nostra veloce visita ad Odaiba, ci siamo imbattuti anche in un edificio futuristico, particolare nella sua struttura, con una grande sfera di metallo al centro. Che cos’è? Non è altro che la sede della Fuji TV, un’importante emittente televisiva privata giapponese che ha mandato in onda numerose produzioni note anche in Occidente, come il pionieristico Astro Boy e l’anime One Piece. Andiamo ad esplorare l’interno e saliamo fino al venticinquesimo piano, così potremo godere di un bellissimo panorama dal punto d’osservazione situato in quella grande sfera di metallo che ci incuriosiva dall’esterno. Qui si conclude il nostro breve viaggio con la fantasia. Ora non resta che imprimersi nella mente questi luoghi lontani in attesa, chissà, di volare un giorno a Tokyo, e perdersi di persona tra le tante bellezze di Odaiba. Testo di Martina Condello, martinacondello.cm@gmail.com
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L’ISOLA ARTIFICIALE DI TOKYO
ODAIBA SEASIDE PARK

GUNDAM GIGANTE

FUJI TV BUILDING

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JIDŌHANBAIKI, i distributori automatici per ogni occasione
photo credits: arabnews.jp Le vending machine sono così popolari e famose in Giappone che persino il protagonista dell’anime “Jidōhanbaiki ni umarekawatta boku wa meikyo wo hokou” ‘Sono rinato come distributore automatico, e ora vago per labirinti’, è rinato come un distributore automatico in un nuovo mondo. Ma ora tornando al tema principale, come mai le jidōhanbaiki, vending machine in inglese e distributore automatico in italiano, sono così popolari in Giappone? Chiunque faccia una piccola ricerca prima di un viaggio in Giappone può scoprire che i distributori automatici sono tra le prime comodità che il paese offre, secondi solo ai konbini, convinient store. La loro fama è motivata da diversi fattori, uno di questi la loro presenza nel territorio. Di fatti i distributori sono presenti su tutto il suolo giapponese, dalle grandi città alle città rurali, una realtà possibile anche al basso tasso di criminalità registrato nello stato. La varietà dei loro prodotti, in pase all’azienda produttrice e al periodo dell’anno, che predilige bevande fresche durante le stagioni più calde e propone bibite calde nel periodo invernale, fa sì che i distributori riescano a soddisfare le esigenze di ogni persona. Ho introdotto il discorso portando l’esempio delle bibite, poiché queste sono le jidōhanbaiki più comuni che si possono trovare dal 1960, data dall’introduzione massiccia della moneta da 100 yen. Tuttavia, storicamente parlando la prima jidōhanbaiki fu prodotta nel 1888 da Tawaraya Koshichi e vendeva tabacco. Un’altra sua opera rivoluzionaria uscì nel 1904, un distributore automatico che vendeva francobolli e cartoline, con anche la funzione di buca per le lettere. Con il passare del tempo e grazie l’introduzione di nuovi metodi di pagamento, le tipologie di distributori e i prodotti che mettono a disposizione sono aumentati. Partirei dal presentare quei prodotti che sono comuni anche qui nei distributori italiani. Già precedentemente presentati abbiamo i distributori di bibite, che in Italia troviamo solo come prodotti freschi, poi abbiamo i distributori di sigarette o prodotti da tabacchi e i distributori di snacks. Tutti distributori comuni nell’utilizzo quotidiano. In Giappone però è possibile comprare anche bibite alcoliche tramite una semplice vending machine, come magari una bella birra fresca. Rimanendo sempre su alimenti che possano alleviare il caldo perché non prendere un bel cono gelato? Se invece preferite un pasto più sostanzioso ci sono sempre distributori che vendono nuddles che siano questi ramen, udon, mazesoba, tsukesoba e tanto altro, ce n’è per tutti i gusti! È possibile comprare anche cibi dal gusto più europeo come una bella pizza o paella oppure darsi a qualcosa di più esotico come il loco moco, un piatto hawaiano composto da riso, hamburger, uovo e salsa gravy. E cos’è un buon pasto senza un dolce, perché oltre al gelato sarà possibile prendere anche un qualcosa di un po’ più sfizioso. Ma il contenuto dei distributori automatici non si ferma solo a prodotti alimentari, in base al quartiere in qui ci si trova si possono trovare action figures, carte da gioco e libri o manga in quelle più comuni, ma andando a controllare i distributori più nascosti chissà cosa si potrebbe trovare, magari proprio la cravatta che avete dimenticato di indossare per il vostro importante colloquio. photo credits: web-japan.org Le jidōhanbaiki non vi stupiranno solo per il loro contenuto, ma anche per la loro innovazione tecnologica, dagli schermi touch fino al distributore automatico realizzato in collaborazione con un’azienda di cosmetica che utilizza l’IA, questo analizzando il volto dei clienti proporrà loro il prodotto più indicato per la loro fisionomia e carnagione. Articolo di Elena Ferrario, Stagista presso l’Associazione Giappone in Italia
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photo credits:plaza.rakuten.co.jp
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Lo Yukata l’abito tradizionale estivo giapponese
photo credits: guidable.co Lo yukata è una tipologia di vestiario più semplice rispetto a quella del kimono, composta solo da tre elementi: la veste, con il nome di yukata, la cintura, con il nome di obi, e i geta, i sandali di legno tradizionali. Rispetto al kimono possiamo vedere l’assenza del juban (sottoveste, biancheria del kimono) e delle tabi (calze). Questo è dovuto al fatto che in principio lo yukata era nato per essere indossato dai nobili durante bagni di vapore per proteggere la loro pelle e asciugane il sudore. La funzione si può comprendere osservando l’antica l’etimologia della parola. La parola yukata era composta dal termine yu “湯” (acqua calda) e katabira “帷子” (indumento semplice di seta), che uniti in yukatabira “湯帷子” sono traducibili in italiano con la parola ‘accappatoio’, con la specifica che fosse possibile indossarlo dopo o durante il bagno. Tuttavia, con il passare del tempo la scrittura del termine si è semplificata fino a divenire quella che conosciamo noi oggi, composta da una differente coppia di kanji, quali yu “浴” (bagnarsi) e kata “衣” (indumento), ma mantenendo lo stesso senso di fondo un indumento da bagno. Inizialmente nati quindi, come indumenti da bagno per nobili gli yukata divennero vestiario comune grazie alla loro produzione in cotone nel periodo Edo (1603-1867) e solo in anni più recenti, alla fine del periodo Showa (1926-1989), divennero gli abiti tradizionali da indossare nel periodo estivo, per far visita ai templi o santuari, per essere indossati durante i festival e la sera. Anticamente lo yukata era di differenti colori in base a quando doveva essere indossato. Solitamente in casa si indossavano yukata semplici e dai colori chiari, come il bianco, mentre per uscire si preferiva indossarne di color indaco anche per via dell’odore dalla colorazione, che creava un repellente naturale per insetti. Oltretutto gli yukata venivano usati al massimo delle loro potenzialità, dopo essersi rovinati erano indossati come pigiami, e quando anche questi non erano più in condizioni ottimali, venivano trasformati in fazzolettini ed in fine stracci per la casa. Oggigiorno indossare lo yukata è diventata anche una questione di stile. Le fantasie più popolari tra le ragazze sono floreali di colori sgargianti, mentre le donne adulte preferiscono indossarne con motivi più semplici, ma sempre dai colori vivaci. Gli yukata indossati dagli uomini tendono a colori scuri, quali il blu e nero, monotono e dalle lavorazioni classiche. Perché sì, nonostante quando si pensa allo yukata si immagina una ragazza vestita con un elegante abito dai colori brillanti, questo è anche un classico indumento maschile. È possibile non solo per i giapponesi, ma anche per i turisti vivere l’esperienza di indossare e farsi fotografare in uno yukata mentre si camminare per le strade delle città, grazie a tutti i negozi che ti permettono di prenderli in prestito o li vendono. Tuttavia, se doveste recarvi in Giappone durante il periodo autunnale o invernale, mesi un po’ freddi per fare quest’esperienza, non c’è da preoccuparsi, li potrete indossare negli ryoukan, pensioni in stile giapponese. Difatti queste pensioni mettono a disposizione dei loro clienti lo yukata, sia per muoversi all’interno dello stabile che per andare a fare quattro passi grazie all’ausilio di giacche pesanti quali hanten o chabaori. photo credits: yamanami-online.jp Articolo di Elena Ferrario, Stagista presso l’Associazione Giappone in Italia
