Piano City Milano 2026: Tutti gli spettacoli di artisti Giapponesi in programma
Piano City Milano organizza una serie di esibizioni di pianoforte dei pianisti giapponesi Takahiro Yoshikawa, Aki Kuroda e Nakajima Sachiko. Di seguito tutte le esibizioni.
(i link ricondurranno al sito di Piano City Milano)
- Sachiko Nakajima "Japanese Folk Reimagined"
Politecnico di Milano, Giardino di Leonardo, Piazza Leonardo da Vinci, 32
16 Maggio 2026 11:00-12:00 - Aki Kuroda
GAM Piano Giardino, Ingresso da Via Palestro, 18 e da Via Marina
17 Maggio 2026, 10:30 - Takahiro Yoshikawa, in collaborazione con Musica nell'aria
Palazzo Invernizzi, Corso Venezia. 32
17 Maggio 2026, 15:00
Per maggiori informazioni consultate il programma sul sito di Piano City Milano: https://pianocitymilano.it/programma/
Fuori Salone 2026: Tutte le moste legate al Giappone!
Al Fuorisalone 2026 non mancheranno mostre legate al mondo del Giappone! di seguito vi riportiamo tutti gli eventi:
(cliccando sul titolo di ciascun evento si verrà reindirizzati al sito della mostra)
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- Vico Magistretti e il Giappone
Fondazione studio museo Vico Magistretti – Via Bellini, 1
21-26 aprile 2026 - GOZEN 2026 by rararà studio / nuovi prodotti, nuovi progetti: un dialogo tra Italia e Giappone
WAO Isola – Via Luigi Porro Lambertenghi, 7
20-24 aprile 2026 - MONO-SOLUM - Un viaggio attraverso la genealogia del Bizen rigenerato
Biblioteca Ostinata – Via Osti 6
20-26 aprile 2026 - T-CORE - Adaptive Comfort, Redefined
TOYOTA BOSHOKU CORPORATION — Via Vincenzo Forcella, 7, Milano
20-26 aprile 2026 - meeting horizons
TIME & STYLE — Largo Claudio Treves, 2 - Via Eugenio Balzan, 4 - Via San Marco, 13, Milano
20-26 aprile 2026 - Bellezza della Presenza – Esplorando le "possibilità del ferro" con opere minimali.
Galleria Antonio Battaglia — Via Ciovasso, 5, Milano
21-25 aprile 2026 - HONSHITSUTEKI (本質的) | Dieffebi: L’Essenza della Forma - Minimalismo, armonia e design essenziale
Dieffebi — Via Milazzo, 8, Milano
21-26 aprile 2026 - CASA TATSUMURA
Maurizio Baldassari – Brera — Via Solferino, 14, Milano
20-26 aprile 2026 - The Nature of Time – Un dialogo tra arte, design e orologeria
Galleria Il Castello — Via Brera, 16, Milano
20-26 aprile 2026 - neo-o-old: Il luogo dell’incontro
SPAZIO MM — Via Maroncelli, 3, Milano
20-26 aprile 2026 - A CONVERSATION WITH – Un’installazione Byredo a Milano
Chiostro Cappuccio — Via cappuccio, 5, Milano
21-25 aprile 2026 - Collaborazione speciale NIPONIQUE × Wicky’s - Dove il cibo giapponese e il design si incontrano in una collaborazione unica.
Wicky's Innovative Japanese Cuisine — Corso Italia, 6, Milano
21-26 aprile 2026 - CHŌWA – Crafting Balance
Casa Starpool Milano — Via Durini 27, Milano
20-26 aprile 2026 - BUD BRAND/Hanging x Lifestyle items
Tortona 5 — Via Tortona, 5, Milano
20-26 aprile 2026 - Light is Shadow
Back 12 — Via Tortona, 12, Milano
20-26 aprile 2026 - Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present
Triennale Milano – Via Alemagna, 6
fino al 4 ottobre 2026 - nodoMa - ...ogni nodo ha bisogno del suo Ma
Angelini Milano — Viale Piave 20, Milano
20-25 aprile 2026 - Kikkoman Gallery – the art of flavor
Opificio 31//Fiorditortona Shop — via Tortona 31, Milano
20-26 aprile 2026
- Vico Magistretti e il Giappone
Per maggiori informazioni consultate il sito del Fuorisalone: https://www.fuorisalone.it/it/cerca?q=giappone
Vince il premio Cultura del Racconto per Immagini "Fiabe e leggende Studio Ghibli" di Kappalab
Qui di seguito, la lettera di ringraziamento dell'autore:
Gentili organizzatori di Romics,
gentili membri della giuria,
con questo messaggio desidero esprimere la mia più sincera gratitudine per il premio Cultura del racconto per immagini assegnato al volume "Fiabe e leggende Studio Ghibli".
