Film: "Rental Family - nelle vite degli altri"
Trama:
Philip Vandarpleog è un attore americano che vive da otto anni a Tokyo, in Giappone, che considera ormai casa propria. Un tempo celebre perché interpretava un grosso tubetto di dentifricio, supereroe di una pubblicità popolarissima, adesso passa da un’audizione all’altra, mentre il suo agente lo manda a fare la comparsa in eventi come matrimoni e funerali. Ed è proprio a un finto funerale che Philip incontra Shinji, il capo di Rental Family, un’agenzia che procura attori per impersonare parenti e amici che non esistono, e lo scrittura: Philip diventa un giornalista amico di un anziano attore, il padre assente di una bambina sino-americana, il compagno di giochi di un appassionato di videogame.
Regia: Hikari
Sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut
Fotografia: Takurô Ishizaka
Musiche: Jónsi, Alex Somers
Cast: Brendan Fraser, Paolo Andrea Di Pietro, Takehiro Hira, Shinji Ozeki
Film: "Inizio d'estate" - quando la tradizione viene messa in discussione
Con Inizio d’estate (il titolo originale è traducibile con “Il tempo del raccolto del grano”, titolo alternativo con cui talora è conosciuto il film), Yasujiro Ozu prosegue la sua esplorazione della famiglia giapponese nel dopoguerra, registrando con apparente leggerezza un mutamento ormai irreversibile.
Il Giappone tradizionale, fondato su gerarchie solide e ruoli codificati, è attraversato dalle prime forme di emancipazione femminile, che il film mette al centro senza mai trasformarle in proclami ideologici. Ozu osserva, non giudica: si limita a collocare i suoi personaggi dentro uno spazio assolato, dove la rinascita stagionale rispecchia quella sociale.
Il tempo, tema sotterraneo ma costante nel cinema di Ozu, qui assume una forma quasi ironica: mentre gli adulti cercano di congelare le consuetudini, le nuove generazioni le scardinano con naturalezza. L’estate che inizia non è solo una stagione: è il segno di un ciclo che si rinnova, anche a costo di incrinare la compattezza familiare.
In Inizio d’estate l’emancipazione non passa attraverso gesti clamorosi, ma attraverso scelte minime, quotidiane, e proprio per questo irreversibili.
Ozu coglie il momento in cui la tradizione smette di essere un destino e diventa un’opzione. E, nel farlo, consegna uno dei suoi ritratti più luminosi, e al tempo stesso più malinconici, di un Giappone sospeso tra continuità e mutazione.
Inizio d'estate fa parte della Ozu Collection disponibile in streaming su MYmovies ONE.
La mostra Ko = Ghei tra identità giapponese e strategia internazionale
Sopraffatte dalla cultura dei social media e dalle dinamiche della “viralità” dei fenomeni, elementi come la tradizione e l’autenticità risultano oggi frequentemente marginalizzati o trascurati. Questo scenario di progressiva semplificazione e omologazione influisce in modo significativo sull’immagine internazionale di un Paese come il Giappone, in particolare nei campi dell’arte, della tradizione e dell’unicità culturale. Che si tratti di una strategia consapevole o di un processo spontaneo, legato alle logiche della globalizzazione mediatica, è evidente come, nel discorso comune, i primi riferimenti associati alla cultura giapponese siano spesso anime, manga, sushi o samurai. Tali elementi, sebbene effettivamente radicati nella storia e nella società del Paese, finiscono per oscurare un panorama ben più ampio e stratificato di tradizioni, usi e costumi che meriterebbero di essere conosciuti e approfonditi, al fine di comprendere in maniera più autentica e completa la cultura giapponese nella sua complessità ed evitarne una visione orientalistica.
Il nostro articolo concentra l’attenzione sul contesto italiano, dove, nel tentativo di contrastare fenomeni di standardizzazione e globalizzazione culturale, numerose fondazioni, associazioni culturali come la nostra ed enti istituzionali promuovono iniziative volte a favorire una comprensione del Giappone più articolata e integrale, che affondi le proprie radici nella sua essenza storica e nella sua originalità identitaria. In tale cornice si inserisce la nostra visita alla mostra “工=藝Ko = Ghei: una fusione di arte, ragione ed emozione”, che si è svolta nel mese di gennaio alla Fondazione ADI con il patrocinio del Comune di Milano e promossa da Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō in collaborazione con l’ANA Strategic Research Institute.
La visita alla mostra è stata accompagnata dalle chiare e approfondite spiegazioni di Naohiko Mitsui, architetto e designer giapponese, curatore della mostra, le cui riflessioni costituiscono il principale quadro analitico di questo contributo. Nel corso dello scambio, Mitsui ha offerto dettagli significativi in merito alla logica curatoriale del progetto, al suo sostegno istituzionale e ai più ampi obiettivi economici e politici che lo sottendono. Tali osservazioni dirette orientano l’interpretazione da noi proposta, consentendo di approfondire l’esposizione non soltanto in qualità di iniziativa artistica, ma anche come un caso di studio emblematico di strategia culturale promossa dal governo giapponese.
Il termine giapponese kogei “工藝”, che si legge con la pronuncia “koghei”, integra armoniosamente concetti apparentemente opposti: “工” (Ko) è il carattere ideografico che indica la tecnica, il processo produttivo a partire da struttura, funzione e materiali e si riferisce al sapere che funge da base alla capacità di riprodurre e perpetuare nel tempo. “藝” (Ghei) è invece il carattere ideografico che si riferisce alla pratica creativa, che armonizza corpo e spirito: un esercizio che conduce, come esito, a generare bellezza. Nel pensiero giapponese, ragione ed emozione hanno infatti continuato a esistere in una relazione di reciproca tensione, positiva o negativa: Ko conferisce rigore a Ghei che genera creatività ed emergenza. Koghei è dunque la bellezza che non sacrifica la funzione, l’intelligenza che non esclude l’emozione. E anche in un’epoca dove le comunicazioni astratte dominano i rapporti tra persone e ambienti, essa continua a suggerire l’equilibrio tra spiritualità e mondo fisico.
L’esposizione presenta una selezione di opere che rappresentano alcune delle più importanti tradizioni dell’artigianato giapponese. Si mostrano ceramiche Mumyōi yaki dell’isola di Sado, accanto a oggetti in metallo fuso realizzati a Takaoka (Nousaku), in stagno, rame e bronzo. Il percorso include anche il kabazaiku, l’antica tecnica di lavorazione della corteccia di ciliegio selvatico di Kakunodate, nella prefettura di Akita, e il raffinato Wajima nuri, celebre laccatura tradizionale della città di Wajima, in Ishikawa. Completano l’esposizione le ceramiche Bizen yaki, tra le più antiche del Giappone, e opere di alta oreficeria che testimoniano l’eccellenza giapponese nella lavorazione dell’oro e dei metalli preziosi.
Fusione, martellatura e incisione sono tecniche fondamentali che conferiscono alle opere ricchezza espressiva e profondità. Queste sono realizzate da maestri artigiani cui è stato attribuito il titolo di “Tesoro Nazionale Vivente”, in quanto detentori di una conoscenza immateriale riconosciuta dal governo giapponese come Bene Immateriale Culturale Importante. Oggi sono in totale 126 i maestri a cui è stato attribuito il titolo: queste figure rappresentano, con le loro tecniche raffinate, un ponte tra passato e futuro, esprimendo appieno la profondità della cultura giapponese. In particolare, l’esposizione alla Fondazione ADI accoglie le creazioni di alcuni dei maestri artigiani tra i più autorevoli del panorama nipponico, inclusi due Tesori Nazionali Viventi: Sekisui Ito V e Jun Isezaki, figure che incarnano l’eccellenza nelle arti della ceramica, della lacca e del kabazaiku.
Le tecniche impiegate attestano il loro ruolo cruciale nella trasmissione della cultura materiale del Paese, un tempo affidata alle kitamaebune, ovvero navi mercantili che, dalla fine del XVII secolo fino alla fine del XIX secolo, navigavano lungo la costa del Mar del Giappone, da nord a sud, facendo scalo nei numerosi porti per commerciare beni locali. Grazie a un sistema commerciale unico, che prevedeva la sostituzione del carico a ogni porto, queste navi trasportavano non solo beni, ma anche cultura e conoscenze tecniche tra le diverse regioni. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con lo sviluppo delle moderne infrastrutture giapponesi, concentrate soprattutto lungo la costa del Pacifico, le rotte delle kitamaebune persero gradualmente la loro funzione originaria. Proprio per preservare il legame tra le regioni, un tempo unite da queste vie marittime, è nata l’associazione Kitamaebune Kōryū Kakudai Kikō, che si impegna a mantenere vivi i rapporti tra questi territori, ancora oggi custodi di importanti tradizioni culturali e industriali. Dunque, le opere di artigianato giapponese, che un tempo solcavano i mari a bordo delle kitamaebune, oggi superano i confini regionali e nazionali, portando il proprio valore nel mondo a partire da Milano. Attraverso oggetti pensati per l’uso quotidiano (ciotole, tazze, contenitori per il tè, vassoi, scatole e manufatti laccati), il percorso espositivo invita a riflettere su una concezione del bello in cui funzione, durata e riparabilità sono elementi centrali, profondamente intrecciati con l’utilità e la vita di tutti i giorni.
La scelta di Milano, come sede della mostra, emerge da questo dialogo come una decisione calcolata. Il capoluogo lombardo infatti occupa una posizione centrale all'interno del sistema globale del design, fungendo da luogo in cui il capitale culturale viene prodotto, legittimato e convertito in valore economico. Come Mitsui ha esplicitamente osservato durante la nostra intervista, la cultura milanese è particolarmente sensibile alle diverse forme d’arte, riuscendo sempre a farsi impressionare da nuove forme, modelli e immaginari artistici. In questa cornice, Milano si presenta come il palcoscenico ideale per i “crafts”, così denominati dallo stesso curatore, presentati alla mostra ko=ghei, in quanto costituiti da forme che resistono a una rigida classificazione, spesso fraintesi o sottovalutati nel loro contesto nazionale.