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L’Obon, la festa giapponese delle lanterne e non solo
L’Obon è generalmente conosciuta come la festa delle lanterne. Quest’ultime venendo liberate sulle superfici d’acqua, creano degli scenari molto suggestivi. Tuttavia, di questa festività che viene celebrata in Giappone da più di 500 anni, c’è molto di più che delle lanterne galleggianti! L’Obon è il nome con cui viene chiamata una delle festività tradizionali nazionali giapponesi più importanti, la quale vuole festeggiare gli spiriti degli antenati. Viene svolta durante il periodo estivo, solitamente intorno al 15 di agosto. Non vi è una data precisa per tutto il territorio giapponese, anzi questa varia da prefettura in prefettura. Il nome Obon “お盆” ha le sue origini dai termini buddisti Urabone “盂蘭盆会” ed Urabon “盂蘭盆”, i quali possono essere tradotti in italiano con ‘festa delle lanterne’. Per quanto riguarda il termine bon “盆” in italiano è tradotto con la parola ‘vassoio’, parola che può rimandare all’idea di offrire qualcosa a qualcuno. A differenza del nostro Giorno dei Morti, il 2 novembre, nel quale si compiangono i nostri cari deceduti, andandoli a visitare al cimitero e portandogli mazzi di fiori, l’Obon vuole celebrare la visita degli antenati e di coloro che abbiamo amato. Prima dell’inizio delle celebrazioni dell’Obon le famiglie vanno in visita a casa dei loro familiari e da lì danno inizio ai preparativi per l’arrivo degli spiriti. Si parte dalla ohaka-mairi “お墓参り” (visita alla tomba) con la pulizia della tomba di famiglia. Dopodiché bisogna occuparsi delle offerte di dolci e frutta da porre di fronte all’altare di famiglia, che solitamente è presente in ogni casa giapponese. In aggiunta, in alcune prefetture del Giappone vi è anche la tradizione di disporre lo shoryo-uma “精霊馬” (spirito del cavallo), che consiste nel prendere un cetriolo e una melanzana e infilzarle con quattro stecchini. Il cetriolo diventa la rappresentazione del cavallo che aiuterà gli antenati ad arrivare velocemente verso casa, mentre la melanzana diventa la rappresentazione della mucca che riaccompagnerà con calma gli spiriti nel loro mondo. photo credits: grapeejapan.com Con il primo giorno dell’Obon si da il benvenuto agli spiriti degli antenati, accendendo dei piccoli fuochi che prendono il nome di mukaebi “迎え火” (fuochi di benvenuto). Inoltre, vengono accese anche delle lanterne, le chochin “提灯” per guidarli nel loro rientro verso casa. In queste giornate è comune per le famiglie visitare il tempio o richiedere a dei preti buddisti di eseguire un servizio memorativo davanti all’altare di famiglia. Oltre alle visite al tempio e le cerimonie commemorative, è usanza andare ai festival tenuti dalle città, dove è possibile vedere eseguita la bonodori “盆踊り” (danza dell’Obon), visitare delle bancarelle e mangiare street food. Il terzo giorno, alla conclusione dell’Obon, verranno di nuovo accesi dei fuochi che prendono il nome di okuribi “送り火” (fuochi di saluto), per illuminare la strada e rendere la partenza degli spiriti più sicura. L’Obon è una festività che è variata e mutata nelle sue tradizioni durante il tempo, ma il suo spirito è rimasto sempre lo stesso, celebrare e ricordare con affetto i nostri antenati e le persone che sono state a noi care. Articolo di Elena Ferrario, Stagista presso l’Associazione Giappone in Italia
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photo credits: zenpop.jpMa in cosa consiste effettivamente questa ricorrenza?

photo credits: otakusjournal.itSegui Giappone in Italia
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