Ricevere questo riconoscimento, vi assicuro, è per me un grande onore. Mi dispiace, allo stesso tempo, non poter essere presente per condividere questo momento con voi, perché avrei voluto ringraziarvi di persona.
Questo libro è nato in un modo molto semplice. In generale mi occupo di fiabe e leggende del folclore giapponese e di altri paesi, per farle riscoprire ai lettori di oggi e di ogni età, ma soprattutto perché non vada perso un patrimonio narrativo importante che appartiene a tutti. Cerco di farlo, soprattutto, sottolineando come questi racconti siano stati spesso fonte d’ispirazione per opere moderne, film e serie televisive, soprattutto d’animazione. Questo è stato l’obiettivo dei miei precedenti libri della serie "Fiabe e leggende giapponesi".
Il libro che oggi mi fate il grande onore di premiare è nato come una costola di quella serie, e quasi per caso.
Per anni ho raccolto appunti, storie e riferimenti legati ai film di due grandi maestri dell’animazione, Hayao Miyazaki, Isao Takahata e, più in generale, all’immaginario dello Studio Ghibli, i quali hanno permesso al pubblico di tutto il mondo di comprendere come sia possibile realizzare film contemporaneamente belli, interessanti e di grande successo, apprezzati da spettatori e critica, capaci di intrattenere e far pensare.
"Fiabe e leggende Studio Ghibli" è più che altro un lavoro personale, nato dalla curiosità e dal desiderio di capire da dove nascessero certe immagini, certe atmosfere, certi racconti.
Nel corso delle ricerche, mi sono accorto che dietro a quei film esiste un patrimonio narrativo molto ampio: fiabe, romanzi, leggende, opere della letteratura internazionale. Alcune di queste storie sono vere e proprie trasposizioni, altre hanno lasciato tracce più sottili, ma tutte hanno contribuito a costruire quell’universo così riconoscibile.
A un certo punto ho pensato che forse questa raccolta, nata quasi per me stesso, potesse interessare anche ad altri, senza aspettative particolari, se non quella di condividere una curiosità.
Per questo motivo, la notizia di questo premio mi ha davvero sorpreso. Non era qualcosa che immaginavo potesse accadere.
In effetti, quando ho iniziato a prendere appunti, non pensavo certo che un giorno sarebbero finiti addirittura su un palco.
Se il libro ha un valore, credo stia proprio in questo: nell’invitare a tornare alle storie, alle loro origini, e a riscoprire il legame tra parola e immagine. Di per sé è un percorso semplice, ma che a volte ha bisogno di un avvio, per arricchirci e per riportare l’attenzione sul piacere della lettura.
Desidero quindi ingraziare Romics per aver accolto questo lavoro e per averne compreso l’intento.
E ovviamente ringrazio anche la casa editrice Kappalab per aver dato visibilità a questo lavoro, e averlo reso accessibile ai lettori italiani.
Spero che questo libro possa continuare a suscitare curiosità e accompagnare i lettori nella scoperta delle storie che stanno dietro alle immagini che ormai tutti amiamo così tanto.
Vi ringrazio ancora, con grande stima.
Ippei Otsuka
FIABE E LEGGENDE STUDIO GHIBLI è disponibile in tutte le librerie, insieme agli altri libri di Ippei Otsuka pubblicati da Kappalab:
- FIABE E LEGGENDE GIAPPONESI
- FIABE E LEGGENDE GIAPPONESI: CREATURE FANTASTICHE
- LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
…e a maggio 2026, dallo stesso autore:
- FIABE E LEGGENDE ANIME GIAPPONESI
Le pubblicazioni Kappalab sono disponibili in tutte le librerie e fumetterie italiane, e anche online ai seguenti link:
Fiabe e leggende Studio Ghibli
https://www.kappalab.it/libri/fiabe-e-leggende-studio-ghibli/
Fiabe e leggende giapponesi
https://www.kappalab.it/libri/fiabe-e-leggende-giapponesi/
Fiabe e leggende giapponesi: Creature fantastiche
https://www.kappalab.it/libri/fiabe-e-leggende-giapponesi-2-creature-fantastiche/
La storia della Principessa Splendente
https://www.kappalab.it/libri/la-storia-della-principessa-splendente/
Buona lettura!