Infatti, un tema chiave emerso dall'intervista riguarda le mutevoli condizioni di ricezione culturale all'interno dello stesso Giappone. Mitsui ha espresso preoccupazione per quella che ha descritto come una progressiva standardizzazione del gusto estetico della società giapponese, un processo che si è intensificato nel dopoguerra ed è incrementato con la globalizzazione. Secondo la sua visione, la produzione di massa, le norme di consumo globali e la logica industriale orientata all'esportazione hanno rimodellato le aspettative del pubblico, restringendo lo spazio per forme di artigianato non convenzionali. Questa osservazione è in linea con analisi più ampie delle tendenze omogeneizzanti della globalizzazione, in particolare nelle economie industriali avanzate.
In questo contesto, la mostra rivela un paradosso strutturale. Mentre l'artigianato viene spesso inserito nel discorso ufficiale come indicatore dell'identità culturale giapponese, le sue forme più sperimentali faticano sempre più a trovare un riconoscimento o un sostegno economico interno. In questo senso, come ha evidenziato Mitsui, i contesti internazionali offrono spesso un maggiore margine di interpretazione, conferendo fondamentale importanza alle dinamiche del mercato globale, affinché tali pratiche possano acquisire valore. La circolazione esterna diventa quindi non un'opzione secondaria, ma un requisito strutturale.
Il ruolo dello Stato giapponese, come discusso durante l'intervista, è quindi centrale. Mitsui ha riconosciuto apertamente che la mostra è stata ampiamente supportata dal governo giapponese non solo come iniziativa culturale, ma anche come mezzo per promuovere relazioni commerciali internazionali e aprire l'accesso ai mercati esteri. Da un punto di vista analitico, questa sponsorizzazione può essere interpretata come una forma di diplomazia economica strategica, in cui la produzione culturale viene sfruttata per migliorare la competitività, diversificare le esportazioni e gestire il rischio economico a lungo termine.
Questa strategia riflette il continuo sforzo del Giappone di rinegoziare la propria posizione all'interno di un ordine globale sempre più competitivo e imprevedibile. Di fronte al declino demografico, alla prolungata stagnazione economica e alla crescente concorrenza di altre economie esportatrici di beni culturali, il Paese del sushi e dei manga deve cercare fonti alternative di differenziazione. Le iniziative culturali sostenute dallo Stato offrono un mezzo relativamente economico e poco conflittuale per proiettare la propria influenza e garantire l'accesso al mercato. Tuttavia, come illustra questo caso, tali strategie dipendono fortemente da meccanismi di convalida esterna. La diplomazia culturale opera qui come meccanismo di protezione contro la volatilità economica, la contrazione del mercato interno e l'erosione dell'identità. Allo stesso tempo, il ricorso a quadri interpretativi esterni introduce nuove vulnerabilità, tra cui l'esposizione alle fluttuazioni del mercato estero e la parziale perdita della corretta comunicazione.
L’Italia, e Milano in particolare, emergono quindi in questo processo non soltanto come dei partner, ma anche come degli intermediari centrali. Il sistema del design italiano si configura infatti come uno spazio di incontro e mediazione, capace di trasformare l’artigianato sperimentale giapponese in un valore culturale ed economico riconoscibile e apprezzabile a livello internazionale.
Attraverso questo meccanismo, il nostro Paese consolida il proprio ruolo di riferimento culturale all’interno delle industrie creative internazionali e, allo stesso tempo, contribuisce a orientare e modellare il percorso delle esportazioni culturali giapponesi. Nel contesto più ampio delle relazioni tra Italia e Giappone, la mostra rappresenta un esempio significativo di come oggi la produzione culturale venga sempre più utilizzata dagli Stati come strumento di promozione della propria immagine e della propria identità culturale all’estero, oltre che come risposta alle fragilità generate dalla globalizzazione. In questa prospettiva, i crafts diventano un ambito attraverso cui si negoziano attivamente questioni centrali quali l’identità nazionale, l’accesso ai mercati globali e il riconoscimento della legittimità internazionale.
Articolo di Emanuela Fedele
ANIME – Guida al cinema d'animazione giapponese
Ormai è storia: Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese è stato il primo libro di natura enciclopedica in Occidente a raccontare le produzioni del Sol Levante attraverso una lente matura, utile per attenuare gli allarmismi di chi le vedeva come un pericolo per le nuove generazioni, e capace di portare informazione a chi ne era appassionato ma si trovava senza fonti di consultazione.
Il metodo adottato nella costruzione di questa nuovissima edizione permetterà inoltre di rimettere ordine nella storia dell’animazione giapponese giunta nel nostro paese, dove film e serie televisive sono stati importati in massa e in modo disordinato per diversi decenni, confondendo il pubblico e creando equivoci sulla qualità di alcune produzioni: è stato per questa ragione che anime d’epoca, creati con mezzi di fortuna, finivano per essere messi a confronto senza alcuna pietà con altri recentissimi e dal florido budget. Scoprire perché un anime appaia di fattura più grezza rispetto a un altro è davvero molto importante per imparare ad apprezzarlo, anche perché in molti casi è proprio grazie all’inventiva degli studi d’animazione più poveri che le tecniche più innovative, sviluppatesi poi nel tempo, hanno trovato un nido in cui nascere.
La cosa che sorprenderà di più consiste nello scoprire l’enorme quantità di anime di questo periodo “classico” divenuti celebri in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta, andando a costituire una sorta di Empireo di personaggi amati ancora oggi ed elencati tra i più famosi di sempre, recuperati in continuazione per sequel, remake e chi più ne ha, più ne metta.
Non è tutto. Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non vuole trattare l’animazione nipponica a compartimenti stagni come se si fosse sviluppata separatamente dalla cinematografia animata del resto del mondo. È molto interessante sapere cosa avveniva altrove negli stessi periodi, scoprire in quale modo l’Occidente ha influenzato e ispirato il Sol Levante e, di conseguenza, come il Giappone sia stato in grado di ricambiare. L’opera è stata concepita per comprendere meglio l’origine dei plot di molti anime, che attingono a piene mani dalla tradizione, da testi letterari e da eventi storici, anche se fin troppo spesso viene ignorato il come e il perché. È pensata inoltre per svelare in che modo diverse produzioni siano talvolta insospettabilmente connesse fra loro. Presenta anche i film pilota di diversi progetti, alcuni mai realizzati, altri arrivati sugli schermi con successo, altri ancora scomparsi dopo la prima presentazione e divenuti quelli che in Giappone sono definiti “anime fantasma”. Si parla anche delle coproduzioni con l’estero, di personaggi occidentali animati nel Sol Levante e di autori provenienti da tutto il mondo che hanno collaborato, nonostante le frontiere, pur di dare origine a vere e proprie meraviglie.
Per la stessa ragione, è importante ricordare che, dal loro primo arrivo massiccio in Italia alla fine degli anni Settanta, gli anime sono stati uno spartiacque generazionale. Gli adulti sbirciavano inorriditi i cartoni animati dei giovanissimi, pontificando su quanto fossero più belli “quelli di una volta” o, per fare un esempio, “i film di Walt Disney”, senza considerare alcune cose: (a) anche gli anime erano “quelli di una volta”, perché in quel periodo venivano trasmessi in Italia quelli prodotti negli anni Sessanta e nei primi Settanta, e quindi paradossalmente più vicini proprio alla generazione dei genitori; (b) gli anime erano prevalentemente prodotti seriali televisivi, con budget infinitamente più bassi dei lungometraggi cinematografici d’animazione statunitensi; (c) a causa della devastazione portata dalla Seconda Guerra Mondiale e del successivo periodo di assestamento durante l’occupazione americana del suolo giapponese, il Sol Levante poté sviluppare il proprio cinema d’animazione solo diversi decenni dopo rispetto agli Stati Uniti.
L’impatto dell’animazione giapponese nel nostro paese ebbe purtroppo anche effetti molto negativi. Gli studi d’animazione italiani furono letteralmente sterminati dall’arrivo degli anime, a causa dell’importazione indiscriminata e strabordante di prodotti nipponici da parte delle televisioni nazionali. Per la rete pubblica e per i network privati si rivelò più semplice ed economico attingere a un serbatoio contenente un quarto di secolo di materiale già pronto da mandare in onda, piuttosto che ordinare o coprodurre animazione sul suolo nazionale: gli studi italiani non riuscirono a reggere la concorrenza di una tale mole di titoli, specialmente contro serie televisive che contavano mediamente dai venti ai cinquanta episodi ciascuna, e così si verificò il tracollo di una piccola industria nazionale fiorente e innovativa, che fino ad allora godeva di ottima salute, anche grazie al massiccio impiego dei cartoni animati in campo pubblicitario. Il comprensibile astio provato da autori e animatori nei confronti dell’animazione giapponese avrebbe dovuto essere rivolto agli importatori, che costrinsero la maggior parte delle eccellenze nazionali a rivolgersi altrove. Tutto il contrario di quanto accaduto vent’anni prima in Giappone, quando le reti televisive e le case di produzione avevano investito energie e denaro per riemergere dal buio del passato e partecipare alla ricostruzione del Paese, credendo nell’animazione come mezzo espressivo e fonte di guadagno.
L’animazione giapponese era dunque in forte ritardo sulla scena internazionale, se si considera che la Disney aveva già prodotto il suo primo lungometraggio, Biancaneve e i sette nani, nel 1937; eppure recuperò terreno molto velocemente. Ecco perché gli anime propriamente detti esistono solo dal 1958, quando la Toei realizzò il primo lungometraggio animato a colori (Hakuja den), pensando finalmente anche all’esportazione, e iniziò a organizzarsi come vera e propria industria solo a partire dal 1963, grazie al grandissimo successo della prima vera serie televisiva (Tetsuwan Atom). Prima di allora erano stati realizzati innumerevoli cortometraggi e anche qualche mediometraggio, prevalentemente in bianco e nero, spesso muti, musicali o comici — a parte quelli di propaganda bellica, sponsorizzati dal governo e quindi con budget ben più alti — protagonisti di un’altra era in cui venivano tendenzialmente definiti manga eiga (traducibile grossomodo come “film-fumetto”), spesso realizzati da una sola persona o poco più, e dei quali è necessario trattare in separata sede. Benché l’animazione giapponese abbia origine agli albori del Novecento, grazie a maestri di prima grandezza e a diverse opere seminali di squisita fattura, Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese deve necessariamente iniziare dagli anni Sessanta, includendo però anche la fine degli anni Cinquanta.
Per rendere la lettura il più scorrevole possibile, è stato scelto l’ordine cronologico. Per renderla più chiara, si è deciso di presentare gli anime con il loro titolo originale giapponese, perché molti di essi non sono mai giunti nel nostro Paese, mentre altri sono stati presentati più volte e con titoli diversi. I titoli italiani sono riportati in coda ai dati di ogni scheda, includendo anche la data della loro prima apparizione in Italia.
Sempre in favore di chiarezza, si è evitato di usare terminologia tecnica giapponese laddove non fosse strettamente necessario. Fanno ovviamente eccezione due parole legate alla natura di questo libro e divenute ormai di uso comune, come manga e anime. Vale tuttavia la pena ricordare che anime è il termine giapponese che indica i cartoni animati in generale, in particolar modo quelli prodotti dal 1958 in poi. Ha origine dalla pronuncia della parola inglese animation, che trascritta con i caratteri sillabici giapponesi diventa a-ni-me-e-shi-yo-n, abbreviata in a-ni-me. Manga è invece la parola giapponese con cui sono indicati i fumetti, anche se prima degli anni Sessanta era sovente usata anche per l’animazione, nei già citati *manga eiga* (al cinema) o nei *tv manga* (sui teleschermi casalinghi), terminologia quest’ultima rimasta in uso alternativamente ad anime fino ai primi anni Settanta.
Detto questo, si augura “buona lettura”, ma con un’avvertenza: come scrisse Luigi Bernardi di Granata Press, editore della primissima versione di questo libro, «il rischio di indigestione è alto». L’invito è comunque a questo buffet, nel quale si scopriranno sicuramente molti piatti sconosciuti, ma in cui sarà possibile ritrovare anche alcune pietanze capaci di riportare nostalgicamente indietro nel tempo.
Buona lettura.
Intervista ad Aaron Mollin CEO del brand Ichijiku
Il materialismo deforma il concetto di lusso nella moda, secondo quanto mi viene raccontato da Aaron Mollin, CEO di Ichijiku, un uomo dallo spirito altamente creativo e intraprendente. Il suo è un luxury brand incentrato sul mantenere costante l’autenticità di un tessuto storico come la seta giapponese, utilizzata per la creazione dei famosi kimono, e ricercare la contemporaneità proponendo dei modelli che siano facilmente apprezzabili dalla generazione Z; ciò avviene non solo per promettere un prodotto tessile 100% ecologico, ma anche per promuovere una combo antico-moderno che attira tutte le fasce d’età, compresa quella dei più giovani. Mi ha incuriosita molto l’Instagram del suo brand dove ha postato dei bomber in perfetto Japanese style, aventi le stesse fantasie di un kimono con lo scopo di rilanciare un costume tradizionale in maniera alternativa e del tutto originale per evitare che venga dimenticato con il passare degli anni. Ci ho visto tanto amore per il Giappone nei suoi occhi, e tutto questo viene trasmesso con cura quando le sue opere d’arte vengono messe al mondo.
Mollin mi ha rivelato che il significato della parola ‘Ichijiku’ con cui ha deciso di denominare poi il brand è letteralmente il fico, un frutto molto dolce che tutti conosciamo prevalentemente coltivato in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Nonostante ciò, ci ha tenuto a specificare che l’interpretazione di base è divisa esattamente in due parti: ‘ichi’ ovvero ‘uno’ e ‘jiku’ invece ‘asse’, che Mollin interpreta insieme come: ‘esiste una sola strada’. Quando ho chiesto a Mollin come descriverebbe Ichijiku mi ha risposto senza alcuna esitazione che è un mix tra una galleria d’arte e un negozio di abbigliamento e accessori, con un evidente tocco di lusso e aspetti fondamentali intrinseci come una quantità significativa di lavoro effettivo, tempo ben dedicato alla produzione in ogni fase, skills professionali applicate e artigianato tessile pregiato. Sono rimasta positivamente sorpresa quando mi ha detto in tutta onestà che per lui il lusso non è una questione di mero marketing, pubblicità e influenze esterne, perché ormai tutto questo dovrebbe lasciare maggiore spazio all’espressione del sé attraverso le magie a cui può dare vita il tessuto. In più, mi dice una frase meravigliosa e cioè che la moda deve essere sostenibile, non solo per salvare l’ambiente dall’inquinamento atmosferico, ma anche per supportare il valore reale del pianeta e una qualità del proprio operato che non interrompe mai il percorso di crescita e miglioramento.
Ichijiku ha la missione ben precisa di diffondere la tradizione culturale giapponese di indossare il kimono come una nuova forma d’arte involucrata in un lusso che non è oscurato da interessi economici, bensì riesce a guardare oltre offrendosi in tutta la sua purezza ai potenziali clienti.
La produzione dei kimono firmato Ichijiku non inizia con il design di moda come tutti i capi d’abbigliamento dei fashion brands sul mercato internazionale, perché oltre il 90% dei tessuti sono pezzi vintage acquistati in precedenza e, successivamente, selezionati in maniera accurata per creare le nuove collezioni, oppure si tratta di tessuti che gli sono stati forniti da produttori tessili per kimono. Per ciò che concerne gli indumenti, Mollin sottolinea che non ne offrono di tanti tipi al momento e tra questi si contraddistinguono i blazer, i bomber e, qualche volta, creano anche dei vestiti eleganti e gonne sotto esplicita richiesta di alcuni clienti. Mollin mi spiega in semplici passaggi che il cliente può scegliere il tessuto che più gli piace tra i molteplici che ci sono a disposizione, per poi decidere su quale modello trasferirlo e tutto ciò lui lo definisce in modo molto grazioso: ‘sembra di spostare un’opera d’arte direttamente all’interno di una cornice’. In realtà, Ichijiku è simile a visitare il Louvre se fosse un museo della moda esclusivamente made in Japan, e, a parte gli scherzi, ho potuto vividamente immaginare di respirare aria di pinacoteca piena di pitture ad olio e seta durante tutta l’intervista. Mollin stima che in un mese e mezzo l’indumento prestigioso dovrebbe essere ultimato e pronto da consegnare nelle mani dell’acquirente.
Abbiamo anche discusso dell’aspetto visual merchandising scoprendo che Ichijiku ha uno spazio riservato solo su prenotazione in una galleria d’arte nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e non è mai molto affollato infatti si entra un gruppo alla volta, per garantire la calma e l’ordine necessari per degustare a livello visivo i pezzi di haute couture esposti. Mollin ha ideato assieme al suo team un muro coperto per completo da enormi rotoli di tessuti che hanno in store, e una parte è solo per i modelli finiti come i blazer e i bomber che sono i più gettonati del brand, per permettere a chi osserva di capire bene quale prodotto andrebbero ad acquistare, dargli la possibilità di provarli come farebbero in un classico camerino, ed eventualmente procedere all’acquisto definitivo se trovano l’abito che meglio si adatta al loro stile; si possono visionare anche delle cravatte e ulteriori accessori in un altro posto più ridimensionato nelle circostanze.
Ichijiku desidera che il cliente si senta rispettato e a casa, perciò Mollin ha optato per l’organizzazione di uno spazio frequentato dal pubblico, rendendolo ristretto e intimo e che contrasti lunghe code di persone in attesa. E, soprattutto, ha impedito di sua spontanea volontà di renderlo un posto troppo commerciale, conferendogli piuttosto delle ‘cozy’ vibes dirette a infondere delle sensazioni di relax assoluto dove le proprie esigenze di moda vengono ascoltate e accolte. Qualcosa di veramente straordinario è stata anche la presa di coscienza del suo team che per farsi amare dai clienti bisogna agire attivamente nei loro confronti con raffinatezza e cordialità, e hanno deciso di farlo con del personale di servizio che offre del tè e dei dolcetti giapponesi quando si sta per entrare in galleria. Ci sarebbe da aggiungere che sono dei grandi amanti dei dettagli, e vogliono narrare seriamente una storia di apprezzamento per una cultura a loro stessi estranea all’inizio, con una ‘bag’ di puro cotone molto fine e costosissima al 100% made in Japan, da donare assieme al capo acquistato; il loro intento è sorprendere i clienti come altri brand di lusso non riescono a fare e, ancora una volta, farli sentire speciali.