Libro: "Yuzuru. Il volo del Samurai" di Costanza Rizzacasa
Una biografia romanzata -- da fonti esclusivamente di prima mano giapponesi -- della leggenda del pattinaggio artistico sul ghiaccio Yuzuru Hanyū, sopravvissuto al terremoto e tsunami del 2011, che la giornalista aveva intervistato in esclusiva per la sua serie sulla filosofia e la spiritualità giapponese per il settimanale 7, la prima e ad oggi unica intervista dell'atleta a una grande testata non giapponese dal suo passaggio al professionismo nel 2022 e una delle poche in carriera. (link intervista)
È una storia che sembra un romanzo, ma è accaduta davvero.
Una storia di coraggio e di riscatto, di sogni apparentemente irraggiungibili e della determinazione e dell'impegno necessari per renderli realtà.
Unico pattinatore del singolo maschile ad aver vinto, dal 1952, l'oro in due Olimpiadi consecutive, Yuzuru Hanyū ha cambiato per sempre il pattinaggio artistico sul ghiaccio. Ha iniziato a pattinare a soli quattro anni, vincendo in poco tempo gare nazionali e internazionali e infrangendo, a dispetto di tanti infortuni, un record dopo l'altro. Sopravvissuto al terribile terremoto del Tōhoku, ha scelto di dedicare parte della sua vita a sensibilizzare e ad aiutare, diventando un simbolo di speranza per il Giappone e non solo. Con questa storia Costanza Rizzacasa d'Orsogna ci porta nel mondo delle grandi competizioni internazionali e nel cuore della cultura giapponese.
Infine, a settembre, uscirà per Solferino un ulteriore libro sul senso della vita nella filosofia giapponese.
Film: "Perfect Days" con Kôji Yakusho - in streaming su RaiPlay
Il film è disponibile gratuitamente al seguente link: https://www.raiplay.it/programmi/perfectdays
Film: "Il sapore del riso al tè verde" di Yasujiro Ozu
In "Il sapore del riso al tè verde" Yasujiro Ozu torna a osservare con la consueta delicatezza le tensioni domestiche della borghesia giapponese del dopoguerra.
Il film, tuttavia, ha una storia produttiva singolare: Ozu ne concepì il soggetto già nel 1939, ma il progetto venne bloccato dalla censura militare perché giudicato troppo poco patriottico. L’idea di rappresentare una coppia borghese immersa nei piccoli conflitti della vita quotidiana non sembrava adatta a un periodo che richiedeva narrazioni edificanti e nazionaliste. Solo nel 1952 il regista poté tornare su quel materiale, trovando finalmente il clima culturale adatto per raccontare una società ormai profondamente cambiata.
Dietro la leggerezza delle situazioni quotidiane si intravede così un ritratto più ampio: quello di un Giappone che cerca di conciliare tradizione e modernità, rigidità sociale e desiderio di cambiamento. Con il suo sguardo paziente e partecipe, Ozu racconta una crisi coniugale che è anche il riflesso di un passaggio storico, in cui persino un gesto semplice come versare del tè sul riso può diventare il segno discreto di un nuovo equilibrio possibile.
Il sapore del riso al tè verde fa parte della Ozu Collection disponibile in streaming su MYmovies ONE.
Film: "Rental Family - nelle vite degli altri"
Trama:
Philip Vandarpleog è un attore americano che vive da otto anni a Tokyo, in Giappone, che considera ormai casa propria. Un tempo celebre perché interpretava un grosso tubetto di dentifricio, supereroe di una pubblicità popolarissima, adesso passa da un’audizione all’altra, mentre il suo agente lo manda a fare la comparsa in eventi come matrimoni e funerali. Ed è proprio a un finto funerale che Philip incontra Shinji, il capo di Rental Family, un’agenzia che procura attori per impersonare parenti e amici che non esistono, e lo scrittura: Philip diventa un giornalista amico di un anziano attore, il padre assente di una bambina sino-americana, il compagno di giochi di un appassionato di videogame.