Siccome si discute tanto su quali tessuti sostenibili dovrebbero introdurre i brand di moda attualmente sul mercato, mi è sembrato giusto approfondire il motivo per cui avesse a cuore l’aspetto della sostenibilità ambientale, e mi ha potuto dire che francamente è piuttosto ‘tricky’ trovare un tessuto sostenibile che duri tanto tempo nell’armadio di una persona senza deteriorarsi affatto. Però, lui non si arrende e continua a tenere d’occhio le novità, nel frattempo continua a usare seta naturale, e per la parte interna delle giacche Ichijiku, Mollin ha scelto la “seta vegetale” biodegradabile anche conosciuta con il nome di cupro; si tratta di una fibra che nasce dai filamenti corti e lanuginosi attorno ai semi del cotone, una sorta di “cellulosa rigenerata”. Per le borse, predilige una pelle pregiata, mentre per l’‘extra-bag’ con un design volutamente semplice e senza tempo, va di tela di cotone che non definisce il materiale più ‘green’ in assoluto, ma almeno è consapevole di farne fuoriuscire un prodotto che è in grado di garantire una certa duratura. Dopodiché, Mollin ha riso molto quando gli ho accennato il fatto che dei brand tendono ad assicurarsi una certificazione GOTS, per testimoniare di essere a regola con quanto previsto dalla produzione sostenibile. Secondo il suo punto di vista, le compagnie che incentivano la creazione di questi certificati lo fanno soltanto per soldi, avendone riscontrato l’assenza di serietà totale in un’esperienza negativa risalente a quattro anni fa; in breve, l’azienda in questione non ha mai risposto alla mail da loro inviata.
La filosofia giapponese si arricchisce di un colore in più, se osservata dagli occhi di un uomo canadese con l’amore spassionato per le tradizioni storiche del Giappone, e la sua prospettiva si esemplifica nel concetto di ‘spingersi oltre’ e ‘ rivoluzionare ciò che è percepito come la normalità’ dai giapponesi stessi, condividendo la sua arte con tutti i giappo-curiosi sparsi là fuori. La grande sensibilità di uno straniero, immersa nel forte desiderio di salvare le tecniche di produzione dei kimono che pochi Millennials o Gen Z in Giappone hanno voluto ereditare, è quello che più dovrebbe riuscire a far emozionare i lettori di questo articolo. Mollin riconosce nel tessuto del kimono la più delicata forma d’arte tessile esistente, ed è giunto a voler trovare un modo efficace per trasmettere in modo diretto le stesse sensazioni che ha provato quando ha potuto verificare in prima persona, con il senso del tatto, bellezza e intrigo di questo capo d’abbigliamento che racchiude orgoglio nazionale e fascino ancestrale. Lui si augura che anche giovani o adulti di altri paesi europei e non, si riuniscano per partire in Giappone e si animino ad apprendere le tecniche per produrre i kimono e, chissà, un giorno si potrebbe magari vederli importati in Italia, Francia, Spagna e in altre zone dell’Europa, come è accaduto nel lontano XIX secolo, con il contributo della compagnia olandese delle Indie occidentali e orientali; Mollin sogna la diffusione del kimono dappertutto, nessun luogo escluso.
Agli albori di Ichijiku, è stata regalata a Mollin una collezione di kimono sconosciuta tuttora al pubblico per non essere mai entrata in commercio, e la sua intenzione è trasformarla in una capsule collection; per il resto ha collaborato con un brand canadese situato a Toronto, per creare un paio di occhiali con i tessuti per i kimono. Si è trattato soltanto di una piccola collab, e vorrebbe dirigersi verso un brand di scarpe per kimono a condizione che si dimostri coerente con l’etica e la filosofia custodite nel fulcro centrale del suo business. Ma ciò che considero più entusiasmante è la sua ambizione di vedere i tessuti dei kimono ricoprire interamente i sedili delle supercar al pari di Ferrari o Lamborghini.
Infine, con una gentilezza senza confini, Mollin mi ha dato dei consigli per tutti i giovani che vorrebbero diventare dei fashion startuppers in un futuro prossimo, sia partendo da studi di fashion designer sia da tutt’altro passato accademico. Secondo lui, l’approccio che un imprenditore o imprenditrice deve avere è riassunto in: ‘keep it simple’ e chiedere dei pareri a tutti senza perdere l’orizzonte e gli ideali che alimentano il sogno che si ha. Non ci si deve sentire sempre inclinati a prendere per buono come ci suggeriscono di agire gli altri, perché il più delle volte si sbagliano e non possono comprendere cosa c’è realmente dietro quel sogno che non si può scindere dal proprio cuore. Solo chi ce l’ha in mente è familiare con la sua visione meglio di chiunque altro, e persone esterne possono imitarlo/la oppure tentare di dirgli/le cosa fare per avere successo, ma la verità è che esclusivamente lui/lei sa come manifestarsi in quanto artista nel concreto. Ho potuto capire dopo la conversazione con il signor Mollin che l’arte in qualsiasi forma si presenti, non va sprecata parlandone con chi finge di non avere occhi per ammirare, orecchie per ascoltare in armonia e una bocca con cui parlare senza dover esprimere odio per ciò che un artista fa, trasforma, e soprattutto è.
Dr Elena Maria Colizzi
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Le vacanze dei reali: ville imperiali nella natura giapponese
Lontano dal fragore delle capitali e dal caldo torrido dell’estate, esistono in Giappone luoghi dove il tempo sembra rallentare. Sono le residenze di villeggiatura della famiglia imperiale: ville eleganti, immerse nella natura, sorte tra l’Ottocento e il Novecento. Si tratta di un patrimonio spesso poco conosciuto, ma ancora oggi capace di raccontare una storia unica tra estetica e potere.
Queste residenze estive non nacquero, infatti, come semplici luoghi di svago, ma come spazi pensati anche per la rappresentanza diplomatica, la cura della salute e la contemplazione estetica.
Alcune di queste dimore, come la villa imperiale di Tamozawa a Nikkō, coniugano l’eleganza architettonica giapponese con influssi occidentali, a testimonianza di un periodo di modernizzazione culturale. Altre, come la villa di Hayama, si affacciano sul mare e offrono rifugi silenziosi per l’imperatore e la sua famiglia. Persino il paesaggio naturale – il bosco, il giardino, la risaia – diventa parte integrante dell’esperienza residenziale, secondo una concezione estetica radicata nel pensiero aristocratico giapponese.
Ancora oggi, alcune di queste ville continuano ad accogliere la famiglia imperiale, mentre altre sono diventate musei o parchi aperti al pubblico. Visitandole, si entra in contatto con un’idea dell’estate fatta di distacco simbolico dal mondo quotidiano, di equilibrio tra potere e contemplazione. Una forma di villeggiatura che, al di là del privilegio, racconta un modo profondamente giapponese di abitare la natura e il tempo.
Residenze immerse nella natura
Tra i verdi monti di Nikkō, avvolta dal silenzio dei cedri e dalla fresca brezza delle alture, si cela una delle più affascinanti testimonianze della villeggiatura imperiale giapponese: la Villa Imperiale di Tamozawa. Costruita nel 1899 per offrire un rifugio estivo al Principe Ereditario Yoshihito, futuro imperatore Taishō (1912 - 1926), questa residenza rappresentò anche una delle prime espressioni materiali del nuovo stile di vita imperiale, capace di coniugare rappresentanza, benessere e contemplazione.
La villa sorse su fondamenta storiche: alcune sue sezioni risalivano al periodo Edo e furono trasferite da precedenti palazzi imperiali, creando così un complesso che univa armoniosamente stili architettonici di epoche diverse. Il risultato fu una dimora in legno di oltre cento stanze, tra le più grandi dell’intero Giappone, in cui si alternavano lunghi corridoi, fusuma (pareti scorrevoli tradizionali giapponesi) decorate con motivi naturalistici e sale da ricevimento dedicate ad accogliere anche funzionari occidentali, arricchite da elementi moderni come tavoli da biliardo e impianti di illuminazione elettrica.
Ma la funzione di Tamozawa non fu solo stagionale. L’imperatore Hirohito (Shōwa, 1926 - 1989) vi si rifugiò durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale: ancora oggi, è possibile individuare nel giardino i rifugi antiaerei scavati nel terreno. Dopo un periodo di abbandono, la villa è stata restaurata e riaperta nel 2000 come museo, permettendo a chi la visita di immergersi nei ritmi e nei rituali dell’aristocrazia imperiale.
Altra località prediletta fu Hakone, celebre per i suoi panorami montani e le sue sorgenti termali. Qui, sulle sponde del Lago Ashinoko, fu costruita nel 1886 la Villa Imperiale di Hakone (Hakone Rikyū), destinata a ospitare l’imperatore Meiji e la sua corte durante i mesi più caldi. A differenza di Tamozawa, Hakone aveva una funzione ancora più sanitaria: l’altitudine, l’aria fresca e le celebri acque termali della zona offrivano condizioni ideali per una villeggiatura salubre e rigenerante.
Ancor più di altre residenze, inoltre, Hakone fu un importante teatro della diplomazia imperiale: il promontorio naturale su cui si ergeva offriva una vista spettacolare sul lago e, nelle giornate più terse, sull’inconfondibile profilo del Monte Fuji, cornice ideale per ricevere ospiti stranieri. Tra le sue sale vennero accolti regnanti europei e ministri provenienti da tutto il mondo, dall’Austria al Siam. L’edificio originale fondeva sapientemente architettura giapponese e suggestioni occidentali, offrendo agli ospiti un ambiente che fosse al contempo tradizionale e aperto al moderno.
Purtroppo, il complesso fu quasi completamente distrutto dal Grande Terremoto del Kantō del 1923 e successivamente danneggiato dal sisma del Kita-Izu nel 1930. Tuttavia, lo spirito del luogo non andò perduto: nel 1946 l’area fu donata alla prefettura di Kanagawa, che trasformò il sito in uno spazio pubblico. Così nacque il Parco Onshi-Hakone, un giardino paesaggistico che oggi conserva l’essenza della residenza originaria: tra i vialetti curati e le terrazze panoramiche, il visitatore può ancora intuire il gusto estetico dell’aristocrazia Meiji.