Regia: Hikari
Sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut
Fotografia: Takurô Ishizaka
Musiche: Jónsi, Alex Somers
Cast: Brendan Fraser, Paolo Andrea Di Pietro, Takehiro Hira, Shinji Ozeki
Film: "Inizio d'estate" - quando la tradizione viene messa in discussione
Con Inizio d’estate (il titolo originale è traducibile con “Il tempo del raccolto del grano”, titolo alternativo con cui talora è conosciuto il film), Yasujiro Ozu prosegue la sua esplorazione della famiglia giapponese nel dopoguerra, registrando con apparente leggerezza un mutamento ormai irreversibile.
Il Giappone tradizionale, fondato su gerarchie solide e ruoli codificati, è attraversato dalle prime forme di emancipazione femminile, che il film mette al centro senza mai trasformarle in proclami ideologici. Ozu osserva, non giudica: si limita a collocare i suoi personaggi dentro uno spazio assolato, dove la rinascita stagionale rispecchia quella sociale.
Il tempo, tema sotterraneo ma costante nel cinema di Ozu, qui assume una forma quasi ironica: mentre gli adulti cercano di congelare le consuetudini, le nuove generazioni le scardinano con naturalezza. L’estate che inizia non è solo una stagione: è il segno di un ciclo che si rinnova, anche a costo di incrinare la compattezza familiare.
In Inizio d’estate l’emancipazione non passa attraverso gesti clamorosi, ma attraverso scelte minime, quotidiane, e proprio per questo irreversibili.
Ozu coglie il momento in cui la tradizione smette di essere un destino e diventa un’opzione. E, nel farlo, consegna uno dei suoi ritratti più luminosi, e al tempo stesso più malinconici, di un Giappone sospeso tra continuità e mutazione.
Inizio d'estate fa parte della Ozu Collection disponibile in streaming su MYmovies ONE.
La mostra Ko = Ghei tra identità giapponese e strategia internazionale
Sopraffatte dalla cultura dei social media e dalle dinamiche della “viralità” dei fenomeni, elementi come la tradizione e l’autenticità risultano oggi frequentemente marginalizzati o trascurati. Questo scenario di progressiva semplificazione e omologazione influisce in modo significativo sull’immagine internazionale di un Paese come il Giappone, in particolare nei campi dell’arte, della tradizione e dell’unicità culturale. Che si tratti di una strategia consapevole o di un processo spontaneo, legato alle logiche della globalizzazione mediatica, è evidente come, nel discorso comune, i primi riferimenti associati alla cultura giapponese siano spesso anime, manga, sushi o samurai. Tali elementi, sebbene effettivamente radicati nella storia e nella società del Paese, finiscono per oscurare un panorama ben più ampio e stratificato di tradizioni, usi e costumi che meriterebbero di essere conosciuti e approfonditi, al fine di comprendere in maniera più autentica e completa la cultura giapponese nella sua complessità ed evitarne una visione orientalistica.
Il nostro articolo concentra l’attenzione sul contesto italiano, dove, nel tentativo di contrastare fenomeni di standardizzazione e globalizzazione culturale, numerose fondazioni, associazioni culturali come la nostra ed enti istituzionali promuovono iniziative volte a favorire una comprensione del Giappone più articolata e integrale, che affondi le proprie radici nella sua essenza storica e nella sua originalità identitaria. In tale cornice si inserisce la nostra visita alla mostra “工=藝Ko = Ghei: una fusione di arte, ragione ed emozione”, che si è svolta nel mese di gennaio alla Fondazione ADI con il patrocinio del Comune di Milano e promossa da Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō in collaborazione con l’ANA Strategic Research Institute.
La visita alla mostra è stata accompagnata dalle chiare e approfondite spiegazioni di Naohiko Mitsui, architetto e designer giapponese, curatore della mostra, le cui riflessioni costituiscono il principale quadro analitico di questo contributo. Nel corso dello scambio, Mitsui ha offerto dettagli significativi in merito alla logica curatoriale del progetto, al suo sostegno istituzionale e ai più ampi obiettivi economici e politici che lo sottendono. Tali osservazioni dirette orientano l’interpretazione da noi proposta, consentendo di approfondire l’esposizione non soltanto in qualità di iniziativa artistica, ma anche come un caso di studio emblematico di strategia culturale promossa dal governo giapponese.
Il termine giapponese kogei “工藝”, che si legge con la pronuncia “koghei”, integra armoniosamente concetti apparentemente opposti: “工” (Ko) è il carattere ideografico che indica la tecnica, il processo produttivo a partire da struttura, funzione e materiali e si riferisce al sapere che funge da base alla capacità di riprodurre e perpetuare nel tempo. “藝” (Ghei) è invece il carattere ideografico che si riferisce alla pratica creativa, che armonizza corpo e spirito: un esercizio che conduce, come esito, a generare bellezza. Nel pensiero giapponese, ragione ed emozione hanno infatti continuato a esistere in una relazione di reciproca tensione, positiva o negativa: Ko conferisce rigore a Ghei che genera creatività ed emergenza. Koghei è dunque la bellezza che non sacrifica la funzione, l’intelligenza che non esclude l’emozione. E anche in un’epoca dove le comunicazioni astratte dominano i rapporti tra persone e ambienti, essa continua a suggerire l’equilibrio tra spiritualità e mondo fisico.
L’esposizione presenta una selezione di opere che rappresentano alcune delle più importanti tradizioni dell’artigianato giapponese. Si mostrano ceramiche Mumyōi yaki dell’isola di Sado, accanto a oggetti in metallo fuso realizzati a Takaoka (Nousaku), in stagno, rame e bronzo. Il percorso include anche il kabazaiku, l’antica tecnica di lavorazione della corteccia di ciliegio selvatico di Kakunodate, nella prefettura di Akita, e il raffinato Wajima nuri, celebre laccatura tradizionale della città di Wajima, in Ishikawa. Completano l’esposizione le ceramiche Bizen yaki, tra le più antiche del Giappone, e opere di alta oreficeria che testimoniano l’eccellenza giapponese nella lavorazione dell’oro e dei metalli preziosi.
Fusione, martellatura e incisione sono tecniche fondamentali che conferiscono alle opere ricchezza espressiva e profondità. Queste sono realizzate da maestri artigiani cui è stato attribuito il titolo di “Tesoro Nazionale Vivente”, in quanto detentori di una conoscenza immateriale riconosciuta dal governo giapponese come Bene Immateriale Culturale Importante. Oggi sono in totale 126 i maestri a cui è stato attribuito il titolo: queste figure rappresentano, con le loro tecniche raffinate, un ponte tra passato e futuro, esprimendo appieno la profondità della cultura giapponese. In particolare, l’esposizione alla Fondazione ADI accoglie le creazioni di alcuni dei maestri artigiani tra i più autorevoli del panorama nipponico, inclusi due Tesori Nazionali Viventi: Sekisui Ito V e Jun Isezaki, figure che incarnano l’eccellenza nelle arti della ceramica, della lacca e del kabazaiku.
Le tecniche impiegate attestano il loro ruolo cruciale nella trasmissione della cultura materiale del Paese, un tempo affidata alle kitamaebune, ovvero navi mercantili che, dalla fine del XVII secolo fino alla fine del XIX secolo, navigavano lungo la costa del Mar del Giappone, da nord a sud, facendo scalo nei numerosi porti per commerciare beni locali. Grazie a un sistema commerciale unico, che prevedeva la sostituzione del carico a ogni porto, queste navi trasportavano non solo beni, ma anche cultura e conoscenze tecniche tra le diverse regioni. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con lo sviluppo delle moderne infrastrutture giapponesi, concentrate soprattutto lungo la costa del Pacifico, le rotte delle kitamaebune persero gradualmente la loro funzione originaria. Proprio per preservare il legame tra le regioni, un tempo unite da queste vie marittime, è nata l’associazione Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō, che si impegna a mantenere vivi i rapporti tra questi territori, ancora oggi custodi di importanti tradizioni culturali e industriali. Dunque, le opere di artigianato giapponese, che un tempo solcavano i mari a bordo delle kitamaebune, oggi superano i confini regionali e nazionali, portando il proprio valore nel mondo a partire da Milano. Attraverso oggetti pensati per l’uso quotidiano (ciotole, tazze, contenitori per il tè, vassoi, scatole e manufatti laccati), il percorso espositivo invita a riflettere su una concezione del bello in cui funzione, durata e riparabilità sono elementi centrali, profondamente intrecciati con l’utilità e la vita di tutti i giorni.