Geografia politica
Nel Giappone moderno, la villeggiatura imperiale non fu mai un atto neutro o semplicemente privato. La scelta di ritirarsi stagionalmente in luoghi come Nikkō, Hakone o Nasu rispondeva a una precisa logica politica, simbolica e territoriale per cui il sovrano, incarnazione vivente dello Stato secondo la Costituzione Meiji, non si limitava a “fuggire” dall’afa estiva della capitale, ma tracciava con i suoi spostamenti una vera e propria geografia del potere. Ogni residenza stagionale diveniva un polo di influenza, un’estensione del centro imperiale verso le periferie, spesso scelte per la loro bellezza naturale, la salubrità dell’aria e il legame col pensiero shintō.
Allontanarsi da Tōkyō per stabilirsi temporaneamente in aree più remote significava, da un lato, riaffermare la continuità tra corte imperiale e territorio nazionale, in una visione capillare del potere; dall’altro, offriva occasioni strategiche per esercitare soft power attraverso l’ospitalità internazionale, il sostegno alla scienza e la promozione turistica. Molte delle ville estive, infatti, erano progettate per accogliere dignitari stranieri, artisti e scienziati, come nel caso della Hakone Rikyū, dove lo stile giapponese si incrociava con elementi occidentali, o della villa di Nikkō, visitata da membri della nobiltà europea. Questi spazi ibridi non solo esprimevano il dialogo tra tradizione e modernizzazione, ma si facevano palcoscenico del prestigio imperiale.
Nel contempo, la presenza della famiglia imperiale in queste località comportava benefici tangibili per le comunità circostanti: le infrastrutture e i servizi venivano migliorati, seppur nel rispetto della conservazione del paesaggio naturale.
La villeggiatura imperiale, quindi, non era solo un momento di riposo, ma anche un gesto di legittimazione territoriale, un atto di rappresentanza internazionale, uno strumento di influenza culturale e un veicolo della visione ecologica del potere. Persino in vacanza, l’imperatore non smetteva mai di esercitare il proprio potere e, soprattutto, di adempiere ai propri doveri.
Continuità e uso nel tempo
La tradizione della villeggiatura imperiale giapponese ha saputo attraversare le epoche adattandosi al mutare della società e della sensibilità dei sovrani. La Villa Imperiale di Nasu, edificata nel 1926 su un terreno appartenente alla famiglia imperiale fin dal 1890, incarna perfettamente questa continuità. Fu l’allora principe ereditario Hirohito (futuro imperatore Shōwa) a scegliere personalmente il luogo, colpito dalla vista sui monti durante una visita nel 1923. Qui, pochi anni dopo, iniziò la sua consuetudine estiva, culminata simbolicamente nella sua prima ascesa al monte Chausu, vetta più alta della prefettura.
Fino ai giorni nostri, Nasu è rimasta una residenza estiva privata per gli imperatori, ma il suo ruolo non è stato solo simbolico o ricreativo. La villa ha contribuito infatti a plasmare l’identità del luogo, trasformandolo in una delle mete estive più apprezzate del paese, con milioni di visitatori ogni anno. Nel 2008, grazie a una decisione dell’imperatore Akihito, circa metà della vasta tenuta fu aperta al pubblico e integrata nel Parco Nazionale di Nikkō, con un gesto che ha unito il rispetto della tradizione alla valorizzazione del bene collettivo.
Particolarmente interessante è la vocazione scientifica e naturalistica che ha accompagnato la frequentazione della villa: lo stesso Hirohito si dedicò per decenni allo studio dei protisti e delle piante locali, pubblicando quattro volumi sulla flora di Nasu e lasciando in eredità una collezione di oltre 60.000 esemplari ora conservata presso il Museo Nazionale di Scienze Naturali di Tōkyō. Suo figlio Akihito ha proseguito questa linea di ricerca con studi sulla classificazione dei pesci della famiglia dei gobidi, mentre l’attuale imperatore Naruhito, appassionato di escursionismo, è oggi impegnato attivamente nelle politiche di conservazione delle acque.
Così, quella che era nata come una fuga estiva dal caldo cittadino si è trasformata nel tempo in un crocevia di cultura, scienza e paesaggio, testimoniando il profondo legame tra la famiglia imperiale e la natura giapponese.
Sofia Dagradi, studentessa
Il Giappone che non ti aspetti: alla scoperta delle sue spiagge
Se si chiedesse a un campione eterogeneo di persone cosa venga loro istintivamente in mente pensando al Giappone, le risposte più comuni sarebbero probabilmente “i ciliegi in fiore”, “i giardini zen”, “il Monte Fuji” o “i grattacieli e le luci al neon di Tōkyō”.
Eppure, il Giappone è un arcipelago bagnato dall'Oceano Pacifico, e le isole della prefettura di Okinawa offrono spiagge di sabbia bianca che possono tranquillamente competere con quelle di Honolulu.
Scopriamo dunque insieme uno degli aspetti meno conosciuti - ma non per questo meno affascinanti - di questo Paese: il suo meraviglioso mare.
Umi biraki
Pur trattandosi di un paese dalle dimensioni relativamente contenute, il Giappone sorprende per un’incredibile varietà regionale. Esteso in lunghezza per circa 3000 chilometri e composto da ben 430 isole abitate, offre paesaggi naturali estremamente diversi.
La stagione balneare riflette questa varietà: l’apertura ufficiale delle spiagge, chiamata Umi biraki (letteralmente “apertura del mare”), varia radicalmente a seconda delle località. A inaugurare la stagione sono le isole dell’arcipelago di Ogasawara, nel mezzo del Pacifico: qui, sulle isole Chichijima e Hahajima, è possibile fare il primo tuffo dell’anno già dal 1° gennaio, grazie al clima tropicale e a temperature che si aggirano intorno ai 20° anche in pieno inverno. All'estremo opposto troviamo lo Hokkaidō, prefettura settentrionale poco distante dalla Russia, dal clima rigido, dove le spiagge aprono solo verso la fine di luglio.
Molto più accessibile dall'isola principale dello Honshū - dove si trovano i grandi centri urbani come Tōkyō, Ōsaka e Kyōto - è la prefettura di Okinawa: una vera e propria perla tropicale amata dai turisti locali e internazionali, dove è possibile nuotare in acque cristalline da marzo a novembre.
La giornata dell’Umi biraki non rappresenta però soltanto l’apertura ufficiale degli stabilimenti: soprattutto nel sud del Giappone, infatti, viene celebrata con cerimonie shintō in cui si pregano gli spiriti del mare affinché garantiscano la sicurezza dei bagnanti. In alcune spiagge, in particolare quelle frequentate da famiglie, è ancora oggi possibile assistere alla tradizionale benedizione delle acque: sacerdoti shintō, vestiti di bianco, lanciano ramoscelli di sakaki (albero considerato sacro) tra le onde, accompagnati da canti rituali.
Il mare occupa da sempre un posto centrale nell'immaginario giapponese e le divinità marittime sono numerose nel pantheon shintō. Secondo i miti della creazione, la prima isola del Giappone, Onogoroshima, nacque quando le divinità Izanami e Izanagi – rispettive incarnazioni dell’energia femminile e maschile – agitarono una lancia ornata di gemme nel mare. Le gocce d’acqua salata che ne caddero si solidificarono, dando origine alla terra.
Questa centralità del mare si riflette anche nella storia del Paese: già le antiche popolazioni Jōmon (10.000 – 300 a.C.) costruivano imbarcazioni in legno per la pesca, facendo del mare una fondamentale risorsa alimentare. Nei secoli successivi, le vie marittime furono cruciali per lo scambio culturale, come testimonia l’arrivo in età antica – attraverso la penisola coreana – delle tecniche di risicoltura e delle nozioni sul sofisticato sistema burocratico cinese.
Ma il mare, nel pensiero giapponese, è anche spazio spirituale e simbolico, legato al viaggio e alla purificazione. Non a caso, il kanji 海 (umi, “mare”) compare in moltissimi toponimi, proverbi e componimenti poetici. Persino uno dei più celebri monaci buddhisti, calligrafi e letterati giapponesi, Kūkai, scelse questo carattere come parte del proprio nome: 空海 unisce i kanji di “vuoto/cielo” e “mare”, a simboleggiare l’immensità del mondo naturale e l’ideale di liberazione della mente tipico del buddhismo tantrico. Kūkai è ricordato per aver fondato la scuola Shingon e per aver visitato gli ottantotto templi che oggi costituiscono il celebre pellegrinaggio dello Shikoku.
Spuntini e giochi sulla spiaggia
Nonostante il mare sia una meta molto amata dai giapponesi, prendere il sole sul bagnasciuga non rientra tra le attività più apprezzate. Contrariamente a quanto accade in Italia, dove l’abbronzatura è spesso ricercata, è molto comune per le donne giapponesi portare un ombrello parasole, e la protezione solare viene applicata anche d’inverno. Proprio per questo motivo, lungo le coste giapponesi sorgono le umi no ie (“case marittime”), strutture temporanee in legno allestite durante l’estate presso gli stabilimenti balneari.
Queste casupole offrono punti di ristoro e terrazze coperte dove rifugiarsi dai raggi ultravioletti, gustare una fetta di anguria fresca, acquistare bevande rinfrescanti o dolci tipici estivi come il kakigōri, dessert simile alla granita a base di scaglie di ghiaccio, sciroppo e latte condensato o evaporato.
Questo dolce, all'apparenza semplice, affonda le sue radici nella raffinata tradizione culinaria del periodo Heian (794–1185), quando veniva preparato per i membri della corte imperiale, utilizzando blocchi di ghiaccio conservati con cura nelle zone montuose appena fuori Kyōto. Un’elegante testimonianza di questa usanza si trova nel celebre Makura no Sōshi (Note del Guanciale, inizio XI sec.), scritto dalla cortigiana e dama di compagnia Sei Shōnagon. Nella sezione dedicata alle “cose eleganti”, l’autrice menziona precisamente “ghiaccio tritato mescolato con sciroppo di liana, servito in una nuova ciotola d’argento”.