La scelta di Milano, come sede della mostra, emerge da questo dialogo come una decisione calcolata. Il capoluogo lombardo infatti occupa una posizione centrale all'interno del sistema globale del design, fungendo da luogo in cui il capitale culturale viene prodotto, legittimato e convertito in valore economico. Come Mitsui ha esplicitamente osservato durante la nostra intervista, la cultura milanese è particolarmente sensibile alle diverse forme d’arte, riuscendo sempre a farsi impressionare da nuove forme, modelli e immaginari artistici. In questa cornice, Milano si presenta come il palcoscenico ideale per i “crafts”, così denominati dallo stesso curatore, presentati alla mostra ko=ghei, in quanto costituiti da forme che resistono a una rigida classificazione, spesso fraintesi o sottovalutati nel loro contesto nazionale.
Infatti, un tema chiave emerso dall'intervista riguarda le mutevoli condizioni di ricezione culturale all'interno dello stesso Giappone. Mitsui ha espresso preoccupazione per quella che ha descritto come una progressiva standardizzazione del gusto estetico della società giapponese, un processo che si è intensificato nel dopoguerra ed è incrementato con la globalizzazione. Secondo la sua visione, la produzione di massa, le norme di consumo globali e la logica industriale orientata all'esportazione hanno rimodellato le aspettative del pubblico, restringendo lo spazio per forme di artigianato non convenzionali. Questa osservazione è in linea con analisi più ampie delle tendenze omogeneizzanti della globalizzazione, in particolare nelle economie industriali avanzate.
In questo contesto, la mostra rivela un paradosso strutturale. Mentre l'artigianato viene spesso inserito nel discorso ufficiale come indicatore dell'identità culturale giapponese, le sue forme più sperimentali faticano sempre più a trovare un riconoscimento o un sostegno economico interno. In questo senso, come ha evidenziato Mitsui, i contesti internazionali offrono spesso un maggiore margine di interpretazione, conferendo fondamentale importanza alle dinamiche del mercato globale, affinché tali pratiche possano acquisire valore. La circolazione esterna diventa quindi non un'opzione secondaria, ma un requisito strutturale.
Il ruolo dello Stato giapponese, come discusso durante l'intervista, è quindi centrale. Mitsui ha riconosciuto apertamente che la mostra è stata ampiamente supportata dal governo giapponese non solo come iniziativa culturale, ma anche come mezzo per promuovere relazioni commerciali internazionali e aprire l'accesso ai mercati esteri. Da un punto di vista analitico, questa sponsorizzazione può essere interpretata come una forma di diplomazia economica strategica, in cui la produzione culturale viene sfruttata per migliorare la competitività, diversificare le esportazioni e gestire il rischio economico a lungo termine.
Questa strategia riflette il continuo sforzo del Giappone di rinegoziare la propria posizione all'interno di un ordine globale sempre più competitivo e imprevedibile. Di fronte al declino demografico, alla prolungata stagnazione economica e alla crescente concorrenza di altre economie esportatrici di beni culturali, il Paese del sushi e dei manga deve cercare fonti alternative di differenziazione. Le iniziative culturali sostenute dallo Stato offrono un mezzo relativamente economico e poco conflittuale per proiettare la propria influenza e garantire l'accesso al mercato. Tuttavia, come illustra questo caso, tali strategie dipendono fortemente da meccanismi di convalida esterna. La diplomazia culturale opera qui come meccanismo di protezione contro la volatilità economica, la contrazione del mercato interno e l'erosione dell'identità. Allo stesso tempo, il ricorso a quadri interpretativi esterni introduce nuove vulnerabilità, tra cui l'esposizione alle fluttuazioni del mercato estero e la parziale perdita della corretta comunicazione.
L’Italia, e Milano in particolare, emergono quindi in questo processo non soltanto come dei partner, ma anche come degli intermediari centrali. Il sistema del design italiano si configura infatti come uno spazio di incontro e mediazione, capace di trasformare l’artigianato sperimentale giapponese in un valore culturale ed economico riconoscibile e apprezzabile a livello internazionale.
Attraverso questo meccanismo, il nostro Paese consolida il proprio ruolo di riferimento culturale all’interno delle industrie creative internazionali e, allo stesso tempo, contribuisce a orientare e modellare il percorso delle esportazioni culturali giapponesi. Nel contesto più ampio delle relazioni tra Italia e Giappone, la mostra rappresenta un esempio significativo di come oggi la produzione culturale venga sempre più utilizzata dagli Stati come strumento di promozione della propria immagine e della propria identità culturale all’estero, oltre che come risposta alle fragilità generate dalla globalizzazione. In questa prospettiva, i crafts diventano un ambito attraverso cui si negoziano attivamente questioni centrali quali l’identità nazionale, l’accesso ai mercati globali e il riconoscimento della legittimità internazionale.
Articolo di Emanuela Fedele
ANIME – Guida al cinema d'animazione giapponese
Ormai è storia: Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese è stato il primo libro di natura enciclopedica in Occidente a raccontare le produzioni del Sol Levante attraverso una lente matura, utile per attenuare gli allarmismi di chi le vedeva come un pericolo per le nuove generazioni, e capace di portare informazione a chi ne era appassionato ma si trovava senza fonti di consultazione.
Il metodo adottato nella costruzione di questa nuovissima edizione permetterà inoltre di rimettere ordine nella storia dell’animazione giapponese giunta nel nostro paese, dove film e serie televisive sono stati importati in massa e in modo disordinato per diversi decenni, confondendo il pubblico e creando equivoci sulla qualità di alcune produzioni: è stato per questa ragione che anime d’epoca, creati con mezzi di fortuna, finivano per essere messi a confronto senza alcuna pietà con altri recentissimi e dal florido budget. Scoprire perché un anime appaia di fattura più grezza rispetto a un altro è davvero molto importante per imparare ad apprezzarlo, anche perché in molti casi è proprio grazie all’inventiva degli studi d’animazione più poveri che le tecniche più innovative, sviluppatesi poi nel tempo, hanno trovato un nido in cui nascere.
La cosa che sorprenderà di più consiste nello scoprire l’enorme quantità di anime di questo periodo “classico” divenuti celebri in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta, andando a costituire una sorta di Empireo di personaggi amati ancora oggi ed elencati tra i più famosi di sempre, recuperati in continuazione per sequel, remake e chi più ne ha, più ne metta.
Non è tutto. Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non vuole trattare l’animazione nipponica a compartimenti stagni come se si fosse sviluppata separatamente dalla cinematografia animata del resto del mondo. È molto interessante sapere cosa avveniva altrove negli stessi periodi, scoprire in quale modo l’Occidente ha influenzato e ispirato il Sol Levante e, di conseguenza, come il Giappone sia stato in grado di ricambiare. L’opera è stata concepita per comprendere meglio l’origine dei plot di molti anime, che attingono a piene mani dalla tradizione, da testi letterari e da eventi storici, anche se fin troppo spesso viene ignorato il come e il perché. È pensata inoltre per svelare in che modo diverse produzioni siano talvolta insospettabilmente connesse fra loro. Presenta anche i film pilota di diversi progetti, alcuni mai realizzati, altri arrivati sugli schermi con successo, altri ancora scomparsi dopo la prima presentazione e divenuti quelli che in Giappone sono definiti “anime fantasma”. Si parla anche delle coproduzioni con l’estero, di personaggi occidentali animati nel Sol Levante e di autori provenienti da tutto il mondo che hanno collaborato, nonostante le frontiere, pur di dare origine a vere e proprie meraviglie.
Per la stessa ragione, è importante ricordare che, dal loro primo arrivo massiccio in Italia alla fine degli anni Settanta, gli anime sono stati uno spartiacque generazionale. Gli adulti sbirciavano inorriditi i cartoni animati dei giovanissimi, pontificando su quanto fossero più belli “quelli di una volta” o, per fare un esempio, “i film di Walt Disney”, senza considerare alcune cose: (a) anche gli anime erano “quelli di una volta”, perché in quel periodo venivano trasmessi in Italia quelli prodotti negli anni Sessanta e nei primi Settanta, e quindi paradossalmente più vicini proprio alla generazione dei genitori; (b) gli anime erano prevalentemente prodotti seriali televisivi, con budget infinitamente più bassi dei lungometraggi cinematografici d’animazione statunitensi; (c) a causa della devastazione portata dalla Seconda Guerra Mondiale e del successivo periodo di assestamento durante l’occupazione americana del suolo giapponese, il Sol Levante poté sviluppare il proprio cinema d’animazione solo diversi decenni dopo rispetto agli Stati Uniti.