Durante l’epoca Meiji (1868 - 1912), il kakigōri iniziò a diventare più accessibile, seppur riservato inizialmente ai ceti benestanti. Ciò fu reso possibile soprattutto grazie a un intraprendente mercante, Kahei Nakagawa, che ebbe l’idea di produrlo usando ghiaccio proveniente direttamente dallo Hokkaidō. La diffusione del dolce in questo periodo è testimoniata anche all'interno dell’immaginario artistico. Nel film Sayuri (Memorie di una Geisha, 2005), una celebre scena mostra la protagonista bambina mentre assaggia un kakigōri offertole da un elegante direttore generale. Dopo essersi tinta le labbra con lo sciroppo rosso, incrocia lo sguardo di una geisha adulta che indossa un rossetto del medesimo colore e, in una sorta di epifania, prende la decisione di diventarne una.
Oggi, il kakigōri è uno degli spuntini prediletti dalla maggior parte dei giapponesi durante il periodo estivo, immancabile nei pressi di qualsiasi spiaggia; talvolta, viene consumato a fine pasto per rinfrescare il palato dopo una corroborante grigliata estiva.
Nelle umi no ie, infatti, non è raro trovare anche spazi attrezzati per organizzare un barbecue in compagnia, ideale per recuperare le energie dopo una partita di badminton o pallavolo sulla spiaggia, gli sport di squadra più popolari in questa stagione.
Il gioco estivo giapponese per eccellenza è però senza dubbio il suika wari, (“spaccatura dell’anguria”). Si tratta di una sorta di pignatta in cui i partecipanti, bendati e armati di bastone, devono cercare di colpire e spaccare a metà un’anguria sistemata davanti a loro, dopo aver girato su sé stessi per tre volte. Gli amici si sfidano tentando a turno l’impresa, finché il vincitore non riesce ad aprire il frutto così da poterlo finalmente gustare in compagnia.
Il successo di questo passatempo è stato tale che, nel 1991, fu fondata la JSWA (Japan Suika-Wari Association), un’associazione che si occupava di regolamentare ufficialmente il gioco. Istituita dalla Cooperativa Agricola del Giappone (JA) con l’obiettivo di incentivare il consumo di angurie, la JSWA ora non esiste più, ma aveva raggiunto un livello di serietà sorprendente: tra le regole imposte, vi era ad esempio una distanza regolamentare tra i 5 e i 7 metri tra il giocatore e il frutto, l’uso di bastoni di legno specifici, e persino la presenza di giudici ufficiali incaricati di valutare la precisione del colpo e l’equità della divisione dell’anguria.
Le spiagge giapponesi
Abbiamo dunque compreso che le spiagge giapponesi sono ben diverse da quelle italiane, dove spesso si trovano persone intente a prendere il sole, bambini urlanti che schizzano i passanti e - ahimè - una considerevole quantità di mozziconi di sigaretta gettati nella sabbia.
Ma a cosa assomigliano, allora, le spiagge del Giappone?
In generale, si tratta di ambienti ordinati, puliti e ben organizzati, in linea con l’attenzione al decoro e alla collettività tipica della cultura nipponica. La maggior parte delle spiagge, anche quelle non attrezzate, dispone di servizi come bagni, spogliatoi e docce. In molti casi è possibile noleggiare asciugamani, ciabatte, e altri accessori utili. In presenza di docce chiuse, vengono spesso forniti shampoo, balsamo e bagnoschiuma e vi è persino la possibilità di utilizzare piastre e asciugacapelli.
Di garantire la sicurezza dei bagnanti si occupano i bagnini, presenti anche nelle spiagge meno affollate o non attrezzate. Non mancano poi vari stand di street food, souvenir e articoli per la spiaggia come palloni, cappelli (alcuni addirittura dotati di visiere anti-UV), infradito, costumi da bagno e soprattutto protezione solare rigorosamente SPF 50+.
Una delle particolarità più curiose è la presenza di aree fumatori delimitate, persino sulla sabbia. Spazi recintati in legno o corda - sobri e ben integrati nell'ambiente - segnalano i pochi luoghi in cui è consentito fumare, a dimostrazione dell’attenzione giapponese per il rispetto degli spazi comuni.
Ma le spiagge giapponesi non sono visitate solo dai bagnanti. Anche durante le stagioni più fresche, diventano luoghi di ritrovo per studenti e gruppi di amici, che vi si recano per fare picnic, scattare fotografie o semplicemente rilassarsi. In estate, al calar del sole, è facile imbattersi in piccoli gruppi che si raccolgono per accendere un senkō hanabi, un fuoco d’artificio portatile che, bruciando lentamente come uno stick d’incenso, accompagna i desideri e i sogni di migliaia di ragazzi pieni di speranze.
Basti pensare al celebre tropo della “giornata al mare”, immancabile nei manga o anime per ragazzi: un episodio nel quale i protagonisti, tra una battaglia e l’altra o dopo una tediosa sessione di esami, si concedono una pausa rigenerante sulla spiaggia.
In queste scene - diventate ormai un classico narrativo - il Mar del Giappone fa da sfondo a giochi acquatici, gare di suika wari, falò serali e fuochi d’artificio. Un rituale di spensieratezza e amicizia che restituisce tutta la dolcezza e l’intimità dell’estate giapponese, facendo leva su ricordi condivisi da lettori e spettatori di ogni età.
Sofia Dagradi, studentessa
Hyakumonogatari Kaidankai: estate giapponese da brividi!
Hyakumonogatari Kaidankai: estate giapponese da brividi!
L’estate in Giappone ha qualcosa di magico. Il dolce canto delle cicale fa da sottofondo alle serene passeggiate notturne, i fuochi d’artificio - chiamati “fiori di fuoco”, hanabi - colorano il cielo e i numerosissimi festival (matsuri) portano allegria e vivacità in tutto l’arcipelago. Eppure, dietro questo incanto, si cela un nemico temuto da tutti: il caldo umido, il famigerato mushi atsui, che stringe il Paese in una morsa soffocante.
Oggi è sufficiente gettare qualche yen in uno dei tantissimi distributori automatici disseminati in tutte le città per trovare un po’ di sollievo in una bibita ghiacciata.
Ma come si affrontava nel periodo Edo (1603 - 1868), quando non c’erano climatizzatori né bottigliette d’acqua fresca a portata di mano, questa calura opprimente? Ebbene, esiste un metodo tanto semplice quanto efficace per far venire i brividi, senza bisogno di alcuna attrezzatura: raccontare storie dell’orrore.
Lo Hyakumonogatari Kaidankai (letteralmente “Ritrovo dei cento racconti di fantasmi”), infatti, era uno dei passatempi estivi più popolari durante l’epoca Tokugawa. L’attinenza stagionale - tradizionalmente al centro della sensibilità giapponese, come testimoniano le grandi antologie poetiche, suddivise in capitoli dedicati alle quattro stagioni, o l’arte gastronomica kaiseki, che esalta i sapori e l’estetica degli ingredienti stagionali - andava in realtà ben oltre il semplice desiderio di un brivido rinfrescante. In agosto, infatti, si celebra l'Obon, ricorrenza in cui le anime dei defunti fanno ritorno tra i vivi: quale momento migliore, dunque, per evocare storie di fantasmi e spiriti?
L’origine di questa affascinante tradizione rimangono avvolte nel mistero, ma si ritiene che abbia preso forma nel contesto dell’aristocrazia guerriera, come prova di sangue freddo. Una delle prime testimonianze scritte compare infatti nella raccolta di racconti per l’infanzia Otogi Monogatari, curata da Ogita Ansei e pubblicata nel 1660. Tra le sue pagine si narra di un gruppo di giovani samurai raccoltisi per raccontare a turno cento storie dell’orrore.
Lo Hyakumonogatari Kaidankai non tardò però a conquistare anche i contadini e gli abitanti dei villaggi, diventando un vero e proprio fenomeno popolare e mescolandosi con temi di vendetta ultraterrena e concetti buddhisti come la nozione di karma. La fama di queste storie fu ulteriormente alimentata dall'arrivo della stampa, che permise la pubblicazione di antologie quali lo Shokoku Hyakumonogatari (“Cento racconti da vari paesi”, 1677). All'interno di queste raccolte, i racconti venivano presentati come resoconti reali, riportati da testimoni provenienti da ogni angolo del Giappone e persino dalla Cina, accrescendo così la loro carica suggestiva e inquietante.
Modalità di gioco
Il gioco prende vita dopo il calar del sole, e può essere svolto secondo due modalità principali: la variante più semplice prevede che i partecipanti siedano in cerchio in una stanza illuminata da cento lanterne andon o candele tremolanti. A turno, uno dopo l’altro, ciascuno narra una storia di fantasmi o eventi soprannaturali, e al termine di ogni racconto si spegne una luce, lasciando il buio invadere lentamente lo spazio intorno ai prodi giocatori, alimentando l’inquietudine e la tensione.
Per i più coraggiosi, invece, esiste una modalità che intreccia la narrazione con il rituale del kimodameshi, la tradizionale “prova di coraggio” giapponese. In questo caso, si utilizzano tre stanze comunicanti: in una delle stanze laterali, novantanove lanterne si consumano silenziose accanto a uno specchio posato su un tavolo; nella stanza opposta, il gruppo si dispone attorno alla centesima lanterna accesa, mentre la stanza centrale resta avvolta nell'ombra. Idealmente, le stanze sono disposte a forma di L, così che i giocatori riescano a intravedere la luce proveniente dalla stanza delle lanterne ma non la stanza stessa, aumentando così il senso di mistero.
Dopo ogni racconto, chi lo ha narrato prende la lanterna, attraversa da solo la stanza buia e, raggiunta quella più lontana, spegne una delle lanterne, incrocia il proprio riflesso nello specchio per poi ricongiungersi col resto del gruppo nella stanza iniziale. Terminato il turno dell’ultimo giocatore, il gruppo intero si reca nella stanza finale per spegnere insieme l’ultima lanterna davanti allo specchio.
Si dice che, con lo spegnimento dell’ultima luce, le porte tra questo mondo e l’aldilà si aprano, e gli spiriti si manifestino nell'oscurità in cui la stanza è piombata: per questa ragione, i più timorosi scelgono di interrompere il gioco prima del termine, lasciando intatta la centesima lanterna.
Il gioco, lungo e impegnativo, ha dato vita anche a versioni più brevi, ma soprattutto ha alimentato la raccolta e la diffusione di racconti popolari, storie di fantasmi e incontri con il soprannaturale, tramandati di villaggio in villaggio, noti come kaidan.
Lo Hyakumonogatari Kaidankai nell’arte
Il maestro ukiyoe Katsushika Hokusai dedica a questa pratica un’intera serie di stampe, intitolata proprio Hyaku monogatari (“Cento racconti”, 1830 ca.).
Queste xilografie riscuotono all'epoca una grande popolarità e si inseriscono nel genere artistico denominato yūrei-zu (“immagini di fantasmi”), a sua volta un sottogenere del fūzokuga (“dipinti di costumi e usanze”).
Nonostante l’iniziale intenzione di realizzare una serie di cento stampe, rifacendosi all'usanza di raccontare cento racconti soprannaturali, la serie si compone in realtà di sole cinque opere, ognuna legata a un kaidan della tradizione: scopriamo assieme le storie all'origine di queste inquietanti stampe.
Sara yashiki (“il palazzo dei piatti”)
In questa stampa, Hokusai racconta una leggenda nata nel secolo XVII. Protagonista è la serva Okiku, la quale - accusata di aver rotto un set di piatti preziosi - si suicidò gettandosi in un pozzo. Dopo la morte, ritornò come fantasma (yūrei), contando ossessivamente i piatti mancanti.

Katsushika Hokusai, Sara yashiki, 1831
Warai Hannya (“Hannya che ride”)
Hokusai unì in quest’opera due figure del folklore: la hannya, una donna trasformata in demone per gelosia, e la yamanba, strega che si nutriva di bambini. La composizione ricorda i tipici paesaggi raffigurati dal maestro, dove l’elemento circolare funge da finestra sull'incubo; basti pensare a La grande onda di Kanagawa, stampa nella quale è possibile intravedere una barca affondare oltre l’increspatura.

Katsushika Hokusai, Warai Hannya, 1830
Oiwa san (“Oiwa”)
Questa xilografia racconta la storia del dramma kabuki (forma teatrale giapponese premoderna) Yotsuya Kaidan, scritto nel 1825 da Tsuruya Nanboku IV. Protagonista è Oiwa, sfigurata con l’uso di una crema velenosa dagli amici di una giovane innamorata del marito, il samurai Tamiya Iemon, il quale la abbandonò dopo aver visto lo stato in cui era stata ridotta. Dopo la morte, lo spirito di Oiwa perseguitò Iemon assumendo varie forme, tra cui una lanterna di carta che richiama l’uso rituale delle luci durante l'Obon per accogliere gli spiriti degli antenati.

Katsushika Hokusai, Oiwa san, 1837
Kohada Koheiji
Hokusai raffigurò anche lo spirito vendicativo di Kohada Koheiji, attore kabuki ridotto a interpretare solo ruoli da yūrei. Umiliata, sua moglie Otsuka lo uccise, con l’aiuto dell’amante Sakuro. Koheiji fece ritorno dall'oltretomba sotto forma di scheletro, avvolto dalle fiamme, e si manifestò mentre i due amanti giacevano sotto una zanzariera. La storia, basata su eventi reali, fu narrata nel 1803 da Santō Kyōden nel romanzo Asaka-numa e portata in scena nel 1808. Il fantasma indossa qui grani di juzu, simbolo della pietà buddhista trascurata dai suoi assassini.

Katsushika Hokusai, Kohada Koheji, 1831-32
Shiunen (titolo italiano “La morte implacabile”)
Questa stampa mostra un serpente avvolto attorno a una tavoletta funeraria buddhista (ihai), simbolo dell’ossessione che persiste dopo la morte. Nell'epoca Edo, i serpenti nelle storie kaidan incarnavano spesso donne morte in preda a gelosia o rancore: in questo caso, però, rappresentavano probabilmente lo stesso Hokusai, ossessionato dalla sua arte anche dopo la morte.

Katsushika Hokusai, Shiunen, 1830
La tematica dello Hyakumonogatari Kaidankai sembrava essere particolarmente cara a Hokusai, artista fortemente spirituale, come era consuetudine nell'epoca Edo. Affiliato alla setta buddhista Nichiren, Hokusai testimoniò la sua fede nel soprannaturale persino in punto di morte, componendo un haiku in cui affermava:
“Anche come fantasma, camminerò leggero tra i campi estivi.”
Alcuni studiosi ipotizzano che il maestro dell'ukiyo-e fosse realmente in grado di vedere i fantasmi, considerata l’accuratezza e la ricchezza di dettagli con cui li raffigurava. Infatti, essi non compaiono solo nella celebre serie delle Cento storie di fantasmi, ma anche in opere che rappresentano direttamente il gioco dello Hyakumonogatari, come la stampa Shinpan uki-e bakemono yashiki hyaku monogatari no zu (“Cento storie di fantasmi in una casa infestata”). In quest’ultima composizione, Hokusai mise in scena la manifestazione di spiriti e apparizioni proprio durante il racconto dei kaidan.

Katsushika Hokusai, Shinpan uki-e bakemono yashiki hyaku monogatari no zu, 1780 ca.
La popolarità del genere yūrei-zu e dei racconti kaidan durante il periodo Edo si deve forse, o almeno in parte, al malcontento diffuso nei confronti del governo Tokugawa. In un’epoca in cui le classi popolari erano private dei diritti e delle tutele, le storie di fantasmi diventavano potenti metafore delle disuguaglianze, repressioni e vendette.
Ma i kaidan non sono rimasti confinati al passato. Ancora oggi, le storie di fantasmi nate in quell'epoca continuano ad affascinare sia il Giappone sia l’Occidente, anche grazie al lavoro dello scrittore irlandese Lafcadio Hearn, tra i primi stranieri a ottenere la cittadinanza giapponese. Hearn intraprese un viaggio tra le prefetture nipponiche con l’obiettivo di raccogliere e trascrivere le leggende orali tramandate di generazione in generazione, rendendole accessibili anche a un pubblico internazionale.
Il fascino dei kaidan, infatti, va oltre il semplice racconto di fantasmi: è un ponte tra il mondo terreno e quello invisibile, un invito a confrontarsi con paure profonde e a riflettere sulle tensioni sociali di un’epoca. Queste storie, narrate al calar della notte tra ombre tremolanti e candele spente una dopo l’altra, sono diventate una tradizione che ancora oggi cattura l’immaginazione di chi osa avvicinarsi al confine tra realtà e soprannaturale.
E tu, riusciresti a spegnere l’ultima candela e sfidare l’oscurità, rimanendo in compagnia degli spiriti?
Sofia Dagradi, studentessa
Recensione "Libro delle Ombre. Hiroshima, 80 anni dopo" di Giuseppe Carrieri
Libro delle Ombre
Un documentario di Giuseppe Carrieri per l’ottantesimo anniversario di Hiroshima
A ottant’anni dal 6 agosto 1945, giorno in cui la prima bomba atomica fu sganciata sulla città di Hiroshima, il documentario Libro delle Ombre, diretto da Giuseppe Carrieri, sceglie con coraggio di non concentrarsi sulla guerra, bensì sulla pace. Ed è proprio questa parola - “pace” - a risuonare più frequentemente nel racconto, ancor più della parola “guerra”: una scelta non solo lessicale, ma anche profondamente politica e poetica.
Carrieri, regista e documentarista napoletano da anni attivo nel panorama del cinema del reale, firma un’opera di rara delicatezza visiva e spirituale, capace di trasformare il linguaggio documentaristico in una riflessione poetica sul trauma, la memoria e la possibilità di rinascita.
Come assenza non solo di conflitto, ma anche di discriminazione: così viene definita la pace da alcuni hibakusha (sopravvissuti alla bomba atomica, oggi membri dell’organizzazione Nihon Hidankyō, insignita del Premio Nobel per la Pace 2024), quando viene chiesto loro che significato abbia davvero questa parola. È commovente constatare come i testimoni non si richiudano mai su un dolore nazionale, ma si aprano invece a un respiro universale, non mancando di rivolgere un pensiero anche a chi, ancora oggi, si trova a vivere nel mezzo di una guerra.
Carrieri intreccia un delicatissimo poema in prosa con testimonianze orali, immagini dei giorni immediatamente successivi al disastro, disegni essenziali e intensamente evocativi e scorci della Hiroshima di oggi. Il bianco torna più volte a occupare lo schermo, dapprima come luce accecante e assordante, che richiama l’istante della deflagrazione, poi come velo in sovrimpressione durante le testimonianze, a suggerire come l’onda d’urto della bomba abbia continuato a propagarsi nel tempo, lasciando una traccia profonda ben oltre l’impatto iniziale.
La fotografia di Emanuele Stalla restituisce con delicatezza questo doppio livello temporale: da un lato, i frammenti delle vite conclusesi quel 6 agosto, conservati all’interno del Museo della Pace; dall’altro, i viali alberati, le acque limpide, le aiuole fiorite simbolo di una Hiroshima rinata.