L’impatto dell’animazione giapponese nel nostro paese ebbe purtroppo anche effetti molto negativi. Gli studi d’animazione italiani furono letteralmente sterminati dall’arrivo degli anime, a causa dell’importazione indiscriminata e strabordante di prodotti nipponici da parte delle televisioni nazionali. Per la rete pubblica e per i network privati si rivelò più semplice ed economico attingere a un serbatoio contenente un quarto di secolo di materiale già pronto da mandare in onda, piuttosto che ordinare o coprodurre animazione sul suolo nazionale: gli studi italiani non riuscirono a reggere la concorrenza di una tale mole di titoli, specialmente contro serie televisive che contavano mediamente dai venti ai cinquanta episodi ciascuna, e così si verificò il tracollo di una piccola industria nazionale fiorente e innovativa, che fino ad allora godeva di ottima salute, anche grazie al massiccio impiego dei cartoni animati in campo pubblicitario. Il comprensibile astio provato da autori e animatori nei confronti dell’animazione giapponese avrebbe dovuto essere rivolto agli importatori, che costrinsero la maggior parte delle eccellenze nazionali a rivolgersi altrove. Tutto il contrario di quanto accaduto vent’anni prima in Giappone, quando le reti televisive e le case di produzione avevano investito energie e denaro per riemergere dal buio del passato e partecipare alla ricostruzione del Paese, credendo nell’animazione come mezzo espressivo e fonte di guadagno.
L’animazione giapponese era dunque in forte ritardo sulla scena internazionale, se si considera che la Disney aveva già prodotto il suo primo lungometraggio, Biancaneve e i sette nani, nel 1937; eppure recuperò terreno molto velocemente. Ecco perché gli anime propriamente detti esistono solo dal 1958, quando la Toei realizzò il primo lungometraggio animato a colori (Hakuja den), pensando finalmente anche all’esportazione, e iniziò a organizzarsi come vera e propria industria solo a partire dal 1963, grazie al grandissimo successo della prima vera serie televisiva (Tetsuwan Atom). Prima di allora erano stati realizzati innumerevoli cortometraggi e anche qualche mediometraggio, prevalentemente in bianco e nero, spesso muti, musicali o comici — a parte quelli di propaganda bellica, sponsorizzati dal governo e quindi con budget ben più alti — protagonisti di un’altra era in cui venivano tendenzialmente definiti manga eiga (traducibile grossomodo come “film-fumetto”), spesso realizzati da una sola persona o poco più, e dei quali è necessario trattare in separata sede. Benché l’animazione giapponese abbia origine agli albori del Novecento, grazie a maestri di prima grandezza e a diverse opere seminali di squisita fattura, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese deve necessariamente iniziare dagli anni Sessanta, includendo però anche la fine degli anni Cinquanta.
Per rendere la lettura il più scorrevole possibile, è stato scelto l’ordine cronologico. Per renderla più chiara, si è deciso di presentare gli anime con il loro titolo originale giapponese, perché molti di essi non sono mai giunti nel nostro Paese, mentre altri sono stati presentati più volte e con titoli diversi. I titoli italiani sono riportati in coda ai dati di ogni scheda, includendo anche la data della loro prima apparizione in Italia.
Sempre in favore di chiarezza, si è evitato di usare terminologia tecnica giapponese laddove non fosse strettamente necessario. Fanno ovviamente eccezione due parole legate alla natura di questo libro e divenute ormai di uso comune, come manga e anime. Vale tuttavia la pena ricordare che anime è il termine giapponese che indica i cartoni animati in generale, in particolar modo quelli prodotti dal 1958 in poi. Ha origine dalla pronuncia della parola inglese animation, che trascritta con i caratteri sillabici giapponesi diventa a-ni-me-e-shi-yo-n, abbreviata in a-ni-me. Manga è invece la parola giapponese con cui sono indicati i fumetti, anche se prima degli anni Sessanta era sovente usata anche per l’animazione, nei già citati *manga eiga* (al cinema) o nei *tv manga* (sui teleschermi casalinghi), terminologia quest’ultima rimasta in uso alternativamente ad anime fino ai primi anni Settanta.
Detto questo, si augura “buona lettura”, ma con un’avvertenza: come scrisse Luigi Bernardi di Granata Press, editore della primissima versione di questo libro, «il rischio di indigestione è alto». L’invito è comunque a questo buffet, nel quale si scopriranno sicuramente molti piatti sconosciuti, ma in cui sarà possibile ritrovare anche alcune pietanze capaci di riportare nostalgicamente indietro nel tempo.
Buona lettura.