Fin dalle prime scene, il documentario costruisce un parallelismo simbolico tra la luce degli hanabi, i fuochi d’artificio estivi che sbocciano come peonie nel cielo notturno, e quella del fungo atomico. L’intero film si muove poi sul contrasto tra luce e ombra: paradossalmente, è la luce ad apparire distruttiva, mentre l’ombra - della montagna, dei palazzi, dei luoghi riparati - si rivela salvifica, in grado di proteggere dalla deflagrazione.
Le ombre, nel Libro delle Ombre, non rappresentano il buio, ma il rifugio. Non l’oblio, ma la sopravvivenza. È grazie a esse, ci ricordano gli hibakusha, se qualcuno ha potuto continuare a vedere la luce. E finché possediamo un’ombra, fino a quel momento siamo vivi.
A tessere il filo di questo racconto è la voce narrante di Mayu Seto, dolce e colma di speranza, che guida lo spettatore attraverso un’intima meditazione sull’eternità e sull’impermanenza, due concetti profondamente radicati nella sensibilità giapponese. Fin dall’epoca dello Heike Monogatari, capolavoro dell’epica giapponese, la cultura nipponica contempla il ciclo di splendore e caduta, interrogandosi sulla fugacità dell’esistenza e sulla fragilità della gloria umana. Celebre è il prologo dell’opera, che così recita: “Il suono del campanile del Gion Shōja riecheggia l’impermanenza di tutte le cose. I fiori di ciliegio, tanto amati, rivelano il destino dei potenti: la loro caduta, rapida come un sogno di primavera. Le loro gesta, infine, si disperdono come polvere al vento.”
Eppure, nonostante l’evidenza della caducità della vita umana, gli hibakusha - o forse, più in generale, l’essere umano - continuano a sperare, in qualche forma, di poter sfiorare un’idea di eternità. C’è chi la cerca raccogliendosi davanti al proprio altare di famiglia, piangendo i volti amati che non ci sono più, spesso accompagnato dal silenzioso fardello del senso di colpa dei sopravvissuti; chi la invoca rivolgendosi ai kami del santuario; e chi, infine, la coltiva nel silenzio più profondo, custodendo dentro di sé la memoria dell’atomica come una fiamma che continua a bruciare.
Sofia Dagradi, studentessa
Recensione "Gli ultimi soldati dell’imperatore. I giapponesi che non si arresero dopo il 1945" di Antonio Besana
La guerra è senza dubbio una delle dinamiche, nella storia dell’uomo, che sfuggono a qualsiasi tipo di logica: resta un mistero irrisolvibile come l’essere umano, capace di progettare strumenti quali l’intelligenza artificiale, di costruire infrastrutture che connettano i due emisferi e di sviluppare cure per contrastare pandemie, non sia ancora in grado di coesistere pacificamente sullo stesso pianeta.
È proprio all'interno di questo fenomeno, di per sé quasi inspiegabile, che emergono dinamiche altrettanto bizzarre, capaci di affascinare e allo stesso tempo turbare il senso comune: è il caso, ad esempio, dei militari comunemente conosciuti come “soldati fantasma giapponesi” (zanryu nippon hei, letteralmente “soldati giapponesi lasciati indietro”).
Antonio Besana (Milano, 1955), professore al MIMM (Master di International Marketing Management) presso l’Università Cattolica di Milano, ha negli ultimi anni affiancato alla carriera accademica quella di scrittore, coltivando la propria passione per la storia militare. Le sue pubblicazioni si distinguono per il focus su episodi meno noti all'interno delle più ampie dinamiche di guerra: in Vite incrociate. La pietà per il nemico nella Seconda Guerra Mondiale (Edizioni Ares, 2022), ad esempio, esplora tredici casi in cui i soldati hanno saputo riconoscere e rispettare la sofferenza degli avversari; ancora, ne Il bambino di El Alamein (Edizioni Ares, 2023) racconta la triste storia del più giovane soldato italiano arruolato durante il secondo conflitto mondiale.
Nel suo nuovo libro, l’autore si concentra sulle storie dei soldati giapponesi i quali, non avendo ricevuto la notizia della resa o rifiutandosi di credervi, continuarono a combattere nelle giungle del Sud-Est asiatico, talvolta persino per decenni. Un’impresa di ricerca ardua, come l’autore stesso ammette, soprattutto per la difficoltà nel reperire fonti tradotte in inglese.
Come sottolinea lo stesso Besana, è naturale interrogarsi sul motivo di questa profonda incapacità di accettare la realtà della sconfitta. A tal proposito, Ōoka Shōhei, prigioniero di guerra sull’isola di Leyte e autore di Nobi (titolo italiano La guerra del soldato Tamura, 1951), scrive: “Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità.” Pur non essendo uno dei “soldati fantasma”, in quanto è stato rimpatriato al termine del conflitto, Ōoka è una delle voci più autorevoli della letteratura di guerra giapponese, e con questa citazione coglie perfettamente come per quei soldati la resa rappresentasse una casualità insopportabile, un evento in grado di vanificare la loro missione e di negare il senso stesso della fedeltà all’imperatore il cui culto, nel frattempo, era stato smantellato dalla Costituzione “imposta” dalle Forze Alleate nel 1947.
Trovo che Besana, alternando resoconti puntuali, tratti da testimonianze dirette dei reduci, a riflessioni più ampie di natura etica e culturale, riesca con efficacia a restituire la complessità di queste vicende. Particolarmente significativo è il passo tratto dalla cronaca No Surrender: My Thirty-Year War di Onoda Hiroo, ufficiale dell'intelligence giapponese, nascostosi nella giungla dell’isola di Lubang per poi arrendersi ai rappresentanti dell’esercito statunitense e filippino ventinove anni dopo la resa formale del Giappone:
“Non ne avevamo mai parlato, ma tutti noi avevamo sperato che un giorno saremmo tornati in Giappone. E ora io solo tornavo, lasciando gli spiriti dei miei insostituibili camerati sull’isola. Tornavo in un Giappone che aveva perso la guerra trent’anni prima. Tornavo nella terra dei miei avi, per la quale avevo combattuto fino al giorno prima. Se non ci fosse stata gente intorno a me, avrei battuto il capo per terra, gemendo. [...] Per la prima volta osservavo dall’alto il mio campo di battaglia. Perché mai avevo combattuto laggiù per trent’anni? Per chi avevo combattuto? In nome di quale causa?”
Proprio come i protagonisti del genere isekai (sottogenere fantasy in cui un individuo ordinario viene reincarnato in un universo parallelo), particolarmente amato dal pubblico giapponese, ma con un’esperienza ben più concreta e drammatica, questi “eroi tragici” si ritrovano catapultati in un mondo al quale non sentono più di appartenere. Lo stesso Onoda, incapace di adattarsi alla realtà del Giappone del dopoguerra, scelse infatti di trasferirsi in una colonia agricola giapponese in Brasile.
Besana accompagna simili resoconti a citazioni dal codice etico del Bushidō (“la via del guerriero”), ispirato a testi fondanti della tradizione samuraica come lo Hagakure:
“Hagakure, il testo classico del Bushidō scritto all’inizio del XVIII secolo, inizia con le parole: ‘Bushidō è un modo di morire’. Solo un samurai preparato e disposto a morire in ogni momento può dedicarsi completamente al suo signore.”
Attraverso questa duplice lente - da una parte la cruda realtà raccontata in prima persona, dall'altra la millenaria eredità storico-culturale - l’autore riesce a raccontare quanto, per i protagonisti di queste vicende, fosse più accettabile rifugiarsi nell'autoinganno che tutte le loro sofferenze non fossero state vane, piuttosto che accettare la “banalità” della resa. Continuare a credere nella propria missione, e nutrire la speranza di un ritorno a un Giappone immutato, era forse l’unico modo per sopravvivere alle loro terribili condizioni autoinflitte per anni. In questo senso, ricollegandoci anche al pensiero di Ōoka, potremmo parlare di “assurdo” nel senso sartriano del termine: la contraddizione intrinseca tra il bisogno umano di attribuire un significato all'esistenza e l’assenza, nella realtà, di un fine ultimo oggettivo.
Besana sottolinea infatti come, contrariamente a quanto dettato dall'immaginario collettivo, che tende a schernire questi soldati o a etichettarli come fanatici, la loro resistenza nascesse da sentimenti profondamente umani. Lo dimostra anche il passaggio dedicato ai kamikaze, in cui viene riportata la commovente lettera scritta da Ichizō Hayashi, membro di una forza d’attacco speciale, alla madre prima di partire per una missione suicida: “Sono felice di avere l’onore di essere stato scelto come membro di una forza d’attacco speciale che sta andando in battaglia, ma non posso fare a meno di piangere quando penso a te, mamma.”).
Eppure, laddove sarebbe facile cadere nella cieca glorificazione di una lealtà assoluta, o nel fascino esotizzante di una cultura così distante dalla nostra, lo scrittore è estremamente abile nel non oltrepassare mai questa soglia. Il racconto è difatti bilanciato da riferimenti lucidi e puntuali alle atrocità commesse dai reparti giapponesi a danno dei vicini asiatici durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’autore non manca nemmeno di citare un toccante episodio - perfettamente in linea con il precedente Vite incrociate - di riconciliazione tra due reduci giapponesi e due americani sull'isola di Peleliu, avvenuta nel 2013 e raccontata nel documentario Once were enemies (2017) della regista Eva Wunderman.
Al netto di tutto ciò, Gli ultimi soldati dell’Imperatore è un libro che mi sento di consigliare caldamente, non solo a chiunque sia appassionato di storia e cultura giapponese, ma anche a chi, magari, non ha mai amato particolarmente l’insegnamento scolastico della storia. Le riflessioni che ne emergono toccano, infatti, corde universali e possono parlare a tutti, soprattutto in un presente che, purtroppo, è ancora profondamente dilaniato dalla guerra.
Sofia Dagradi, studentessa









